a cura del Dott. Francesco Barchielli



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T.A.R Friuli Venezia Giulia, 28 giugno 2010


Sulla richiesta di integrazione documentale e sulla motivazione per relationem del provvedimento ai sensi della L. n. 241/1990

SENTENZA N. 504

1. Motivare per relationem l’atto finale di un procedimento risulta pienamente ammissibile e corretto, avendo tale tipo di motivazione anche trovato riconoscimento formale nell’art. 3 comma 3 della L. n. 241/1990.

2. La motivazione ob relationem è ancora più conferente e legittima quando è riferita a un presupposto parere obbligatorio di organo tecnico o tecnico-amministrativo (quale la Commissione edilizia comunale), risultando l’atto finale del procedimento fondato su una valutazione particolarmente qualificata e pertinente.

3. Ciò non impone che al provvedimento di diniego si debba allegare anche il parere della Commissione edilizia, bastando che questo venga indicato e reso disponibile, cioè ne siano comunicati gli estremi precisi in modo da permetterne l’eventuale acquisizione, con istanza di accesso documentale ai sensi degli artt. 22 e segg. della stessa L. n. 241/1990, soprattutto se detto parere è stato riportato integralmente nella comunicazione del preavviso di diniego.

4. Nessun pregio riveste la tesi secondo cui la richiesta di integrazione documentale avrebbe ingenerato nel ricorrente “l’affidamento che il proprio progetto potesse ottenere la concessione edilizia”, tanto più che tra i compiti del responsabile del procedimento, ai sensi dell’art. 6 della L. n. 241/1990, vi è proprio la possibilità di richiedere l’integrazione documentale al soggetto instante.

FATTO E DIRITTO

Il ricorrente ha chiesto nel 2007 la concessione edilizia per un intervento da realizzarsi sulla p.c. 1329/1 della nuova P.T. 2123 ed incluso in una lottizzazione convenzionata del 2006.
Veniva richiesta documentazione integrativa con nota 20 luglio 2007 e successivamente, con la lettera 10.102007, venivano comunicati i motivi ostativi, consistenti nel convincimento espresso dalla commissione edilizia che il PRPC di iniziativa privata relativo al comparto C6 indicasse come uniche tipologie ammesse le “isolate, le abbinate e/o a schiera” mentre l’intervento previsto era ideato con una forma a “U” e composto da tre tipi di abitazioni e quindi non rispettava la tipologia “ a schiera”.
Per lo stesso motivo veniva poi deciso l’impugnato diniego.
Il ricorso deduce i seguenti motivi:
1) Violazione e falsa applicazione della legge 241/90, art. 3.1, per difetto di motivazione;
2) Violazione della l. 241/90 art. 1.1. per mancata trasparenza – nonché violazione della l. 241/90 per difetto di motivazione;
3) Eccesso di potere per contraddittorietà ed illogicità manifesta insito in un supplemento istruttorio rivelatosi inutile ai fini del necessario fondamento del diniego;
4) Eccesso di potere per falsa ed arbitraria applicazione della normativa urbanistica del Comune di Turriaco;
5) Illegittimità del diniego per violazione del principio di buona fede nell’esecuzione contrattuale ( artt. 1362, 1365, 1366, 1367, 1371 e 1375 c.c. in relazione all’art. 1 bis l. 241/90), per difetto del consenso su elementi poi dichiarati unilateralmente come essenziali;
Si è costituito in giudizio il Comune intimato controdeducendo per il rigetto del ricorso.
Con un primo motivo si è denunciata violazione e falsa applicazione dell’art. 3 comma 1 della L. n. 241 e quindi “difetto di motivazione”, ritenendosi inidoneo ed insufficiente il richiamo nell’atto impugnato al parere negativo della Commissione secondo cui “…lo sviluppo complesso edilizio (in quanto avente forma ad “U” e composto da tre tipi di abitazioni) non si configura come tipologia a schiera”, nell’assunto che non sarebbe stato spiegato come è stato raggiunto l’affermato convincimento che non si tratti di tipologia a schiera, che richiederebbe il supporto di una fonte formale, desunta dalla normativa edilizia comunale.
Osserva al riguardo il Collegio che il provvedimento sindacale di diniego 31.10.2007 risulta fare riferimento al contenuto negativo del presupposto obbligatorio parere della Commissione Edilizia ed essere inoltre supportato da ampia e puntuale motivazione
D’altra parte non va dimenticato che l’accertamento della conformità o meno del progetto 0presentato alle tipologia edilizie prescritte dall’art. 5 delle N.d.A. per il comparto C6 del P.R.G.C. (per i piani particolareggiati di iniziativa privata) è tipica espressione di valutazione tecnico-discrezionale demandato al procedente Comune e come tale non sindacabile in sede giurisdizionale se non per manifesta illogicità e/ contraddittorietà, assenti nella specie.
Infatti, a fronte di una prescrizione urbanistica comunale puntualmente stabilente che nelle zone di “Comparto 6” dedicate ai PRPC di iniziativa privata potessero edificarsi “esclusivamente” tipologie edilizie di case “isolate, abbinate e/o a schiera”, il parere della Commissione edilizia e le concordi risultanze dell’istruttoria dell’Ufficio Urbanistico comunale, che hanno valutato non rientrante nelle sole tre tipologie edilizie contemplate il realizzando intervento di costruzione continua con conformazione ad “U”, risultano esenti da incongruità logica o da inosservanza di norme urbanistiche comunali e da errore giuridico, ma si sostanziano, del tutto correttamente, in valutazioni tecniche che fanno applicazione di nozioni specifiche della materia.
Potendo l’intervento progettato essere astrattamente confrontato unicamente con l’ammessa tipologia edilizia “a schiera” (non essendo ovviamente equiparabile alle altre due tipologie di edificio isolato o abbinato), la Commissione edilizia prima ed il Sindaco poi nell’impugnato atto di diniego hanno motivatamente valutato che “lo sviluppo del complesso edilizio proposto non si configura come una tipologia a schiera”, appartenendo, del resto, al comune sapere la nozione di casa a schiera intesa come una serie di villette congiunte lateralmente, tutte uguali e con un appezzamento di terreno antistante e retrostante, descrizione che con tutta evidenza non si concilia con il progettato intervento edilizio ad “U” e con tre tipologie di abitazioni.
Del pari manifestamente infondato è il secondo motivo di gravame con cui si è individuata una ulteriore duplice violazione della L. n. 241/199, in quanto si sostiene che è stato accennato solamente “per relationem”al parere contrario della commissione edilizia, rimasto inespresso quanto per se stesso immotivato e si denuncia la mancata comunicazione del testo completo del parere della C.E. e dei motivi per cui il sindaco vi si è attenuto;
Riguardo al primo rilievo basta ricordare che motivare per relationem l’atto finale di un procedimento risulta pienamente ammissibile e corretto, avendo tale tipo di motivazione anche trovato riconoscimento formale nell’art. 3 comma 3 della stessa L. n. 241/1990.
La motivazione ob relationem è ancora più conferente e legittima quando essa è riferita ad un presupposto parere obbligatorio di organo tecnico o tecnico-amministrativo, risultando l’atto finale del procedimento fondato su una valutazione particolarmente qualificata e pertinente. Così come è avvenuto per la fattispecie oggetto del presente giudizio, in cui il provvedimento di diniego sindacale 31.10.2007 è stato assunto con il recepimento esplicito del presupposto negativo parere obbligatorio 26.9.2007 della Commissione Edilizia comunale.
Nell’ambito della seconda censura parte ricorrente si duole anche della violazione dell’art. 3 comma 3 della stessa legge statale sulla trasparenza amministrativa perché “…non vi è traccia nel provvedimento di diniego del tenore completo del parere della CE dal quale ricavare esplicitamente i motivi del negato permesso edificatorio” .
L’inconsistenza della censura appare peraltro evidente in considerazione del fatto che, nella “Comunicazione dei motivi ostativi all’accoglimento dell’istanza” 10.10.2007 del Responsabile del procedimento trasmessa al sig. Narduzzi, veniva riportato testualmente ed integralmente il parere 26.9.2007 della Commissione Edilizia. Va anche sottolineato ad abundantiam che l’invocato art. 3 comma 3 stabilisce che “Se le ragioni della decisione risultano da altro atto dell’amministrazione richiamato dalla decisione stessa, insieme alla comunicazione di quest’ultimo deve essere indicato e reso disponibile, a norma della presente legge, anche l’atto che si richiama”, il che non impone che al provvedimento di diniego si debba allegare anche il parere della Commissione edilizia, bastando che questo venga indicato e reso disponibile, cioè ne siano comunicati gli estremi precisi in modo da permetterne l’eventuale acquisizione, con istanza di accesso documentale ex art. 22 e segg. della stessa L. n. 241/1990.
Il terzo motivo di impugnazione denuncia la dilatazione dei tempi procedimentali mediante un’istruttoria che non sarebbe stata necessaria e che viene qualificata come “defaticatoria “ e come “un espediente per dilatare i termini della disposta dovuta al ricorrente”, essendosi anche sostenuto, nella parte in FATTO del ricorso, che “…la sola e semplice richiesta di integrazione documentale non accompagnata da alcun rilievo o fatto ostativo all’accoglimento della domanda di concessione edilizia ha ingenerato nell’odierno ricorrente l’affidamento che il proprio progetto potesse ottenere la concessione edilizia”.
Ritiene invece il Collegio che, fermo restando che tra i compiti del Responsabile del procedimento, ai sensi dell’art. 6 della L. n. 241/1990, vi è proprio la possibilità di richiedere l’integrazione documentale al soggetto instante, nel caso di specie risulta che la richiesta sollecitamente effettuata dal Responsabile del procedimento (a distanza di appena quattro giorni dalla presentata istanza di concessione edilizia 16.7.2007) rispondeva alla mancata presentazione di documentazione necessaria per l’esame del progetto edificatorio per cui chiedevasi l’autorizzazione edilizia ( basta pensare alla rilevata carenza della indispensabile relazione geologica).
Nessun pregio riveste poi la tesi secondo cui la semplice richiesta di integrazione documentale 20.7.2007 avrebbe ingenerato nel ricorrente “l’affidamento che il proprio progetto potesse ottenere la concessione edilizia”, tanto più che appare evidente che la richiesta di integrazione documentale, che è stata trasmessa a distanza di solo quattro giorni dalla presentazione della domanda, era relativa a documentazione necessaria per il completamento della domanda e prodromica all’avvio dell’ istruttoria tecnico-amministrativa da parte del competente Ufficio Urbanistico ed alla successiva sottoposizione della pratica urbanistica all’obbligatorio parere della Commissione Edilizia.
Con il quarto motivo di ricorso si sostiene che il diniego pretenderebbe di desumere dall’art. 5 del PRPC dei limiti inesistenti, dato che tale norma non pone regole precise per l’individuazione del tipo di costruzione a schiera, ripetendo sostanzialmente sotto un’altra rubrica la censura formulata con il primo motivo.
Il Collegio al riguardo si richiama alle precedenti considerazioni, ribadendo che la tipologia ad “U” dell’ edificio progettato non risultava inquadrabile tra le tre previste dagli artt. 3 e 5 delle N.T.A..
Con un quinto ed ultimo motivo, si denuncia che il Comune non si sarebbe comportato secondo buona fede a partire da quando avrebbe indotto parte ricorrente a ritardare fino al luglio 2007 la domanda di concessione già predisposta fin dal marzo 2007, successivamente chiedendo un’integrazione istruttoria, quando già avrebbe potuto far presente che il progetto, per come era fin dall’inizio predisposto, avrebbe incontrato un diniego.
La mera cronologia degli eventi smentisce peraltro tale illazione e dimostra per tabulas la piena correttezza dell’operato comunale posto che, come riepilogato nello stesso atto di diniego del 31.10.2007 questa è la cronistoria del procedimento:
“16.07.2007 pervenimento istanza;
20.07.2007 richiesta integrazioni;
22.08.2007 deposito integrazioni con sostituzione della maggior parte degli elaborati
del progetto;
26.09.2007 esame Commissione Edilizia;
10.10.2007 avviso di diniego;
19.10.2007 pervenimento osservazioni;
26.10.2007 pervenimento parere A.S.S.”
Anche per quanto riguarda l’affermata induzione a ritardare la domanda fino a luglio è lo stesso atto impugnato a chiarire che ciò è avvenuto perché “…, in ottemperanza alle previsioni di cui alla convenzione stipulata dal proponente il PRPC all’interno del quale si sviluppa il progetto di cui al presente procedimento, le concessioni edilizie non potevano essere rilasciate prima del 27.06.2007 data della comunicazione dell’avvenuta realizzazione degli impianti attinenti alle opere di urbanizzazione. Pertanto le “lungaggini” a cui ci si riferisce non sono in alcun modo imputabili ai comportamenti degli uffici comunali”.
Null’altro resta da aggiungere, anche a parere del Collegio.
Per tutte le considerazioni che precedono il ricorso è infondato e deve essere respinto.
Sussistono comunque giusti motivi per disporre la compensazione delle spese.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale del Friuli Venezia Giulia, definitivamente pronunciando sul ricorso in premessa, respinta ogni contraria istanza ed eccezione, lo rigetta.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall''autorità amministrativa.
Così deciso in Trieste nella camera di consiglio del giorno 9 giugno 2010 con l''intervento dei Signori:
Oria Settesoldi, Presidente FF, Estensore
Vincenzo Farina, Consigliere
Rita De Piero, Consigliere


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