a cura del Dott. Francesco Barchielli



T.A.R. Friuli Venezia Giulia, Sezione I, 28 giugno 2010


A Gorizia fin dal 1886 era richiesta una “licenza di fabbrica”

SENTENZA N. 507

A Gorizia fin dal 1886 era richiesta una “licenza di fabbrica, necessità di licenza poi ribadita dalla legge 1150/1942, trattandosi di zona già all’epoca inclusa nel centro abitato di Gorizia.

FATTO E DIRITTO

I ricorrenti insorgono avverso l’ingiunzione al ripristino dello stato dei luoghi relativa alla realizzazione di una costruzione per ospitare fucina e maglio e una tettoia metallica aperta su due lati.
Questi sono i motivi di ricorso:
1) Violazione degli artt. 4, 5, 6, 7, 8 e 10 l. 241/90; per la mancata comunicazione dell’avvio del procedimento che avrebbe loro permesso di rappresentare e documentare fatti di cui l’ufficio edilizia privata sembra non essere a conoscenza.
2) Violazione dell’art. 3 della l. 241/90: eccesso di potere per travisamento dei fatti posti a fondamento del provvedimento; perché, nonostante le dichiarazioni dei ricorrenti circa l’esecuzione delle opere da molto tempo e in maniera regolare, non veniva effettuato il necessario reperimento della documentazione agli atti comunali. Inoltre non sarebbe vero che la costruzione sia stata demolita e sostituita da altra, in altro luogo e le misurazioni del fabbricato non sarebbero esatte.
Si sono costituiti in giudizio il Comune di Gorizia ed il sig. Barbana Roberto, controdeducendo per il rigetto del ricorso.
Il Comune ha ingiunto il ripristino dei seguenti manufatti:.
1) una costruzione destinata ad ospitare la fucina ed il maglio delle dimensioni di m. 7,50 di lunghezza, m. 6,50/5,55 di profondità e m. 3,50/2,85 di altezza, che si ritiene eseguita in epoca stimata tra gli ultimi anni ‘70 ed i primi anni ’80.
Non vi sarebbe in atti alcun titolo autorizzatorio relativo a tale manufatto mentre nel 1977 sarebbe stata rilasciata una concessione edilizia in precario per la costruzione di un fabbricato metallico ad uso magazzino posto al limitare del confine con la p.c. 2102/2 e di forma trapezoidale ( dimensioni: l. m. 7,40 – P. mt 4.30/ 5.20 – h mt 2.70/3.60), che quindi differisce quanto a sedime ( diverso e a 30 cm dal confine), materiale di costruzione, uso e dimensioni da quello rilevato in loco.
2) una tettoia metallica (aperta su due lati e con falda unica) posta tra il fronte esposto ad est del fabbricato principale e l’immobile del confinante sig. Barbana, quasi in aderenza a costruzione storicamente esistente e già utilizzata per lo stoccaggio dei materiali semilavorati, con dimensioni : lunghezza m. 7,60 x profondità m. 3,20 / 4,95 ed altezza m 2,75/ 3,40. Anche per questa non sarebbe stato rinvenuto alcun titolo autorizzativo e viene stimata un’epoca di costruzione risalente agli anni 1961/63, in concomitanza con l’ottenimento di una licenza di fabbrica (prot. 7955-6/V/1453 dd 30.11.1961) relativa all’ampliamento del fabbricato ad uso industriale, regolarmente edificato nel 1956 ( licenza di fabbrica prot. n. 22043-56/V/3758 dd 22.12.1956).
Non appare quindi contestata da parte del Comune la circostanza che si tratti di costruzioni risalenti nel tempo, perché ciò non vale a sanare la loro abusività, qualora dimostrata. Il Comune, peraltro, non ha trasmesso agli interessati l’avviso di avvio di procedimento e nelle sue difese giudiziali tenta di ovviare a tale carenza, con la dimostrazione che i ricorrenti erano comunque a conoscenza del procedimento attivato dal Comune a seguito della segnalazione del confinante sig. Barbana, avendo partecipato al sopralluogo. Invero quello che il Comune riesce effettivamente a provare, anche con la produzione della dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà del geom. Beltrame dell’Ufficio tecnico comunale, è solo il fatto che i ricorrenti fossero a conoscenza del verbale di sopralluogo, il che peraltro non equivale a conoscenza dell’intendimento comunale di adottare l’ingiunzione di ripristino;
Viene peraltro invocato anche l’art. 21- octies della l. 241/90, nell’assunto che si tratterebbe di atto vincolato in quanto dalla documentazione di causa risulterebbe provata l’abusività dei manufatti in questione.
Riguardo al manufatto sopradescritto sub 1) parte ricorrente afferma in ricorso che la affermata “scomparsa” del manufatto assentito in precario “ non corrisponde al vero: la costruzione non è mai stata demolita, né tantomeno sostituita da altra in altro luogo e si contesta anche, in questa sede, l’affermata non coincidenza tra le misurazioni del fabbricato indicate nella concessione edilizia e quelle del verbale dimesso sub 2” ( pag. 7 del ricorso), ipotizzando che vi siano degli errori di misurazione ed invocando sul punto un contraddittorio che le avrebbe permesso di avvalersi di testimonianze di ex dipendenti della ditta Leopoli Radislao e di verificare se le misurazioni effettuate avessero per caso anche tenuto conto della tettoia quasi in aderenza al fabbricato principale che però non aveva bisogno di concessione all’epoca della sua realizzazione, ma la cui errata inclusione nel conteggio avrebbe potuto spiegare la profondità e l’altezza della forma trapezoidale del fabbricato accertata.
Il Comune al riguardo ribadisce e dimostra la collocazione del manufatto in posizione diversa da quella prevista per la costruzione assentita nel 1977, la diversità delle dimensioni riscontrate (peraltro non prendendo posizione sulle obiezioni sollevate in ricorso), la riscontrata diversità del materiale di costruzione che non è quello autorizzato ( lamiera ondulata e vetro per le pareti e lamiera ondulata per la copertura) e la diversità dell’uso cui risulta adibito.
Quanto sopra è, ad avviso del Collegio, sufficiente a dimostrare la conclamata abusività della costruzione, anche a prescindere dalla esatta verifica del dimensionamento. Si può ritenere quindi che al riguardo il Comune abbia soddisfatto l’onere ex art. 21 octies l. 241/90 di dimostrare in causa che il contenuto del provvedimento, anche a seguito dell’instaurazione del contraddittorio, non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato, senza contare il fatto che si trattava comunque di concessione in precario e con espressa clausola di rimozione a richiesta del Comune, sicchè, anche ove ne fosse stata riscontrata la conformità a tale concessione, il Comune ne poteva comunque pretendere l’immediata eliminazione!
Per quanto poi riguarda la tettoia che, secondo l’ipotesi fatta dal Comune, in assenza di qualunque documentazione giustificativa della sua realizzazione, “risulterebbe… eseguita in assenza di opportuno titolo abilitativo edilizio in epoca coeva all’ampliamento degli anni ‘50” parte ricorrente si limita stigmatizzare l’utilizzo da parte del Comune di un verbo al condizionale, ritenendo in sostanza che fosse onere del Comune fornire una prova della deduzione temporale ed assumendo che l’instaurazione del contraddittorio avrebbe anche qui potuto modificare l’esito del procedimento perché gli avrebbe permesso di fornire testimonianze di ex dipendenti in grado di dimostrare che la costruzione risaliva agli anni ’60 “ove peraltro nessun titolo abilitativo edilizio era richiesto”.
Sul punto il Comune controbatte che deve ritenersi ormai al riguardo assodata l’inesistenza di alcun titolo autorizzativo, visto che i ricorrenti non l’hanno prodotto neanche in sede di ricorso, e che la esatta data di realizzazione risulta indifferente, perché non è vero che negli anni ’50 non sarebbe stato richiesto titolo abilitativo edilizio. Si ricorda infatti che a Gorizia fin dal 1886 era richiesta una “licenza di fabbrica, necessità di licenza poi ribadita dalla legge 1150/1942, trattandosi di zona già all’epoca inclusa nel centro abitato di Gorizia. Quanto all’epoca di realizzazione il Comune riesce anche a fornire prova che risalirebbe ad epoca successiva al 1956, esibendo in atti le planimetrie allegate alla richiesta relativa alla licenza di fabbrica per il capannone ad uso industriale che mostravano la p.c. 70/23 ( poi divenuta 2090) del tutto sgombra da altre costruzioni.
Parte ricorrente non fornisce al riguardo nessun ulteriore argomento difensivo.
Anche per tale manufatto ritiene pertanto il Collegio che il Comune sia riuscito a dimostrare, come richiesto dall’art. 21 octies cit., che l’esito del procedimento non avrebbe potuto essere diverso.
Da tutte le considerazioni che precedono si evince l’infondatezza del ricorso che deve essere respinto.
Le spese possono essere comunque compensate tra le parti per giusti motivi.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale del Friuli Venezia Giulia, definitivamente pronunciando sul ricorso in premessa, respinta ogni contraria istanza ed eccezione, lo rigetta.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall''autorità amministrativa.
Così deciso in Trieste nella camera di consiglio del giorno 9 giugno 2010 con l''intervento dei Signori:
Oria Settesoldi, Presidente FF, Estensore
Vincenzo Farina, Consigliere
Rita De Piero, Consigliere


Urbanisticaitaliana.it - Rivista di Urbanistica:  http://www.urbanisticaitaliana.it