a cura del Dott. Francesco Barchielli



T.A.R. Puglia Lecce, Sezione I, 25 giugno 2010


In caso di occupazione senza titolo la scelta tra la restituzione ed il risarcimento rientra nella disponibilità del privato

SENTENZA N. 1614

La giurisprudenza ha affermato che, pur nella consapevolezza della eliminazione dal nostro ordinamento dell’istituto della accessione invertita (per cui in caso di occupazione sine titulo l’unico rimedio sarebbe quello restitutorio), “dalla riforma introdotta dall’art. 43 t.u. 8 giugno 2001 n. 327 non deriva alcuna preclusione per il proprietario, al quale l’Amministrazione abbia sottratto un suolo in via di fatto o sulla base di un titolo poi annullato o divenuto inefficace, di chiedere, in luogo della restituzione del bene, il risarcimento per equivalente, atteso che l’obiettivo perseguito da detta norma non è di comprimere la facoltà di scelta del privato, ma di attribuire all’Amministrazione, quando ne ricorrano le condizioni di interesse pubblico, il potere di paralizzare la domanda di reintegrazione in forma specifica e di convertire la domanda nella forma del risarcimento per equivalente; ma da ciò non può farsi discendere che il privato deve necessariamente limitarsi a chiedere la restituzione del bene o il risarcimento del danno in forma specifica, essendogli preclusa la strada del risarcimento per equivalente, trattandosi di conclusione che, oltre a non trovare alcun fondamento nel testo della legge, sarebbe aberrante sotto il profilo del rispetto del principio di legalità, in quanto da un comportamento illecito o illegittimo dell’Amministrazione pubblica scaturirebbe non solo la perdita di un diritto sostanziale ma anche una limitazione al diritto di azione sul piano processuale, e ciò senza alcuna apparente ragione di interesse pubblico” (Cons. Stato, sez. V, 7 aprile 2009, n. 2144). Sulla stessa falsa riga è stato poi affermato che “la domanda restitutoria possa cedere a quella (subordinata) risarcitoria, e quest’ultima possa trovare accoglimento, in presenza di una evidente volontà dell''Amministrazione di acquisire l’area, concretizzatasi in atti e fatti concludenti quali l’avvio della procedura espropriativa, l’occupazione del suolo e la realizzazione dell’opera pubblica, nonché in presenza di altrettanta inequivoca volontà del privato – espressa mediante l’esercizio della azione risarcitoria – di ritenere satisfattivo l’equivalente in denaro, e perciò in presenza di una sostanziale volontà di cessione del bene” (Tar Sicilia, Catania, 12 maggio 2008, n. 894; T.A.R. Lazio Roma, sez. I, 15 gennaio 2009, n. 220). Secondo tale orientamento, dunque, la scelta tra la restituzione ed il risarcimento rientrerebbe nella disponibilità del privato: sempre che – ritiene di aggiungere il collegio – la richiesta risarcitoria sia avanzata in via principale.

FATTO

Il ricorrente è proprietario di un terreno attualmente inserito nel territorio di Porto Cesareo, tipizzato come zona E5 – zone agricole e per il tempo libero, con le seguenti destinazioni d’uso: a) sedi di associazioni e club, attrezzature sportive e ricreative, servizi e impianti per il tempo libero (piscine coperte e scoperte, tennis, equitazione, sport nautici, pesca atc.); b) costruzioni a servizio diretto dell’agricoltura … (cfr. art. 34 NTA). In tali zone il piano si realizza con intervento edilizio diretto, applicando i seguenti indici: ff 0,03 mc/mq … Per le attrezzature collettive di cui al punto a) che precede, da realizzarsi per conto dei privati o dell’A.C., il piano si attua previa approvazione di un piano quadro, applicando i seguenti indici: ff 0,20 mc/mq; altezza max 8,00 mt; Sm (superficie minima di intervento) mq 20.000.
Con delibera n. 77 del 24 novembre 2003, l’amministrazione comunale ha approvato il progetto dei lavori per la realizzazione di un’area a verde pubblico e di un parcheggio urbano e strade di raccordo ad ovest del centro abitato, in località Primo Ponte, mediante adozione di variante specifica al PRG vigente, prevedendo a tal fine il cambiamento di destinazione d’uso delle aree interessate, dalla originaria zonizzazione agricola a quella “assimilabile alle zone F (Viabilità, parcheggio e verde pubblico)”.
A seguito di approvazione del progetto definitivo e di dichiarazione di pubblica utilità dell’opera, con delibera di giunta n. 99 del 18 maggio 2004 si disponeva l’occupazione anticipata delle predette aree, mediante determinazione dell’indennità provvisoria. Seguiva l’immissione in possesso di una porzione del terreno del ricorrente pari a mq 8.843,00.
Scaduto infruttuosamente il termine quinquennale per l’emanazione del decreto di esproprio (e ciò nonostante in data 16 gennaio 2007 l’interessato avesse manifestato la propria disponibilità ad addivenire alla cessione bonaria del bene), il medesimo interponeva ricorso per i seguenti motivi:
1) violazione dell’art. 13, comma 4, del DPR n. 327 del 2001, per mancata adozione del decreto di esproprio nei termini previsti per legge. In particolare, la dichiarazione di pubblica utilità era divenuta efficace in data 20 aprile 2004;
2) violazione degli artt. 32 e 37 del DPR n. 327 del 2001, dell’art. 34 delle NTA del PRG del Comune di Porto Cesareo ed errata valutazione dei presupposti di diritto nella parte in cui il suolo di proprietà del ricorrente non sarebbe stato considerato alla stregua di area edificabile. In ogni caso sussisterebbero i requisiti della edificabilità di fatto, stante le caratteristiche oggettive dell’area (forte urbanizzazione e presenza di servizi).
Il ricorrente chiedeva, di conseguenza:
a) in via principale, la restituzione del bene;
b) in via subordinata, il risarcimento del danno per equivalente.
Si costituiva in giudizio il Comune di Porto Cesareo per chiedere il rigetto del gravame. In particolare, eccepiva che la questione fosse ormai da risolvere nell’ambito del diritto privato, giacché il ricorrente, con la citata nota prodotta in data 16 gennaio 2007, aveva ormai dichiarato di accettare la cessione bonaria del bene. Se poi non si era addivenuti alla relativa stipula, ciò avrebbe dovuto essere ascritto, sempre secondo la tesi dell’amministrazione resistente, ad “una colpevole inerzia del privato”. In ogni caso, con memoria depositata in data 9 aprile 2010 la suddetta amministrazione comunale chiedeva, ai sensi dell’art. 43, comma 3, del DPR n. 327 del 2001, la limitazione della condanna al risarcimento dei danni, con esclusione della restituzione del bene e senza limiti di tempo.
Alla pubblica udienza del 14 aprile 2010 le parti rassegnavano le proprie rispettive conclusioni ed il ricorso veniva infine trattenuto in decisione.

DIRITTO

01. Il ricorso è fondato e va accolto nei sensi e nei limiti di seguito indicati.
1. In primo luogo, si affronta l’eccezione di inammissibilità sollevata dalla amministrazione intimata quanto alla sussistenza di un rapporto privatistico asseritamente in essere.
Nella prospettiva della amministrazione comunale, in particolare, dalla dichiarazione di impegno da parte del ricorrente di addivenire alla cessione volontaria dei beni oggetto di esproprio sarebbe subentrato un rapporto contrattuale, ossia un atto che costituisce manifestazione di autonomia privata. Di qui – sempre secondo questa tesi – la impossibilità di lamentare la mancata emanazione del decreto di esproprio, e tanto anche in considerazione del fatto che l’omessa sottoscrizione dell’atto di cessione bonaria sarebbe da ascrivere alla “colpevole inerzia del privato”, cui la stessa amministrazione aveva a suo tempo richiesto le coordinate bancarie ai fini dell’accreditamento delle corrispondenti somme senza tuttavia riceve alcun riscontro al riguardo.
L’eccezione non può essere condivisa.
E ciò in quanto alla dichiarazione di accettazione dell’indennità provvisoria non ha mai fatto seguito la stipulazione in concreto dell’atto di cessione bonaria del bene in oggetto, unico atto idoneo, questo, a configurare un diverso assetto degli interessi nel senso privatistico individuato dall’amministrazione resistente.
Il rapporto contrattuale subentra, in altre parole, soltanto con la stipula dell’accordo bonario, non potendo bastare a tale fine la mera dichiarazione di disponibilità del privato ma dovendo seguire, a quest’ultima, un inequivocabile atto di ulteriore impulso (quale quello inviato, tuttavia tardivamente come si vedrà, in data 16 luglio 2009) da parte della PA.
Né è ipotizzabile al riguardo una colpevole inerzia del privato, atteso che la richiesta dei dati bancari da parte dell’amministrazione comunale, anche a volerlo ritenere alla stregua di idoneo atto di impulso alla stipula suddetta, è comunque pervenuta (20 luglio 2009) ben oltre il termine di scadenza della occupazione legittima (20 aprile 2009).
Del resto, è la stessa normativa in materia di espropriazione a prevedere (cfr. art. 20, comma 9, DPR n. 327 del 2001) che in caso di rifiuto di concludere l’accordo da parte del privato (peraltro a seguito della corresponsione dell’indennizzo in favore del medesimo, ipotesi qui comunque non rilevabile) l’amministrazione possa senz’altro emettere, senza altre formalità ed eventualmente anche in danno del privato inadempiente, il decreto di esproprio.
Da una complessiva lettura degli atti prodotti in giudizio si evince, al contrario, come l’amministrazione espropriante abbia di fatto abbandonato sia l’opzione relativa alla stipula dell’accordo bonario, sia quella relativa alla emanazione diretta del decreto di esproprio.
Ne deriva il rigetto della specifica eccezione preliminare.
2. In secondo luogo, sussiste senz’altro la violazione dell’art. 13, comma 4, del DPR n. 327 del 2001, attesa la evidente scadenza dei termini ivi previsti per la emanazione del decreto di esproprio. Sussiste inoltre in re ipsa, nella lesione del diritto dominicale, il danno ingiusto patito dal ricorrente (cfr. Cons. Stato, sez. VI, 27 marzo 2009, n. 1858), nonché gli estremi della colpa in capo alla amministrazione espropriante, la quale ha ingiustificatamente fatto scadere i termini previsti dalla citata disposizione normativa per la tempestiva emanazione del decreto di esproprio.
In questi termini va dunque accolto il primo motivo di ricorso.
3. Prima di affrontare il secondo motivo di ricorso (il quale riposa sul riconoscimento della natura edificatoria dei suoli conculcati), occorre stabilire se si possa o meno dare ingresso alla richiesta risarcitoria in luogo di quella restitutoria.
3.1. Al riguardo la giurisprudenza ha affermato che, pur nella consapevolezza della eliminazione dal nostro ordinamento dell’istituto della accessione invertita (per cui in caso di occupazione sine titulo l’unico rimedio sarebbe quello restitutorio), “dalla riforma introdotta dall’art. 43 t.u. 8 giugno 2001 n. 327 non deriva alcuna preclusione per il proprietario, al quale l’Amministrazione abbia sottratto un suolo in via di fatto o sulla base di un titolo poi annullato o divenuto inefficace, di chiedere, in luogo della restituzione del bene, il risarcimento per equivalente, atteso che l’obiettivo perseguito da detta norma non è di comprimere la facoltà di scelta del privato, ma di attribuire all’Amministrazione, quando ne ricorrano le condizioni di interesse pubblico, il potere di paralizzare la domanda di reintegrazione in forma specifica e di convertire la domanda nella forma del risarcimento per equivalente; ma da ciò non può farsi discendere che il privato deve necessariamente limitarsi a chiedere la restituzione del bene o il risarcimento del danno in forma specifica, essendogli preclusa la strada del risarcimento per equivalente, trattandosi di conclusione che, oltre a non trovare alcun fondamento nel testo della legge, sarebbe aberrante sotto il profilo del rispetto del principio di legalità, in quanto da un comportamento illecito o illegittimo dell’Amministrazione pubblica scaturirebbe non solo la perdita di un diritto sostanziale ma anche una limitazione al diritto di azione sul piano processuale, e ciò senza alcuna apparente ragione di interesse pubblico” (Cons. Stato, sez. V, 7 aprile 2009, n. 2144).
Sulla stessa falsa riga è stato poi affermato che “la domanda restitutoria possa cedere a quella (subordinata) risarcitoria, e quest’ultima possa trovare accoglimento, in presenza di una evidente volontà dell''Amministrazione di acquisire l’area, concretizzatasi in atti e fatti concludenti quali l’avvio della procedura espropriativa, l’occupazione del suolo e la realizzazione dell’opera pubblica, nonché in presenza di altrettanta inequivoca volontà del privato – espressa mediante l’esercizio della azione risarcitoria – di ritenere satisfattivo l’equivalente in denaro, e perciò in presenza di una sostanziale volontà di cessione del bene” (Tar Sicilia, Catania, 12 maggio 2008, n. 894; T.A.R. Lazio Roma, sez. I, 15 gennaio 2009, n. 220).
Secondo tale orientamento, dunque, la scelta tra la restituzione ed il risarcimento rientrerebbe nella disponibilità del privato: sempre che – ritiene di aggiungere il collegio – la richiesta risarcitoria sia avanzata in via principale.
Ora, è ben vero che in via principale, almeno da quanto emerge dalle richieste conclusive, il ricorrente ha chiesto la restituzione del terreno, laddove il risarcimento del danno è stato prospettato solo in via subordinata. E tuttavia, ad avviso del collegio ciò rileva soltanto sul piano formale, evincendosi dal contesto del ricorso e dal contegno processuale (cfr. relazione di stima) come l’obiettivo principale – se non unico – sia in realtà quello di ottenere il risarcimento del danno.
3.2. Ad ogni buon conto, si rileva come nella specie sia anche stata esercitata l’azione di cui all’art. 43, comma 3, da parte della amministrazione comunale la quale, con memoria depositata in data 9 aprile 2010, ha espressamente richiesto la limitazione della condanna al risarcimento dei danni, con esclusione della restituzione del bene e senza limiti di tempo.
Al riguardo si osserva che l’opera, riguardante un sistema integrato di viabilità urbana, parcheggi ed aree a verde pubblico, senz’altro è diretta a soddisfare scopi di interesse pubblico, costituendo uno snodo indispensabile per il traffico veicolare in transito nel centro urbano. Inoltre, la stessa opera non solo è stata realizzata ma risulta altresì attualmente utilizzata dalla cittadinanza.
Ne deriva che, anche per effetto della suddetta domanda riconvenzionale la Sezione non potrebbe comunque disporre la restituzione del bene, dovendo limitare la propria cognizione alla sola azione risarcitoria.
4. Si affronta ora il secondo motivo di ricorso, concernente come detto i criteri onde pervenire alla corretta quantificazione del danno: in particolare, occorrerà stabilire se i terreni oggetto di esproprio abbiano o meno vocazione edificatoria.
4.1. Si rammenta al riguardo che l’area, al momento della apposizione del vincolo preordinato all’esproprio, era tipizzata come zona E5 – zone agricole e per il tempo libero: in particolare, la stessa poteva essere destinata a sedi di associazioni e club, attrezzature sportive e ricreative, servizi e impianti per il tempo libero (piscine coperte e scoperte, tennis, equitazione, sport nautici, pesca atc.). Le suddette attrezzature collettive potevano essere realizzate – per espressa previsione dell’art. 34 delle NTA del PRG del Comune di Porto Cesareo – sia dall’amministrazione comunale, sia da parte dei privati. In questo caso il piano si attuava previa approvazione di un piano quadro, applicando i seguenti indici: ff 0,20 mc/mq; altezza max 8,00 mt; Sm (superficie minima di intervento) mq 20.000.
Ritiene il collegio che sussistano nella specie tutti i requisiti indicati dalla giurisprudenza al fine di classificare l’area in questione alla stregua di zona edificabile (requisito che deve essere ovviamente posseduto al momento dell’avvio della procedura espropriativa, ossia al momento della apposizione del vincolo preordinato all’esproprio).
Ed infatti, come correttamente evidenziato dalla difesa di parte ricorrente “il riconoscimento dell’edificabilità postula l’indagine circa la concreta disciplina e destinazione attribuita ai terreni dagli strumenti urbanistici nell’ambito della zonizzazione” (Cassa. Civ., sez. I, 13 settembre 2007, n. 19171).
In questa direzione, l’area va valutata non edificabile soltanto ove sia preclusa ai privati ogni forma di edificazione. Qualora invece le norme di piano garantiscano l’intervento dei privati per la realizzazione di qualsivoglia opera e struttura, pur se di interesse collettivo come quelle di specie (cfr. Cass. civ. sez. I, 12 luglio 2007, n. 15616), e qualora tale intervento sia di per sé idoneo ad assicurare “una qualche utilità economica nella complessiva sistemazione degli interessi attraverso la concessione” (cfr. Cass. civ., sez. I, 10 luglio 2007, n. 15389), allora l’area oggetto di esproprio potrebbe essere utilmente considerata come legalmente edificabile.
Del resto, tale requisito (edificabilità) “non si identifica e non si esaurisce in quella abitativa” (cfr. Cass. civ. sez. I, 12 luglio 2007, n. 15616, cit.), ma ricomprende “tutte quelle forme di trasformazione del suolo – in via di principio non precluse (come nella specie) all’iniziativa privata – che siano riconducibili alla nozione tecnica di edificazione” (cfr. Cass. SS.UU., 23 aprile 2001, n. 172).
“Ferma restando la rilevanza – afferma la stessa giurisprudenza da ultimo citata – … del diverso grado di commerciabilità e del diverso livello di apprezzabilità dello stesso (immobile) in ragione della sua specifica destinazione”.
Ne deriva che, al fine di stabilire la natura edificabile o meno dei singoli beni oggetto di esproprio, occorrerà individuare la specifica disciplina prevista in tal senso dalla strumentazione urbanistica.
Ebbene, nella specie non solo è previsto che le attrezzature sportive di cui sopra potranno essere realizzati anche dai privati, ma anche che tali strutture (si pensi alle sedi di clubs ed associazioni, oppure alle piscine coperte) potranno essere realizzate secondo un indice di fabbricabilità senz’altro superiore rispetto a quello comunemente utilizzato a scopi agricoli (ff 0,20 mc/mq).
Di qui la palese potenzialità economica del terreno illecitamente occupato dall’amministrazione, sia pure oggetto di conformazione urbanistica ma di certo non riducibile al mero valore agricolo quanto, piuttosto, da ascrivere alla nozione di edificabilità legale.
4.2. Va da sé che la eventuale ricorrenza dei presupposti dell’edificabilità di fatto, pure sostenuta dalla difesa di parte ricorrente, non deve essere considerata dal collegio, atteso il criterio della prevalenza o autosufficienza della edificabilità legale, in presenza della quale la c.d. edificabilità “di fatto” rileva esclusivamente in via suppletiva.
4.3. Nei limiti di cui si è appena detto anche il secondo motivo di ricorso deve dunque trovare ingresso, con conseguente ed integrale accoglimento dell’intero gravame
4. Ne deriva a questo punto che:
4.1. Va preliminarmente disposto l’ordine in capo a PA di adottare un atto di acquisizione sanante ai sensi dell’art. 43, comma 4, del DPR n. 327 del 2001, nel quale si dovrà dare peraltro conto dell’avvenuto risarcimento del danno, sulla base dei criteri e dei parametri di seguito indicati. Va poi fissato a tal fine un termine complessivo (sia per il risarcimento, sia per l’adozione dell’atto acquisitivo) di centoventi (120) giorni a fare data dalla comunicazione/notificazione della presente decisione;
4.2. Quanto al risarcimento di cui si è detto al punto che precede, ritiene il collegio di fare ricorso ai criteri determinativi di cui al comma 2 dell’art. 35 del d.lgs. 31 marzo 1998, n. 80, affinché l’amministrazione intimata possa far pervenire all’odierno ricorrente una adeguata proposta risarcitoria, basata essenzialmente sui parametri di cui all’art. 43, comma 6, del DPR n. 327 del 2001, il quale fissa come noto gli elementi per la quantificazione del danno da ristorare in caso di acquisizione sanante.
4.2.1. Giova riportare, al riguardo, quanto stabilito dal citato art. 43, comma 6:
“Salvi i casi in cui la legge disponga altrimenti, nei casi previsti nei precedenti commi il risarcimento del danno è determinato:
a) nella misura corrispondente al valore del bene utilizzato per scopi di pubblica utilità e, se l’occupazione riguarda un terreno edificabile, sulla base delle disposizioni dell''articolo 37, commi 3, 4, 5, 6 e 7;
b) col computo degli interessi moratori, a decorrere dal giorno in cui il terreno sia stato occupato senza titolo”.
4.2.2. Per la determinazione della misura sub a) valgano le considerazioni svolte al punto n. 4 circa la natura edificabile dei terreni oggetto di ablazione.
In ordine al momento in cui fissare tale valore occorre invece prendere le mosse dalla decisione del Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana n. 51 del 18 febbraio 2009.
Tale pronunzia, nell’escludere che il momento della trasformazione irreversibile del fondo sia idonea a determinare la definitiva perdita del “valore economico” della proprietà (e ciò in quanto anche in tale situazione resterebbe fermo il diritto dell’interessato ad ottenere la restituzione del bene, con la piena riespansione delle facoltà compresse dalla utilizzazione illecita del bene), ricollega la perdita della proprietà per l’utilizzazione senza titolo del bene, per finalità di interesse pubblico, all’adozione di un apposito provvedimento costitutivo dell’amministrazione.
Ed infatti, “se il pregiudizio da risarcire consiste, essenzialmente, nella perdita del valore patrimoniale in cui si sostanzia il diritto di proprietà, il danno deve essere necessariamente correlato alla entità economica del bene nel momento in cui il bene è definitivamente sottratto alla titolarità del privato ed è acquisito al patrimonio dell’amministrazione.
Tale momento non è quello di ultimazione dell’opera pubblica, ma quello, diverso, in cui l’amministrazione adotta un provvedimento di acquisizione sanante, oppure, in mancanza, quello in cui il proprietario, optando per il solo risarcimento del danno per equivalente, abbandona il proprio diritto di proprietà in favore dell’amministrazione”.
Il caso di specie si riferisce proprio alla situazione da ultimo indicata, ove ossia l’amministrazione non abbia ancora adottato un atto di acquisizione sanante ed il privato – nelle more – proponga gravame chiedendo, in sostanza, la rifusione dei danni patiti per la suddetta perdita del valore patrimoniale della proprietà concussa.
In definitiva, il momento cui occorrerà riferirsi ai fini della determinazione della misura sub a) sarà quello della notifica del presente ricorso, con il quale si è in sostanza rinunziato alla proprietà in argomento.
4.2.3. Quanto invece alla determinazione della misura sub b) del comma 6 del citato art. 43, la stessa decisione prima richiamata ha sottolineato come tale disposizione “si spiega considerando che, sin dall’inizio dell’occupazione senza titolo, l’amministrazione versa in una situazione illecita, causando un danno che deve essere risarcito, anche nella componente correlata al ritardo nel pagamento della somma dovuta”.
Si tratta in altre parole di disporre il risarcimento del danno anche per quanto riguarda la mancata utilizzazione del bene, ossia tutto il periodo di occupazione senza titolo dell’immobile (nella specie, dalla scadenza dell’occupazione legittima, verificatasi in data 20 aprile 2009, alla notifica del presente gravame con il quale si è in sostanza rinunziato alla proprietà).
Ed infatti, “l’utilizzazione senza titolo di un bene di proprietà privata comporta, normalmente, due distinti danni, i quali vanno entrambi risarciti, anche alla luce dei principi espressi dalla giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell’Uomo (CEDU), relativi alla necessaria integrità del ristori del pregiudizio derivante da attività illecita dell’amministrazione.
Il primo attiene alla perdita (definitiva) della proprietà, che avviene nel momento in cui è adottato il provvedimento di cui all’articolo 43 del testo unico o quando il privato “rinuncia”, come nella specie, alla proprietà.
Il secondo danno riguarda la mancata utilizzazione del bene (o del suo corrispondente valore monetario) per il periodo compreso tra l’inizio dalla occupazione senza titolo e la perdita della (o la rinunzia alla, si aggiunge) proprietà” (CGARS, 18 febbraio 2009, n. 51, cit.).
Nel contesto dell’articolo 43, pertanto, “l’obbligo risarcitorio relativo alla perdita della proprietà sorge solo al momento di adozione del provvedimento di acquisizione sanante o di rinuncia all’azione restitutoria, mente gli interessi decorrono da un’epoca precedente.
La riconosciuta struttura permanente dell’illecito, infatti, non impedisce di distinguere nettamente due fasi: nella prima l’amministrazione occupa senza titolo il bene; nella seconda il privato è definitivamente privato della proprietà del bene” (CGARS, 18 febbraio 2009, n. 51, cit.).
Quanto, poi, alla corretta determinazione del valore di riferimento del “capitale” sul quale calcolare i suddetti accessori, come affermato dalla medesima giurisprudenza “esso non può corrispondere al valore del bene al momento della perdita della proprietà, ma deve essere determinato con riferimento al valore del bene in ciascun anno di occupazione senza titolo” (e tuttavia non può al riguardo non osservarsi come, nella specie, anno di scadenza della occupazione legittima ed anno di rinunzia della proprietà in effetti coincidano).
Giova infine rammentare come tale seconda voce di danno (per occupazione illegittima) debba essere risarcita sì “in modo pieno e completo ma, ovviamente, senza determinare duplicazioni o sovrapposizioni con il ristoro già insito nel risarcimento calcolato sulla perdita del bene, opportunamente rivalutato” (CGARS, 18 febbraio 2009, n. 51, cit.).
Pertanto, occorrerà distinguere tra interessi (moratori, per quanto dottrina e giurisprudenza sono concordi nel ritenerli in ogni caso “compensativi”, attesa la non vincolante qualificazione legislativa) da corrispondere sul valore del bene annualmente determinato, che verranno calcolati dal momento della occupazione sine titulo e sino alla perdita definitiva del bene, e interessi (corrispettivi) che, accanto alla rivalutazione, andranno invece corrisposti a partire dalla notifica del presente gravame (con il quale si è rinunziato alla proprietà) e sino al soddisfo, con ciò evitando la suesposta ipotesi di duplicazione.
4.2.4. In ulteriore analisi:
a) non è dovuta l’indennità di occupazione, anche ai soli fini risarcitori, in quanto le voci di danno sono a tal fine espressamente e tassativamente indicate, per i casi di acquisizione sanante in generale (siano essi di natura amministrativa oppure giudiziale come quello di specie), nel citato art. 43, comma 6;
b) non si ritiene di pronunziarsi circa la diminuzione di valore della parte residua della proprietà non interessata dall’esproprio (ipotesi questa a ben vedere normativamente contemplata dall’art. 44 del DPR n. 327 del 2001), in quanto al di là della eccessiva genericità con la quale tale danno viene lamentato (e dimostrato), trattasi comunque di questione indennitaria come tale riservata alla giurisdizione dell’AGO (cfr., ex multis, T.A.R Lombardia Brescia, sez. II, 15 gennaio 2010, n. 55).
4.3. Tanto premesso e ritenuto l’amministrazione, nel termine sopra indicato, dovrà formulare la richiamata proposta risarcitoria sulla base dei seguenti criteri:
A) in primo luogo, occorrerà fissare il valore dell’area, che sarà quello stimato in una libera trattativa di mercato alla data di notifica del presente ricorso (ossia il momento di rinunzia alla proprietà da parte del ricorrente). Il valore predetto andrà in particolare determinato anche con riferimento ad altre perizie di stima per suoli con destinazione analoga a quello oggetto di occupazione, tenuto conto degli elementi in possesso dell''Amministrazione e di quelli che verranno forniti dalla controparte, nonché delle informazioni che potranno essere acquisite presso uffici fiscali (e in particolare presso la banca dati delle quotazioni immobiliari della Agenzia del Territorio) o da altri pubblici ufficiali in ordine ai prezzi ed alle valutazioni dei beni (avuto riguardo, in particolare, ad atti di cessione, a procedimenti relativi all’applicazione di imposte e tributi ovvero a procedimenti in sede giudiziaria, per beni ubicati in comuni di analoghe dimensioni siti nella Provincia di Lecce ed aventi analoghe caratteristiche di destinazione urbanistica, di utilizzazione, di stato e conformazione dei luoghi). La superficie oggetto di valutazione sarà quella risultante, esclusivamente, dallo stato di consistenza e di immissione in possesso.
B) quanto, poi, alla stima della perdita del valore ornamentale delle specie divelte, occorrerà fare riferimento al prezzo di vendita al dettaglio delle stesse, fissato sulla base della media dei prezzi praticati, al mese di novembre 2009, da tre vivai della zona, scelti di intesa con la parte ricorrente, i quali trattino correntemente le specie arboree in oggetto. Tale prezzo dovrà essere ponderato con alcuni indici comunemente utilizzati a tal fine tra cui, in particolare: valore estetico, stato fitosanitario, localizzazione, deprezzamento (dovuto ad interventi di potatura) e dimensioni.
C) in relazione alla determinazione del valore dei pozzi sorgivi e della recinzione in muratura esistente ante operam, occorrerà chiedere cinque preventivi presso imprese operanti nella zona di Porto Cesareo, scelti di intesa dalle parti, per la realizzazione di opere simili;
D) andranno poi calcolati gli interessi moratori, ai sensi della lettera b) del comma 6 dell’art. 43 del DPR n. 327 del 2001, dal momento della occupazione sine titulo (20 aprile 2009) e sino alla rinunzia al bene (16 novembre 2009);
E) sulle somme liquidate ai sensi dei punti a), b) e c) che precedono, che riguardano tutte il risarcimento del danno e consistono, perciò, in un debito di valore, deve riconoscersi la rivalutazione, secondo indici Istat, a partire dalla data di notifica del gravame e fino alla data di deposito della presente sentenza (momento in cui, per effetto della liquidazione giudiziale, il debito di valore si trasforma in debito di valuta);
F) sulla somme di cui alla precedente lettera e) sono, altresì, dovuti gli interessi legali (secondo il tasso all''epoca vigente) dalla data di notifica del ricorso e fino alla data di deposito della presente sentenza, in funzione compensativa e remunerativa della mancata tempestiva disponibilità della somma dovuta a titolo di risarcimento dei danni;
G) su tutte le somme dovute ai sensi delle precedenti lettere decorrono, altresì, gli interessi legali dalla data di deposito della presente sentenza e fino all’effettivo soddisfo.
6. Le spese seguono la soccombenza e vengono liquidate in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia – Lecce, prima sezione, definitivamente pronunciando sul ricorso n. 1759/2009, lo accoglie nei sensi di cui in motivazione e, per l’effetto:
a) accoglie la domanda riconvenzionale proposta dal Comune di Porto Cesareo, così escludendo la restituzione del bene senza limiti di tempo;
b) ordina alla stessa amministrazione comunale, nel termine di complessivo di centoventi (120) giorni dalla comunicazione/notificazione della presente decisione, di adottare atto di acquisizione sanante ai sensi dell’art. 43, comma 4, del DPR n. 327 del 2001, nel quale si dovrà dare peraltro conto dell’avvenuto risarcimento del danno;
c) ordina alla amministrazione soccombente di proporre, nel rispetto dello stesso termine di cui al punto b), il pagamento di una somma da determinarsi secondo i criteri individuati nella parte motiva della presente pronuncia.
Condanna l’Amministrazione intimata alla corresponsione in favore della ricorrente della somma di € 3.000,00 (tremila/00), oltre ad IVA e CAP, a titolo di spese del giudizio.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall''autorità amministrativa.
Così deciso in Lecce nella camera di consiglio del giorno 14/04/2010 con l''intervento dei Magistrati:
Aldo Ravalli, Presidente
Carlo Dibello, Primo Referendario
Massimo Santini, Referendario, Estensore


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