a cura del Dott. Francesco Barchielli



T.A.R. Lazio Roma, Sezione II-Ter, 5 gennaio 2016


Sui principi affermati dall’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato in tema di esecuzione del giudicato; se è vero che al momento dell''ottemperanza alla decisione si deve indagare se il ripristino della posizione soggettiva (illegittimamente) sacrificata risulta compatibile con lo stato di fatto e di diritto medio tempore prodottosi, quali tutele può domandare il privato pregiudicato da tali sopravvenienze? [B] Il fatto che l’accertamento contenuto in una sentenza di primo grado possieda connotati e caratteri di autoesecutività, esclude di per sé la necessità di una fattiva cooperazione da parte dell’Amministrazione ad un’attività specifica di applicazione della pronuncia? [C] Il certificato di agibilità può decadere automaticamente per effetto di attività edilizie del proprietario dell’immobile in assenza di uno specifico provvedimento di accertamento dell’Ente?

SENTENZA N. 108

1. Nella specie, non può non farsi riferimento ai principi solennemente affermati dall’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato in tema di esecuzione del giudicato (sent. del 15 gennaio 2013, nr. 2), secondo cui “la riedizione del potere successiva al giudicato è assoggettata a precisi limiti e vincoli, che riposano nell'esigenza di dare esecuzione secondo buona fede alla decisione giurisdizionale amministrativa: la p.a., infatti, ha l'obbligo di soddisfare la pretesa del ricorrente vittorioso e di non frustrare la sua legittima aspettativa con comportamenti elusivi. In questo senso, occorre che la p.a. attivi una leale cooperazione per dare concreta attuazione alla pronuncia giurisdizionale anche e soprattutto alla luce del fatto che nell'attuale contesto ordinamentale la risposta del g.a. è caratterizzata da un assetto soggettivo, inteso come soddisfazione di una specifica pretesa. E se è vero che la sua soddisfazione non può prescindere dall'ottimale assetto di tutti gli interessi coinvolti, ivi compresi quelli pubblici, è anche vero che ciò non può e non deve costituire un alibi per sottrarsi al doveroso rispetto del giudicato”. In questo senso, “una eventuale "nuova operazione valutativa" compiuta dall'amministrazione successivamente al giudicato deve dimostrarsi il frutto della costatazione di una palese e grave erroneità del giudizio precedente, e come tale non può rivelarsi come l'espressione di una gestione ondivaga e contraddittoria del potere, dal momento che in questo caso risulterebbe contrastante, nella prospettiva pubblicistica, con il principio costituzionale del buon andamento e, in quella privatistica, con i principi di correttezza e buona fede; ovviamente, poi, la relativa argomentazione deve essere tanto più esplicita e pregnante nel caso in cui il riesame sia effettuato dagli stessi soggetti del primo giudizio”. Va tenuto altresì presente che, secondo la giurisprudenza, “in sede di esecuzione del giudicato assumono rilievo le sopravvenienze normative o di fatto, a cui si attribuisce la capacità di limitare o escludere gli effetti ulteriori del giudicato , imponendo al giudice, in sede di esecuzione di questo, di integrare e talora addirittura di variare le statuizioni della decisione da eseguire; perciò, al momento dell'ottemperanza alla decisione si deve indagare se il ripristino della posizione soggettiva (illegittimamente) sacrificata risulti compatibile con lo stato di fatto e di diritto medio tempore prodottosi; il privato pregiudicato da tali sopravvenienze potrebbe eventualmente domandare il risarcimento dei danni qualora vi sia stato un ritardo nell' esecuzione di detto giudicato” (T.A.R. Latina Lazio sez. I, 8 febbraio 2013, n. 145), ferma restando, in ogni caso, l’irrilevanza delle sopravvenienze di fatto o di diritto successive al giudicato (Consiglio di Stato, V, 13 giugno 2012, nr. 3468) per quanto riguarda le situazioni giuridiche istantanee, mentre quelle durevoli saranno soggette agli eventuali mutamenti normativi successivi al giudicato “nel solo tratto dell'interesse che si svolge successivamente al giudicato , determinando non un conflitto, ma una successione cronologica di regole che disciplinano la situazione giuridica medesima” (Consiglio di Stato sez. VI, 13 febbraio 2013, n. 898). Quanto affermato sull’obbligo di leale esecuzione del giudicato non può che applicarsi anche alla fattispecie nella quale l’azione della P.A. sia governata da una decisione di primo grado, appellata e non sospesa, che è immediatamente ed attualmente esecutiva, differenziandosi tale condizione da quella in cui la sentenza è passata in giudicato solo sotto il profilo della definitività degli effetti e della immodificabilità della statuizione, non certo sotto il profilo della cogenza immediata dell’accertamento pronunciato inter partes e dei relativi corollari di buona fede, lealtà e collaborazione che si sono dapprima evidenziati.

2. Si deve quindi chiarire che quando l’accertamento contenuto in una sentenza di primo grado possiede connotati e caratteri di autoesecutività, il principio secondo cui non è necessaria un’attività specifica di applicazione della pronuncia da parte dell’Amministrazione non vale ad escludere che sussiste un preciso obbligo di fattiva cooperazione da parte di quest’ultima consistente nel divieto di porre in essere comportamenti positivi di segno contrario all’accertamento, specie sotto il profilo non provvedimentale come quello che è impegnato da comunicazioni inter-istituzionali come quelle in esame, che, in quanto lesive dell’assetto di interessi che si fonda sulla sentenza di primo grado, sono illegittime. Naturalmente, è salva, in linea di principio, l’ipotesi che residuino margini di esercizio del potere e questi ultimi siano in concreto utilizzati dall’Amministrazione: nel caso di specie, la difesa dell’Ente rappresenta che la ricorrente avrebbe posto in essere attività edilizie di alterazione dello stato dei luoghi con conseguente venir meno delle condizioni (comunque contestate) di originaria agibilità. Tuttavia, non risulta che il certificato di agibilità possa decadere con automatismi di alcun genere per effetto di attività edilizie del proprietario dell’immobile, rendendosi sempre necessario uno specifico provvedimento dell’Ente che accerti che quelle determinate alterazioni hanno comportato la decadenza dell’agibilità.

FATTO

La Società Andita srl, con il ricorso in esame, chiede sia eseguita, o comunque ottemperata o correttamente attuata in parte qua la sentenza di questa sezione n.8035 del 2012, esecutiva e non passata in giudicato, con articolazione di specifiche domande a questo Tribunale come meglio indicate in epigrafe ai fini dell' attuazione di tale sentenza, comprensive dell’annullamento della nota del Comune in data 13 maggio 2015, prot. n. 264, recante la certificazione alla Prefettura dell' assenza di agibilità della struttura in via delle Piagge 74/A, ivi compresa la nota del Comune 29 aprile 2015, n.6317.
A tale fine, premette, in punto di fatto, di essere proprietaria di un complesso edilizio, sito nel Comune di Palestrina alla via delle Piagge- zona G del PRG destinata a Servizi Privati (includenti anche attrezzature di servizio a carattere turistico, ai sensi dell’art. 17 delle NTA del vigente strumento urbanistico), costituito da un terreno sul quale è stato realizzato un edificio (dal dante causa dell’odierna ricorrente), giusta permesso di costruire del 2005 e Dia in variante nel 2008, per 21 appartamenti ad uso turistico- ricettivo, al piano terra , primo e secondo, ed uffici e garage al piano seminterrato.
A seguito di specifiche DIA del 2008 e del 2009 veniva operato un cambio di destinazione per la parte seminterrata, finalizzato allo svolgimento di attività assistenziale e veniva ripristinato al piano interrato il precedente uso turistico ricettivo extralberghiero.
In relazione a detta denuncia la ASL competente per il rilascio dell' idoneità igienico- sanitaria emetteva un primo parere sfavorevole, asserendo difformità igienico-sanitarie per tutti e quattro i piani; a seguito di ulteriore domanda , corredata di documentazione, la ASL Roma G rilasciava il parere igienico sanitario favorevole per l' intero immobile ( prot N. 5324 del 23 novembre 2009), con alcune prescrizioni per l' utilizzo di alcune parti del piano seminterrato.
In data 3 marzo 2010 la società comunicava al Comune la conclusione dei lavori e in data 29 marzo 2010 chiedeva, sempre al Comune di Palestrina, il rilascio del certificato di agibilità per l' intero edificio, senza alcun riscontro da parte dell' Amministrazione, né richieste di integrazione di documentazione.
Al decorso dei 30 giorni dall’istanza, ritenendo formato il silenzio assenso, la società in data 30 dicembre 2010 e 22 febbraio 2011 chiedeva al Comune due distinte autorizzazioni una per l'esercizio di attività turistico-ricettiva extralberghiero per apertura di case e appartamenti per vacanze ai piani terra, primo e secondo e l' altra per apertura di un Hotel al piano seminterrato, allegando per entrambe l' unitaria agibilità in autocertificazione redatta da tecnico incaricato.
In date 4 e 10 maggio 2011 il Comune di Palestrina, verificata la regolarità della documentazione trasmetteva la documentazione stessa alla Asl di Roma G per il rilascio del parere tecnico sanitario all'esercizio delle due diverse attività richieste.
Il 19 aprile 2011 ed il 6 giugno 2011 la Provincia di Roma rilasciava nulla osta all'apertura delle due attività; tuttavia, il 17 maggio 2011 il Comune, Dipartimento II - Settore ambiente ed energia sospendeva o interrompeva le autorizzazioni all'esercizio dell'attività alberghiera ed extra alberghiera, ed altresì l'agibilità dell'intero edificio, con nota prot. n. 5089/8528, in ragione di una asserita erronea classificazione catastale rispetto alla destinazione urbanistica autorizzata (turistica e sanitaria assistenziale) nonché per l’asserita mancanza del nulla osta igienico sanitario.
Con ricorso R.G. n. 5786/2011 la società impugnava il predetto provvedimento; con ordinanza N. 2880/2011 veniva respinta l'istanza cautelare da questo Tribunale, ma il provvedimento veniva riformato in appello con ordinanza nr. 4761 del 2011, notificata al Comune in data 21 novembre 2011.
Nelle more del giudizio cautelare d’appello, e sulla scorta delle motivazioni del diniego della domanda cautelare in primo grado, riferisce la società ricorrente di aver sollecitato l’Amministrazione comunale con atto di diffida del 6 agosto 2011, al rilascio della agibilità richiesta e dell'autorizzazione all'apertura dell'attività ricettiva.
Il Comune in data 20 ottobre 2011 rilasciava il certificato di agibilità richiesto; tuttavia l'autorizzazione all'apertura dell'albergo non veniva egualmente rilasciata nonostante la sussistenza di tutti i presupposti. Ulteriore diffida da parte della società in data 21-23 dicembre 2011, rimaneva anch’essa senza seguito.
Nel frattempo, veniva fissata l’udienza di merito del ricorso di primo grado ed in prossimità dell'udienza stessa la società documentava le somme relative ai danni subiti.
Con la sentenza numero 8035 del 24 settembre 2012, di cui si chiede l'esecuzione, veniva annullato il provvedimento impugnato, e veniva anche accolta la domanda risarcitoria, con fissazione dei criteri per la liquidazione dell’importo.
Tale sentenza veniva notificata dalla ricorrente al Comune, che proponeva appello, senza richiesta di domanda cautelare, allo stato pendente (RG 9020/2012; dal canto suo, la società proponeva appello incidentale con riferimento ad alcune voci di danno non riconosciute dalla sentenza di primo grado).
All'esito della sentenza di primo grado, che ha accertato l'avvenuta formazione del titolo di agibilità, la struttura veniva utilizzata come immobile ricettivo, sulla base dell’agibilità formatasi per silenzio assenso, anche stante l’assenza (dopo la pubblicazione della sentenza esecutiva), di alcun provvedimento di annullamento dell’atto tacitamente formatosi.
Il 17 marzo 2015 perveniva alla società proposta di contratto da parte di una cooperativa sociale per l'affitto dell'immobile da destinare quale dimora di prima accoglienza per l'emergenza sociale di persone disagiate, in convenzione con il Ministero dell'Interno, Prefettura di Roma e altri Enti, previa aggiudicazione di una specifica procedura di evidenza pubblica nella quale la proponente si era classificata in posizione utile.
In funzione di tale procedura, la Prefettura di Roma informava il Comune resistente del possibile utilizzo dell'immobile come centro di accoglienza a norma del bando in esame, ma l’Ente locale, in contrasto con il contenuto della decisione di primo grado sin qui variamente richiamata, comunicava alla Prefettura (nota del 13 maggio 2015) che l'immobile è provvisto di certificato di abitabilità solo per il piano interrato destinato ad hotel, mentre risulta sprovvisto della certificazione per gli altri piani, dichiarando quindi non idonea la struttura.
Tale comunicazione veniva inoltrata dalla Prefettura alla società cooperativa concorrente per idonei chiarimenti ed anche alla ricorrente che inoltrava atto di diffida del 15 maggio 2015 al Comune, sollecitandolo ad attuare la sentenza di primo grado appellata e non sospesa ed a conformarvisi.
L'amministrazione comunale rimaneva inerte e non rettificava il contenuto della comunicazione inoltrata alla prefettura di Roma la quale, allo stato non ha quindi proceduto a dare corso e rendere efficace l'aggiudicazione della gara in esame (anzi, risulta aver comunicato alla cooperativa interessata che l’immobile non è idoneo e che sarà revocata l’aggiudicazione se non sarà individuato altro immobile alternativo, vedasi produzione di parte ricorrente del 30 settembre 2015).
Pertanto la società ricorrente chiede che venga data piena attuazione alla sentenza di questo tribunale e con articolato motivo di impugnazione deduce la violazione della normativa in materia edilizia e sul procedimento amministrativo, la contraddittorietà manifesta procedimentale e provvedimentale, la violazione ed elusione della sentenza del Tar Lazio n.196/2015 pronunciata inter partes e non sospesa dal Consiglio di Stato, e lo sviamento.
Allega altresì che per il mancato utilizzo della struttura, conseguente alla ritenuta mancanza di agibilità del fabbricato di cui alle note indicate in epigrafe che il Comune di Palestrina ha rivolto alla Prefettura, in contrasto con la sentenza nr. 8035/2012, la cooperativa INOPERA (che aveva avuto ottenuto l’affidamento del servizio da localizzare nella struttura, giusta aggiudicazione definitiva pronunciata in data 28 aprile 2015, salva la sola “verifica dei requisiti prescritti ai fini dell’efficacia giuridica”), non ha potuto dar seguito all’impegno assunto con specifico contratto preliminare nel quale si era convenuto circa un canone di affitto della struttura pari ad euro 247.200,00 annui.
Chiede a tal fine che sia adottata ogni decisione per la corretta esecuzione della sentenza, ivi inclusa la quantificazione del risarcimento del danno che nella stessa sentenza è determinato con specificazione degli appositi criteri, nonché la nomina del commissario ad acta e la fissazione delle modalità esecutive; chiede infine il risarcimento del danno per la mancata o impedita conclusione della procedura di affidamento del servizio alla cooperativa ed al conseguente mancato introito dell’affitto pattuito.
Si è costituito in giudizio il Comune di Palestrina opponendosi all’accoglimento del ricorso, sia in quanto la sentenza di primo grado sarebbe auto esecutiva (avendo accertato l’avvenuta formazione dell’agibilità per silenzio assenso), sia eccependo preliminari profili di difetto di interesse in ragione delle note impugnate, che riguarderebbero atti interlocutori tra il Comune e la Prefettura, nonché l’inammissibilità del giudizio perché l’effetto lesivo paventato dalla ricorrente discenderebbe dagli atti di esclusione dalla gara della partner della ricorrente, ovvero della cooperativa che avrebbe voluto servirsi della struttura, atti non impugnati.
Soggiunge altresi la difesa comunale che, anche se all’epoca in cui è stata adottata la sentenza sussistevano i presupposti per il tacito rilascio della certificazione di agibilità, ad oggi tali presupposti non ricorrerebbero più: infatti con verbale di accertamento del 20 maggio 2015 sono state contestate dalla polizia municipale alcune opere realizzate in difformità già ultimate sull'immobile e insistenti su tutti i piani, come riportato nel verbale allegato.
Per tali difformità la società dovrebbe attivarsi per chiedere la sanatoria o ripristinare lo status quo ante con la richiesta di una nuova certificazione di agibilità che rifletta l'attuale condizione dell'immobile.
Conclude la difesa comunale precisando che l'amministrazione si sarebbe limitata a segnalare circostanze oggettive i cui effetti sarebbero stati ponderati da una differente autorità che ha ritenuto ostative tanto le intervenute modifiche abusive all'immobile quanto il fatto che avverso la sentenza di cui si chiede l'esecuzione è stato proposto appello, con possibili ulteriori differenti sviluppi.
In vista della camera di consiglio del 22 ottobre 2015 la resistente ha depositato, fuori termine, delle note di udienza, alla cui acquisizione la difesa della ricorrente non si è opposta.
Dopo approfondito dibattito tra i difensori delle parti, la causa è stata assunta in decisione nella camera di consiglio del 22 ottobre 2015.

DIRITTO

Nell’odierno giudizio viene in esame una controversia avente ad oggetto la mancata o incompleta esecuzione di una sentenza di primo grado, appellata e non sospesa, che riguarda la complessa vicenda che si è descritta in parte narrativa e, per l’effetto, l’avvenuto accertamento della formazione tacita della certificazione di agibilità dell’immobile della ricorrente.
Secondo quest’ultima, nelle comunicazioni intercorse tra il Comune e la Prefettura, il comportamento dell’Ente locale, che ha rappresentato la sussistenza di una condizione giuridica e di fatto difforme da quanto accertato dalla sentenza di cui si discute, sarebbe elusivo dell’efficacia della sentenza; secondo l’Ente, invece, il ricorso sarebbe inammissibile perché quest’ultima avrebbe efficacia autoesecutiva, non necessiterebbe di alcun comportamento esecutivo e gli atti posti in essere nel rapporto con la Prefettura sarebbero o privi di effettiva lesività in quanto mere comunicazioni interne, oppure produttivi di effetti lesivi direttamente riferibili ed imputabili alla sola Prefettura, cui sarebbero stati comunicati dati di riferimento che la stessa Autorità avrebbe autonomamente valutato, nella sua piena ed esclusiva responsabilità.
All’attento esame delle questioni proposte, le cui premesse si è reso necessario puntualmente riportare nella presente sentenza, il ricorso è fondato e si presta ad essere accolto nei seguenti termini.
Sotto un profilo strettamente formale, non v’è dubbio che la sentenza di primo grado di cui si discute, uniformandosi al coerente orientamento manifestato dal giudice di appello in sede cautelare, ha chiaramente accertato che si era formato il titolo abilitativo all’uso del fabbricato nei termini invocati da parte ricorrente per silenzio assenso ed in questa parte la decisione è ovviamente auto esecutiva (mentre, nella parte in cui condanna il Comune di Palestrina al risarcimento del danno da liquidarsi ad opera dello stesso Ente secondo i criteri indicati, la sentenza richiede una esplicita attività di esecuzione, sulla quale si tornerà oltre).
E’ altrettanto evidente che il Comune, nelle comunicazioni intercorse con la Prefettura, ha ritenuto di rappresentare la propria ricostruzione della situazione, ovvero quella stessa valutazione delle condizioni di agibilità dell’edificio che erano state poste a fondamento degli atti impugnati ed annullati con la sentenza di primo grado, così allegando una situazione giuridica e di fatto dell’immobile mancante dell’elemento – attualmente, anche se non definitivamente, efficace – dell’accertamento operato in sede giurisdizionale circa la non corrispondenza di quanto affermato dal Comune alla reale situazione sia di fatto che giuridica.
La responsabilità che l’Ente si è assunto nell’indirizzare informazioni incomplete all’Autorità prefettizia, concorrendo a determinarne il convincimento in senso negativo per la controparte dell’odierna ricorrente, e le relative conseguenze (sia sul piano del rapporto di leale collaborazione tra l’Ente locale e l’Autorità governativa, sia sul piano del rapporto con i terzi che, a loro volta, si rapportavano con la Prefettura) non possono essere oggetto di accertamento nell’odierna sede giurisdizionale, posto che, come correttamente eccepito dalla difesa del Comune, ogni questione di legittimità dei relativi atti potrà essere scrutinata solo se ed in quanto sia o dovesse essere proposto un apposito ricorso per il loro annullamento da parte di chi ne abbia titolo (con salvezza, ovviamente, di ogni iniziativa del Prefetto).
Ciò posto, il Collegio non può però ritenersi pago di una soluzione della controversia e della fattispecie nei termini esposti, che sarebbe inaccettabilmente formale.
Osta, invero, alla tesi dell’Ente l’insegnamento della giurisprudenza e, nella specie, non può non farsi riferimento ai principi solennemente affermati dall’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato in tema di esecuzione del giudicato (sent. del 15 gennaio 2013, nr. 2), secondo cui “la riedizione del potere successiva al giudicato è assoggettata a precisi limiti e vincoli, che riposano nell'esigenza di dare esecuzione secondo buona fede alla decisione giurisdizionale amministrativa: la p.a., infatti, ha l'obbligo di soddisfare la pretesa del ricorrente vittorioso e di non frustrare la sua legittima aspettativa con comportamenti elusivi. In questo senso, occorre che la p.a. attivi una leale cooperazione per dare concreta attuazione alla pronuncia giurisdizionale anche e soprattutto alla luce del fatto che nell'attuale contesto ordinamentale la risposta del g.a. è caratterizzata da un assetto soggettivo, inteso come soddisfazione di una specifica pretesa. E se è vero che la sua soddisfazione non può prescindere dall'ottimale assetto di tutti gli interessi coinvolti, ivi compresi quelli pubblici, è anche vero che ciò non può e non deve costituire un alibi per sottrarsi al doveroso rispetto del giudicato”.
In questo senso, “una eventuale "nuova operazione valutativa" compiuta dall'amministrazione successivamente al giudicato deve dimostrarsi il frutto della costatazione di una palese e grave erroneità del giudizio precedente, e come tale non può rivelarsi come l'espressione di una gestione ondivaga e contraddittoria del potere, dal momento che in questo caso risulterebbe contrastante, nella prospettiva pubblicistica, con il principio costituzionale del buon andamento e, in quella privatistica, con i principi di correttezza e buona fede; ovviamente, poi, la relativa argomentazione deve essere tanto più esplicita e pregnante nel caso in cui il riesame sia effettuato dagli stessi soggetti del primo giudizio”.
Va tenuto altresì presente che, secondo la giurisprudenza, “in sede di esecuzione del giudicato assumono rilievo le sopravvenienze normative o di fatto, a cui si attribuisce la capacità di limitare o escludere gli effetti ulteriori del giudicato , imponendo al giudice, in sede di esecuzione di questo, di integrare e talora addirittura di variare le statuizioni della decisione da eseguire; perciò, al momento dell'ottemperanza alla decisione si deve indagare se il ripristino della posizione soggettiva (illegittimamente) sacrificata risulti compatibile con lo stato di fatto e di diritto medio tempore prodottosi; il privato pregiudicato da tali sopravvenienze potrebbe eventualmente domandare il risarcimento dei danni qualora vi sia stato un ritardo nell' esecuzione di detto giudicato” (T.A.R. Latina Lazio sez. I, 8 febbraio 2013, n. 145), ferma restando, in ogni caso, l’irrilevanza delle sopravvenienze di fatto o di diritto successive al giudicato (Consiglio di Stato, V, 13 giugno 2012, nr. 3468) per quanto riguarda le situazioni giuridiche istantanee, mentre quelle durevoli saranno soggette agli eventuali mutamenti normativi successivi al giudicato “nel solo tratto dell'interesse che si svolge successivamente al giudicato , determinando non un conflitto, ma una successione cronologica di regole che disciplinano la situazione giuridica medesima” (Consiglio di Stato sez. VI, 13 febbraio 2013, n. 898).
Quanto affermato sull’obbligo di leale esecuzione del giudicato non può che applicarsi anche alla fattispecie nella quale l’azione della P.A. sia governata da una decisione di primo grado, appellata e non sospesa, che è immediatamente ed attualmente esecutiva, differenziandosi tale condizione da quella in cui la sentenza è passata in giudicato solo sotto il profilo della definitività degli effetti e della immodificabilità della statuizione, non certo sotto il profilo della cogenza immediata dell’accertamento pronunciato inter partes e dei relativi corollari di buona fede, lealtà e collaborazione che si sono dapprima evidenziati.
Nella nota 264/A.O./2015 del 13 maggio 2015, il Sindaco del Comune di Palestrina così riferisce: “facendo seguito alla nota del 29.4.2015 prot. 6317 ed ai colloqui intercorsi, si ribadisce che: - l’immobile….è provvisto del certificato di agibilità per il solo piano interrato destinato ad Hotel, mentre tutti i restanti piani (ter, primo e secondo) sono sprovvisti di agibilità; ….alla luce di quanto sopra, si ritiene doveroso rappresentare ed evidenziare che le suddette strutture non sono idonee, in quanto sprovvisti della prescritta agibilità, ad ospitare cittadini stranieri richiedenti protezione” internazionale.
Il Comune, nel rappresentare al Prefetto una condizione di fatto e di diritto differente da quella accertata, senza operare alcun riferimento all’avvenuta conclusione del processo ed alle conseguenti risultanze, ha gravemente mancato ai propri doveri di leale cooperazione con l’odierna ricorrente, perché, di fatto, ha assunto un comportamento di consapevole disapplicazione di quell’effetto autoesecutivo della pronuncia che oggi invoca a propria difesa.
Si deve quindi chiarire che quando l’accertamento contenuto in una sentenza di primo grado possiede connotati e caratteri di autoesecutività, il principio secondo cui non è necessaria un’attività specifica di applicazione della pronuncia da parte dell’Amministrazione non vale ad escludere che sussiste un preciso obbligo di fattiva cooperazione da parte di quest’ultima consistente nel divieto di porre in essere comportamenti positivi di segno contrario all’accertamento, specie sotto il profilo non provvedimentale come quello che è impegnato da comunicazioni inter-istituzionali come quelle in esame, che, in quanto lesive dell’assetto di interessi che si fonda sulla sentenza di primo grado, sono illegittime.
Naturalmente, è salva, in linea di principio, l’ipotesi che residuino margini di esercizio del potere e questi ultimi siano in concreto utilizzati dall’Amministrazione: nel caso di specie, la difesa dell’Ente rappresenta che la ricorrente avrebbe posto in essere attività edilizie di alterazione dello stato dei luoghi con conseguente venir meno delle condizioni (comunque contestate) di originaria agibilità.
Tuttavia, non risulta che il certificato di agibilità possa decadere con automatismi di alcun genere per effetto di attività edilizie del proprietario dell’immobile, rendendosi sempre necessario uno specifico provvedimento dell’Ente che accerti che quelle determinate alterazioni hanno comportato la decadenza dell’agibilità.
Neppure può avere alcun rilievo la circostanza che la nota prot. 264/2015 del Comune di Palestrina non avendo contenuto provvedimentale non può essere oggetto di gravame, o non avrebbe comunque effetto lesivo per l’interesse della ricorrente, perché il suo contenuto certificativo le assegna un valore di atto pubblico in senso oggettivo, produttivo di specifici effetti che hanno inciso concretamente nella situazione giuridica della ricorrente proprio in quanto concretizzanti una elusione della sentenza.
Da quanto sopra deriva che il ricorso è fondato e merita accoglimento nei sensi indicati.
Parte ricorrente, al fine di ottenere chiarezza sulla condizione dell’immobile, ha invitato e diffidato il Comune a dare esecuzione alla sentenza impugnata, attività che, in presenza di avvenute comunicazioni di segno contrario alla decisione appellata e non sospesa, si dovrà tradurre nell’adozione delle specifiche informazioni volte a correggere la rappresentazione della fattispecie (ovvero evidenziando che, in virtù dell’attuale effetto conformativo discendente dalla sentenza di cui si tratta, si è formato il provvedimento di agibilità tacito, oltre alla circostanza che il Comune ha appellato la sentenza stessa) e che il Comune dovrà indirizzare alla Prefettura richiedente, così come da richiesta che la ricorrente ha inoltrato al Comune via PEC in data 4 settembre 2015.
Inoltre, non risultando avvenuta la liquidazione della misura del risarcimento che la sentenza nr. 8035/2012 ha demandato allo stesso Ente locale, i relativi responsabili dovranno provvedere in tal senso formalizzando la necessaria proposta alla ricorrente, nel rispetto di quanto statuito, con apposito procedimento in contraddittorio con la parte ricorrente; l’erogazione delle relative somme, salva ogni determinazione transattiva laddove ne ricorrano i presupposti, potrà essere subordinata alla conclusione del giudizio di appello.
Non v’è luogo, invece, all’esame della domanda di risarcimento articolata al secondo punto del ricorso: intanto allo stato, non può predicarsi l’esito che produrranno le informazioni corrette che il Comune dovrà rivolgere al Prefetto, ai fini dell’attivazione del servizio di accoglienza dei cittadini richiedenti protezione internazionale, posto che la Prefettura potrebbe ancora confermare l’assegnazione del servizio alla cooperativa promittente locatrice dell’immobile della ricorrente, anche se con salvezza di ogni decisione all’esito dell’appello; inoltre, non è dato conoscere l’incidenza delle alterazioni della struttura che il Comune ha accertato sull’agibilità dell’immobile e dunque non può ipotizzarsi all’attualità una certa possibilità o comunque una chance che esso possa realmente venire adibito al servizio indicato.
L’esecuzione della sentenza nr. 8035/2012 nel senso di quanto sin qui indicato, dovrà essere compiuta entro il termine del 30 gennaio 2016.
Nel caso di mancata o incompleta esecuzione della presente sentenza, si insedierà senza indugio, su istanza della parte interessata, il commissario ad acta che sin d’ora si nomina nella persona del Segretario Generale del Comune di Velletri, con facoltà di delega a personale dell’Ente, in possesso della necessaria qualifica ed esperienza, il quale provvederà in via sostitutiva, entro l’ulteriore termine di 60 (sessanta) giorni, previa verifica della persistente inottemperanza da parte dell’Amministrazione dell’esecuzione della presente sentenza.
Il relativo compenso, che viene posto sin da ora a carico del Comune soccombente, sarà liquidato con separato provvedimento ad avvenuto espletamento dell’incarico, dietro presentazione di documentata richiesta e di una relazione illustrativa sull’attività espletata.
Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo, in misura che tiene conto delle ragioni dell’accoglimento del ricorso.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Seconda Ter)
definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie nei sensi e nei limiti di cui in parte motiva e, per l’effetto, ordina al Comune di Palestrina di provvedere in conformità alla sentenza nr. 8035 del 14 e 26 marzo 2012, depositata il 24 settembre 2012, secondo quanto in parte motiva prescritto.
Nomina sin d’ora, per il caso di mancata o incompleta esecuzione della sentenza nr. 8035/2012, il commissario ad acta nella persona del Segretario Generale del Comune di Velletri, , con facoltà di delega a personale dell’Ente in possesso della necessaria qualifica ed esperienza, il quale provvederà in via sostitutiva, entro l’ulteriore termine di 60 (sessanta) giorni, previa verifica della persistente inottemperanza da parte dell’Amministrazione dell’esecuzione della presente sentenza.
Le spese e gli onorari del Commissario ad acta, se dovuti per effetto dell’insediamento, sono posti a carico del Comune di Palestrina e saranno liquidati con separato atto a presentazione della relazione sull’incarico svolto.
Condanna il Comune di Palestrina alle spese e competenze del presente giudizio che liquida in euro 1.000,00 oltre accessori e refusione del contributo unificato.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa e manda alla Segreteria giurisdizionale di comunicarne copia al Segretario Generale del Comune di Velletri, ai fini di quanto indicato in parte motiva.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 22 ottobre 2015 con l'intervento dei magistrati:
Renzo Conti, Presidente
Giuseppe Rotondo, Consigliere
Salvatore Gatto Costantino, Consigliere, Estensore



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