a cura del Dott. Francesco Barchielli



T.A.R. Campania Napoli, Sezione III, 13 gennaio 2016


[A] Sulla posizione del “soggetto che ha un interesse qualificato a difendere la propria posizione giuridica di titolare di un diritto di proprietà”: è ammissibile il ricorso proposto contro un atto di annullamento in autotutela di un permesso di costruire in sanatoria, non notificato al soggetto confinante autore dell’esposto in seguito al quale il Comune ha avviato il meccanismo di verifica e il procedimento di autotutela? [B] La pretermissione del controinteressato è suscettibile di essere sanata, per effetto dell’intervento ad opponendum dallo stesso spiegato?

SENTENZA N. 149

La giurisprudenza amministrativa ha delineato le diverse ipotesi e posto in risalto la posizione del “soggetto che ha un interesse qualificato a difendere la propria posizione giuridica di titolare di un diritto di proprietà” (Cons. St. - Sez. VI, 30/9/2015 n. 4582: “In definitiva, deve ritenersi inammissibile il ricorso proposto contro un atto di annullamento in autotutela di un permesso di costruire in sanatoria, non notificato al soggetto confinante, al quale dev’essere riconosciuta la posizione di controinteressato qualora sia stato autore dell’esposto in seguito al quale il Comune ha avviato il meccanismo di verifica e il procedimento di autotutela, e qualora il soggetto segnalatore sia stato direttamente coinvolto in tutti gli atti del procedimento venendovi menzionato in maniera esplicita, a partire dall’avviso di avvio del procedimento”). Ciò posto, deve precisarsi che la pretermissione della controinteressata non è suscettibile di essere sanata, per effetto dell’intervento ad opponendum dalla stessa spiegato, in quanto: - l’art. 44 c.p.a. si riferisce alla nullità della notificazione che, ai sensi dell’art. 160 c.p.c., applicabile al processo amministrativo in virtù del rinvio esterno ex art. 39 c.p.a., attiene alla persona o alla data della notificazione (che sia stata malamente effettuata), ma non copre l’ipotesi di inesistenza della stessa; - lo stesso art. 44 c.p.a. riguarda la costituzione degli “intimati” (dei soggetti, cioè, a cui la notifica è stata comunque diretta, anche se nulla); - per l’art. 41, secondo comma, c.p.a. la notifica al controinteressato, così come all’Amministrazione, va effettuata nel termine di decadenza, che opera di diritto e non può essere eluso; - l’intervento volontario in giudizio, ex art. 50 c.p.a., costituisce una facoltà dell’interessato, che non supplisce alla mancanza della notificazione e non può comportare per esso alcun effetto pregiudizievole (potendo l’intervento essere spiegato al fine esclusivo di dedurre l’inammissibilità del ricorso, per giovarsi della favorevole declaratoria in rito).

FATTO

1.- Con il ricorso n. 3208 del 2013 il sig. Galloro espone:
- di aver acquistato nel 1993 e nel 1996 la piena proprietà degli immobili siti alla via Gramsci n. 11, costituiti rispettivamente da una corte urbana con annessa stalluccia (in catasto al foglio 7, particella 115) e da una zonetta di giardino di circa 32 mq., confinante con la suddetta corte (in catasto al foglio 7, particella 114);
- di avere ottenuto le autorizzazioni edilizie n. 20/96 (in sanatoria) e n. 9/99, per la sostituzione del cancello d’ingresso e per la realizzazione di un passo carraio con sostituzione ed arretramento del cancello di accesso;
- di avere presentato la D.I.A. prot. 14479 del 13/4/2005 (integrata con atto prot. 42003 del 9/12/2005), per la realizzazione di una pavimentazione permeabile all’acqua piovana sull’area di sua proprietà, in relazione alla quale veniva rilasciata l’autorizzazione paesaggistica n. 37/06, sulla scorta del parere favorevole della Commissione Edilizia Integrata “alla soluzione con pavimentazione in cubetti di porfido permeabili all’acqua senza sigillatura di giunti”;
- con nota prot. 7339 del 28/2/2007 l’Ente comunicava di avere avviato il procedimento per gli opportuni accertamenti sulla D.I.A. e sull’autorizzazione paesaggistica, in riferimento all’esposto-denuncia della sig.ra Guglielmina Barra;
- con nota prot. 16044 del 7/4/2009 veniva comunicato l’avvio del procedimento volto all’annullamento, oltre che dell’autorizzazione paesaggistica, anche delle precedenti autorizzazioni edilizie del 1996 e del 1999, in quanto:
a) per queste ultime, il ricorrente non risultava proprietario esclusivo dell’area esterna, poiché con sentenza n. 3056/2008 della Corte d’Appello di Napoli, trasmessa dalla sig.ra Barra, quest’ultima era stata riconosciuta comproprietaria dell’area in questione;
b) circa la pavimentazione per cui era stata rilasciata l’autorizzazione paesaggistica, era ravvisato il cambio di destinazione d’uso dell’area, non costituente in origine un’area cortilizia ma un giardino;
- alla comunicazione facevano seguito le osservazioni presentate dal ricorrente, finché la comunicazione di avvio del procedimento veniva rinnovata per le stesse motivazioni con nota prot. 14610 del 6/4/2012 ed, infine, veniva adottato l’impugnato provvedimento di annullamento delle autorizzazioni edilizie e dell’autorizzazione paesaggistica, nonché di declaratoria dell’inefficacia della D.I.A., con ordine di ripristino dello stato dei luoghi antecedente ai lavori eseguiti e alle opere realizzate.
Avverso il provvedimento è insorto il sig. Galloro, deducendo la violazione delle richiamate norme della legge n. 241/90 e degli artt. 3 e 97 Cost., oltre all’eccesso di potere per carenza dei presupposti, difetto dell’interesse pubblico, sviamento di potere, difetto di motivazione e omessa comparazione degli interessi coinvolti.
Si sostiene che:
- l’annullamento delle autorizzazioni edilizie (intervenuto a distanza di 17 e 14 anni) non è sorretto da alcun prevalente interesse pubblico e non tiene conto del contrapposto interesse del privato, fondandosi unicamente sull’asserita comproprietà del vialetto di accesso da parte della sig.ra Barra, nonostante la stessa non avesse impugnato le autorizzazioni e solo dopo molti anni dal rilascio delle stesse abbia compulsato il Comune ad esercitare l’autotutela;
- l’autorizzazione paesaggistica (per la pavimentazione) è stata rilasciata all’esito dell’istruttoria condotta, sulla base degli atti pubblici di acquisto da cui emerge che si trattava di corte urbana, per cui è insussistente il cambio di destinazione d’uso;
- non sono state adeguatamente vagliate le osservazioni presentate.
Il Comune (al quale il ricorso veniva notificato il 13/6 e, a mezzo posta, anche il 17/6/2013) non si è costituito in giudizio, nel quale ha spiegato intervento ad opponendum la sig.ra Guglielmina Barra, con atto ritualmente notificato.
Le parti hanno prodotto documentazione e scritti difensivi.
2.- Il ricorso n. 4692 del 2013 costituisce la pedissequa riproposizione del ricorso n. 3208 del 2013, è stato promosso dalla coniuge del sig. Galloro e notificato anche alla sig.ra Guglielmina Barra.
Quest’ultima si è costituita in giudizio.
Le parti hanno prodotto documentazione e scritti difensivi.
3.- Con il ricorso n. 2625 del 2014 entrambi i ricorrenti hanno impugnato il susseguente ordine di rimozione/demolizione delle opere eseguite in virtù dei titoli edilizi annullati e della D.I.A. dichiarata inefficace, denunciando la violazione del D.P.R. n. 380/01, della legge n. 241/90, delle LL.RR. n. 10/1982 e n. 16/2004, nonché l’eccesso di potere sotto plurimi profili.
Si afferma che:
- occorreva applicare l’art. 38 del T.U. edilizia e non l’art. 33;
- andava garantita la partecipazione degli interessati comunicando l’avvio del procedimento;
- bisognava acquisire il parere della C.E.C.I.
Con ulteriore motivo è dedotta l’illegittimità derivata dell’ordinanza, per i vizi relativi al provvedimento di autotutela, riproponendo le censure dei ricorsi avverso quest’ultimo.
Si è costituita in giudizio la sig.ra Guglielmina Barra e le parti hanno prodotto documentazione e scritti difensivi.
All’udienza pubblica del 3 dicembre 2015 i ricorsi sono stati assegnati in decisione.

DIRITTO

1.- In via preliminare, va disposta la riunione dei ricorsi in epigrafe, per evidenti ragioni di connessione soggettiva ed oggettiva, vertendo tra le medesime parti ed essendo relativi allo stesso procedimento amministrativo, nonché fondati su identiche o connesse censure.
2.- Va disattesa la richiesta dei ricorrenti di sospensione del giudizio ex art. 295 c.p.c., avanzata per l’addotta necessità della previa definizione del giudizio di revocazione della sentenza della Corte di Appello, con la quale la Barra è stata ritenuta comproprietaria del vialetto.
L’art. 295 c.p.c. (applicabile al processo amministrativo, ai sensi dell’art. 79 c.p.a.) stabilisce che: “Il giudice dispone che il processo sia sospeso in ogni caso in cui egli stesso o altro giudice deve risolvere una controversia, dalla cui definizione dipende la decisione della causa”.
La necessaria sospensione del processo esige – com’è noto – che la definizione del diverso processo abbia un carattere pregiudiziale, essendo la pronuncia del Giudice adito vincolata all’accertamento, che altro Giudice deve compiere, in ordine a presupposti di fatto o di diritto essenziali al fine del decidere.
L’ambito dell’istituto è limitato ad ipotesi eccezionali, derogando ai principi dell’autonomia dei giudizi e della ragionevole durata del processo (cfr. Cons. Stato - Sez. III, 4/7/2014 n. 3380: “la sospensione del processo rappresenta un fattore che interferisce sul suo normale svolgimento e che attualmente l'ordinamento tende a dare uno spazio rigorosamente limitato a tale istituto processuale secondo una direttiva di ragionevole durata del processo avente rilevanza costituzionale (art. 111 Cost.; cfr. anche Cass., sez. un., 1 ottobre 2003, n. 14670; 5 novembre 2001, n. 13682; da ultimo, Cass. civ., sez. lav., 2 novembre 2004, n. 21029)”).
Nella specie, è da escludere che sussista un nesso di pregiudizialità tra l’accertamento della comproprietà del viale e la verifica della legittimità dei provvedimenti, che va condotta sulla base dei parametri legislativi che regolano l’attività amministrativa, sui quali non interferisce la controversia privatistica di natura petitoria (ancorché la P.A. ne abbia assunto le risultanze per la propria determinazione).
3.- Si può quindi passare all’esame dei ricorsi.
3.1- Il ricorso n. 3208 del 2013 va dichiarato inammissibile.
L’impugnativa non è stata notificata alla sig.ra Guglielmina Barra, ancorché la stessa assuma la veste di controinteressata, non solo e non tanto quale autrice dell’esposto che ha indotto l’Amministrazione ad attivarsi, bensì soprattutto quale soggetto che:
- è individuato nel provvedimento;
- ha partecipato al procedimento, fornendo un decisivo apporto alla decisione dell’Amministrazione (fondata su quanto statuito nella sentenza della Corte di Appello, da essa prodotta);
- è titolare di un interesse sostanziale contrapposto al ricorrente e rivolto alla conservazione del provvedimento, fondato non sulla generica qualità di confinante, bensì di comproprietaria dello stesso bene sul quale sono state eseguite le opere.
La giurisprudenza amministrativa ha delineato le diverse ipotesi e posto in risalto la posizione del “soggetto che ha un interesse qualificato a difendere la propria posizione giuridica di titolare di un diritto di proprietà” (Cons. St. - Sez. VI, 30/9/2015 n. 4582: “In definitiva, deve ritenersi inammissibile il ricorso proposto contro un atto di annullamento in autotutela di un permesso di costruire in sanatoria, non notificato al soggetto confinante, al quale dev’essere riconosciuta la posizione di controinteressato qualora sia stato autore dell’esposto in seguito al quale il Comune ha avviato il meccanismo di verifica e il procedimento di autotutela, e qualora il soggetto segnalatore sia stato direttamente coinvolto in tutti gli atti del procedimento venendovi menzionato in maniera esplicita, a partire dall’avviso di avvio del procedimento”).
Ciò posto, deve precisarsi che la pretermissione della controinteressata non è suscettibile di essere sanata, per effetto dell’intervento ad opponendum dalla stessa spiegato, in quanto:
- l’art. 44 c.p.a. si riferisce alla nullità della notificazione che, ai sensi dell’art. 160 c.p.c., applicabile al processo amministrativo in virtù del rinvio esterno ex art. 39 c.p.a., attiene alla persona o alla data della notificazione (che sia stata malamente effettuata), ma non copre l’ipotesi di inesistenza della stessa;
- lo stesso art. 44 c.p.a. riguarda la costituzione degli “intimati” (dei soggetti, cioè, a cui la notifica è stata comunque diretta, anche se nulla);
- per l’art. 41, secondo comma, c.p.a. la notifica al controinteressato, così come all’Amministrazione, va effettuata nel termine di decadenza, che opera di diritto e non può essere eluso;
- l’intervento volontario in giudizio, ex art. 50 c.p.a., costituisce una facoltà dell’interessato, che non supplisce alla mancanza della notificazione e non può comportare per esso alcun effetto pregiudizievole (potendo l’intervento essere spiegato al fine esclusivo di dedurre l’inammissibilità del ricorso, per giovarsi della favorevole declaratoria in rito).
3.2- Con il ricorso n. 4692 del 2013 la stessa pedissequa impugnativa è stata proposta dalla sig.ra De Clemente, coniuge del sig. Galloro in regime di comunione di beni, notificando stavolta il gravame anche alla sig.ra Guglielmina Barra.
È controversa in tal caso la legittimazione ad agire della ricorrente, deducendo la controinteressata che non è configurabile una sua posizione che la abilita a reagire avverso la determinazione amministrativa, atteso che gli acquisti dei beni sono stati effettuati solo dal coniuge, lo stesso ha richiesto le autorizzazioni e presentato la D.I.A. ed è stato, infine, esclusivo destinatario del provvedimento.
L’eccezione va disattesa.
Il regime di comunione legale dei beni tra i sigg.ri Galloro e De Clemente (uniti in matrimonio il 25/10/1980, come da certificato esibito) è un dato che risulta dagli atti di acquisto per Notar Carrabba rep. 100739 dell’11/5/1993 e per Notar di Transo rep. 84075 del 5/9/1996.
Ai sensi dell’art. 177, primo comma, lett. a), del codice civile, gli acquisti effettuati durante il matrimonio dai coniugi, anche separatamente, entrano a far parte della comunione dei beni, con esclusione dei beni personali (elencati al successivo art. 179) e dei beni immobili acquistati dopo il matrimonio, “quando tale esclusione risulti dall'atto di acquisto se di esso sia stato parte anche l'altro coniuge” (art. 179 cit., u.c.).
Non ricorrendo tale ultima ipotesi, deve affermarsi che la De Clemente è legittimata ad intraprendere le azioni legali che si correlano al bene di cui è comproprietaria, come risulta, del resto, dall’ordinanza di demolizione n. 6 del 13/2/2014, notificata anche ad essa “nella qualità di comproprietaria di quota parte dell’immobile” (cfr. Cons. Stato - Sez. V, 31/8/2007 n. 4541, sulla legittimazione del coniuge “nel caso che la decisione sia direttamente incidente su un oggetto rientrante nell'ambito della comunione familiare”).
Il ricorso n. 4692 del 2013 è dunque ammissibile, nonché ricevibile (in assenza di prova dell’eventuale conoscenza del provvedimento impugnato in epoca anteriore).
Il ricorso è parzialmente fondato, nei termini che seguono.
3.2.1- È meritevole di accoglimento la censura relativa all’annullamento, in via di autotutela, delle autorizzazioni edilizie n. 20/96 e n. 9/99, disposta a considerevole lasso di tempo e senza adeguata valutazione dell’interesse pubblico sottostante.
L’art. 21-nonies della legge 7 agosto 1990, n. 241 (nel testo vigente all’epoca di adozione del provvedimento) disponeva che:
“Il provvedimento amministrativo illegittimo ai sensi dell'articolo 21-octies può essere annullato d'ufficio, sussistendone le ragioni di interesse pubblico, entro un termine ragionevole e tenendo conto degli interessi dei destinatari e dei controinteressati, dall'organo che lo ha emanato, ovvero da altro organo previsto dalla legge”.
La norma è espressione di un principio volto alla composizione di tutti gli interessi che vengono in rilievo, esigendo che la P.A. dia adeguata contezza delle ragioni sottostanti all’annullamento d’ufficio, in termini di interesse pubblico attuale e prevalente, nei casi in cui il tempo trascorso abbia ingenerato nel destinatario un concreto affidamento nel consolidamento della situazione che la stessa P.A. ha assentito.
A rafforzare il principio già contenuto dall’origine nell’art. 21-nonies, dandovi concretezza, non può essere trascurato che l’attuale formulazione della norma (quale derivante dalla novella introdotta dall’art. 6, comma 1, lett. d), n. 1), della legge 7 agosto 2015, n. 124, ancorché non applicabile alla fattispecie in esame) pone il termine per l’annullamento d’ufficio “comunque non superiore a diciotto mesi dal momento dell'adozione dei provvedimenti di autorizzazione”.
Nella specie, l’annullamento è stato disposto a distanza di oltre un decennio dal rilascio delle autorizzazioni e non è rinvenibile un interesse pubblico prevalente (né, per completezza, un contrapposto interesse della controinteressata), tale da vanificare l’interesse del titolare delle autorizzazioni.
Sotto il primo e preminente profilo, il provvedimento si limita a considerare viziate all’origine le autorizzazioni, avendo il Galloro eseguito le opere senza il consenso della Barra.
Manca in effetti la necessaria valutazione sulla sussistenza di un interesse pubblico alla rimozione delle opere impiantate da lungo tempo, in ordine alle quali non è manifestata alcuna ragione di carattere urbanistico od edilizio (correlata all’ordinato assetto del territorio e alla relativa tutela affidata all’Amministrazione), che renda incompatibile il mantenimento, per contrasto con detto interesse, del cancello e del passo carraio.
Sotto il secondo profilo, la ricorrente rimarca lo sviamento nell’esercizio del potere, poiché la Barra (senza impugnare i titoli edilizi) ha compulsato il Comune al fine di un soddisfacimento di un suo interesse meramente emulativo.
Al proposito, giova considerare che l’art. 21-nonies citato richiede che si tenga conto anche degli interessi dei controinteressati, sui quali tuttavia incombe l’onere di tutelare direttamente i propri interessi (cfr. Cons. Stato - Sez. IV, 13/6/2011 n. 3583: “in ossequio al vecchio brocardo “diligentibus jura succurrunt”, una volta che l’interessato viene informato dall’amministrazione degli estremi del provvedimento, aveva il preciso dovere di tutelare senza indugio i propri interessi legittimi”; conf. Sez. IV, 10/6/2014 n. 2959).
In ragione di ciò, deve ritenersi insussistente (anche) un contrapposto e prevalente interesse della Barra, rispetto all’affidamento del titolare delle autorizzazioni al mantenimento delle opere (peraltro, va aggiunto che, come emerge dallo stesso provvedimento, la sentenza della Corte d’Appello ha condannato il Galloro “ad eliminare gli impedimenti all’accesso del vialetto”, cosicché non può dirsi neppure pregiudicata la tutela del diritto soggettivo della controinteressata comproprietaria del bene).
3.2.2- Sono viceversa infondate le censure rivolte avverso l’annullamento dell’autorizzazione paesaggistica e la declaratoria di inefficacia della D.I.A. (relative alla pavimentazione), cosicché il ricorso deve essere per tale parte respinto.
In tal caso il potere di autotutela è stato correttamente esercitato, come previsto dall’art. 19, terzo comma, della legge n. 241/90 (che, nel testo all’epoca vigente, disponeva che: “È fatto comunque salvo il potere dell'amministrazione competente di assumere determinazioni in via di autotutela, ai sensi degli articoli 21-quinquies e 21-nonies”), in presenza delle condizioni dettate dall’art. 21-nonies citato.
Ciò in quanto:
- il lasso di tempo intercorso non assume la rilevanza di cui s’è detto sopra, non essendosi consolidato in questo caso un particolare affidamento (l’avvio del procedimento è stato comunicato con nota del 23/2/2007, a distanza di sette mesi dal rilascio dell’autorizzazione paesaggistica);
- è rinvenibile l’interesse pubblico alla rimozione delle opere, contrastanti con la destinazione a giardino dell’area (risultante dallo stesso atto di acquisto del 1996) e in conflitto con la peculiare tutela della zona A, per la quale il richiamato art. 15 delle N.t.a. del P.R.G. prescrive il mantenimento dei caratteri originali e il recupero delle preesistenze (compromessi dalla pavimentazione, ancorché in cubetti di porfido permeabili all’acqua);
- per completezza, resta anche escluso che la controinteressata abbia “giovato” dell’intervento pubblico anziché reagire direttamente, avendo la stessa in tal caso esercitato una facoltà espressamente riconosciuta dall’art. 19, comma 6-ter, della legge n. 241/90 (“La segnalazione certificata di inizio attività, la denuncia e la dichiarazione di inizio attività non costituiscono provvedimenti taciti direttamente impugnabili. Gli interessati possono sollecitare l'esercizio delle verifiche spettanti all'amministrazione e, in caso di inerzia, esperire esclusivamente l'azione di cui all'art. 31, commi 1, 2 e 3 del decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104”).
Ne discende che legittimamente è stata, in via di autotutela, dichiarata l’inefficacia della D.I.A. ed annullata nel contempo l’autorizzazione paesaggistica ad essa correlata, per la realizzazione della pavimentazione (sul nesso di presupposizione necessitato e strumentale tra l’autorizzazione paesaggistica e il titolo edilizio, ovvero l’atto del privato in virtù del quale sono intraprese le opere, cfr. Cons. Stato - Sez. IV, 21/8/2013 n. 4234).
Infine, non si palesano fondate le argomentazioni in ordine all’omissione delle garanzie procedimentali, essendo state espletate tutte le formalità ed assicurata la partecipazione dell’interessato.
Peraltro, la validità delle ragioni fondanti, per tale parte, il provvedimento esclude che il solo profilo formale possa avere riflessi invalidanti (cfr., da ultimo, Cons. Stato – Sez. VI, 7/5/2015 n. 2298: “la prevalente giurisprudenza infatti, nell'ottica di un'interpretazione non inutilmente formalistica delle garanzie partecipative, bene ha chiarito che "la violazione dell' art. 10-bis della L. n. 241 del 1990, non produce ex se l'illegittimità del provvedimento finale, dovendo la disposizione sul preavviso di rigetto essere interpretata comunque - secondo l'indirizzo giurisprudenziale maggioritario - alla luce del successivo art. 21-octies, comma 2, il quale impone al giudice di valutare il contenuto sostanziale del provvedimento e di non annullare l'atto nel caso in cui le violazioni formali non abbiano inciso sulla legittimità sostanziale del medesimo." (C.G.A.R.S. 16 aprile 2013, n. 409; cfr. anche Cons. Stato, VI, 2 febbraio 2012, n. 585)”).
3.3- Il ricorso n. 2625 del 2014 va esaminato innanzitutto alla stregua di quanto considerato ai punti 3.2.1 e 3.2.2 che precedono.
L’impugnata ordinanza n. 6 del 13/2/2014 richiama espressamente e pone a suo fondamento il provvedimento n. 23 del 15/1/2013, conseguendone – sulla base delle ragioni illustrate e per la dedotta illegittimità derivata – l’annullamento della parte dell’ordinanza relativa alla demolizione/rimozione delle opere assentite con le autorizzazioni n. 20/96 e n. 9/99 (“cancello d’ingresso e del marciapiede, eliminando l’attuale passo carrabile”).
Le autonome censure rivolte all’ordinanza vanno respinte, poiché:
a) la tesi secondo cui occorreva applicare l’art. 38 del T.U. edilizia trascura che l’ordinanza è stata emessa ai sensi dell’art. 27, secondo comma, del D.P.R. n. 380/01, il quale (come affermato costantemente nella giurisprudenza di questo Tribunale: cfr., da ultimo, le sentenze della Sez. VII del 14/10/2015 e della Sez. VI del 26/3/2015) rende doverosa la demolizione d’ufficio delle opere prive di titolo in area vincolata;
b) la natura vincolata dell’atto esclude la necessità di comunicare l’avvio del procedimento (giurisprudenza pacifica; cfr., per tutte, Cons. Stato - Sez VI, 5/1/2015 n. 13);
c) parimenti va escluso l’obbligo di acquisire il parere della C.E.C.I., come già ritenuto da questa Sezione (cfr. la sentenza del 16/2/2015 n. 1116: “l'esercizio del potere repressivo degli abusi edilizi costituisce attività vincolata della Pubblica amministrazione con la conseguenza che i relativi provvedimenti, quale l'ordinanza di demolizione, costituiscono atti vincolati per la cui adozione non è necessario acquisire il parere di altri organi, quali la Commissione Edilizia o Commissione edilizia integrata" (Consiglio di Stato sez. V 03 settembre 2013 n. 4378, T.A.R. Campania - Napoli, Sez. VI 20 marzo 2014 n. 1616)”).
4.- Conclusivamente, va dichiarato inammissibile il ricorso n. 3208 del 2013 e vanno accolti in parte i ricorsi n. 4692 del 2013 e n. 2625 del 2014, con conseguente annullamento parziale degli impugnati provvedimenti del Dirigente del Settore Infrastrutture e Pianificazione Territoriale n. 23 del 15 gennaio 2013 e n. 6 del 13 febbraio 2014, limitatamente alle parti concernenti l'annullamento delle autorizzazioni edilizie n. 20/96 e n. 9/99 e il susseguente ordine di demolizione dei lavori realizzati e delle opere eseguite in relazione a tali titoli.
In ragione dell’accoglimento parziale sussistono valide ragioni per disporre la compensazione integrale degli onorari e delle spese di giudizio tra le parti costituite, mentre non v’è luogo a provvedere sulle spese processuali nei confronti del Comune non costituito in giudizio.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania (Sezione Terza), definitivamente pronunciando sui ricorsi, come in epigrafe proposti, previa riunione:
a) dichiara inammissibile il ricorso n. 3208 del 2013;
b) accoglie parzialmente i ricorsi n. 4692 del 2013 e n. 2625 del 2014 e, per l'effetto, annulla in parte gli impugnati provvedimenti, come chiarito in motivazione;
c) compensa interamente tra le parti costituite gli onorari e le spese di giudizio; nulla per le spese processuali nei confronti del Comune, fermo restando il rimborso del contributo unificato relativamente ai ricorsi n. 4692/2013 e n. 2625/2014.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Napoli nella camera di consiglio del giorno 3 dicembre 2015 con l'intervento dei magistrati:
Fabio Donadono, Presidente
Vincenzo Cernese, Consigliere
Giuseppe Esposito, Consigliere, Estensore



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