a cura del Dott. Francesco Barchielli



T.R.G.A. Trento, Sezione Unica, 13 gennaio 2016


Sull’apertura di finestre su area di proprietà comune e indivisa tra le parti: quali limiti incontra tale facoltà?

SENTENZA N. 14

Vale comunque precisare, in linea generale, che l'apertura di finestre su area di proprietà comune e indivisa tra le parti costituisce opera inidonea all'esercizio di un diritto di servitù di veduta, sia per il principio nemini res sua servit, sia per la considerazione che i cortili comuni, assolvendo alla precipua finalità di dare aria e luce agli immobili circostanti, sono ben fruibili a tale scopo dai condomini, cui spetta, pertanto, anche la facoltà di praticare aperture che consentano di ricevere aria e luce dal cortile comune o di affacciarsi sullo stesso, senza incontrare le limitazioni prescritte dagli artt. 905, 906 e 907 c.c., in tema di luci e vedute, a tutela dei proprietari dei fondi confinanti di proprietà esclusiva. In materia sussiste pertanto il solo limite, posto dall'art. 1102 c.c., di non alterare la destinazione del bene comune o di non impedirne l'uso da parte degli altri comproprietari (cfr. Cass. Civ., sez. II, 26.2.2007, n. 4386; sez. II, 9.6.2010, n. 13874).

FATTO e DIRITTO

1. Con atto del 4 marzo 1999 gli eredi dei coniugi Luigi Bruschetti e Ada Barberi si accordarono per dividersi il patrimonio ereditario.
Per quanto interessa nella presente sede, l’edificio di civile abitazione situato nella frazione Lizzana del Comune di Rovereto, catastalmente identificato dalla p.ed. 759/1, fu diviso tra la figlia Liria Bruschetti (a cui spettò la p.m. 2, ossia l’appartamento al secondo piano, una metà del sottotetto, due garage e una parte dell’orto a piano terra) e le due nipoti Monica e Daniela Bruschetti (alle quali spettò la p.m. 1, ossia l’appartamento al primo piano, l’altra metà del sottotetto, un garage e l’altra parte dell’orto a piano terra). Comuni fra le porzioni rimasero il giardino, il cortile, alcuni vani tecnici e le scale interne.
Successivamente le due nominate sorelle si suddivisero la p.m. 1: la stessa identifica ora un appartamento, più piccolo del precedente, sito primo piano, il garage e una parte dell’orto, beni di cui è proprietaria la sig.ra Daniela; al contempo fu costituita la nuova p.m. 3 per identificare un altro appartamento al primo piano, l’altra parte dell’orto e la metà del sottotetto, di cui è proprietaria la sig.ra Monica.
2. Nell’anno 2011 Monica chiese ed ottenne la concessione edilizia per rialzare e ristrutturare la sua parte del sottotetto, al fine di destinarlo ad uso abitativo.
La zia, sig.ra Liria, contestando aspetti afferenti alla progettata modifica alla copertura comune, al decoro architettonico e alla sicurezza statica complessiva dell’immobile, chiese all’Amministrazione di annullare in autotutela quel titolo edilizio, ma l’Autorità adita ne ribadì la legittimità.
Il 10 luglio 2013 Monica presentò la dichiarazioni di inizio lavori però, in seguito, non avviò l’attività edilizia. Liria comunicò tale evenienza all’Amministrazione la quale, con provvedimento del 17.2.2014, dichiarò la decadenza del titolo edilizio del 2001 per decorrenza del termine di validità, ai sensi dell’art. 103 della l.p. 4.3.2008, n. 1.
3. Nel mese di giugno 2014 la sig.ra Monica ripresentò al Comune di Rovereto una nuova istanza per ottenere la concessione edilizia, sempre al fine di eseguire un “intervento di sopralzo e ristrutturazione con recupero del sottotetto a scopo abitativo - p.m. 3”.
4. Noti all’Amministrazione i rapporti conflittuali fra le parti, l’intervenuta presentazione della nuova istanza edilizia fu comunicata alle sig.re Liria e Daniela, con l’assegnazione di un termine per presentare osservazioni.
Al procedimento partecipò solo Liria, che contestò il proposito di utilizzare come parcheggio uno spazio di proprietà esclusiva ma interno al cortile e manifestò dubbi sulle capacità portanti delle strutture comuni.
Di seguito, Monica depositò documentazione supplementare per fugare quei dubbi, cosicché la commissione edilizia, nella seduta del 16 ottobre 2014, espresse parere favorevole all’intervento edilizio prospettato. L’Amministrazione comunicò quindi al procuratore della sig.ra Liria, e al suo consulente tecnico ing. Lorenzi, i risultati dell’istruttoria esperita e che, pertanto, nulla ostava al rilascio del titolo richiesto dalla nipote.
5. Il titolo edilizio è stato poi staccato in data 3 dicembre 2014.
6. Il consulente tecnico di Liria, ing. Lorenzi, ne ottenne copia il successivo 27 gennaio 2014.
7. Il 9 maggio 2015 la zia e la sorella della sig.ra Monica, in qualità di proprietarie, rispettivamente, delle p.m. 2 e 1, chiesero al Comune di annullare in autotutela il nuovo titolo edilizio evidenziando una serie di illegittimità, meglio rappresentate in una allegata relazione tecnica a firma di tale geom. Contrini.
8. L’Autorità amministrativa ha però respinto la richiesta con nota del 9 giugno 2015, cosicché le sig.re Lidia e Daniela Bruschetti hanno impugnato in questa sede sia il diniego comunale di agire in autotutela sia il titolo edilizio rilasciato alla sig.ra Monica.
9. Il ricorso, introdotto con atto notificato il 4 luglio 2015, è affidato a otto motivi di diritto, sette dei quali riguardano altrettanti profili di asserita illegittimità della concessione del 3 dicembre 2014, mentre l’ultimo motivo è dedicato alla contestazione - per aspetti sia procedimentali che motivazionali - del provvedimento di diniego di autotutela.
10. Si è costituito in giudizio il Comune di Rovereto eccependo l’irricevibilità dell’impugnazione poiché, per un verso, il tecnico di parte ing. Lorenzi ottenne copia del titolo impugnato ancora in data 27 gennaio, mentre, per altro verso, il procuratore delle ricorrenti fece espressa menzione dello stesso titolo in una lettera inviata al difensore della sig.ra Monica già in data 11 aprile 2014.
L’Amministrazione comunale ha comunque chiesto la reiezione dell’impugnazione nel merito con argomentate tesi difensive.
11. Anche la controinteressata Monica Bruschetti si è costituta nei termini di rito, ma al solo fine di eccepire la tardività del ricorso. A tale stregua, è stato affermato che le deducenti sarebbero state al corrente dell’avvenuto rilascio della concessione edilizia di cui si discute nei mesi di marzo/aprile 2015, tanto che in data 11 aprile avrebbero conferito all’ing. Lorenzi il mandato di valutare la conformità della concessione agli strumenti urbanistici ed edilizi.
12. All’udienza pubblica del 15 dicembre 2015 il ricorso è stato chiamato e quindi trattenuto per la decisione.
13.1. Pregiudiziale alla trattazione del merito è l’esame della questione di rito sollevata da entrambe le parti resistenti, a detta delle quali il presente ricorso, notificato in data 4 luglio 2015 avverso la concessione edilizia datata 27 gennaio 2015, sarebbe tardivo atteso che le ricorrenti Liria e Daniela avrebbero avuto conoscenza del titolo abilitativo contestato in epoca ben antecedente ai sessanta giorni utili per l’introduzione della vertenza giurisdizionale.
13.2. L’eccezione è sicuramente infondata nei confronti della sig.ra Daniela, atteso che nulla è in atti, e nulla è stato provato né dal Comune né dalla resistente sig.ra Monica (cui il relativo onere incombe per costante giurisprudenza - cfr.,ex multis, C.d.S., sez. IV, 23.7.2009, n. 4616), che ella abbia avuto non solo la piena conoscenza della lesività della concessione edilizia rilasciata il 3 dicembre 2014, ma anche la cognizione della sua sussistenza, prima del 6 maggio 2015, data della relazione del geom. Contrini eseguita, come si legge nella prima pagina della stessa, “nell’interesse della signore Daniela e Liria Bruschetti”, e data rispetto alla quale il presente ricorso è stato tempestivamente notificato. Dagli atti di causa risulta, infatti, che sino al 6 maggio le annose vicende sopra descritte videro quale protagonista attiva unicamente la sig.ra Liria, ed anche che il consulente ing. Lorenzi si attivò - chiedendo copia della concessione edilizia - unicamente in nome della medesima, così come solo per conto della stessa si espresse il suo attuale difensore nella lettera inviata al procuratore della controparte in data 11 aprile 2015 (cfr. doc. n. 25 e n. 49 in atti dell’Amministrazione).
13.3. Ne consegue che l’eccezione in esame è, prima di tutto, inammissibile per difetto di interesse, atteso che il suo (eventuale) accoglimento nei confronti della sig.ra Liria non sarebbe idoneo a definire in rito la vicenda: costituisce, infatti, principio risalente e consolidato nella giurisprudenza amministrativa che in un ricorso collettivo, risolvendosi esso in un pluralità di azioni contestualmente proposte in un unico atto, le posizioni soggettive di ciascuno dei ricorrenti rispetto all’atto impugnato non si comunicano agli altri ricorrenti. Ne consegue che un'eventuale pronuncia di irricevibilità dell’azione per una delle ricorrenti, la sig.ra Liria, non preclude comunque una pronuncia di merito per l’altra ricorrente sig.ra Daniela (cfr. T.R.G.A. Trento, 2.12.2015, n. 494; 23.5.2012, n. 155; C.d.S., sez. V, 25.2.1991, n. 177; sez. IV, 20.6.1996, n. 797; C.G.A., 8.3.2007, n. 185; C.d.S., sez. V, 26.2.2010, n. 1134).
14. Passando ora al merito dell’impugnazione, il Collegio ritiene che essa sia fondata limitatamente a quanto dedotto con i primi due motivi di ricorso.
15.1. Il vano scale in corrispondenza degli ultimi gradini, dai quali si accede alla realizzanda abitazione al terzo piano, presenta una distanza dal sovrastante sottotetto, segnatamente in corrispondenza di un’architrave, inferiore ai 2 metri. Tale dato risulta incontestato, per cui è irrilevante stabilirne l’esatta altezza come risulta dal progetto licenziato, a detta di parte ricorrente pari a 1,50 m. o, a detta del Comune, pari a 1,87 m. (cfr. doc. n. 43 e n. 44 in atti dell’Amministrazione).
L’autorizzazione a realizzare tale angusto passaggio per accedere ad un’unità residenziale viola il disposto dell’art. 46, comma 3, del regolamento edilizio comunale, ove è prescritto che “i locali accessori non destinati ad abitazione permanente” devono presentare, “a qualsiasi piano”, un’altezza minima pari a 2,20 metri. Per un edificio composto da più unità residenziali in tale tipologia di locali rientrano tutti i percorsi di transito e, quindi, non solo i corridoi (espressamente menzionati dalla disposizione in esame) ma anche le rampe di scale, spazio di passaggio verticale necessario per accedere agli appartamenti situati in piani diversi.
15.2. Non è, all’evidenza, pertinente il rilievo dell’Amministrazione volto a sottolineare che il tratto della rampa di scale di causa conduce al sottotetto, fattispecie, quest’ultima, per la quale il comma 6 dello stesso art. 46 non stabilisce alcuna altezza minima. Infatti, tale previsione derogatoria è stabilita solo per gli ambienti del sottotetto destinati a soffitta, ripostiglio o guardaroba, mentre qui ci si occupa di uno spazio di transito comune che conduce ad un’unità sì situata nel sottotetto, ma destinata a residenza.
Né può essere condiviso l’assunto, sempre proposto dall’Amministrazione, che il vizio in esame, “allorché reputato sussistente, potrà essere regolarizzato attraverso una variante progettuale”: tale eventualità si traduce, difatti, in un avvenimento futuro ed incerto nell'an e nel quando, mentre la legittimità del provvedimento amministrativo impugnato va accertata da questo giudice con esclusivo riferimento allo stato di fatto e di diritto esistente al momento della sua emanazione.
16.1. Lo spazio antistante e quello retrostante la porta di ingresso della realizzanda abitazione al terzo piano presentano una misura libera, in larghezza, inferiore a 1 metro. Anche tale dato risulta incontestato, per cui è irrilevante stabilirne l’esatta dimensione come risulta dal progetto licenziato, a detta di parte ricorrente pari a 0,50 metri o, a detta del Comune, pari a 0,65 metri (cfr. doc. n. 43 e n. 44 in atti dell’Amministrazione).
L’autorizzazione a realizzare tale ulteriore zona di angusto passaggio viola il disposto dell’art. 8.1.1. del D.M. 14.6.1989, n. 236, contenente le prescrizioni tecniche necessarie a garantire l’accessibilità e la visitabilità degli edifici privati, ove è prescritto che “gli spazi antistanti e retrostanti la porta di accesso di ogni unità immobiliare devono presentare misure libere di almeno 1,00 x 1,20 metri”.
Al riguardo giova anche rilevare che, ai sensi dell’art. 3 della l.p. 7.1.1991, n. 1, le prescrizioni tecniche codificate dal citato D.M. n. 236 del 1989 per gli edifici privati prevalgono sulle disposizioni contenute nei regolamenti edilizi comunali e sui piani e programmi urbanistici contrastanti con esse.
16.2. Anche in questo caso, per le ragioni sopra esposte al punto 15.2., non può essere condiviso l’assunto difensivo dell’Amministrazione secondo la quale, poiché le opere non sono state ancora realizzate, la titolare della concessione potrà a suo tempo usufruire dell’istituto della variante in corso d’opera, di cui all’art. 92 della l.p. 4.8.2015, n. 15.
17. Le censure introdotte con i motivi da III a VII sono, invece, infondate.
18.1. Non ha pregio giuridico la censura che l’intervento edilizio assentito sarebbe illegittimo perché non è stata imposta, trattandosi di un immobile con più di tre livelli fuori terra, l’installazione di un ascensore, ai sensi dell’art. 1, comma 3, lett. d), della legge 9.1.1989, n. 13, recante le disposizioni per favorire il superamento e l'eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici privati.
Lo stesso art. 1, al comma 1, stabilisce infatti, univocamente, che l’ascensore è obbligatorio solo per i “progetti relativi alla costruzione di nuovi edifici, ovvero alla ristrutturazione di interi edifici”. Nello stesso senso dispongono anche: - il comma 1 dell’art. 77 del D.P.R. 6.6.2001, n. 380; - il combinato disposto degli artt. 4 e 5, comma 3, della legge provinciale 7.1.1991, n. 1, sull’eliminazione della barriere architettoniche; - l’art. 21, comma 4, del regolamento edilizio comunale, che, riferendosi all’obbligo in oggetto, testualmente menziona solo le “nuove costruzioni” e “gli interventi di ristrutturazione totale”.
Quello qui in esame, che interessa, come già detto, la ristrutturazione, con sopralzo, di una parte del piano sottotetto, è quindi un intervento escluso dall’obbligo di installazione dell’ascensore.
18.2. Non è condivisibile la censura di violazione dell’art. 905, primo comma, c.c., esposta sul rilievo che due delle “aperture” esistenti sul prospetto sud diventeranno, secondo quanto previsto in progetto, “vedute” prospettanti sul cortile comune, ma realizzate in difetto di consenso delle comproprietarie e attuali ricorrenti.
Al riguardo, risulta che era presente negli atti istruttori dell’Amministrazione comunale (e, ora del presente giudizio, cfr. doc. n. 24 in atti del Comune e n. 9 in atti di parte ricorrente) l’atto di accordo divisionale datato 4 marzo 1999 con il quale gli eredi Bruschetti e Barberi si suddivisero il patrimonio ereditario, atto sopra menzionato al punto 1. Ebbene, con tale documento, espressamente definito “scrittura privata da valere ad ogni effetto di legge”, le parti oggi qui contendenti si sono rilasciate “la reciproca autorizzazione all'eventuale futura apertura di porte sull'attuale giro scale e di finestre sulla facciata, nonché la realizzazione di eventuali scarichi del sottotetto”.
Del tutto indimostrata è la tesi delle ricorrenti che quell’accordo del 1999 sarebbe riferito alla “facciata est” dell’edificio. Di tale pattuizione limitativa non vi è nel testo dell’accordo alcun cenno letterale, come non vi è traccia, sia testuale sia extratestuale, di intenzioni delle parti coerenti con l’asserita limitazione. Peraltro, in quella sede divisionale, quando le parti prospettavano la possibilità di ristrutturare l’immobile del quale stavano conseguendo la proprietà (difatti, si ipotizza la realizzazione di muri divisori, la modificazione della conformazione del giro scale, …), appare improbabile che la contestuale, reciproca, autorizzazione ad aprire finestre potesse essere limitata ad una sola facciata, peraltro non puntualmente identificata.
Vale comunque precisare, in linea generale, che l'apertura di finestre su area di proprietà comune e indivisa tra le parti costituisce opera inidonea all'esercizio di un diritto di servitù di veduta, sia per il principio nemini res sua servit, sia per la considerazione che i cortili comuni, assolvendo alla precipua finalità di dare aria e luce agli immobili circostanti, sono ben fruibili a tale scopo dai condomini, cui spetta, pertanto, anche la facoltà di praticare aperture che consentano di ricevere aria e luce dal cortile comune o di affacciarsi sullo stesso, senza incontrare le limitazioni prescritte dagli artt. 905, 906 e 907 c.c., in tema di luci e vedute, a tutela dei proprietari dei fondi confinanti di proprietà esclusiva. In materia sussiste pertanto il solo limite, posto dall'art. 1102 c.c., di non alterare la destinazione del bene comune o di non impedirne l'uso da parte degli altri comproprietari (cfr. Cass. Civ., sez. II, 26.2.2007, n. 4386; sez. II, 9.6.2010, n. 13874).
18.3. Non è meritevole di essere condivisa neppure la quinta censura, di violazione della normativa provinciale in materia di spazi di parcheggio, avanzata perché il soddisfacimento del relativo standard sarebbe stato comprovato con un posto auto esterno ma anche, in subordine, con uno spazio esclusivo ma interno al cortile comune della p.ed. 759/1.
Ora, occorre precisare che la normativa provinciale stabilisce che lo spazio per il parcheggio può essere ricavato sia all’interno che all’esterno dell’edificio cui è destinato.
Ebbene, il titolo edilizio rilasciato alla sig.ra Monica ha identificato l’obbligatorio posto auto (corrispondente allo standard minimo imposto) in uno spazio di proprietà della titolare della concessione situato in un edificio limitrofo a quello di causa (ossia la p.m. 69 della p.ed. 639, C.C. Lizzana, via Trieste 49, secondo piano interrato) ma a distanza (misurata in senso radiale) non superiore a 300 metri, rispettosa quindi della “definizione di immediata vicinanza” stabilita all'art. 4, comma 1, del testo coordinato dell'allegato 3 alla deliberazione della Giunta provinciale 3.9.2010, n. 2023, sugli spazi di parcheggio in attuazione dell’art. 59 della l.p. 4.3.2008, n. 1.
La sig.ra Monica ha poi dimostrato, ulteriormente, di poter usufruire per il parcheggio anche di una parte di sua proprietà esclusiva sita nel cortile comune (parzialmente già adibita a orto), alla quale può accedere con l’automobile di piccole dimensioni attualmente in suo possesso (si veda la documentazione fotografica allegata ai documenti n. 21 e n. 22 in atti dell’Amministrazione). Di tanto la commissione edilizia comunale ha preso atto nel parere rilasciato il 16.10.2014, laddove ha meramente registrato che la richiedente aveva “un ulteriore spazio fruibile”, senza tuttavia attestarne la regolarità urbanistica.
Non pertinenti appaiono le censure di violazione dei diritti dei comproprietari esposte sul rilievo che il tratto di cortile indiviso sarebbe destinato e utilizzato per l’uso esclusivamente pedonale: rilevato che della sussistenza di detto uso riservato non vi è traccia nella documentazione versata in giudizio, in questa sede è sufficiente rilevare che la stessa ricorrente Daniela ha chiesto e ottenuto, nell’anno 2000, un titolo edilizio per ristrutturare il proprio appartamento, al contempo attestando, per il rispetto dello standard di parcheggio, l’utilizzo dell’area confinante con quella qui in discussione.
18.4. Non possono essere apprezzati positivamente neppure i rilievi opposti con il sesto motivo.
L’apertura sul soffitto del vano scale comune di una nuova finestra di tipo velux nonché l’eliminazione, nella parte più alta della rampa, di un modesto tamponamento perimetrale, si traducono in interventi legittimi ai sensi dell’art. 1102 c.c., poiché non alterano la destinazione della cosa comune e non impediscono alle altre proprietarie di usufruirne simultaneamente secondo i lori diritti. Al contrario, dette migliorie, realizzate a spese della controinteressata, migliorano l’accesso ai luoghi (il tetto e l’altra metà del piano sottotetto) anche a favore delle attuali ricorrenti e salvaguardano la funzione di copertura e protezione delle sottostanti strutture svolta dal tetto, restando così complessivamente mantenuta, per la non significativa portata delle modifiche, la destinazione principale del bene (cfr., Cass. Civ., sez. II, 3.8.2012, n. 14107).
Quanto al supposto prolungamento di circa 0,50 metri della gronda comune, evincibile dalla sola rappresentazione in pianta del terzo piano, merita condivisione la posizione del Comune, che ha classificato tale irregolarità come mero errore grafico materiale, poiché quel prolungamento è riferito alla gronda esistente al terzo piano e non a quella della nuova copertura superiore, non è evidenziato nelle rappresentazioni di sezioni e prospetti, non è riprodotto negli elaborati di raffronto. Correttamente, pertanto, l’Amministrazione ha preso atto di quanto affermato dal tecnico della concessionaria che, impegnandosi a correggere il disegno in pianta dello stato di progetto, ha affermato che “non è mai stata intenzione della committente effettuare alcun prolungamento della vecchia gronda” (doc. n. 28 in atti dell’Amministrazione).
18.5. Non è condivisibile la settima censura, con cui si denunciano “gravi” difformità grafiche nelle tavole progettuali rispetto allo stato reale, con specifico riferimento allo spessore della parete divisoria del sottotetto (di ampiezza maggiore, ma non determinante per il titolo all’esame) e alla mancata rappresentazione di una canna fumaria (peraltro evidente negli elaborati relativi alla copertura).
Si tratta, pertanto, di rilievi ininfluenti perché tali irregolarità non hanno inciso in sede istruttoria nella valutazione dell’ammissibilità della prospettata ristrutturazione.
Quanto alla errata rappresentazione dell’altezza dell’ultimo tratto della rampa di scale, è qui sufficiente il rinvio a quanto sopra definito, ai punti 15.1. e 15.2., in sede di esame (e di accoglimento) del primo motivo di ricorso.
19. Con l’ottavo (e ultimo) motivo le ricorrenti hanno dedotto l’illegittimità del provvedimento di diniego di autotutela, che sarebbe stato adottato senza esperire alcun contraddittorio procedimentale e che presenterebbe carenze motivazionali.
Il mezzo rimane assorbito dall’esame delle censure precedenti, in esito al quale è dunque emerso che, sostanzialmente, la concessione edilizia rilasciata alla sig.ra Monica Bruschetti è illegittima limitatamente a quanto dedotto con i primi due motivi, ovvero per l’insufficiente altezza dell’ultimo tratto della rampa di scale e per l’insufficiente larghezza della zona circostante la porta d’ingresso alla nuova unità residenziale.
20. Per le suesposte considerazioni, il ricorso va quindi accolto, per cui la concessione edilizia in epigrafe, datata 3 dicembre 2014, deve essere annullata.
Le spese di giudizio, ai sensi dell’art. 26 c.p.a., seguono la soccombenza e sono di conseguenza poste a carico dell’Amministrazione comunale e della parte controinteressata, e a favore unicamente della ricorrente sig.ra Daniela, non essendo stata comprovata la tempestività del ricorso come introdotto dalla ricorrente sig.ra Liria. La misura delle spese, liquidata in dispositivo, tiene conto dell’accoglimento solo di parte delle numerose censure introdotte.

P.Q.M.

Il Tribunale Regionale di Giustizia Amministrativa della Regione autonoma Trentino - Alto Adige / Südtirol, sede di Trento,
definitivamente pronunciando sul ricorso n. 305 del 2015,
lo accoglie e, per l’effetto, annulla la concessione edilizia in epigrafe.
Condanna il Comune di Rovereto e la sig.ra Monica Bruschetti al pagamento, a favore della sig.ra Daniela Bruschetti, delle spese del giudizio, nella misura di euro 1.000,00 (mille) a carico di ciascuna parte, oltre alla rifusione del contributo unificato (ai sensi dell’art. 13, comma 6 bis 1, del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115) e agli oneri di legge.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'Autorità amministrativa.
Così deciso in Trento nella camera di consiglio del giorno 15 dicembre 2015 con l'intervento dei magistrati:
Roberta Vigotti, Presidente
Angelo Gabbricci, Consigliere
Alma Chiettini, Consigliere, Estensore



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