a cura del Dott. Francesco Barchielli



T.A.R. Campania Napoli, Sezione VIII, 17 agosto 2015


La qualificazione come revoca di un provvedimento di autotutela configura una imprecisione emendabile o un vizio invalidante?

SENTENZA N. 4251

Va osservato, in punto di qualificazione della tipologia provvedimentale entro la quale va sussunto il provvedimento impugnato, che quest'ultimo, pur recando il nomen iuris di revoca, manifesta l'esercizio di un potere di annullamento, in quanto è motivato, con riferimento all'individuazione del presupposto per l'esercizio del potere, in relazione alla ritenuta difformità del provvedimento da rimuovere rispetto al paradigma normativo di riferimento (in motivazione, pur se si parla della costruzione “così come realizzata”, in realtà è poi spiegato che è sostanzailmente la modalità progettuale adottata ad escludere la riconducibilità di essa alla tipologia “gazebo” e la sua qualificabilità, invece, come “tettoia”). La riconducibilità delle due tipologie provvedimentali, fondate su presupposti diversi quanto alle ragioni (illegittimità od inopportunità) che giustificano la rimozione di un provvedimento amministrativo, nell'unitaria categoria degli atti di ritiro (in argomento Consiglio di Stato, V, 5 settembre 2002, n. 4460), consente infatti di pervenire all'affermazione che la qualificazione come revoca di un provvedimento di autotutela motivato in relazione non già alla inopportunità, ma alla illegittimità (per violazione della norma regolante l'esercizio del potere), configura "una imprecisione emendabile e non invalidante" (Consiglio di Stato, V, 18 settembre 2002, n. 4751). D'altra parte, al di là del nomen iuris contenuto nel testo del provvedimento, la sua qualificazione giuridica spetta al giudice, secondo il principio iura novit curia, analogamente a quanto avviene nel processo civile in punto di qualificazione del tipo negoziale entro il quale vanno sussunti gli atti di autonomia privata di cui si controverte (Consiglio di Stato, Adunanza Plenaria, decisione n. 3 del 2003; ma cfr. anche TAR Molise n. 701 del 15.12.2014; TAR Abruzzo L’Aquila n. 834 del 24.11.2014; TAR Puglia Bari n. 1682 del 13.12.2013; TAR Sicilia Palermo n. 2237 del 19.10.2007). Ecco, allora, che, qualificato il provvedimento di ritiro come annullamento, risultano destituite di fondamento le argomentazioni del ricorrente fondate sulla impossibilità giuridica di revocare un permesso di costruire, o, comunque, sulla insussistenza in concreto dei presupposti perché il rilasciato titolo potesse essere revocato.

FATTO

Con il ricorso RG n. 6267/2013, notificato tra il 2 e il 5 dicembre 2013 e depositato il successivo 30 dicembre, Di Maio Maria e Di Maio Michelina hanno esposto
- che erano proprietarie, rispettivamente, dell’unità immobiliare al piano primo e dell’unità immobiliare al piano terra, facenti parte di un fabbricato costituito da due piani fuori terra, con ingresso pedonale e carrabile dal civico n. 25, mediante l’androne comune su via Gibuti, verso il cortile interno;
- che tale fabbricato aveva una forma in pianta ad “L”, confinando per l’intera lunghezza del lotto (lato ovest) con la via Gibuti, con altra strada a nord e (per tutta la sua estensione), sul lato sud, con la proprietà di Porfidia Giovanni;
- che l’immobile di Porfidia Giovanni era costituito da quattro piani fuori terra (piano terra, rialzato, secondo e sottotetto), e comprendeva due unità immobiliari ad uso residenziale, sviluppantesi su più livelli;
- che sulla superficie dell’area cortilizia di pertinenza dell’immobile Porfidia insisteva un terrazzo scoperto, accessibile dal balcone realizzato sulla porzione di fabbricato ubicata al piano primo (dove era stata costruita una tamponatura, in parte in muratura, e in parte in verandata);
- che le due rispettive proprietà, con i cortili confinanti, erano delimitate da un muro di confine alto circa mt. 2,75;
- che, di recente, sul lotto confinante erano stati eseguiti interventi edilizi sul fabbricato Porfidia, consistenti nella realizzazione di una struttura in legno posta, senza soluzione di continuità, tra il terrazzo scoperto ed il muro di confine delimitante le proprietà Di Maio/Porfidia;
- che l’opera in questione, realizzata in appoggio al muro di confine, oltre a violare la distanza prevista tra edifici frontistanti, sarebbe stata priva di qualsivoglia titolo abilitativo;
- che, a seguito delle iniziative promosse da esse Di Maio, e volte a tutelare l’integrità del proprio diritto di proprietà, l’opera illegittimamente realizzata era stata rimossa;
- che esse ricorrenti erano successivamente venute in possesso di copia del titolo abilitativo (il permesso di costruire n. 31/2013) rilasciato in data 19.9.2013 al controinteressato, con il quale l’amministrazione di Recale aveva assentito l’esecuzione di interventi edilizi consistenti nella trasformazione della preesistente (comunque non autorizzata, e anche rimossa) copertura lignea in gazebo, accogliendo l’istanza di accertamento di conformità presentata dal Porfidia, limitatamente all’incremento volumetrico derivante dalla tamponatura in veranda e muratura della superficie del balcone al piano primo del manufatto.
Tanto esposto, le ricorrenti hanno impugnato gli atti indicati in epigrafe (e, segnatamente, il permesso di costruire n. 31/2013, rilasciato dal responsabile dell'Area Urbanistica del Comune di Recale ed avente ad oggetto la "Trasformazione di una copertura lignea in gazebo. Sanatoria di veranda in alluminio"), chiedendone l’annullamento per “violazione e falsa applicazione degli artt. 10 e 36 DPR 380/2001 – violazione e falsa applicazione delle NTA del PRG del Comune di Recale – insussistenza dei presupposti ai fini del rilascio del permesso di costruire – violazione e falsa applicazione dell’art. 873 c.c. – eccesso di potere per arbitrarietà – violazione del principio di imparzialità”: posta l’avvenuta realizzazione del fabbricato appartenente a Porfidia Giovanni in epoche diverse e in virtù di più titoli abilitativi (1- licenza edilizia n. 656 del 12.10.1972 per la costruzione di un fabbricato destinato a civile abitazione, costituito da un piano terra, un piano rialzato e una copertura a tetto; 2- licenza edilizia n. 727 del 25.3.1973 per una sopraelevazione al fabbricato esistente; 3- concessione edilizia n. 22 del 13.4.1987 finalizzata alla realizzazione di una pensilina per il posto auto esistente; 4- permesso di costruire n. 44 del 21.7.2009 per la sostituzione della copertura), una valutazione comparativa tra lo stato di fatto esistente e quello assentito con i rilasciati titoli edilizi avrebbe consentito di evidenziare molteplici incongruenze tra quanto rappresentato negli elaborati grafici autorizzati e la realtà; pertanto nessuna opera ulteriore, a prescindere dalla conformità o meno alle prescrizioni urbanistiche vigenti, avrebbe potuto essere assentita, con conseguente illegittimità del permesso di costruire n. 31/2013; in ogni caso, il progetto approvato sarebbe stato incompatibile con le prescrizioni urbanistico-edilizie vigenti; peraltro, l’avvenuta chiusura della veranda, oltre a sostanziare un volume ulteriore, avrebbe avuto rilevanza ai fini del computo della distanza dal fabbricato limitrofo; nel caso di specie, tra la veranda in questione e il fabbricato delle ricorrenti sarebbe intercorsa una distanza (mt. 5,00) inferiore a quella prescritta (mt. 10,00); quanto alla trasformazione della copertura in legno del gazebo autoportante, con innalzamento del muro di confine, l’assenso all’effettuato intervento avrebbe presupposto la preesistenza dell’opera e la sua legittimità, mentre, in realtà, essa, ancorché preesistente, non sarebbe stata mai assentita dal Comune di Recale; trattandosi di una costruzione, l’opera in parola avrebbe dovuto rispettare le prescrizioni in materia di distanze, e ciò anche a volerla qualificare come pertinenziale (avendo dimensioni rilevanti ed essendo stabilmente incorporata nel resto dell’immobile).
A seguito della proposizione di tale ricorso, il Comune di Recale ha, quindi, dapprima (con provvedimento n. 8747 del 6.12.2013) sospeso in via cautelativa il rilasciato premesso di costruire n. 31/2013 e ordinato la sospensione ad horas dei relativi lavori (contestualmente avviando il procedimento di annullamento del titolo edilizio), e, successivamente, con provvedimento n. 805 del 6.2.2014, ha proceduto alla revoca appunto del permesso in sanatoria n. 31/2013, ingiungendo anche al beneficiario Porfidia Giovanni il ripristino dello stato dei luoghi, mediante eliminazione di tutte le opere eseguite e realizzate dopo il giorno 27.1.2014 (ovvero successive all’intimazione a sospendere i lavori).
In particolare, tale ritiro è stato giustificato sull’assunto che “nelle more del giudizio pendente innanzi al TAR, si è constatato che la costruzione così come realizzata, indicata in progetto come gazebo, in realtà si configura come tettoia così come definita dall’art. 2 del vigente regolamento urbanistico edilizio comunale (RUEC) e pertanto costituente volume urbanistico con la relativa incidenza sul rapporto di copertura consentito nella zona nonché il rispetto delle distanze tra fabbricati limitrofi, per cui incidendo sui parametri urbanistici e quindi sull’interesse pubblico, si rende necessario revocare in via cautelativa e di autotutela il permesso di costruire n. 31 del 19.9.2013”.
Con il ricorso RG n. 1776/2014, Porfidia Giovanni ha allora impugnato in sede giurisdizionale i detti sopravvenuti provvedimenti, per lui pregiudizievoli, chiedendone l’annullamento per “violazione e/o falsa applicazione artt. 27 e 31 DPR 380/2001 – violazione e/o falsa applicazione dell’art. 21 quinquies legge n. 241/1990 e s.m.i. – abnormità, illogicità ed irragionevolezza manifesta dell’azione amministrativa – eccesso di potere per carenza assoluta di istruttoria e difetto assoluto di motivazione – violazione art. 97 Cost. – eccesso di potere per travisamento assoluto dei presupposti di fatto e di diritto – violazione del principio di tipicità degli atti amministrativi”: l’amministrazione procedente avrebbe fatto confusione tra le proprietà tipiche del potere sanzionatorio di repressione degli abusi in materia urbanistica, e le ragioni che giustificano l’esercizio del potere di rivisitare atti amministrativi in via di autotutela; sarebbe singolare l’impugnato atto di revoca del permesso di costruire, ponendo prima, quale premessa, una pretesa sussistenza di interventi eseguiti in difformità dal titolo abilitativo, e poi però non concludendo con il solo ordine di ripristino dello stato dei luoghi, bensì arrivando a disporre la revoca del titolo stesso, in via cautelativa e di autotutela; nella fattispecie non ricorrerebbe alcuna delle condizioni utili per attivare il potere di autotutela, ovvero sopravvenuti motivi di pubblico interesse, mutamento della situazione di fatto, o una rinnovata valutazione dell’interesse pubblico ordinario; unicamente, invece, risulterebbe constatata una presunta realizzazione di opere in maniera difforme rispetto a quanto assentito con il permesso di costruire n. 31/2013, ma nulla sarebbe specificato in merito alle ragioni che potrebbero – e dovrebbero – sorreggere la revoca del titolo edilizio; in realtà in giurisprudenza sarebbe granitico il principio secondo cui il permesso di costruire non è revocabile per sopravvenienza o per successiva diversa valutazione di opportunità da parte dell’Amministrazione, potendo essere soltanto annullato per motivi di legittimità, ma previa esplicitazione delle sottese ragioni di interesse pubblico e tenendosi comunque anche conto degli interessi del privato interessato; l’unico interesse pubblico da tutelare, richiamato dall’amministrazione nel provvedimento impugnato, sarebbe quello relativo alla presunta difformità dell’opera in corso di realizzazione rispetto a quanto assentito con il titolo edilizio in questione; nell’occasione sarebbe stato motivato e legittimo solo un ordine di ripristino dello stato dei luoghi, senza coinvolgimento del titolo edilizio rilasciato; sarebbe stata omessa ogni valutazione circa il pregiudizio suscettibile di scaturire, per il destinatario, dal provvedimento di ritiro; sarebbe stato apertamente violato il principio di tipicità degli atti amministrativi, non essendo previsto un atto di revoca o annullamento in via cautelativa; in ogni caso le opere in corso di realizzazione sarebbero conformi a quanto assentito con il permesso di costruire n. 31/2013, in quanto risulterebbero in pieno rispettate le prescrizioni del R.U.E.C. di Recale nella parte in cui qualificano i gazebo come “costruzione priva di fondazioni, ancorata provvisoriamente al terreno, coperta, di superficie in proiezione orizzontale non superiore a 25 mq. e altezza non superiore a mt. 30”; da apposita consulenza di parte, si evincerebbe come la struttura dell’opera sia distaccata dal confine della proprietà De Maio e aperta su tutti i lati, così configurando un gazebo autoportante in legno di dimensioni di mq. 23 ed altezza di mt. 2,70.
In data 17 aprile 2014 si è costituito in giudizio il Comune di Recale, contestando l’ammissibilità e la procedibilità del ricorso, nonché la sua fondatezza.
In data 29 aprile 2014 si è costituita in giudizio Di Maio Maria, anch’ella contestando la fondatezza dell’avverso ricorso, ed instando per la sua reiezione.
Il 3 maggio 2014 il Comune resistente ha prodotto una memoria.
Con ordinanza n. 724/2014 dell’8 maggio 2014, questo Tribunale ha accolto l’istanza cautelare avanzata da Porfidia Giovanni, sospendendo l’efficacia degli atti impugnati, limitatamente ai loro effetti demolitori.
Il Comune di Recale e il ricorrente hanno poi depositato memoria, rispettivamente il 12 novembre e il 13 novembre del 2014.
In data 22 aprile 2014 Porfidia Giovanni si è costituito anche nel giudizio R.G. n. 6267/2013.
Alla pubblica udienza del 22 aprile 2015 la causa è stata trattenuta in decisione.

DIRITTO

A mezzo del permesso di costruire n. 31/2013, rilasciato in data 19.9.2013 dal Comune di Recale, Porfidia Giovanni ha conseguito la sanatoria per lavori di “Trasformazione di copertura lignea in gazebo. Sanatoria veranda in alluminio”, realizzati nel fabbricato di sua proprietà ubicato alla via Gibuti n. 23.
In particolare, nella relazione tecnica allegata all’istanza all’uopo presentata, gli “interventi da effettuare” sono così descritti: “La copertura addossata al muro di confine con proprietà Di Maio verrà da esso distaccata così come ai lati est e sud al fine di rendere la stessa aperta su tutti e quattro i lati e pertanto possa configurarsi come un gazebo autoportante in legno con dimensione inferiore a mq. 25 (mq. 23) e altezza inferiore a mt. 3 (mt. 2,70) rispettando le prescrizioni del RUEC del Comune di Recale per le costruzioni ornamentali, non creando volume o superficie utile. La copertura in tegole canadesi sovrapposta al muro di confine verrà rimossa ed in tale fase essendo il muro inferiore a tre metri verrà portato a tale altezza regolamentata dal codice civile per la sola parte di proprietà del Sig. Giovanni Porfidia e coperta con tegole tipo coppo portoghese con impluvio su Gazebo sottostante; per continuità ornamentale la stessa tipologia di intervento verrà eseguita a ridosso del balcone ad est e del terrazzo a sud (il tutto meglio esplicitato nelle tavole di progetto). Al fine di ottemperare alle prescrizioni della comunicazione con prot. 4013 del 23.5.2013 si comunica che al terrazzo del sottotetto verrà impedita la veduta nel rispetto dell’art. 905 del codice civile. La veranda in alluminio e vetro ha dimensione in pianta mq. 3,94 e mc. 11,82 ai sensi dell’art. 10.2 delle NTA e dell’art. 6, art. 36 e art. 37 del DPR 380/2001 se ne chiede la regolarizzazione.”.
L’illegittimità di tale permesso di costruire in sanatoria è stata denunciata dalle proprietarie confinanti, De Maio Maria e De Maio Michelina, con il ricorso R.G. n. 6267/2013.
Dal suo canto, però, il Comune di Recale, dopo aver prima disposto la sospensione dei lavori (con ordinanza n. 160 – prot. n. 8747 del 6.12.2013), ha poi (con ordinanza n. 13 – prot. n. 805 del 6.2.2014) proceduto alla revoca del permesso di costruire n. 31/2013 e ha ingiunto il ripristino dello stato dei luoghi, così argomentando: “nelle more del giudizio pendente innanzi al TAR, si è constatato che la costruzione così come realizzata, indicata in progetto come gazebo, in realtà si configura come tettoia così come definita dall’art. 2 del vigente regolamento urbanistico edilizio comunale (RUEC) e pertanto costituente volume urbanistico con la relativa incidenza sul rapporto di copertura consentito nella zona nonché il rispetto delle distanze tra fabbricati limitrofi, per cui incidendo sui parametri urbanistici e quindi sull’interesse pubblico, si rende necessario revocare in via cautelativa e di autotutela il permesso di costruire n. 31 del 19.9.2013”.
Appunto a contestare quest’ultimo provvedimento di ritiro è diretto il ricorso R.G. n. 1776/2014 proposto da Porfidia Giovanni, fondato su di un unico, articolato, motivo.
Così sommariamente delineata la fattispecie che ha dato origine ai due giudizi qui in questione, osserva preliminarmente il Tribunale che di questi va disposta la riunione, sussistendo tra essi una evidente connessione oggettiva (trattandosi dell’impugnazione di atti tutti riguardanti una medesima vicenda amministrativa), oltre che parzialmente soggettiva.
Nel merito, appare opportuno esaminare per prima cosa il ricorso R.G. n. 1776/2014, proposto da Porfidia Giovanni avverso il provvedimento di ritiro del permesso di costruire n. 31/2013 del Comune di Recale e di contestuale ordine di ripristino dello stato dei luoghi.
In proposito, va osservato, in punto di qualificazione della tipologia provvedimentale entro la quale va sussunto il provvedimento impugnato, che quest'ultimo, pur recando il nomen iuris di revoca, manifesta l'esercizio di un potere di annullamento, in quanto è motivato, con riferimento all'individuazione del presupposto per l'esercizio del potere, in relazione alla ritenuta difformità del provvedimento da rimuovere rispetto al paradigma normativo di riferimento (in motivazione, pur se si parla della costruzione “così come realizzata”, in realtà è poi spiegato che è sostanzailmente la modalità progettuale adottata ad escludere la riconducibilità di essa alla tipologia “gazebo” e la sua qualificabilità, invece, come “tettoia”).
La riconducibilità delle due tipologie provvedimentali, fondate su presupposti diversi quanto alle ragioni (illegittimità od inopportunità) che giustificano la rimozione di un provvedimento amministrativo, nell'unitaria categoria degli atti di ritiro (in argomento Consiglio di Stato, V, 5 settembre 2002, n. 4460), consente infatti di pervenire all'affermazione che la qualificazione come revoca di un provvedimento di autotutela motivato in relazione non già alla inopportunità, ma alla illegittimità (per violazione della norma regolante l'esercizio del potere), configura "una imprecisione emendabile e non invalidante" (Consiglio di Stato, V, 18 settembre 2002, n. 4751).
D'altra parte, al di là del nomen iuris contenuto nel testo del provvedimento, la sua qualificazione giuridica spetta al giudice, secondo il principio iura novit curia, analogamente a quanto avviene nel processo civile in punto di qualificazione del tipo negoziale entro il quale vanno sussunti gli atti di autonomia privata di cui si controverte (Consiglio di Stato, Adunanza Plenaria, decisione n. 3 del 2003; ma cfr. anche TAR Molise n. 701 del 15.12.2014; TAR Abruzzo L’Aquila n. 834 del 24.11.2014; TAR Puglia Bari n. 1682 del 13.12.2013; TAR Sicilia Palermo n. 2237 del 19.10.2007).
Ecco, allora, che, qualificato il provvedimento di ritiro come annullamento, risultano destituite di fondamento le argomentazioni del ricorrente fondate sulla impossibilità giuridica di revocare un permesso di costruire, o, comunque, sulla insussistenza in concreto dei presupposti perché il rilasciato titolo potesse essere revocato.
Parimenti, va disatteso l’argomento secondo cui la motivazione del provvedimento di ritiro sarebbe carente per non aver l’Amministrazione valutato l’affidamento dell’interessato e quindi l’interesse di questi, in contrapposizione al mero rilievo della difformità - rispetto al titolo edilizio - dell’opera in parola (come modificata a seguito del sopravvenuto assenso edilizio). Premesso, infatti che – come già prima esposto – l’illegittimità rilevata da Comune di Recale si riferisce non ad una realizzazione dell’opera difformemente dal titolo rilasciato, bensì alla non assentibilità della stessa come delineata in progetto (così da apparire giustificato l’annullamento del permesso di costruire, non essendo sufficiente disporre solo il ripristino dello stato dei luoghi), osserva comunque il Collegio che, nella fattispecie, nessuno spazio avrebbe potuto avere un eventuale affidamento del Porfidia, tenuto conto che il permesso oggetto di annullamento era in sanatoria (perché, avendo il privato costruito inizialmente senza titolo, l’affidamento all’intangibilità del provvedimento in sanatoria è da considerare fievole ab origine, in quanto correlato ad un pregresso comportamento antigiuridico – cfr. Cons. di Stato sez. VI, n. 1302 del 14.3.2014; Cons. di Stato sez. V, n. 2544 del 29.4.2000; TAR Campania-Napoli n. 3264 del 12.6.2014; TAR Calabria-Catanzaro n- 1558 del 4.12.2008); e che il provvedimento di ritiro è intervenuto (in data 6.2.2014) solo pochi mesi dopo il rilascio del titolo edilizio (avvenuto in data 19.9.2013), e, comunque, dopo che in data 6.12.2013 era stata adottata una ordinanza di sospensione dei lavori con contestuale avviso di avvio del procedimento di ritiro.
Infondato è, infine, anche l’assunto secondo cui la struttura oggetto di sanatoria sarebbe conforme alle prescrizioni dettate dal R.U.E.C. di Recale, perché qualificabile “gazebo” e non “tettoia”, come invece sostenuto dall’ente territoriale. Dalla documentazione in atti emerge, invero, che si tratta di un’ampia copertura in legno (estesa mq. 23) posta su di una struttura autoportante (in precedenza appoggiata al contiguo muro, ma poi da questo distaccata di pochi centimetri) e la sua funzione (cfr. foto allegate) appare essere non quella di “belvedere” ornamentale (ovvero di “gazebo”, parola di etimologia ricollegabile al verbo inglese “to gaze”, guardare, ammirare), in quanto situata in un ambito cortilizio interno e in prossimità di un muro (il minimo distacco dal quale non vale certo a mutarne la destinazione), bensì quella di fungere da mera copertura durevole dello spazio sottostante, così da costituire una “tettoia”; e in tal senso depongono anche i materiali (legno per la copertura e travi in metallo molto consistenti per i supporti) utilizzati per la struttura: ma, come precisato dalla giurisprudenza, la realizzazione di una tettoia di non ridotte dimensioni, comportando trasformazione edilizia del territorio (ai sensi dell’art. 3 co. 1 lett. e del DPR 380/2001), si caratterizza in termini di “nuova costruzione”, con ogni connessa conseguenza in termini di incidenza sui parametri urbanistici, di titolo necessario per la sua realizzazione (permesso di costruire), nonché di rispetto delle distanze tra costruzioni (cfr. Cass. Civ. n. 5934 del 14.3.2011; Cons. di Stato sez. V, n. 1272 del 13.3.2014; TAR Liguria n. 876 del 5.6.2014; TAR Campania-Napoli n. 6425 del 9.12.2014): e, nella specie, non è stato dimostrato il rispetto di tali distanze.
Pertanto, il ricorso R.G. n. 1776/2014 va in definitiva respinto.
Quanto al ricorso R.G. 6267/2013, esso va dichiarato improcedibile per sopravvenuta carenza di interesse, per aver il Comune di Recale provveduto autonomamente all’annullamento in autotutela del permesso di costruire in sanatoria n. 31/2013, con il provvedimento oggetto del respinto gravame introdotto con il ricorso R.G. n. 1776/2014 di cui s’è detto: in tal modo, è rimasto realizzato – per altra via – lo scopo perseguito dalle ricorrenti Di Maio, le quali perciò nessun ulteriore vantaggio potrebbero conseguire da un eventuale accoglimento del loro gravame.
La peculiarità della vicenda rende equo e giusto disporre la compensazione delle spese di causa in entrambi i giudizi esaminati.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania (Sezione Ottava)
definitivamente pronunciando sui ricorsi di cui in epigrafe, dei quali dispone la riunione, così provvede:
1) dichiara improcedibile per sopravvenuta carenza di interesse il ricorso R.G. n. 6267/2013;
2) respinge il ricorso R.G. n. 1776/2014;
3) compensa le spese di entrambi i giudizi.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Napoli nella camera di consiglio del giorno 22 aprile 2015 con l'intervento dei magistrati:
Ferdinando Minichini, Presidente
Michelangelo Maria Liguori, Consigliere, Estensore
Francesca Petrucciani, Primo Referendario








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