a cura del Dott. Francesco Barchielli



T.A.R. Sardegna, Sezione II, 8 marzo 2016


Che natura ha il vincolo che impone ai lotti dei privati la destinazione alla viabilità pubblica? Che rilevanza assume rispetto al predetto vincolo l’inutile decorso del quinquennio dalla data di approvazione dello strumento urbanistico generale?

SENTENZA N. 228

Orbene, contrariamente a quanto ritenuto dalla difesa dell’amministrazione, il vincolo che in forza dell’atto di pianificazione grava sui lotti dei ricorrenti non ha natura meramente conformativa della proprietà privata, espressione del potere pianificatorio finalizzato alla c.d. zonizzazione del territorio comunale. Tale vincolo, in quanto relativo ad aree private specificamente destinate alla viabilità pubblica ha, invero, natura essenzialmente espropriativa perché strumentale alla successiva ablazione (cfr. Cass. Civ., Sez. I, 23.4.1990. n. 3366). Si tratta, infatti, un vincolo specifico ed in grado di limitare fortemente, fino al punto di svuotarlo praticamente di contenuto, il diritto dominicale dei ricorrenti. Ebbene, per giurisprudenza costante, l’inutile decorso del quinquennio dalla data di approvazione dello strumento urbanistico generale (20 febbraio 1985), fa discendere l’intervenuta decadenza del vincolo stesso. Invero, a differenza del vincolo conformativo, che risponde al potere pianificatorio di razionale sistemazione in zone omogenee (c.d. zonizzazione) del territorio comunale e che, non implicando l’ablazione del suolo, non soggiace alla disciplina della predetta legge, il vincolo, sia sostanziale che strumentale preordinato all’espropriazione o che comporta l’inedificabilità del suolo o, comunque, incide, significativamente e per un tempo irragionevole, sul diritto di proprietà dell’interessato, decade per l’inutile decorso del termine quinquennale (oggi) previsto dall’art. 9 del D.Lgvo n. 327/2001. Il 3° comma del predetto articolo prevede, inoltre, che “Se non è tempestivamente dichiarata la pubblica utilità dell'opera, il vincolo preordinato all'esproprio decade e trova applicazione la disciplina dettata dall'articolo 9 del testo unico in materia edilizia approvato con decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, restando dunque assoggettata l’area interessata al regime delle c.d. “zone bianche”. (cfr: Cons. Stato, Sez. IV, Sent., 29/05/2008, n. 2570).

FATTO

Con deliberazione della Giunta comunale di Castelsardo n. 136 del 17 luglio 2002 veniva approvato, con valore di dichiarazione di pubblica utilità e urgenza dell’opera, il progetto definitivo per i lavori di completamento della via Giua, sita all’interno dell’abitato comunale.
Il progetto esecutivo dei lavori veniva successivamente approvato con delibera della medesima Giunta comunale n. 139 del 24 giugno 2003, recante i seguenti termini previsti dall’art. 13 della legge n. 2359/1865:
1) inizio espropri 18 giugno 2004
2) fine espropri 18 giugno 2009
3) inizio lavori 18 giugno 2005
4) fine lavori 18 giugno 2011
In data 6 febbraio 2004 il Comune di Castelsardo, in forza di decreto d’occupazione d’urgenza n. 1 del 7 gennaio 2004, occupava i terreni di proprietà dei ricorrenti precisati in epigrafe, redigendo rituale verbale di immissione in possesso e di accertamento dello stato di consistenza.
I lavori venivano quindi ultimati in data 27 luglio 2005 (vedi certificato di ultimazione dei lavori, all. n. 5 delle produzioni dei ricorrenti).
L’amministrazione comunale di Castelsardo, tuttavia, non ha mai adottato alcun decreto di esproprio delle aree occupate.
Con il ricorso in esame i ricorrenti chiedono il risarcimento di tutti i danni, patrimoniali e non patrimoniali, conseguenti all’illecito perpetrato dall’amministrazione.
In particolare essi chiedono:
1) la riparazione della perdita del possesso dei suoli per tutto il periodo decorrente dalla scadenza del termine di occupazione legittima fino alla sua cessazione (fermo restando il diritto all’indennizzo per il periodo anteriore);
2) la riparazione della lesione del diritto di proprietà, o in forma specifica mediante restituzione dell’area previa riduzione in pristino stato o per equivalente;
3) il ristoro degli ulteriori danni patrimoniali prodotti dall’illecito dell’amministrazione sulla parte della proprietà privata del sig. Gianfranco Quirico Ignazio Solinas non direttamente trasformata dai lavori;
4) il risarcimento dei danni non patrimoniali.
Il tutto con le maggiorazioni di legge e la vittoria delle spese.
Per resistere al ricorso si è costituito il Comune di Castelsardo che dopo aver eccepito il difetto di legittimazione attiva del sig. Gianfranco Quirico Ignazio Solinas (per avere egli alienato a terzi il suo diritto di proprietà sull’area oggetto della procedura espropriativa), il difetto di giurisdizione sulla domanda di risarcimento relativa all’area non compresa nel procedimento ablatorio e la prescrizione della domanda risarcitoria relativa a quest’ultima area, ha chiesto nel merito la reiezione del ricorso attesa la congruità dell’offerta operata dal Comune e ritualmente depositata presso la Cassa Depositi e Prestiti, con vittoria delle spese.
Con memoria depositata il 12 febbraio 2015 i ricorrenti hanno replicato alle argomentazioni della difesa comunale insistendo, infine, nelle già rassegnate conclusioni.
Con sentenza non definitiva n. 447 del 20 marzo 2015 il Tribunale, dopo aver respinto l’eccezione di difetto di giurisdizione del giudice amministrativo sulla causa in oggetto e l’eccezione di difetto di legittimazione del sig. Gianfranco Quirico Ignazio Solinas, ha disposto, al fine di acquisire elementi necessari ai fini del decidere, lo svolgimento di una consulenza tecnica d’ufficio, nominando all’uopo l’ing. Fabio Forti, al quale ha formulato i seguenti quesiti:
1) quale sia l’esatta identificazione catastale e la superficie delle aree di proprietà dei ricorrenti occupate dal Comune di Castelsardo il 6 febbraio 2004 per la realizzazione dei lavori di completamento della strada per cui è causa;
2) quale sia il valore di mercato delle stesse aree - tenendo conto della loro destinazione urbanistica antecedente l’imposizione del vincolo preordinato all’espropriazione e della situazione dei luoghi - da determinarsi con riferimento al momento del deposito della relazione del CTU e all’epoca dell’occupazione di urgenza (6 febbraio 2004), nonché al termine di ciascun anno di occupazione del terreno;
Il professionista incaricato ha depositato in data 10 novembre 2015 la relazione tecnica richiesta.
Alla luce delle considerazioni del CTU le parti hanno depositato ulteriori scritti difensivi con i quali hanno contestato sia il procedimento seguito che le conclusioni rassegnate dall’ing. Forti, insistendo infine nelle originarie richieste.
Alla pubblica udienza del 20 gennaio 2016, sentiti i difensori delle parti, la causa è stata posta in decisione.

DIRITTO

Preliminarmente il Collegio prende atto del fatto che entrambe le parti in causa hanno chiesto la decisione allo stato degli atti rinunciando alle richieste di ulteriore termine a difesa per meglio contraddire le conclusioni del CTU, ritenendo di aver compiutamente esposto negli scritti depositati le rispettive definitive conclusioni.
Orbene, con la precitata sentenza non definitiva n. 447 del 20 marzo 2015, ai fini della delimitazione dell’odierno thema decidendum, il Collegio, affermata la propria giurisdizione in materia risarcitoria, ha subordinato la soddisfazione del risarcimento per equivalente alla necessità di un "preventivo passaggio intermedio" (accordo o provvedimento sanante traslativo), in quanto soluzione più idonea a soddisfare la necessità della formazione di un titolo idoneo al trasferimento della proprietà, ammettendo invece l’immediata proposizione della domanda risarcitoria sotto il profilo del mancato godimento del bene.
Il risarcimento del danno ottenibile dai proprietari che non hanno chiesto la restituzione del bene di loro proprietà illecitamente occupato dall’amministrazione, infatti, può riguardare il solo valore d'uso del bene, ossia il c.d. danno da mancato godimento dal momento della sua illegittima occupazione fino alla giuridica regolarizzazione della fattispecie, cioè al momento in cui la Pubblica amministrazione acquisterà legittimamente la proprietà dell'area vuoi con il consenso della controparte mediante contratto, vuoi mediante l'adozione del provvedimento autoritativo di acquisizione sanante ex art. 42- bis, d.P.R. 8 giugno 2001 n. 327.
Tale valore d'uso, corrispondente al danno sofferto dal proprietario per l'illecita, prolungata occupazione dei terreni di sua proprietà, è stato quantificato, con la decisione parziale, in linea con il parametro fatto proprio dal legislatore con il cit. art. 42 bis comma 3, d.P.R. n. 327 del 2001, nell'interesse del cinque per cento annuo sul valore venale del bene al momento dell’occupazione, rivalutato anno per anno.
Non essendovi all'uopo accordo tra le parti, al fine di poter vagliare compiutamente la domanda risarcitoria, è stata disposta la nomina di un CTU che in data 10 novembre 2015 ha rassegnato le sue conclusioni.
In relazione all’attività del CTU va anzitutto rilevata l’infondatezza dei rilievi sollevati dalla difesa dei ricorrenti in ordine alla violazione del principio del contraddittorio nel corso della svolgimento delle operazioni peritali.
Risulta infatti dalla relazione tecnica (pag. 2) che le parti e i loro consulenti sono stati ritualmente informati dell’avvio delle operazioni peritali (fissate per il giorno 14 maggio 2015 alle ore 11.00 presso la casa comunale di Castelsardo), e che in tale occasione (vedi verbale in atti , all. 2.2 alla relazione tecnica) è stata acquisita la documentazione necessaria all’assolvimento dell’incarico da parte del CTU.
Nessun’altra esigenza di contraddittorio si rendeva necessaria durante la fase di studio e valutazione di tale documentazione da parte del CTU, rientrando tale attività affidata esclusivamente nella discrezionalità tecnica del professionista incaricato e restando - come noto - riservata alla possibilità di presentare osservazioni alla bozza conclusiva l’interlocuzione procedimentale delle parti.
Afferma a pag. 4 della memoria depositata il 21 dicembre 2015 il difensore dei ricorrenti che il CTU, in sede di redazione del testo definitivo della relazione, avrebbe “…di fatto riaperto le operazioni prima dichiarate concluse , ha acquisito ulteriore documentazione (cfr. elenco allegati al capitolo 8 della perizia) ed ha sviluppato una perizia completamente diversa senza consentire la partecipazione né interlocuzione né l’esercizio del diritto di difesa dei ricorrenti…”.
Ad avviso dei ricorrenti, dunque, non sarebbero state rispettate le garanzie di partecipazione previste dal codice di procedura civile.
L’argomento è privo di pregio.
Gli allegati al capitolo 8 (stima del valore delle aree e determinazione dell’indennità), nell’acquisizione dei quali si sarebbe perpetrata la lesione delle garanzie procedimentali, sono i seguenti:
“8.1 – Banca dati delle quotazioni immobiliari (fonte Agenzia delle Entrate);
8.2 – Tabella aggiornamento dei costi di costruzione 2009 (fonte CNI);
8.3 - Tabelle indice ISTAT del Costo di costruzione di un fabbricato residenziale (fonte ISTAT);
8.4 - Tassi Effettivi Globali Medi rilevati ai sensi della legge 108/96 – Periodo di applicazione dal 1° ottobre 2015 fino al 31 dicembre 2015 (fonte Banca d’Italia);
8.5 – Certificato di destinazione urbanistica rilasciato il 08 settembre 2005”.
Si tratta dunque, all’evidenza, di documentazione tecnica rilasciata da fonti ufficiali, agevolmente accessibile al pubblico, insuscettibile di vario apprezzamento, recante dati obiettivi utilizzati dal CTU nello svolgimento dei suoi lavori.
Non è dato dunque comprendere in quali termini l’acquisizione di tale documentazione senza l’instaurazione di un formale contraddittorio procedimentale possa aver sacrificato le garanzie procedimentali dei ricorrenti.
Gli stessi ricorrenti contestano il fatto che il CTU, ai fini della determinazione del valore delle aree, abbia utilizzato il criterio del valore di trasformazione dopo aver utilizzato un altro metodo di calcolo nella bozza trasmessa per le osservazioni.
Tale radicale modifica del criterio utilizzato, secondo i ricorrenti, avrebbe giustificato, anche per la cennata acquisizione di nuova documentazione e la sostanziale rielaborazione della parte estimativa della relazione, lo svolgimento in contraddittorio delle operazioni peritali mentre, invece, il rifiuto opposto dal CTU avrebbe sacrificato le esigenze di difesa.
L’argomento si rivela anch’esso privo di pregio per due ordini di considerazioni.
Anzitutto, si legge nella parte IV, capitolo 9, della Relazione tecnica dedicata all’esame delle osservazioni delle parti:
“…Il CTP di parte ricorrente, Geom. Anna Moroni, ha provveduto ad inoltrare diverse osservazioni alla relazione di consulenza presentata in bozza.
Procedendo con ordine e avendo valutato attentamente le obiezioni proposte e le motivazioni che le hanno scaturite, si riporta quanto segue.
Il CTU, preso atto delle osservazioni generali alla struttura della perizia in bozza, opta per la valutazione del bene attraverso il valore di trasformazione, allegando, senza necessità di effettuare verifiche in contraddittorio, tutte le fonti dalle quali sono stati tratti i dati utilizzati…”.
Dunque, il CTU, proprio su sollecitazione del CTP dei ricorrenti, evidentemente non soddisfatti dei risultati ottenuti attraverso la modalità di calcolo seguita, ha provveduto a modificare il criterio di calcolo in sede di stesura definitiva della relazione addivenendo alla quantificazione finale del valore sulla base della documentazione già sopra richiamata che, come detto, per il suo carattere obiettivo e per le fonti di provenienza, non necessitava dello svolgimento di alcuna attività di accertamento da svolgersi nel contraddittorio tra le parti.
In secondo luogo, sul rilievo che la sostanziale modifica del criterio di stima abbia pregiudicato il diritto di difesa dei ricorrenti, va detto che dopo aver presentato una richiesta di rinvio dell’udienza di trattazione per meglio approfondire i contenuti tecnici delle conclusioni del CTU, richiesta sulla quale il Presidente aveva affidato al Collegio la decisione, all’odierna pubblica udienza le parti espressamente interpellate hanno affermato di aver comunque controdedotto con le memorie depositate e che dunque erano venute meno le esigenze difensive che avevano portato alla presentazione dell’istanza di rinvio.
Ben può ritenersi, quindi, che la causa giunga oggi all’esame del Collegio compiutamente istruita e nel rispetto delle garanzie previste per tutte le parti del giudizio.
Può quindi passarsi al merito della questione.
Il primo quesito posto al CTU concerneva “..l’esatta identificazione catastale e la superficie delle aree di proprietà dei ricorrenti occupate dal Comune di Castelsardo il 6 febbraio 2004 per la realizzazione dei lavori di completamento della strada per cui è causa…”.
In via preliminare i ricorrenti lamentano l’inattendibilità delle conclusioni assunte dal CTU in ordine all’estensione delle aree in questione, anche perché lo stesso non avrebbe proceduto a “…effettuare alcun rilievo né alcuna misurazione reale…”.
Neanche tale rilievo merita accoglimento.
Nella relazione tecnica presentata il CTU ha precisato che la superficie di progetto destinata ad essere espropriata, facente parte del più ampio mappale n. 1254 (intestato alla ditta Bitti Maddalena, Maria Rita e Nina) era mq. 1060.
Dal tipo di frazionamento prot. 2007/80836 dell’8 marzo 2007 si ricava che il tracciato stradale definitivo occupa integralmente il mappale 1649 di mq. 804 (originato dal frazionamento del predetto mappale 1254) e il mappale 1639 di mq 106 (originato dal frazionamento del mappale 937).
L’estensione delle aree, in contestazione, dunque, recentemente acquisita in seguito al predetto frazionamento e risultante anche dalle visure acquisite dal CTU presso l’Agenzia delle Entrate, non necessitava ad avviso di quest’ultimo, in mancanza di almeno un principio di prova circa l’erroneità della misurazione effettuata in sedi di frazionamento, di un nuovo rilievo plano-volumetrico come richiesto dai ricorrenti.
In ordine a tale questione il Collegio ritiene che il CTU abbia correttamente operato sia nell’ottica di una spedita esecuzione dell’incarico, limitandosi cioè alla svolgimento delle attività ritenute essenziali per il suo svolgimento, sia nell’ottica di un ragionevole contenimento dei costi, che sarebbero inutilmente lievitati per acquisire un dato oggetto di un recente accertamento (2007) e senza che i richiedenti abbiano offerto il benché minimo supporto probatorio al fine di suscitare almeno il dubbio che le misurazioni effettuate in sede di frazionamento fossero errate.
Quindi può ritenersi accertato che le aree oggetto di illecita occupazione da parte del Comune di Castelsardo siano esclusivamente il mappale 1649 di mq. 804 (di proprietà dei signori Bitti Maria Rita, Bitti Nina e Solinas Giuseppe Maria) e il mappale 1639 di mq 106 (di proprietà del sig. Solinas Gianfranco Quirico Ignazio).
Può quindi passarsi alla stima del valore di detti immobili.
In relazione a tale aspetto la consulenza d’ufficio non appare correttamente impostata ai fini dell’accertamento della potenzialità edificatoria dei lotti sulla cui base il CTU, applicando il criterio del valore di trasformazione, ha quantificato il valore delle aree.
In base al certificato di destinazione urbanistica allegato, infatti, risulta che in forza del Programma di Fabbricazione, vigente, approvato con D.A. n. 170 del 20 febbraio 1985, i terreni in questione ricadono in zona B3 e sono qualificati “strada di piano”.
Orbene, contrariamente a quanto ritenuto dalla difesa dell’amministrazione, il vincolo che in forza dell’atto di pianificazione grava sui lotti dei ricorrenti non ha natura meramente conformativa della proprietà privata, espressione del potere pianificatorio finalizzato alla c.d. zonizzazione del territorio comunale.
Tale vincolo, in quanto relativo ad aree private specificamente destinate alla viabilità pubblica ha, invero, natura essenzialmente espropriativa perché strumentale alla successiva ablazione (cfr. Cass. Civ., Sez. I, 23.4.1990. n. 3366).
Si tratta, infatti, un vincolo specifico ed in grado di limitare fortemente, fino al punto di svuotarlo praticamente di contenuto, il diritto dominicale dei ricorrenti.
Ebbene, per giurisprudenza costante, l’inutile decorso del quinquennio dalla data di approvazione dello strumento urbanistico generale (20 febbraio 1985), fa discendere l’intervenuta decadenza del vincolo stesso.
Invero, a differenza del vincolo conformativo, che risponde al potere pianificatorio di razionale sistemazione in zone omogenee (c.d. zonizzazione) del territorio comunale e che, non implicando l’ablazione del suolo, non soggiace alla disciplina della predetta legge, il vincolo, sia sostanziale che strumentale preordinato all’espropriazione o che comporta l’inedificabilità del suolo o, comunque, incide, significativamente e per un tempo irragionevole, sul diritto di proprietà dell’interessato, decade per l’inutile decorso del termine quinquennale (oggi) previsto dall’art. 9 del D.Lgvo n. 327/2001.
Il 3° comma del predetto articolo prevede, inoltre, che “Se non è tempestivamente dichiarata la pubblica utilità dell'opera, il vincolo preordinato all'esproprio decade e trova applicazione la disciplina dettata dall'articolo 9 del testo unico in materia edilizia approvato con decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, restando dunque assoggettata l’area interessata al regime delle c.d. “zone bianche”. (cfr: Cons. Stato, Sez. IV, Sent., 29/05/2008, n. 2570).
In tal caso, infatti, l’area interessata dall’atto impositivo non più efficace risulta sprovvista di regolamentazione urbanistica, essendo stata abrogata la disciplina preesistente ed essendo divenuta inefficace quella sopravvenuta.
È incontrovertibile, peraltro, che i limiti di edificabilità riconducibili alle zone bianche hanno per loro natura carattere provvisorio.
Ed è preciso obbligo dell'amministrazione di colmare al più presto ogni lacuna verificatasi nell'ambito della pianificazione urbanistica dettando per tali zone una nuova disciplina urbanistica, ma non risulta che nella specie il Comune di Castelsardo si sia attivato in proposito o che sia stato specificamente sollecitato dai ricorrenti.
Lacuna che, peraltro, non può ritenersi colmata con l’adozione del Piano particolareggiato per le zone B – VII stralcio – approvato nell’anno 2000, essendo rimessa esclusivamente allo strumento generale – e non anche a quello attuativo – l’imposizione di vincoli espropriativi.
L’avvio della procedura espropriativa, dunque, avvenuto con delibera n. 139 del 24 giugno 2003, e la conseguente occupazione posta in essere dall’amministrazione comunale, ha riguardato aree assoggettate per quanto sopra alla disciplina delle c.d. zone bianche, con potenzialità edificatoria estremamente ridotta rispetto alla quantificazione operata dal CTU, oltre che, quanto meno fino al giugno 2015, pesantemente condizionata dai limiti della pianificazione PAI.
Risulta infatti dal predetto certificato comunale che, in forza del Piano per l’assetto idrogeologico (PAI), approvato con delibera della GR n. 17/14 del 28 aprile 2006, il mappale 1649 insiste parte in zona Hg3 e parte in zona Hg4, mentre il mappale 1639 insiste per tutta la sua superficie in zona Hg3, e che solo a seguito di variante generale al PAI, del 16 giugno 2015 le aree per cui è causa sono ora comprese in zona Hg2.
Dette aree sono inoltre di interesse paesaggistico e soggette alle prescrizioni di cui alla L.R. n. 8/2004 e al PPR.
In ragione di quanto sopra non appare inoltre necessaria, ai fini della quantificazione del valore neppure l’operata distinzione tra il mappale 1639 e il mappale 1649.
Trattasi infatti (vedi certificato di destinazione urbanistica n. 6199 dell’8 giugno 2015 allegato dal CTU) di aree entrambe ricadenti in zona B3 soggette, entrambe soggette a un vincolo espropriativo decaduto e, pertanto, entrambe soggette alla disciplina dettata per le zone bianche.
Non può peraltro non rilevare la circostanza che tali aree, sia pur caratterizzate in parte da un andamento scosceso e di non agevole utilizzo sono situate in una posizione semi-periferica del territorio comunale ma, come rileva il CTU, “…ottimamente collegata al centro attraverso percorsi che consentono di raggiungerlo in auto in pochi minuti. Pur essendo sostanzialmente priva di servizi pubblici la zona è collegata alla rete viaria principale…” (pag. 8 della relazione).
Inoltre l’area risulta ubicata “…a circa 80 metri dalla scogliera con vista panoramica sul mare…” (pag. 8 della relazione).
E’ indubbio, quindi, che si tratti di aree di non agevole utilizzo per le loro caratteristiche orografiche ma di pregevole inserimento urbanistico.
Di tanto il Collegio ritiene di dover tener conto, disponendo ai fini della determinazione del risarcimento del danno per illecita occupazione che il valore base stimato al febbraio 2004 sia stabilito in euro 30,00 (trenta//00) a metro quadro per entrambi i mappali.
Quindi il valore di partenza sul quale calcolare il risarcimento dovuto (5% annuo sul valore del bene rivalutato fino alla restituzione o all’acquisizione dell’area) sarà per il mappale 1639 pari a euro euro 30/mq x 106 mq = 3.180,00, mentre per il mappale n. 1649 sarà euro 30/mq x 804 mq = euro 24.120,00.
Lo sviluppo dei predetti criteri risarcitori porta alla quantificazione (al mese di giugno 2015) del danno relativo all’illecita occupazione del mappale 1639 di mq. 106 (il cui valore di mercato a giugno 2015 risulta stimato in complessivi euro 3833,30) in euro 2.112,85 (duemilacentododici //85), mentre per il mappale n. 1649 di mq. 804 (il cui valore a giugno 2015 risulta stimato in euro 28.992,24), il danno da illecita occupazione, sempre quantificato a giugno 2015, ammonta a euro 16.025,74 (sedicimilaventicinque//74).
Su tali somme da giugno 2015 e fino al saldo dovranno computarsi gli interessi legali.
Resta fermo il dovere per l’amministrazione comunale di porre termine il più sollecitamente possibile alla predetta situazione di illiceità, causa di un significativo danno erariale per il quale si dispone la trasmissione della presente sentenza alla Procura regionale della Corte dei conti per le valutazioni di competenza, attraverso la restituzione delle aree occupate o con l’adozione di un provvedimento di acquisizione sanante ex art. 42 bis, cit., opzione ovviamente da valutare anche in relazione alle risorse già utilizzate per la realizzazione della strada.
In conclusione il ricorso merita accoglimento con condanna del Comune di Castelsardo al risarcimento del danno per illecita occupazione, quantificato nei termini sopra specificati.
Le spese della consulenza tecnica d’ufficio restano a carico di ciascuna parte nella misura del 50% senza oneri aggiuntivi rispetto a quanto liquidato in sede di acconto.
Le spese del presente giudizio seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sardegna (Sezione Seconda)
definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e condanna il Comune di Castelsardo al pagamento di euro 2.112,85 (duemilacentododici //85) per l’illecita occupazione fino a giugno2015 del mappale 1639 e di euro 16.025,74 (sedicimilaventicinque//74). per l’illecita occupazione fino a giugno 2015 del mappale 1649.
Su tali somme da giugno 2015 e fino al saldo dovranno computarsi gli interessi legali.
Condanna altresì il medesimo Comune al risarcimento del danno per mancato godimento dei terreni occupati, da ragguagliare al 5% annuo del loro valore, per il periodo che va dall’1 luglio 2015 fino alla data della loro restituziono oppure fino alla data di adozione del provvedimento di acquisizione sanante ex art. 42 bis.
Condanna il Comune di Castelsardo al pagamento in favore dei ricorrenti delle spese del giudizio, che liquida in euro 3000,00 (tremila//00), oltre accessori di legge.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Cagliari nella camera di consiglio del giorno 20 gennaio 2016 con l'intervento dei magistrati:
Francesco Scano, Presidente
Tito Aru, Consigliere, Estensore
Antonio Plaisant, Consigliere



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