a cura del Dott. Francesco Barchielli



T.R.G.A. Trento, Sezione Unica, 14 gennaio 2016


A fronte dell’istanza con cui il privato sollecita l’amministrazione all’annullamento e/o la revoca in autotutela della concessione in sanatoria, sorgere in capo a quest’ultima un obbligo di provvedere? Il silenzio serbato su una richiesta di tal fatta è configurabile come inadempimento?

SENTENZA N. 19

Quanto al fatto che il Comune di Pejo non abbia mai risposto alla nota del 25 maggio 2015, con cui il Dalla Torre ha chiesto l’annullamento e/o la revoca in autotutela della concessione in sanatoria, occorre precisare che la legge non riconosce al privato alcun interesse giuridicamente tutelato all'esercizio dell’autotutela amministrativa. Il potere di autotutela resta infatti un potere ampiamente discrezionale e, per costante giurisprudenza, la richiesta dei privati interessati rivolta all’Amministrazione affinché eserciti detto potere si traduce in una mera denuncia, con funzione sollecitatoria, ma che non fa sorgere in capo a quell'Amministrazione alcun obbligo di provvedere. Ne consegue che il silenzio serbato su una richiesta di tal fatta non è configurabile come inadempimento (cfr. C.d.S., fra tante, sez. V, 25.7.2014, n. 3964; sez. VI, 7.1.2014, n. 12; sez. VI, 11.2.2013, n. 767).

FATTO e DIRITTO

1. Il ricorrente è proprietario di un orto della superficie di 117 mq., catastalmente individuato dalla p.f. 65/1 a Celentino di Pejo. L’orto, sul lato sud-est, confina con un’area prativa di proprietà del controinteressato Daprà, catastalmente individuata dalla p.f. 61/1, a sua volta contigua all’edificio individuato con la p.ed. 48/1.
2. Con concessione edilizia n. 39, del 17 dicembre 2012, il Daprà fu autorizzato a realizzare una legnaia su quell'area prativa, a servizio dell’adiacente abitazione di sua proprietà.
3. Ancora nel mese di giugno 2013 il sig. Dalla Torre segnalò all’Amministrazione comunale che sul confine di proprietà il vicino Daprà aveva edificato, “tempo fa”, un muro di contenimento di “notevole altezza tenuto assieme con dei tiranti in ferro”, alla sommità del quale aveva realizzato la legnaia concessionata.
Nel novembre dello stesso anno 2013, tramite il suo procuratore, il ricorrente formalizzò l’istanza di accesso agli atti del procedimento concessorio, che fu evasa dal Comune in parte il successivo 16 dicembre 2013 e, per altra parte, il 27 febbraio 2014.
Un anno dopo, ossia nel mese di novembre 2014, il Dalla Torre chiese alla Provincia, ai sensi degli artt. 139 e 140 della legge urbanistica provinciale, di annullare la concessione edilizia n. 39 del 2012, in forza della quale, a sua detta, era stata edificata una legnaia non pertinenziale e non rispettosa dei criteri tipologici paesaggistico-ambientali locali, ma, soprattutto, perché sul confine tra le due proprietà era stato edificato un muro di contenimento non rispettando le distanze di legge, muro che aveva consentito di creare il terrapieno sul quale era stata eretta la legnaia.
4. L’Ufficio tecnico comunale effettuò un sopralluogo e misurazioni sui luoghi di causa, di cui al rapporto prot. n. 871, di data 6.2.2015.
All’esito di quell’accertamento, l’Amministrazione emanò l’ordinanza ingiunzione n. 2, prot. n. 873, del 6.2.2015, con cui, premesso che la sopraelevazione della muratura non era stata autorizzata, ordinò la rimessa in pristino della situazione antecedente l’intervento.
5. Il successivo 16 febbraio l’Amministrazione avviò il procedimento per l’annullamento in autotutela della concessione edilizia n. 39 del 2012, inviando la relativa comunicazione al titolare Daprà e al vicino (odierno ricorrente) Dalla Torre, e assegnando 90 giorni per la presentazione delle osservazioni di rito.
Il ricorrente, conosciuta da tale ultima comunicazione l’esistenza dell’ingiunzione di ripristino del 6 febbraio, ne chiese copia, fornita dall’Amministrazione il successivo 25 febbraio 2015.
6. Il 24 marzo 2015 il sig. Daprà depositò in Comune la domanda di concessione edilizia in sanatoria.
Di tale fatto il Comune notiziò prontamente il ricorrente, che il 3 aprile 2015 presentò domanda di accesso agli atti, istanza alla quale l’Amministrazione ha corrisposto in data 13 aprile, trasmettendo copia della domanda di sanatoria e del verbale di sopralluogo del 6.2.2015, con l’allegata documentazione tecnica e fotografica, e assegnando 10 giorni per le osservazioni di rito.
7. Il titolo edilizio in sanatoria - che ha riguardato la sopraelevazione del terrapieno per un’altezza inferiore a 1,50 m. e un modesto ridimensionamento della legnaia - è stato rilasciato con provvedimento n. 9/2015, del 27 aprile 2015.
Con nota del 28-30 aprile il ricorrente presentò le proprie controdeduzioni all’istanza di sanatoria del Daprà, alle quali l’Amministrazione ha dato riscontro in data 30 aprile, informando tuttavia che il provvedimento di sanatoria era già stato rilasciato il precedente 27 aprile.
8. Il sig. Dalla Torre chiese allora copia del titolo in sanatoria e della documentazione correlata, ottenendo il tutto in data 15 maggio 2015. Al che seguì, in data 25 maggio 2015, la presentazione della richiesta di annullamento in autotutela della concessione in sanatoria, alla quale l’Amministrazione non ha però corrisposto.
9. Il sig. Dalla Torre ha allora impugnato in questa sede la concessione in sanatoria del 27 aprile 2015 ma anche la presupposta concessione edilizia del 17 dicembre 2012.
Il ricorso, notificato in data 29 giugno 2015, è affidato alle seguenti censure:
I - violazione degli artt. 135 e 58 della l.p. 4.3.2008, n. 1, e dell’art. 10 della deliberazione della Giunta provinciale n. 2023, del 3.9.2010; violazione dell’art. 86, comma 1, lett. b), delle norme tecniche di attuazione del p.r.g. di Pejo; eccesso di potere per erronea rappresentazione della realtà, carenza dei presupposti e per difetto assoluto di istruttoria;
il ricorrente asserisce che prima dei lavori contestati il piano del terreno naturale dei due fondi era alla medesima quota e formava un unico terrazzamento;
II - violazione degli artt. 8 e 10 della l. 7.8.1990, n. 241; eccesso di potere per difetto di istruttoria, per contraddittorietà con precedenti provvedimenti assunti e comunque per violazione del principio del legittimo affidamento del privato nei confronti della Pubblica amministrazione;
il ricorrente lamenta la mancata valutazione del suo apporto procedimentale, avendo il Comune rilasciato la concessione in sanatoria prima del termine assegnatogli;
III - violazione dell’art. 129, comma 6, della l.p. n. 1 del 2008, degli artt. 16 e 48 delle norme di attuazione del P.U.P. approvate con l.p. n. 5 del 2008, dell’art. 3 delle n.t.a. della l.p. 7.8.2003, n. 7; violazione della deliberazione della Giunta provinciale n. 2919, di data 27.12.2012; violazione dell’art. 86 delle norme tecniche di attuazione del p.r.g. di Pejo; eccesso di potere per erronea rappresentazione della realtà e carenza dei presupposti e per difetto assoluto di istruttoria;
il ricorrente contesta l’intervenuta sanatoria del manufatto adibito a legnaia;
IV - violazione dell’art. 58 della l.p. n. 1 del 2008, dell’art. 8, comma 5, e dell’art. 10 della deliberazione della Giunta provinciale n. 2023, di data 3.9.2010; violazione dell’art. 873 del c.c.;
il ricorrente afferma che il muro realizzato a sostegno del terrapieno artificiale invaderebbe la sua proprietà.
10. Si è costituita in giudizio l’Amministrazione comunale di Pejo, pregiudizialmente eccependo la tardività del ricorso avverso la concessione edilizia rilasciata il 17 dicembre 2012, atteso che lo stesso ricorrente ha specificato di averne avuto conoscenza non solo a seguito dei lavori realizzati dal Daprà ma anche nel novembre 2013 quando effettuò l’accesso agli atti. La difesa dell’Amministrazione ha poi argomentato puntualmente al fine di chiedere la reiezione dell’impugnazione nel merito.
11. Con la memoria del 24 novembre 2015 parte ricorrente ha controdedotto all’eccezione di tardività, ritenendo che nell’ambito del procedimento e del provvedimento di rilascio della sanatoria del 27 aprile 2015 sia necessariamente rientrato anche il riesame della pregressa concessione edilizia del 2012, per cui le censure alla stessa non potrebbero essere ritenute tardive.
12. All’udienza pubblica del 15 dicembre 2015, alla presenza dei procuratori delle parti, il ricorso è stato chiamato e quindi trattenuto per la decisione.
13.1. Pregiudiziale alla trattazione del merito è l’esame della questione di rito sollevata dall’Amministrazione resistente, a detta della quale il presente ricorso, notificato in data 29 giugno 2015, sarebbe tardivo per la parte in cui le censure si appuntano avverso la concessione edilizia datata 17 dicembre 2012, avendo il ricorrente Dalla Torre avuto conoscenza di quel titolo abilitativo e, soprattutto, dell’esecuzione e del completamento dei lavori di cui si discute, in epoca ben antecedente ai sessanta giorni utili precedenti all’introduzione della presente vertenza giurisdizionale.
Al riguardo, la difesa del Dalla Torre afferma che nell’ambito del procedimento finalizzato al rilascio del titolo in sanatoria (provvedimento, quest’ultimo, impugnato tempestivamente) “è rientrata, o comunque doveva necessariamente rientrare anche la pregressa concessione edilizia”, e che “è indubbio che il procedimento da cui è poi scaturito il rilascio del titolo edilizio in sanatoria non può che aver ricompreso anche la verifica della legittimità della concessione edilizia n. 39/2012” (cfr. pagg. 4 e 5 memoria di data 24.11.2015).
13.2. In termini generali, il Collegio deve anzitutto rammentare che nella materia dell’edilizia il termine decadenziale di impugnazione decorre dall’esecuzione ovvero dal completamento dei lavori e, comunque, dal momento in cui sono apprezzabili materialmente le dimensioni e le caratteristiche delle opere asseritamente lesive, e quindi, l'entità delle violazioni urbanistiche ed edilizie che si assumono commesse, con la sola eccezione del caso in cui il ricorrente contesti in radice la stessa possibilità di edificazione in quel luogo (cfr., in termini, C.d.S., sez. V, 4.9.2013, n. 4409; sez. IV, 5.4.2013, n. 1904, e 26.3.2013, n. 1699).
Quanto, poi, al punto di equilibrio fra la sufficienza della conoscenza di fatto dell'esecuzione di opere edili asseritamente abusive con il principio della piena conoscenza degli atti o dei provvedimenti per far decorrere il termine di impugnazione, esso è stato individuato nel far coincidere il dies a quo del termine decadenziale con il momento in cui, in relazione allo stato dei lavori, sia oggettivamente apprezzabile lo scostamento dal paradigma legale (cfr. C.d.S., sez. IV, 21.1.2013, n. 322).
Sul punto, questo Tribunale ha avuto occasione di precisare che la tutela dell'amministrato non può spingersi ogni oltre limite temporale ed in base ad elementi puramente esteriori e formali, o ad atti lasciati alla sua libera iniziativa (quali una formale richiesta d'accesso al titolo abilitante un intervento già concluso); in tal modo, infatti, l'attività dell'Amministrazione e le iniziative dei controinteressati sarebbero esposte indefinitivamente, o per tempi dilatati, ad impugnazioni, anche da parte di chi non si renda parte diligente nel far valere la pretesa entro i limiti temporali di decadenza dall’azione (cfr. T.R.G.A. Trento, 24.10.2013, n. 346; C.d.S., sez. IV, 12.6.2009, n. 3730; n. 322 del 2013, cit.).
13.3. Calando detti principi nella vicenda di causa, si deve riscontrare che, dal quadro documentale versato in atti, emerge con assoluta certezza che il ricorrente ha avuto piena contezza della portata e dell’attuazione dei lavori eseguiti dal concessionario già nel mese di giugno 2013, quando ha chiesto chiarimenti all’Amministrazione comunale asserendo che il Daprà “tempo fa ha costruito sul confine che divide la mia proprietà p.f. 65/1 con la sua p.f. 61/1 un muro in elevazione di una notevole altezza … sullo stesso sta costruendo una struttura in c.a. con progetto autorizzato dal Comune” (cfr. doc. n. 4 in atti del ricorrente). In ogni caso, egli ha poi avuto piena conoscenza del contenuto della concessione edilizia a seguito della formale acquisizione del documento, e degli atti procedimentali ad esso correlati, avvenuta nel periodo tra dicembre 2013 e febbraio 2014 (cfr. documentazione relativa alle istanze di accesso del 18.11.2013 e del 27.2.2014 - doc. n. 6, n. 7 e n. 8 in atti del ricorrente).
13.4. Ne deriva che tra l’estate 2013 e, al più tardi, il mese di febbraio 2014 il ricorrente era compiutamente a conoscenza dell'iniziativa edificatoria eseguita dal suo vicino, la quale mostrava in modo certo e univoco le caratteristiche poi contestate, sia con riguardo alla posizione e all’altezza del muro (e del correlato terrapieno), sia con riferimento all’edificazione della sovrastante legnaia, della sua collocazione rispetto all’edificio principale, delle sue caratteristiche strutturali e tipologiche. Pertanto, già a quel tempo l’interessato era perfettamente in grado di analizzare e di valutare l'incidenza effettiva dei lavori sulla sua posizione giuridica, tanto che nell’autunno dello stesso anno 2014 ha chiesto alla Provincia, con argomentazioni riprese nel ricorso all’esame, di annullare il titolo edilizio rilasciato dal Comune al Daprà, in applicazione degli artt. 139 e 140 della legge provinciale in materia di urbanistica (cfr. doc. n. 5 in atti dell’Amministrazione).
Consegue a ciò che le censure avverso il titolo edificatorio del 2012 sono irricevibili per tardività.
14. Sono invece ammissibili, perché tempestivamente introdotte, le censure avverso il titolo edilizio in sanatoria n. 9/2015, rilasciato in data 27 aprile 2015 e conosciuto dal ricorrente il successivo 15 maggio.
Rispetto a tale ultimo provvedimento occorre però precisare che non è condivisibile la tesi prospettata da parte ricorrente, a detta del quale il relativo procedimento avrebbe “ri-verificato la legittimità dell’originaria concessione” la quale, di conseguenza, sarebbe integralmente contestabile in questa sede.
Vale sul punto osservare che l’istanza di sanatoria è stata presentata a seguito dell’ingiunzione di rimessa in pristino n. 2 del 2015 che aveva per oggetto solo la “sopraelevazione delle murature”, realizzata in assenza di titolo, secondo quanto accertato dall’allegato verbale di sopralluogo del 6.2.2015 (cfr. doc. n. 9 in atti del Comune), il quale, a sua volta, menzionava anche “leggeri difformità nella realizzazione della legnaia”.
Con la relativa domanda il Daprà ha pertanto chiesto, unicamente, la legittimazione edilizia della contestata “sopraelevazione muraria” (affermando che la stessa presenta un’altezza variabile da 1,13 a 1,30 m.) nonché del “leggero ridimensionamento della legnaia”, posto che “la superficie coperta si è ridotta passando da mq. 6,30 a mq. 5,85” e che “le altezze sono state leggermente ridimensionate con l’estradosso della banchina superiore passata da ml. 2,64 a ml. 2,30 mentre l’estradosso della banchina inferiore passata da ml. 2,20 a ml. 2,10”, il tutto con la precisazione che “il leggero dimensionamento altimetrico del manufatto ne riduce l’impatto complessivo”.
Di conseguenza, il provvedimento rilasciato in sanatoria ha per oggetto esclusivamente “la sopraelevazione del terrapieno” e i menzionati “lavori difformi di costruzione della legnaia”. È dunque entro tali precisi limiti che il procedimento per il rilascio del nuovo titolo edilizio ha, per usare la terminologia di parte ricorrente, “ri-verificato la legittimità dell’originaria concessione edilizia”.
Altrimenti opinando, ossia se l’impugnazione di un titolo in sanatoria potesse consentire di rimettere in discussione tutti gli aspetti del primo titolo che aveva autorizzato l’edificazione, tale utilizzo del rimedio giurisdizionale integrerebbe una via attraverso la quale eludere l'onere di impugnare tempestivamente, entro l'ordinario termine decadenziale, l’originaria concessione edilizia.
15.1. Tanto precisato, il Collegio passa ora all’esame del merito del ricorso.
Con il primo motivo il ricorrente contesta la legittimità non della sopraelevazione ma dell’intero terrapieno e della costruzione di tutto il muro di sostegno, affermando per l’appunto che, prima dell’intervento, il piano del terreno naturale dei due fondi era alla medesima quota e formava un unico terrazzamento; che il confine era delimitato non da un muro bensì da una staccionata in legno; che tanto sarebbe confermato dalle due perizie redatte, su suo incarico, dal geom. Grandi e datate entrambe aprile 2015 (doc. n. 18 e n. 19); che, pertanto, la ricostruzione dello stato dei luoghi operata dal tecnico del controinteressato, ing. Zambotti, sarebbe difforme dalla realtà; che, in definitiva, il muro e il terrapieno sarebbero stati costruiti ex novo ed elevati di 1,90 m. a confine con la sua proprietà e di 2,93 m. sull’altro angolo, a confine con la p.f. 68/2.
15.2. Il motivo è privo di pregio.
Nonostante parte ricorrente affermi e ribadisca in tutti i suoi scritti che, anteriormente all’intervento edilizio qui all’esame, il livello dei fondi di causa era complanare, il fatto è smentito dal verbale di sopralluogo prot. n. 871, di data 6.2.2015, redatto, unitamente alle allegate rappresentazioni grafiche, dal tecnico comunale (cfr. doc. n. 7 e n. 8 in atti dell’Amministrazione, depositati il 3.11.2015). Ebbene, dai rilievi effettuati dagli uffici comunali risulta che sui luoghi di causa un muro, definito “storico”, era preesistente (evidenziato con il colore grigio) e che la sua sopraelevazione (evidenziata con il colore verde) a confine tra le pp.ff. 65/1 e 61/1 misura 1,3 m., altezza che va decrescendo verso monte. La relazione afferma anche, testualmente, che “da una attenta analisi delle fotografie relative agli edifici … si evince che i muri perimetrali con il relativo terrapieno della p.f. 61/1 sulla quale poi è stata realizzata la legnaia … all’epoca erano più bassi” e che “le opere effettuate in assenza della concessione edilizia consistono nella sopraelevazione dei muri perimetrali con realizzazione di un terrapieno le cui quantità sono riportate in verde nell’elaborato tecnico allegato”.
E con riferimento a tale verbale di accertamento - ottenuto dal ricorrente, a seguito di istanza di accesso, in data 13 aprile 2015 (cfr. doc. n. 12 e n. 13 in atti dell’Amministrazione, depositati il 3.11.2015) - il Collegio deve osservare che non solo è rimasto in questa sede incontestato, ma anche che la giurisprudenza del giudice amministrativo gli riconosce la natura di atto pubblico dotato di fede privilegiata, nel senso che fa “fede dei fatti accertati”, fino a querela di falso ai sensi dell’art. 2700 c.c. (cfr., da ultimo, T.R.G.A. Trento, 5.12.2012, n. 356; C.d.S., sez. V., 3.11.2010, n. 7770).
Pertanto, se il ricorrente avesse voluto contestare le risultanze in esso descritte aveva l'onere di introdurre l'apposito procedimento di querela di falso dinnanzi al Giudice civile. In difetto della predetta querela, occorre porre a base della presente decisione le risultanze che, univocamente, emergono dal verbale di sopralluogo in esame (cfr., in termini, C.d.S., sez. IV, 14.2.2012, n. 703).
15.3. Ne consegue che dagli atti di causa risulta che la sopraelevazione oggetto di sanatoria è stata contenuta entro il limite di 1,5 metri, misura massima stabilita dall’art. 10, comma 1, lett. a), dell’allegato 2 alla deliberazione della Giunta provinciale n. 2023 del 2010, per la realizzazione di terrapieni sul confine di proprietà.
Deve poi osservarsi che l’art. 13 dell’allegato 2 alla deliberazione ora citata dispone che, ai sensi dell’art. 58, comma 1, e dell’art. 150, comma 4 bis, della legge urbanistica provinciale, le disposizioni contenute nella medesima deliberazione prevalgono su quelle degli strumenti urbanistici comunali difformi, fatta salva la sussistenza di eventuali norme più restrittive. E in tale ultima fattispecie non può certo rientrare l’invocato disposto dell’art. 86, primo comma, lett. b), delle norme tecniche d’attuazione del piano regolatore comunale di Pejo, laddove è prescritto che nelle zone a orto, a giardino o a verde degli spazi privati e pubblici degli edifici “non è consentita l’alterazione sostanziale dell’andamento orografico”. Difatti, il visto incremento del dislivello esistente, in una zona declive già connota da terrazzamenti posti a vari livelli, come è risultato incontestato tra le parti, non integra alcuna essenziale deformazione dei luoghi.
16.1. Con il secondo motivo il deducente si duole del fatto che il proprio apporto nel procedimento di rilascio del titolo in sanatoria, prodotto con nota datata 28 aprile 2015 e giunta all’Amministrazione il giorno 30 aprile, non sia stato preso in considerazione poiché il Comune aveva già rilasciato la concessione in sanatoria il giorno 27 aprile. Sicché egli afferma che il Comune ha disatteso il termine assegnatogli per le osservazioni di rito, termine anche vincolante, perché autoimposto, per la stessa Amministrazione. Ulteriormente, egli lamenta che è rimasta priva di riscontro anche la sua successiva istanza, di revoca e/o di annullamento in autotutela della concessione in sanatoria, presentata il 25 maggio 2015 (cfr. doc. n. 23 in atti del ricorrente).
16.2. Il motivo è privo di pregio.
Il ricorrente, saputo dall’Amministrazione della presentazione della “domanda di sanatoria” da parte del Daprà, ne ha immediatamente chiesto “copia integrale”, unitamente al “verbale di sopralluogo con relativa documentazione tecnica e fotografica allegata” (cfr. nota del 3.4.2015 - doc. n. 12 in atti del Comune).
Il responsabile dell’ufficio tecnico ha risposto in data 13 aprile, con nota inviata a mezzo di posta certificata al procuratore del deducente, trasmettendo i documenti richiesti e assegnando il termine di 10 giorni per le controdeduzioni procedimentali (cfr. doc. n. 13 e n. 14 in atti del Comune).
16.3. È vero che quest’ultima nota comunale del 13 aprile reca in oggetto anche la dizione “comunicazione di avvio del procedimento di annullamento della concessione edilizia” ma si tratta, all’evidenza, di un “errore materiale”, probabilmente frutto del c.d. “copia e incolla” con dati testuali tratti dalla documentazione dell’altro procedimento attivato dall’Amministrazione, nel quale, effettivamente, era stato assegnato il termine di 90 giorni per le controdeduzioni procedimentali (cfr. doc. n. 10 in atti del Comune).
Tale errore era facilmente riconoscibile dal complesso delle informazioni contenute nella lettera del 13 aprile tra cui il fatto che, di seguito, sempre nell’oggetto della stessa, si rinviene il riferimento alla “Vs. richiesta dd. 3 aprile 2015” la quale, come detto, era funzionale all’accesso alla documentazione del procedimento di sanatoria.
Da tale ricostruzione consegue che il termine assegnato per le osservazioni in rito era già spirato alla data del 27 aprile 2015, di stacco del titolo in sanatoria.
16.4. Sono prive di giuridico pregio anche le deduzioni “sugli oneri imposti al privato” e sui “termini di volta in volta mutabili”a causa della diversa “volubile scansione temporale” imposta dal Comune ai due procedimenti, rispettivamente di sanatoria e di annullamento. È infatti sufficiente ricordare che il termine di dieci giorni è ordinariamente utilizzato per la partecipazione procedimentale (cfr. art. 27 bis della l.p. n. 23 del 1992; art. 10 bis della l. n. 241 del 1990).
Nondimeno, su tale specifico punto occorre anche rilevare che le censure riferite alla distinta procedura di annullamento (che interessa quindi non solo il terrapieno ma anche la sovrastante legnaia) sono inconferenti in questa sede, atteso che l'art. 34, comma 2, c.p.a. vieta al giudice di pronunciarsi su poteri amministrativi non ancora esercitati. Il che è esattamente quel che si verificherebbe laddove quelle censure venissero esaminate, perché si finirebbe per pregiudicare l'azione amministrativa non ancora dispiegata.
16.5. Quanto al fatto che il Comune di Pejo non abbia mai risposto alla nota del 25 maggio 2015, con cui il Dalla Torre ha chiesto l’annullamento e/o la revoca in autotutela della concessione in sanatoria, occorre precisare che la legge non riconosce al privato alcun interesse giuridicamente tutelato all'esercizio dell’autotutela amministrativa. Il potere di autotutela resta infatti un potere ampiamente discrezionale e, per costante giurisprudenza, la richiesta dei privati interessati rivolta all’Amministrazione affinché eserciti detto potere si traduce in una mera denuncia, con funzione sollecitatoria, ma che non fa sorgere in capo a quell'Amministrazione alcun obbligo di provvedere. Ne consegue che il silenzio serbato su una richiesta di tal fatta non è configurabile come inadempimento (cfr. C.d.S., fra tante, sez. V, 25.7.2014, n. 3964; sez. VI, 7.1.2014, n. 12; sez. VI, 11.2.2013, n. 767).
17.1. Le censure introdotte con il terzo motivo - riferite al manufatto adibito a legnaia e realizzato sopra il terrapieno ancora nell’anno 2013 - sono in parte inammissibili e in parte irricevibili.
17.2. Le evidenziate difformità tra i rilievi contenuti nel verbale di sopralluogo e quanto imposto con l’ordinanza di ripristino sono inammissibili perché riferite a documenti non ritualmente impugnati; le deduzioni sulla sanzione applicata in sede di sanatoria, asseritamente oggetto di trattamento unitario anziché separato trattandosi di interventi diversi, sono inammissibili per carenza in capo al ricorrente di legittimazione e di interesse.
17.3. Con le censure seguenti del terzo mezzo il ricorrente afferma che l’edificazione della legnaia sarebbe avvenuta in carenza di indagini geologiche e geotecniche; lamenta che non è stata dimostrata, in sede preventiva, l’impossibilità di adibire a deposito di legna uno spazio ricavabile al piano terra dell’edificio; sostiene, che, in alternativa, il manufatto avrebbe dovuto essere posizionato nell'esistente area aperta frontistante la p.ed. 48/1 idonea a contenerlo con dimensioni analoghe a quello contestato; si duole che sia stato invece collocato innanzi alla facciata principale (che sarebbe quella prospiciente sulla p.f. 61/1) anziché sul retro dell’edificio (o, in alternativa, in aderenza a facciate secondarie); afferma che la nuova costruzione non costituirebbe pertinenza dell’edificio principale; denuncia che sarebbero state poste in essere una serie di violazioni esecutive rispetto al titolo rilasciato, quali il basamento in cemento armato anziché in calcestruzzo, una copertura sproporzionata rispetto alla superficie racchiusa nelle pareti verticali, che la legna verrebbe accatastata anche all’esterno della struttura sfruttando “l’abnorme copertura”.
Tale censure sono irricevibili per tardività. Le stesse, infatti, sebbene formalmente svolte con riferimento al provvedimento di sanatoria (che, a dire del ricorrente, avrebbe esaminato, o dovuto esaminare, ogni problematica da egli sollevata in sede procedimentale) si riferiscono in realtà alla concessione edilizia del 2012 tardivamente impugnata in base a quanto sopra esposto ai punti da 13.1 a 13.4. Per converso, come già detto, il titolo in sanatoria impugnato tempestivamente ha riguardato solo un modesto ridimensionamento sia in pianta che in altezza della legnaia, questioni che non sono state oggetto di puntuali censure, salvo la ripetizione della denuncia relativa all’omesso esperimento di indagini geologiche e geotecniche, all’evidenza infondata dato che è stata sanata unicamente la modesta riduzione dell’ingombro planivolumetrico del manufatto.
18. L’irricevibilità va dichiarata anche per il quarto motivo, con il quale parte deducente asserisce che il muro a sostegno del terrapieno artificiale realizzato sulla p.f. 61/1 oltrepasserebbe i confini esistenti con le particelle vicine e, nello specifico, anche con la p.f. 65/1, e che, pertanto, esso invaderebbe la sua proprietà.
Il mezzo è ancora una volta fondato sull’assunto che il muro sarebbe stato edificato interamente ex novo, il che però non è, come è già stato sopra rilevato, posto che la struttura legittimata con la sanatoria è limitata alla “sopraelevazione” del muro esistente, definito dallo stesso Comune “storico”.
Peraltro, non si può non osservare che, se è corretta la rappresentazione negli elaborati apprestati dall’ufficio tecnico comunale ove la base del muro (evidenziata in colore grigio) oltrepassa il confine catastale di proprietà (la cui linea è evidenziata in colore azzurro), la lagnanza qui svolta dal Dalla Torre trova origine in fatti risalenti, precedenti al titolo edilizio del 2012.
19. In conclusione, sulla base delle suesposte argomentazioni le censure svolte con il ricorso si sono rivelate in parte infondate e in parte irricevibili. Di conseguenza, il ricorso deve essere complessivamente respinto.
20. Le spese del giudizio seguono la regola della soccombenza e sono accollate alla parte ricorrente nella misura liquidata in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Regionale di Giustizia Amministrativa della Regione autonoma Trentino - Alto Adige / Südtirol, sede di Trento,
definitivamente pronunciando sul ricorso n. 293 del 2015
lo respinge.
Condanna il ricorrente al pagamento, in favore del Comune di Pejo, delle spese del giudizio, che si liquidano in complessivi euro 3.000,00 (tremila), oltre a oneri di legge.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'Autorità amministrativa.
Così deciso in Trento nella camera di consiglio del giorno 15 dicembre 2015 con l'intervento dei magistrati:
Roberta Vigotti, Presidente
Angelo Gabbricci, Consigliere
Alma Chiettini, Consigliere, Estensore




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