a cura del Dott. Francesco Barchielli



T.A.R. Basilicata, Sezione I, 17 febbraio 2016


[A] Il Comune può respingere una domanda di permesso di costruire con la generica motivazione dell’omessa dimostrazione da parte dell’istante del rispetto della “distanza minima dai fabbricati prospicienti”? [B] Sulla Circolare n. 4174 del 7.8.2003, con la quale il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti chiarisce i presupposti dell’intervento di recupero della ristrutturazione mediante demolizione e ricostruzione assentibile con DIA e non soggetto al pagamento del costo di costruzione e degli oneri di urbanizzazione: quali volumi possono essere qualificati come volumi?

SENTENZA N. 117

1. Il Comune non può respingere una domanda, con la generica motivazione dell’omessa dimostrazione da parte dell’istante del rispetto della “distanza minima dai fabbricati prospicienti”, ma può negare l’autorizzazione edilizia, dopo aver accertato la predetta violazione della distanza minima con i fabbricati confinanti, indicando le misure rilevate. Più precisamente, il Comune doveva accertare la violazione dell’art. 11 delle NTA del PRG del 1975, nella parte in cui prescriveva che gli immobili della Zona 2 dovevano osservare il distacco minimo tra le costruzioni, anche con strade o spazi pubblici interposti, non inferiore alla media delle altezze dei due fabbricati e comunque non inferiore a m. 10, tenuto pure conto della circostanza che, dopo l’entrata in vigore nel 1975 di tale norma, non poteva tenersi conto della precedente disciplina urbanistica, che aveva consentito il rilascio della licenza edilizia del 29.11.1949, che autorizzava la costruzione di quattro piani fuori terra.

2. Risulta fondato l’altro motivo, posto a base del provvedimento impugnato, relativo al rispetto della Circolare n. 4174 del 7.8.2003, con la quale il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti chiarisce i presupposti dell’intervento di recupero della ristrutturazione mediante demolizione e ricostruzione, assentibile con DIA e non soggetto al pagamento del costo di costruzione e degli oneri di urbanizzazione, precisando al punto 4.1 che, ai sensi dell’art. 3, comma 1, lett. d), DPR n. 380/2001, non potevano essere alterate la sagoma e la volumetria preesistenti, mentre la demolizione e ricostruzione di cui è causa risultava finalizzata alla realizzazione di un sottotetto con diversa sagoma e maggiore volumetria entro il limite di altezza di m. 2,20. Inoltre, il predetto punto 4.1 della Circolare ministeriale n. 4174 del 7.8.2003 ha espressamente richiamato il comma 2 dell’art. 3 DPR n. 380/2001, il quale, come il previgente art. 31, comma 2, L. n. 457/1978, statuisce che “le definizioni del comma 1 prevalgono sulle disposizioni degli strumenti urbanistici generali e dei regolamenti edilizi” e perciò anche nei confronti del suddetto art. 33 delle NTA del PRG del 1975 e della successiva Direttiva del Dirigente del Settore Urbanistica n. 4 del 2.8.2005. A riprova di ciò, va richiamato l’orientamento giurisprudenziale (cfr. C.d.S. Sez. V Sentenze n. 2565 del 4.5.2010 e n. 483 del 13.5.1997; C.d.S. Sez. IV Sentenza n. 3863 del 15.7.2013; TAR Napoli Sez. III Sentenza n. 5065 dell’11.12.2012; TAR Lazio Sez. II bis Sentenza n. 3193 dell’11.4.2011; TAR Lecce Sez. III Sent. n. 143 del 15.1.2005), condiviso anche da questo Tribunale (cfr. Sentenze n. 585 del 17.9.2015, n. 906 del 27.12.2014, n. 767 del 6.12.2013, n. 233 dell’8.5.2013, n. 338 del 27.6.2008, n. 517 del 4.9.2007 e n. 920 del 30.12.2006), secondo cui possono essere qualificati come volumi tecnici, che sono esclusi dal calcolo della volumetria e dell’altezza dell’intero fabbricato e che non vanno presi in considerazione anche ai fini del rispetto della normativa in materia di distanze tra i fabbricati frontistanti, soltanto quelli adibiti alla sistemazione di impianti in rapporto di strumentalità necessaria con l’uso dell’edificio in cui vengono collocati e che non possono essere sistemati all’interno della parte abitativa, come per es. gli impianti termici, gli impianti idrici e l’ascensore, mentre i locali aventi le destinazioni complementari a quella residenziale di soffitta, stenditoi e/o lavatoi chiusi e ripostigli, come quella del sottotetto oggetto della controversia in esame, vanno computati ai fini del calcolo della volumetria.

FATTO

La sig.ra Rosa Caterina Sivilia è proprietaria dell’edificio, sito nel Comune di Matera al Vico Capelluti n. 11, censito in Catasto al foglio n. 71, particella n. 274.
Tale edificio, avente le dimensioni di m. 22,75 x 13,50, è stato costruito nel 1956, in virtù della licenza edilizia del 29.11.1949, con la quale era stata autorizzata la costruzione di quattro piani, ma venivano ultimati soltanto i primi due livelli (piano terra, destinato a locali commerciali con accesso diretto sulla strada, e primo piano con due unità immobiliari residenziali, alle quali si accede mediante scala condominiale), mentre la realizzazione del terzo livello si fermava con la costruzione delle murature portanti “interrotte a circa m. 1,60-1,70” dal solaio di calpestio, per cui veniva realizzato un sottotetto “irregolare”, che non copriva l’intera superficie del solaio di calpestio, costituito “da falde inclinate e piane senza una precisa definizione funzionale e tipologica”.
Con il PRG, approvato nel 1975, il predetto edificio veniva inserito nella Zona 2, con i seguenti parametri: 1) indice di fabbricabilità territoriale di 5 mc./mq.; 2) altezza massima delle costruzioni di m. 14,50 con numero di massimo 4 piani, compreso il piano terra; 3) distacco minimo tra le costruzioni, anche con strade o spazi pubblici interposti, non inferiore alla media delle altezze dei due fabbricati e comunque non inferiore a m. 10.
Inoltre, l’art. 33 delle Norme Tecniche di Attuazione del PRG del 1975 stabiliva che nel calcolo dell’altezza non dovevano essere misurati “i cosiddetti volumi tecnici, comprendenti le cabine idriche ed i lavatoi (ove necessari), gli extracorsa degli ascensori, le scale e gli stenditoi”, specificando che tali volumi tecnici dovevano “comunque essere realizzati secondo una composizione architettonica unitaria ovvero opportunamente mascherati e non” dovevano “superare l’altezza utile di 2,20 m., salvo gli ambienti per i macchinari degli ascensori che avranno l’altezza strettamente necessaria”.
Con Del. C.C. n. 1 del 23.2.2000 il Comune di Matera adottava la Variante Generale al PRG, con la quale il suindicato edificio, di proprietà della sig.ra Rosa Caterina Sivilia, veniva inserito nel Tessuto Urbano Ud/B7 di Via Castello-Piazza Matteotti, nel cui ambito potevano essere eseguiti soltanto gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria, risanamento conservativo e ristrutturazione edilizia ed, inoltre, l’art. 10 delle Norme Tecniche di Attuazione escludeva i sottotetti con altezza inferiore a 1,80 m. dal calcolo della Superficie Utile Lorda (SUL), che aveva sostituito il paramento dell’indice di fabbricabilità fondiario con quello del limite di utilizzazione edilizia, consistente nella somma di tutte le superfici realizzabili “di tutti i livelli fuori e dentro terra degli edifici e/o manufatti”, escluso i locali interrati di altezza inferiore a m. 2,40, i sottotetti di altezza inferiore a m. 1,80 per i sottotetti ed il 20% della superfici coperte dei porticati.
Con Del. C.C. n. 10 del 13.3.2003 il Comune di Matera esaminava le 241 osservazioni ed opposizioni al PRG adottato ed accoglieva parzialmente l’osservazione della sig.ra Rosa Caterina Sivilia, volta ad ottenere la conferma del precedente indice di fabbricabilità territoriale di 5 mc./mq. del PRG del 1975, in quanto il Comune aveva stabilito che tutti gli edifici inseriti nei Tessuti Urbani Ud/B, che, come quello della sig.ra Sivilia, non avevano interamente utilizzato il pregresso indice volumetrico, potevano incrementare la loro volumetria, riducendo del 30% il precedente indice di fabbricabilità, “salvo i diritti dei terzi”.
Con Del. G.R. n. 2144 del 27.9.2004 la Regione Basilicata formulava osservazioni al PRG adottato e con Del. C.C. n. 33 del 21.4.2006 il Comune di Matera recepiva le predette osservazioni regionali.
Intanto, poiché in data 23.2.2003 erano scadute le misure di salvaguardia ex art. 12, comma 3, DPR n. 380/2001 del PRG adottato e non erano più efficaci le prescrizioni di tale PRG, la sig.ra Rosa Caterina Sivilia in data 1.8.2005 presentava una DIA, finalizzata alla demolizione e ricostruzione del sottotetto con diversa sagoma e maggiore volumetria entro il limite di altezza di m. 2,20 stabilito dall’art. 33 delle NTA del PRG del 1975, confermandone la destinazione a lavatoio-stenditoio e/o a ripostiglio delle due sottostanti unità immobiliari.
Poiché il suddetto art. 33 delle NTA del PRG del 1975 era stato interpretato estensivamente e perciò erano stati autorizzati, “più che anacronistici lavatoi e/o stenditoi”, locali “pluriuso annessi alle abitazioni dei piani sottostanti”, al fine di evitare “sopraelevazioni generalizzate di tutto il patrimonio edilizio della città” ed “un inaccettabile sovraccarico urbanistico delle strutture edilizie della città” ed al fine di uniformare i criteri di esame delle pratiche edilizie, relative alla realizzazione di “volumi tecnici e lavatoi”, ed i criteri di interpretazione del citato art. 33, il Dirigente del Settore Urbanistica del Comune di Matera in data 2.8.2005 emanava la Direttiva n. 4, con la quale, in attesa dell’entrata in vigore del nuovo PRG, adottato con Del. C.C. n. 1 del 23.2.2000, venivano impartite “ai Geometri istruttori” le seguenti direttive (in passato già adottate dalle Commissioni Edilizie Comunali): 1) l’esclusione dal calcolo dell’altezza dell’intero fabbricato delle cabine idriche e dei lavatoi (ove necessari), degli extracorsa degli ascensori, delle scale e degli stenditoi, prevista dall’art. 33 delle NTA del PRG del 1975, si applicava solo agli edifici, la cui costruzione era stata autorizzata dopo l’entrata in vigore del PRG del 1975, e non anche alle “costruzioni preesistenti alla data di approvazione del PRG del 1975, a meno che le stesse non siano oggetto di interventi di ristrutturazione edilizia e/o demolizione e ricostruzione”, in quanto: a) la realizzazione di cabine idriche, lavatoi (ove necessari), extracorsa di ascensori, scale e stenditoi sugli edifici già costruiti prima dell’entrata in vigore del PRG del 1975 avrebbe assunto la configurazione di vere e proprie sopraelevazioni di tali edifici, che avrebbe dovuto essere specificamente disciplinata dalle NTA; b) erano “consentite le ristrutturazioni, anche se con sagome ed altezze diverse, ma a parità di volumi, dei vani tecnici preesistenti al disopra di tali edifici, nel rispetto delle caratteristiche architettoniche delle coperture degli stessi”; 2) le cabine idriche ed i lavatoi (ove necessari), gli extracorsa degli ascensori, le scale e gli stenditoi dovevano costituire “pertinenze degli alloggi dei livelli sottostanti, accessibili con vano scala condominiale o autonomamente dall’alloggio cui sono annesse”, ma non dovevano costituire “unità complesse autonomamente o separatamente utilizzabili, rispetto agli alloggi sottostanti”; 3) la superficie di tali locali non doveva superare il 25% della superficie lorda dell’alloggio sottostante (“compresa la gabbia scala ed il vano ascensore”) e comunque il 50% della superficie coperta dell’intero edificio; 4) l’altezza utile interna di tali locali non doveva superare 2,20 m.; 5) se i lavatoi venivano costruiti “a filo della facciata del fabbricato”, la loro altezza doveva essere calcolata “ai fini della determinazione delle distanze da strade, confini e fabbricati”, mentre, per ottenere l’esenzione dal calcolo dell’altezza dell’intero edificio, tali lavatoi dovevano essere arretrati “dal filo della facciata” per una distanza pari ad almeno la metà dell’altezza degli stessi lavatoi; 6) l’art. 33 delle NTA del PRG del 1975 poteva essere applicato soltanto agli edifici, aventi una destinazione d’uso residenziale, in quanto tale norma risultava “finalizzata alla possibilità di consentire” alle nuove unità residenziali “di godere di spazi tecnici annessi (spazi tecnici pluriuso per impianti, ripostigli, ecc.)” e di usufruire di “una sorta di bonus di superficie per una più razionale definizione della distribuzione dell’alloggio (realizzazione di vani tecnici in copertura)”; mentre gli edifici, aventi una destinazione d’uso diversa da quella residenziale, dovevano “essere dimensionati e valutati in rapporto alle effettive necessità dei fabbricati e delle funzioni ivi insediate, da dimostrare progettualmente”.

Pertanto, il Dirigente del Settore Urbanistica del Comune di Matera con nota prot. n. 42025 del 25.5.2006 (notificata l’1.6.2006), ai sensi dell’art. 10 bis L. n. 241/1990, comunicava alla sig.ra Sivilia che la Conferenza di valutazione tecnica nella seduta del 16.5.2006 aveva espresso parere contrario, sia perché non era stato dimostrato il rispetto della “distanza minima dai fabbricati prospicienti”, sia perché la proposta non era “rispettosa” della suddetta Direttiva n. 4 del 2.8.2005.
Con nota dell’8.6.2006 la sig.ra Sivilia faceva presente che con la concessione edilizia del 29.11.1949 era stata autorizzata la costruzione di quattro piani e che la demolizione e ricostruzione del sottotetto, richiesta con la DIA dell’1.8.2005, aveva la finalità di completare e definire l’edificio con omogeneità architettonica, in un contesto dove gli altri edifici avevano un’altezza ed un numero di piani maggiori.
Con nota prot. n. 49346 del 21.9.2006 (notificata il 22.9.2006) il Dirigente del Settore Urbanistica comunicava che la Conferenza di valutazione tecnica nella seduta del 20.9.2006 aveva confermato il precedente parere contrario del 16.5.2006 con riferimento alla mancata dimostrazione del rispetto delle distanze minime dai fabbricati limitrofi, precisando che la ristrutturazione dei volumi tecnici esistenti in copertura poteva “essere presa in esame se rispettosa del punto 4.1 della Circolare del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti n. 4174 del 7.8.2003”.
La sig.ra Rosa Caterina Sivilia con il Ric. n. 519/2006, notificato il 20.11.2006 e depositato il 2.12.2006, ha impugnato la predetta nota prot. n. 49346 del 21.9.2006, deducendo:
1) l’incompetenza del Dirigente del Settore Urbanistica ad emanare la suddetta Direttiva n. 4 del 2.8.2005, nonché l’eccesso di potere per difetto di motivazione e per disparità di trattamento, tenuto conto dell’applicazione a numero fabbricati dell’art. 33 delle NTA del PRG del 1975;
2) la violazione dei principi in materia di volumi tecnici, secondo cui non vanno computati per il calcolo sia della volumetria, sia dell’altezza del fabbricato, e dei principi di proporzionalità, bilanciamento degli interesse e buona fede, ai sensi dei quali, quando le norme urbanistiche possono essere interpretate sia nel senso dell’edificabilità, sia nel senso dell’inedificabilità, il dubbio deve essere risolto a favore della prima soluzione.
Successivamente con Decreto Presidente Giunta Regionale n. 269 del 20.12.2006 (pubblicato nel BUR dell’8.1.2007 e nell’Albo Pretorio comunale in data 7.2.2007) veniva approvata la suddetta Variante Generale al PRG del Comune di Matera, che confermava sia la riduzione del 30% dell’indice di fabbricabilità del precedente PRG del 1975 all’edificio di cui causa “salvo i diritti dei terzi”, sia l’esclusione dal calcolo della Superficie Utile Lorda (SUL) dei sottotetti con altezza superiore a 1,80 m..

Con Ric. n. 87/2007, notificato il 9.3.2007 e depositato il 22.3.2007, la ricorrente ha impugnato il predetto provvedimento di approvazione del PRG D.P.G.R. n. 269 del 20.12.2006, unitamente ai citati atti endoprocedimentali Delibere C.C. n. 1 del 23.2.2000, n. 10 del 13.3.2003 e n. 33 del 21.4.2006 e Del. G.R. n. 2144 del 27.9.2004, deducendo:
1) l’eccesso di potere per difetto di motivazione e di istruttoria, in quanto l’accoglimento parziale dell’osservazione della ricorrente ed il suindicato art. 10 delle NTA non consentiva lo stesso la demolizione e ricostruzione del sottotetto, richiesta con la DIA dell’1.8.2005;
2) l’invalidità in via derivata dall’illegittima nota prot. n. 49346 del 21.9.2006, impugnata con il Ric. n. 519/2006, dopo la scadenza delle misure di salvaguardia al PRG adottato con Del. C.C. n. 1 del 23.2.2000 ed anteriormente all’approvazione di tale PRG con D.P.G.R. n. 269 del 20.12.2006, richiamando la Sentenza dell’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato n. 1 dell’8.1.1986;
3) la violazione dell’art. 7, comma 1, L. n. 1150/1942, in quanto il provvedimento di approvazione del PRG aveva stralciato alcune aree, per le quali non erano stati effettuati studi geologici, e degli artt. 13 L. n. 64/1974, 5 L.R. n. 40/1982 e 10 L.R. n. 38/1997, in quanto per le altre parti non stralciate non era stata acquisita la relazione geologica;
4) violazione dei principi in materia di urbanistica, in quanto, poiché erano state accolte alcune osservazioni, il PRG doveva essere riadottato e nuovamente pubblicato, ed anche perché la Soprintendenza per i Beni Architettonici ed il Paesaggio non aveva espresso il parere prima dell’adozione del PRG;
5) violazione dell’art. 45 L.R. n. 23/1999, in quanto il Comune aveva applicato alle norme del procedimento la L. n. 1150/1942, mentre ai sensi della norma regionale dovevano essere applicati gli artt. 25 e 44 della stessa L.R. n. 23/1999.
Si è costituito in tutti e due i giudizi il Comune di Matera, sostenendo l’infondatezza dei ricorsi.
All’Udienza Pubblica del 27.1.2016 il ricorso in epigrafe è passato in decisione.

DIRITTO

Innanzitutto, il Collegio ritiene opportuno disporre la riunione dei due giudizi indicati in epigrafe, attesocchè hanno per oggetto le stesse questioni, cioè l’ammissibilità della demolizione e ricostruzione del sottotetto dell’edificio, sito nel Comune di Matera al Vico Capelluti n. 11, censito in Catasto al foglio n. 71, particella n. 274, con diversa sagoma e maggiore volumetria entro il limite di altezza di m. 2,20, per destinarlo a lavatoio-stenditoio e/o a ripostiglio delle due sottostanti unità immobiliari, richiesta con la DIA dell’1.8.2005, e se tale intervento edilizio va computo ai fini del calcolo della volumetria e dell’altezza dell’intero fabbricato, tenuto pure conto dell’ulteriore prescrizione del distacco minimo tra le costruzioni, anche con strade o spazi pubblici interposti, non inferiore alla media delle altezze dei due fabbricati e comunque non inferiore a m. 10.
Nel merito, tutti e due i ricorsi in esame sono infondati.
Nell’esaminare il Ric. n. 519/2006, non può tenersi conto di tutte le censure articolate, con le quali è stata dedotta la violazione dell’art. 33 delle NTA del PRG del 1975 e/o l’erronea interpretazione di tale norma, compiuta dalla sopra descritta Direttiva del Dirigente del Settore Urbanistica n. 4 del 2.8.2005, in quanto la predetta Direttiva è stata citata soltanto nella nota ex art. 10 bis L. n. 241/1990 nota prot. n. 42025 del 25.5.2006 e non è stata posta a base del provvedimento impugnato, conclusivo del procedimento, di cui alla nota prot. n. 49346 del 21.9.2006, anche se va precisato che non sussiste il denunciato vizio di competenza, in quanto rientra nei poteri dirigenziali l’emanazione di direttive ai propri dipendenti subordinati in materia di applicazione e/o interpretazione delle Norme Tecniche di Attuazione del PRG.
Ed invero, con l’impugnata nota prot. n. 49346 del 21.9.2006 il Dirigente del Settore Urbanistica ha respinto la DIA dell’1.8.2005, finalizzata alla demolizione e ricostruzione del sottotetto dell’edificio in questione con diversa sagoma e maggiore volumetria entro il limite di altezza di m. 2,20 e con destinazione a lavatoio-stenditoio e/o a ripostiglio, sia perché la ricorrente non aveva provato il rispetto della distanza minima dai fabbricati prospicienti e/o limitrofi, rilievo già indicato nella citata nota ex art. 10 bis L. n. 241/1990 nota prot. n. 42025 del 25.5.2006, sia perché la progettata ristrutturazione dei volumi tecnici esistenti in copertura doveva rispettare il punto 4.1 della Circolare del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti n. 4174 del 7.8.2003.
Nella specie, non risulta persuasivo il primo dei due suddetti rilievi.
Infatti, il Comune non può respingere una domanda, con la generica motivazione dell’omessa dimostrazione da parte dell’istante del rispetto della “distanza minima dai fabbricati prospicienti”, ma può negare l’autorizzazione edilizia, dopo aver accertato la predetta violazione della distanza minima con i fabbricati confinanti, indicando le misure rilevate.
Più precisamente, il Comune doveva accertare la violazione dell’art. 11 delle NTA del PRG del 1975, nella parte in cui prescriveva che gli immobili della Zona 2 dovevano osservare il distacco minimo tra le costruzioni, anche con strade o spazi pubblici interposti, non inferiore alla media delle altezze dei due fabbricati e comunque non inferiore a m. 10, tenuto pure conto della circostanza che, dopo l’entrata in vigore nel 1975 di tale norma, non poteva tenersi conto della precedente disciplina urbanistica, che aveva consentito il rilascio della licenza edilizia del 29.11.1949, che autorizzava la costruzione di quattro piani fuori terra.
Mentre risulta fondato l’altro motivo, posto a base del provvedimento impugnato, relativo al rispetto della Circolare n. 4174 del 7.8.2003, con la quale il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti chiarisce i presupposti dell’intervento di recupero della ristrutturazione mediante demolizione e ricostruzione, assentibile con DIA e non soggetto al pagamento del costo di costruzione e degli oneri di urbanizzazione, precisando al punto 4.1 che, ai sensi dell’art. 3, comma 1, lett. d), DPR n. 380/2001, non potevano essere alterate la sagoma e la volumetria preesistenti, mentre la demolizione e ricostruzione di cui è causa risultava finalizzata alla realizzazione di un sottotetto con diversa sagoma e maggiore volumetria entro il limite di altezza di m. 2,20.
Inoltre, il predetto punto 4.1 della Circolare ministeriale n. 4174 del 7.8.2003 ha espressamente richiamato il comma 2 dell’art. 3 DPR n. 380/2001, il quale, come il previgente art. 31, comma 2, L. n. 457/1978, statuisce che “le definizioni del comma 1 prevalgono sulle disposizioni degli strumenti urbanistici generali e dei regolamenti edilizi” e perciò anche nei confronti del suddetto art. 33 delle NTA del PRG del 1975 e della successiva Direttiva del Dirigente del Settore Urbanistica n. 4 del 2.8.2005. A riprova di ciò, va richiamato l’orientamento giurisprudenziale (cfr. C.d.S. Sez. V Sentenze n. 2565 del 4.5.2010 e n. 483 del 13.5.1997; C.d.S. Sez. IV Sentenza n. 3863 del 15.7.2013; TAR Napoli Sez. III Sentenza n. 5065 dell’11.12.2012; TAR Lazio Sez. II bis Sentenza n. 3193 dell’11.4.2011; TAR Lecce Sez. III Sent. n. 143 del 15.1.2005), condiviso anche da questo Tribunale (cfr. Sentenze n. 585 del 17.9.2015, n. 906 del 27.12.2014, n. 767 del 6.12.2013, n. 233 dell’8.5.2013, n. 338 del 27.6.2008, n. 517 del 4.9.2007 e n. 920 del 30.12.2006), secondo cui possono essere qualificati come volumi tecnici, che sono esclusi dal calcolo della volumetria e dell’altezza dell’intero fabbricato e che non vanno presi in considerazione anche ai fini del rispetto della normativa in materia di distanze tra i fabbricati frontistanti, soltanto quelli adibiti alla sistemazione di impianti in rapporto di strumentalità necessaria con l’uso dell’edificio in cui vengono collocati e che non possono essere sistemati all’interno della parte abitativa, come per es. gli impianti termici, gli impianti idrici e l’ascensore, mentre i locali aventi le destinazioni complementari a quella residenziale di soffitta, stenditoi e/o lavatoi chiusi e ripostigli, come quella del sottotetto oggetto della controversia in esame, vanno computati ai fini del calcolo della volumetria.
Pertanto, il provvedimento impugnato, con il Ric. n. 519/2006, risulta sufficientemente motivato e non viola sia i principi in materia di volumi tecnici, sia i principi di proporzionalità, bilanciamento degli interessi e buona fede.
Parimenti, va disattesa la censura del vizio dell’eccesso di potere per disparità di trattamento, attesocchè eventuali illegittimità commesse in favore di altre persone non possono essere invocate per pretendere ulteriori provvedimenti anch’essi illegittimi, sia perché, in caso di attività amministrativa vincolata, come nella materia edilizia, non risulta mai configurabile il predetto vizio di disparità di trattamento, se il trattamento favorevole ad altre persone sia stato concesso per un errato comportamento dell’Amministrazione, sia perché l’illegittimità del comportamento, tenuto dall’Amministrazione, non può costituire ragione sufficiente, per fondare una pretesa di pari trattamento (cfr. C.d.S. Sez. VI Sent. n. 2798 del 21.5.2001 e TAR Basilicata Sentenze n. 338 del 27.6.2008 e nn. 642 e 643 del 22.10.2007).
Conseguentemente, l’impugnata nota prot. n. 49346 del 21.9.2006, non può essere annullata, attesocchè, in caso di autonomi motivi posti a fondamento di un provvedimento amministrativo impugnato in via giurisdizionale, tale provvedimento deve ritenersi legittimo anche se uno solo di essi è fondato e perciò idoneo a sorreggerne la validità.
Risulta infondato anche il Ric. n. 87/2007, di impugnazione del vigente PRG, adottato con Del. C.C. n. 1 del 23.2.2000 ed approvato con D.P.G.R. n. 269 del 20.12.2006.
Infatti, alla stregua delle considerazioni sopra esposte risulta legittimo l’art. 10 delle NTA, nella parte in cui esclude dal calcolo della Superficie Utile Lorda (SUL) soltanto i sottotetti con altezza inferiore a 1,80 m..
Parimenti, risulta legittima la riduzione del 30% dell’indice di fabbricabilità del precedente PRG del 1975 “salvo i diritti dei terzi”.
Al riguardo, vanno disattese le censure del vizio dell’eccesso di potere per difetto di motivazione e di istruttoria, in quanto, in virtù della predetta disposizione urbanistica, la ricorrente può chiedere il rilascio del permesso di costruire, ma non della DIA (ora SCIA), per sopraelevare l’immobile di sua proprietà, sito in Vico Capelluti n. 11, censito in Catasto al foglio n. 71, particella n. 274, fermo restando il rispetto della normativa in materia di distanza minima tra i fabbricati confinanti.
Inoltre, per quanto riguarda la mancata conferma del precedente indice di fabbricabilità territoriale di 5 mc./mq. del PRG del 1975, invocato dalla ricorrente con apposita osservazione al PRG adottato, accolta solo parzialmente con la suindicata riduzione del 30%, va richiamata la motivazione, contenuta negli atti endoprocedimentali, relativa alla finalità di impedire ulteriore aumento del carico urbanistico ed edilizio del centro urbano (cfr. la relazione istruttoria, allegata alla Del. G.R. n. 2144 del 27.9.2004, con la quale la Regione ha formulato osservazioni al PRG adottato), tenuto pure conto della circostanza che, come affermato dalla stessa ricorrente nell’osservazione al PRG adottato dell’11.3.2002, l’immobile di cui è causa si trova all’ingresso del Centro Storico (“altro lato della strada”).
Per completezza, va pure precisato che l’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato con la Sentenza n. 1 dell’8.1.1986, invocata dal ricorrente, ha statuito che in sede di esecuzione del giudicato di annullamento del provvedimento di diniego del permesso di costruire o di annullamento del silenzio-rifiuto sulla domanda di permesso di costruire il Comune “non può non tener conto delle modificazione dei piani urbanistici sopravvenute in corso di giudizio”, mentre restano inopponibili ai ricorrenti vittoriosi soltanto le variazioni degli strumenti urbanistici sopravvenute dopo la notificazione della sentenza di accoglimento del ricorso contro il provvedimento di diniego del permesso di costruire o di annullamento del silenzio-rifiuto sulla domanda di permesso di costruire, fatto sempre salvo il potere del Comune di rivedere in parte qua il vigente strumento urbanistico, al fine di valutare se ad esso possa essere apportata una deroga che recuperi, in tutto o in parte e compatibilmente con l’interesse pubblico, la precedente previsione urbanistica, sulla quale si fondava l’originaria istanza di permesso di costruire, il cui diniego o silenzio-rifiuto è stato giudizialmente dichiarato illegittimo.
Ma, nella specie, questo Tribunale non aveva già emanato, nel periodo decorrente dalla scadenza delle misure di salvaguardia (23.2.2003) all’approvazione del PRG con D.P.G.R. n. 269 del 20.12.2006, una Sentenza, con la quale era stato annullato un precedente provvedimento, di diniego della demolizione e ricostruzione del sottotetto dell’edificio di cui è causa.
Vanno, altresì, respinte le altre censure, finalizzate all’annullamento integrale del PRG approvato con D.P.G.R. n. 269 del 20.12.2006, prescindendo dalla loro inammissibilità per difetto di interesse, tenuto conto della loro palese infondatezza nel merito.
Infatti, pur prescindendo dalla circostanza che l’immobile di cui è causa non era ubicato in una delle aree stralciate dall’impugnato provvedimento regionale di approvazione del PRG, va rilevato che l’art. 7, comma 1, L. n. 1150/1942, nel prevedere che il PRG “deve considerare la totalità del territorio comunale”, non impedisce alla Regione di approvare parzialmente lo strumento urbanistico regionale, stralciando alcune aree, in quanto il principio tendenziale, sancito da tale norma, obbliga soltanto il Comune ad emanare una nuova disciplina delle aree stralciate (sul punto cfr. da ultimo C.d.S. Sez. IV Sentenza n. 4614 del 17.9.2013e TAR Catania Sez. II Sentenza n. 275 del 2.2.2012).
Ai sensi dell’art. 10, comma 5, L.R. n. 38/1997 per l’approvazione di un nuovo PRG non è necessario acquisire una nuova relazione geologica per le parti del territorio comunale, che non prevedono rispetto alla disciplina precedente ulteriori “aumenti nel carico urbanistico ed edilizio”, quando, come nella specie, il precedente strumento urbanistico è stato approvato dopo apposita indagine geologica.
Secondo un orientamento giurisprudenziale (cfr. C.d.S. Sez. IV Sent. n. 5357 dell’11.10.2007; C.d.S. Sez. IV Sent. n. 4984 del 5.9.2004; C.d.S. Sez. IV Sent. n. 4980 del 5.9.2004; C.d.S. Sez. IV Sent. n. 6178 del 20.11.2000; TAR Pescara Sent. n. 30 del 12.1.2009; TAR Piemonte Sez. I sent. n. 2074 del 25.9.2008; TAR Catania Sez. I sent. n. 1395 del 6.9.2007; TAR Brescia Sent. n. 862 del 4.7.2006; TAR Marche Sent. n. 1505 del 27.9.2004; TAR Pescara Sent. n. 16 del 15.1.2004; TAR Bologna Sez. I Sent. n. 2731 del 22.12.2003), condiviso anche da questo TAR (cfr. per es. Sentenza n. 414 del 23.6.2014), le variazioni apportate allo strumento urbanistico adottato, derivanti dall’accoglimento delle osservazioni e/o opposizioni presentate dai soggetti privati, possono essere approvate senza l’emanazione di un nuovo atto di riadozione dello strumento urbanistico e conseguente fase di nuova pubblicazione dello strumento urbanistico riadottato, per consentire nuovamente ai soggetti privati la presentazione di eventuali ulteriori osservazioni e/o opposizioni, quando, come nella specie, il loro accoglimento non ha comportato una profonda deviazione dai criteri posti a base dello stesso piano adottato.
Come riconosciuto dalla ricorrente, la Soprintendenza per i Beni Architettonici ed il Paesaggio si è pronunciata favorevolmente sul PRG prima della sua approvazione, per cui risulta irrilevante la denunciata circostanza che sul PRG adottato aveva espresso parere favorevole soltanto la Commissione regionale per la tutela del paesaggio e non anche la predetta Amministrazione statale.
Neppure è stato violato l’art. 45 L.R. n. 23/1999, in quanto tale norma prevedeva l’utilizzo alternativo sia delle norme procedimentali della L. n. 1150/1942, sia l’applicazione degli artt. 25 e 44 della stessa L.R. n. 23/1999, per cui non risulta censurabile l’impiego da parte del Comune resistente della prima facoltà di scelta.
A quanto sopra consegue la reiezione dei due suindicati ricorsi.
Conseguentemente, vanno dichiarate infondate le connesse domande di risarcimento danni, attesocchè, ai fini dell’ammissibilità del risarcimento dell’interesse legittimo, risulta necessario e vincolante il previo e/o contestuale accertamento dell’illegittimità degli atti impugnati.
Sussistono giusti motivi per disporre tra le parti la compensazione delle spese di lite, relative a tutti e due i giudizi sopra descritti.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Basilicata, previa loro riunione, respinge i due ricorsi indicati in epigrafe.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Potenza nella camera di consiglio del giorno 27 gennaio 2016 con l'intervento dei magistrati:
Giuseppe Caruso, Presidente
Pasquale Mastrantuono, Consigliere, Estensore
Benedetto Nappi, Referendario




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