a cura del Dott. Francesco Barchielli



T.A.R. Campania Napoli, Sezione II, 23 giugno 2010


La validità ovvero l’efficacia dell’ordine di demolizione non risultano compromesse dalla presentazione dell’istanza di accertamento di conformità ex art. 36 del D.P.R. 380/2001

SENTENZA N. 15729

Pur non ignorando l’esistenza di un indirizzo ermeneutico di segno contrario, la Sezione condivide, infatti, l’orientamento giurisprudenziale già espresso in analoghe fattispecie (cfr. Tar Campania Sez. II, n. 1173/2008, n. 9757/2007, n. 8345/2007), secondo cui la validità ovvero l’efficacia dell’ordine di demolizione non risultano compromesse dalla presentazione dell’istanza di accertamento di conformità ex art. 36 del menzionato d.P.R. 380/2001. Invero, questa determina piuttosto un arresto dell’efficacia della misura ripristinatoria, che rimane soltanto sospesa, determinandosi uno stato di temporanea quiescenza dell’atto, all’evidente fine di evitare, in caso di accoglimento dell’istanza, la demolizione di un’opera che, pur realizzata in assenza o difformità dal permesso di costruire, è conforme alla strumentazione urbanistica vigente (cfr., ex multis, T.A.R. Campania, II Sezione, 4 febbraio 2005, n.816 e 13 luglio 2004, n.10128). Ne consegue che, in caso di accoglimento della domanda di sanatoria, l’ordine di demolizione inevitabilmente decade per il venir meno del suo presupposto, vale a dire del carattere abusivo dell’opera realizzata, in ragione dell’accertata conformità dell’intervento alla disciplina urbanistica ed edilizia vigente sia al momento della realizzazione dello stesso sia al momento della presentazione della domanda. In caso di rigetto, invece, il provvedimento sanzionatorio a suo tempo adottato riacquista la sua efficacia, che non era definitivamente cessata, ma solo sospesa in attesa della conclusione del nuovo iter procedimentale, con la sola specificazione che il termine concesso per l’esecuzione spontanea della demolizione decorre dal momento in cui il diniego perviene a conoscenza dell’interessato, che non può rimanere pregiudicato dall’avere esercitato una facoltà di legge e deve, pertanto, poter usufruire dell’intero termine a lui assegnato per adeguarsi all’ordine, evitando così le conseguenze negative connesse alla mancata esecuzione dello stesso. In definitiva, considerato che il procedimento di verifica della compatibilità urbanistica dell’opera avviato ad istanza di parte è un procedimento del tutto autonomo e differente dal precedente procedimento sanzionatorio avviato d’ufficio e conclusosi con l’ordinanza di demolizione dell’opera eseguita in assenza o difformità del titolo abilitativo, il Collegio ritiene che non sussista motivo per imporre all’amministrazione comunale il riesercizio del potere sanzionatorio a seguito dell’esito negativo del procedimento di accertamento di conformità urbanistica, atteso che il provvedimento di demolizione costituisce un atto vincolato a suo tempo adottato in esito ad un procedimento amministrativo sul quale non interferisce l’eventuale conclusione negativa del procedimento ad istanza di parte ex art. 36 del d.P.R. 380/2001. Un nuovo procedimento sanzionatorio, infatti, si rivelerebbe, in assenza di un’espressa previsione legislativa, un’inutile ed antieconomica duplicazione dell’azione amministrativa (cfr. anche Tar Campania, Sezione III, n. 10369/06).

FATTO

Di Costanzo Ciro, in assenza di concessione edilizia, ha realizzato opere edilizie consistenti nella “sopraelevazione di una preesistente sottotetto sul terrazzo di copertura, mediante struttura è copertura in legno lamellare con la modifica dell’attuale struttura in calcestruzzo armato, determinando un aumento volumetrico non autorizzato”, sull’immobile di proprietà sito in Via Ovidio, n. 48 in zona B2 di completamento.
Con ordinanza il dirigente tecnico del Comune di Volla, in data 28.3.2008, n. 37, ha ingiunto la demolizione delle opere in questione perché ritenute non conformi agli strumenti edilizi vigenti.
Avverso il suddetto provvedimento ha proposto impugnativa l’interessato, chiedendone l''annullamento per i seguenti motivi:
1) Violazione e falsa applicazione della legge 127/1997; violazione e falsa applicazione dell’articolo 7 della legge 28 febbraio 1985, n. 47; incompetenza; eccesso di potere sotto molteplici aspetti. Il provvedimento impugnato non consentirebbe di rilevare se il Sindaco abbia delegato il dirigente tecnico all’adozione provvedimenti sanzionatori in materia edilizia;
2) violazione e falsa applicazione dei principi generali in materia introdotti dall’art. 13 del d.p.r. 6 giugno 2001, n. 380. Eccesso di potere. Le opere edilizie realizzate sarebbero conformi agli strumenti urbanistici vigenti. Il provvedimento impugnato sarebbe illegittimo in quanto non avrebbe tenuto conto della istanza di accertamento di conformità del 28 marzo 2008, assunta al protocollo dell’Ente n. 0005707.
3) eccesso di potere per genericità ed indeterminatezza. Violazione dei principi generali in materia.
L’ordine demolitorio non indicherebbe le ragioni della demolizione, né i motivi del contrasto con lo strumento urbanistico vigente;
4) violazione e falsa applicazione degli articoli 27 e 36 del d.p.r. 6 giugno 2001, n. 380. Eccesso di potere per mancata comparazione degli interessi ed insussistenza del pubblico interesse alla demolizione. Il provvedimento non darebbe conto dell’esistenza e dell’entità dell’interesse pubblico alla demolizione come prescritto dalla norme citate in rubrica;
5) violazione e falsa applicazione dell’articolo 12 della legge 28.2.1985, n. 47. Carenza di istruttoria. Difetto assoluto di motivazione-illogicità. Eccesso di potere sotto molteplici aspetti.
Il Comune nel disporre la demolizione del manufatto non avrebbe tenuto conto del pregiudizio che l’ottemperanza al suddetto ordine avrebbe determinato sulla parte dell’edificio realizzata in conformità agli strumenti urbanistici;
6) violazione degli artt. 3, 4, 7 e 13 della legge 7.8.1990, n. 241. Violazione del giusto procedimento. Eccesso di potere per motivazione perplessa, carenza di istruttoria. Sviamento di potere. Il Comune avrebbe adottato l’ordine di demolizione senza la preventiva comunicazione dell’avvio del procedimento.
Con ordinanza n. 1300, assunta alla camera di consiglio del 30 aprile 2008, è stata respinta istanza cautelare di sospensione del provvedimento impugnato.
Con provvedimento 27 maggio 2008, n. 9941 il Responsabile dell’ufficio tecnico del Comune di Volla ha comunicato il diniego del permesso di costruire in sanatoria, facendo seguire allo stesso, in data 9.6.2008, una nuova ordinanza di demolizione per il medesimo manufatto n. 66/2008.
Tali atti sono stati impugnati con motivi aggiunti depositati il 20 giugno 2008 in cui si deduce:
1) violazione e falsa applicazione dei principi generali in materia introdotti dall’art. 31 del d.p.r. 6 giugno 2001, n. 380. Il Comune nel disporre la demolizione avrebbe violato il termine di 90 giorni previsto dalla norma citata in rubrica, posto che l''ordinanza, pur essendo stata notificata l''11 giugno 2008, ha fissato al 23 giugno 2008 la data della demolizione;
2) Violazione e falsa applicazione dei principi generali in materia introdotti dall’art. 13 del d.p.r. 6 giugno 2001, n. 380. Eccesso di potere. Il manufatto realizzato sarebbe compatibile con gli strumenti urbanistici vigenti. Né il Comune avrebbe tenuto conto della pendenza innanzi a questo Tribunale del ricorso avverso l''ordinanza di demolizione n. 37/2008;
3) eccesso di potere per genericità ed indeterminatezza. Violazione dei principi generali in materia:
il provvedimento impugnato non indicherebbe le ragioni del contrasto uno strumento urbanistico vigente ma conterrebbe un mero richiamo all''articolo 27 del d.p.r. 380/2001;
4) Violazione degli artt. 27 e 31 del d.p.r. 380/2001, eccesso di potere per mancata comparazione degli interessi ed insussistenza del pubblico interesse alla demolizione. Il Comune avrebbe adottato ordinanza di demolizione senza verificare preventivamente la conformità rispetto alla disciplina urbanistica vigente, nè l''interesse pubblico alla rimozione del manufatto abusivo;
5) violazione e falsa applicazione dell''articolo 12 della legge 28 febbraio 1985 n. 47. Carenza di istruttoria. Carenza assoluta di motivazione. Illogicità. Eccesso di potere sotto molteplici aspetti.
Con ordinanza assunta nella camera di consiglio dell''11 luglio 2008, n. 1979 è stata accolta la domanda cautelare di sospensione provvedimento impugnato nella parte in cui è stata dedotta la violazione del termine dilatorio di 90 giorni per l''esecuzione dell''ordine di demolizione, previsto dall''art. 31 del d.P.R. 380/2001.
Il Comune di Volla si è costituito in giudizio ed ha contestato la fondatezza della domanda.
Alla udienza pubblica del 27 .5.2010 il ricorso è stato trattenuto in decisione.

DIRITTO

Va, in primo luogo, disattesa la censura di cui al primo mezzo dell’atto introduttivo del giudizio in ordine alla incompetenza del responsabile del settore che ha sottoscritto l’ordine di demolizione.
Sostiene il ricorrente che il provvedimento impugnato non reca alcuna indicazione dell’atto con cui il Sindaco avrebbe dovuto delegare ai sensi dell’art. 7 della l. n. 47/1985 il dirigente del Comune per l’esercizio del potere sanzionatorio in materia edilizia.
In proposito occorre richiamare la disciplina vigente: in primo luogo l’art. 6 della l. n. 127 del 1997, modificando l’art. 51 della legge n. 142 del 1990, ha previsto alla lettera f) che spettano alla competenza dei dirigenti “i provvedimenti di autorizzazione, concessione o analoghi, il cui rilascio presupponga accertamenti e valutazioni, anche di natura discrezionale, nel rispetto di criteri predeterminati dalla legge, dai regolamenti, da atti generali di indirizzo, ivi comprese le autorizzazioni e le concessioni edilizie.”
Successivamente, la legge n. 191 del 1998 ha, a sua volta, modificato l’art. 6 della l. 127/97, introducendo la lettera f-bis) secondo la quale spettano ai dirigenti “tutti i provvedimenti di sospensione dei lavori, abbattimento e riduzione in pristino di competenza comunale, nonché i poteri di vigilanza edilizia e di irrogazione delle sanzioni amministrative previsti dalla vigente legislazione statale e regionale in materia di prevenzione e repressione dell''abusivismo edilizio e paesaggistico-ambientale”, così espressamente attribuendo alla dirigenza la competenza in materia di applicazione di sanzioni edilizie.
Secondo l''art. 51, comma 3, della l. 8 giugno 1990 n. 142 (oggi, d.lgs. 18 agosto 2000, n. 267), infine, sono di competenza dei dirigenti “tutti i compiti, compresa l''adozione degli atti e provvedimenti amministrativi che impegnano l''amministrazione verso l''esterno, che la legge e lo statuto espressamente non riservino agli organi di governo dell''ente”.
In tale mutato quadro normativo, deve dunque ritenersi implicitamente abrogata ogni previsione della legge n. 47 del 1985 relativa alla competenza del Sindaco in materia, dal momento che tutti i provvedimenti di gestione amministrativa in materia edilizia ed urbanistica, compreso, quindi, il rigetto di una richiesta di concessione edilizia in sanatoria o di condono, rientrano ora nella sfera di competenza del dirigente. Tale principio è stato più volte affermato dalla giurisprudenza, anche di questo Tar (cfr. Consiglio Stato, sez. V, 18 novembre 2003, n. 7318 e T.A.R. Campania Napoli, sez. IV, 13 gennaio 2006, n. 651).
D’altro canto non risulta, né è stato allegato, che il Comune intimato abbia inteso derogare a tale principio nel proprio statuto.
Ne consegue che alcun espresso atto di delega era necessario nel caso di specie derivando la competenza del responsabile del settore direttamente da una fonte di diritto di natura positiva.
Con il secondo mezzo l’interessato assume che il Comune non avrebbe potuto disporre la demolizione del manufatto abusivo realizzato in quanto era stata presentata un’istanza di accertamento di conformità ai sensi dell’art.36 del d.P.R. n.380/2001.
La censura non merita di essere condivisa.
Al riguardo è agevole rilevare che la richiesta di permesso di costruire in sanatoria (presentata al Comune il 31.3.2008) è successiva al provvedimento impugnato (adottato il 28.3.2008), di modo che non poteva esigersi, in difetto di istanza di parte, che il Comune dovesse verificare d’ufficio la conformità urbanistica delle opere in contestazione, atteso che un onere siffatto non è previsto nella disciplina vigente concernente i poteri di vigilanza e sanzionatori sull’attività edilizia abusiva (cfr. T.A.R. Lazio, Sezione II ter, 21 giugno 1999, n.1540).
Né può ritenersi che la validità ovvero l’efficacia dell’ordinanza di demolizione siano state pregiudicate dalla presentazione dell’istanza di accertamento di conformità, ai sensi dell’art.36 del d.P.R. n. 380/2001, con conseguente improcedibilità dell’impugnazione per sopravvenuta carenza di interesse.
Pur non ignorando l’esistenza di un indirizzo ermeneutico di segno contrario, la Sezione condivide, infatti, l’orientamento giurisprudenziale già espresso in analoghe fattispecie (cfr. Tar Campania Sez. II, n. 1173/2008, n. 9757/2007, n. 8345/2007), secondo cui la validità ovvero l’efficacia dell’ordine di demolizione non risultano compromesse dalla presentazione dell’istanza di accertamento di conformità ex art. 36 del menzionato d.P.R. 380/2001.
Invero, questa determina piuttosto un arresto dell’efficacia della misura ripristinatoria, che rimane soltanto sospesa, determinandosi uno stato di temporanea quiescenza dell’atto, all’evidente fine di evitare, in caso di accoglimento dell’istanza, la demolizione di un’opera che, pur realizzata in assenza o difformità dal permesso di costruire, è conforme alla strumentazione urbanistica vigente (cfr., ex multis, T.A.R. Campania, II Sezione, 4 febbraio 2005, n.816 e 13 luglio 2004, n.10128).
Ne consegue che, in caso di accoglimento della domanda di sanatoria, l’ordine di demolizione inevitabilmente decade per il venir meno del suo presupposto, vale a dire del carattere abusivo dell’opera realizzata, in ragione dell’accertata conformità dell’intervento alla disciplina urbanistica ed edilizia vigente sia al momento della realizzazione dello stesso sia al momento della presentazione della domanda.
In caso di rigetto, invece, il provvedimento sanzionatorio a suo tempo adottato riacquista la sua efficacia, che non era definitivamente cessata, ma solo sospesa in attesa della conclusione del nuovo iter procedimentale, con la sola specificazione che il termine concesso per l’esecuzione spontanea della demolizione decorre dal momento in cui il diniego perviene a conoscenza dell’interessato, che non può rimanere pregiudicato dall’avere esercitato una facoltà di legge e deve, pertanto, poter usufruire dell’intero termine a lui assegnato per adeguarsi all’ordine, evitando così le conseguenze negative connesse alla mancata esecuzione dello stesso.
In definitiva, considerato che il procedimento di verifica della compatibilità urbanistica dell’opera avviato ad istanza di parte è un procedimento del tutto autonomo e differente dal precedente procedimento sanzionatorio avviato d’ufficio e conclusosi con l’ordinanza di demolizione dell’opera eseguita in assenza o difformità del titolo abilitativo, il Collegio ritiene che non sussista motivo per imporre all’amministrazione comunale il riesercizio del potere sanzionatorio a seguito dell’esito negativo del procedimento di accertamento di conformità urbanistica, atteso che il provvedimento di demolizione costituisce un atto vincolato a suo tempo adottato in esito ad un procedimento amministrativo sul quale non interferisce l’eventuale conclusione negativa del procedimento ad istanza di parte ex art. 36 del d.P.R. 380/2001.
Un nuovo procedimento sanzionatorio, infatti, si rivelerebbe, in assenza di un’espressa previsione legislativa, un’inutile ed antieconomica duplicazione dell’azione amministrativa (cfr. anche Tar Campania, Sezione III, n. 10369/06).
Sulla base di tali premesse, occorre quindi soffermarsi sulle censure di cui al terzo e quarto motivo che afferiscono direttamente al provvedimento impugnato di cui viene denunciata la insufficienza del corredo motivazionale.
Contrariamente a quanto sostenuto dall’interessato l’ordine di demolizione contiene una esauriente indicazione delle ragioni (di fatto e di diritto) che hanno condotto all’adozione del provvedimento sanzionatorio, in quanto non solo descrive in modo preciso gli interventi abusivi, ma indica le ragioni dell’abusività consistenti nella realizzazione delle opere in questione in assenza di qualsiasi concessione edilizia. Tutto ciò non senza considerare che, come descritto nell’ordine di demolizione (e non contestato dal ricorrente), l’impianto con pannelli solari per il quale era stata presentata la Dia n. 4250 del 14.3.2007 non era stato realizzato, ma era stato sostituito dal manufatto in questione.
Del resto secondo giurisprudenza pacifica di questo Tribunale, in materia urbanistica, il presupposto per l’adozione dell''ordine di demolizione di opere edilizie abusive è soltanto la constatata esecuzione dell''opera in totale difformità dalla concessione od in assenza della medesima, con la conseguenza che tale provvedimento, ove ricorrono i predetti requisiti, è atto dovuto ed è sufficientemente motivato con la affermazione della accertata abusività dell''opera, essendo “in re ipsa” l''interesse pubblico alla sua rimozione.
In sostanza, la motivazione dell''ordinanza di demolizione non deve essere sorretta da alcuna specifica motivazione in ordine alla sussistenza dell''interesse pubblico a disporre la sanzione, poiché l''abuso, anche se risalente nel tempo, non può giustificare alcun legittimo affidamento del contravventore a veder conservata una situazione di fatto che il semplice trascorrere del tempo non può legittimare. Il presupposto per l''adozione dell''ordine di demolizione di opere edilizie abusive è soltanto la constatata esecuzione dell''opera in totale difformità, dalla concessione o in assenza della medesima, con la conseguenza che tale provvedimento - ove ricorrano i predetti requisiti - è atto dovuto ed è sufficientemente motivato con l''affermazione dell''accertata abusività dell''opera. L''ordinanza di demolizione, quindi, in quanto atto vincolato, non richiede in alcun caso una specifica motivazione su puntuali ragioni di interesse pubblico o sulla comparazione di quest''ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati.
Né dagli atti del giudizio risulta che la demolizione della sopraelevazione possa pregiudicare l’esistenza dell’edificio sottostante, impedendo la rimozione del manufatto abusivo (quinto motivo).
La conclamata abusività dell’opera, riconducibile alle fattispecie in contestazione (art. 31 del d.P.R. 380/2001) per la creazione di nuovi volumi suscettivi di autonoma utilizzabilità, imponeva pertanto l’adozione della disposta misura repressiva senza che, come preteso dall’esponente il Comune dovesse farsi carico di verificare la possibilità di dare concreta esecuzione al provvedimento: è, infatti, diffuso in giurisprudenza il principio, condiviso dal Collegio, secondo cui in presenza di opere abusive, l''ordine di demolizione costituisce atto dovuto, per cui la possibilità di non procedere alla rimozione delle parti abusive (quando ciò sia pregiudizievole per quelle legittime) costituisce solo un''eventualità della fase esecutiva, subordinato alla circostanza dell''impossibilità del ripristino dello stato dei luoghi (cfr. Consiglio Stato, sez. V, 21 maggio 1999, n. 587).
Nel caso di specie, considerata la natura delle opere in questione (realizzazione di una sopraelevazione), non si vede in quale misura la demolizione delle opere stesse, che investe solo la parte maggiorata in altezza rispetto all’immobile realizzato sulla base della concessione edilizia n. 46/1990, possa avere le conseguenze paventate dalla difesa della ricorrente che, peraltro, si limita ad una mera affermazione astratta, priva di qualsiasi minimo principio di prova in merito al suo fondamento.
Deve essere disatteso anche il sesto mezzo, riguardante l’omessa comunicazione di avvio del procedimento.
Le opere in questione sono state realizzate in assenza di qualsiasi titolo edilizio.
In relazione a tale circostanza, il vizio formale deve considerarsi sanato ai sensi dell’art. 21 octies della legge 241/90, atteso che l’amministrazione nel costituirsi in giudizio ha evidenziato che il contenuto dispositivo del provvedimento non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato; il dettato del citato articolo assume una valenza particolare, poiché assolve la funzione di impedire che il proliferare delle norme procedimentali nel diritto amministrativo, specie a livello regolamentare, possa portare ad un uso distorto delle stesse e ad una strumentalizzazione delle regole endoprocedimentali al solo fine di ottenere la caducazione dell’atto impugnato in sede giurisdizionale. In questa prospettiva, e nei casi previsti, le norme di natura formale assumono ora una veste di cedevolezza rispetto alle norme di natura sostanziale. La natura cedevole delle norme procedimentali si rapporta alla loro valenza finale, essenzialmente strumentale al perseguimento dell’interesse sostanziale fatto valere dall’interessato. La logica della cedevolezza dei vizi di natura formale risale al principio di conservazione degli atti giuridici, che trova applicazione laddove sia stato assicurato il “raggiungimento dello scopo”. Nella fattispecie, lo scopo si intende raggiunto attraverso la realizzazione dell’interesse sostanziale che sta alla base del rapporto procedimentale tra privato e pubblica amministrazione. Per tale ragione, riconosciuta la natura formale della violazione contestata, per escludere l’annullamento occorre che sia palese che l’atto, pur in assenza del vizio constatato, avrebbe avuto comunque il medesimo contenuto provvedimentale sfavorevole per l’interessato.
In tal caso non si fa luogo ad annullamento poiché, la eventuale pronuncia di annullamento si rivelerebbe inutiliter data, in quanto la eventuale caducazione dell’atto impugnato non produrrebbe l’effetto voluto dall’interessato, dovendo l’amministrazione, in esecuzione della sentenza, reiterare un provvedimento di contenuto identico a quello annullato (cfr. TAR Campania, Napoli, sentenza n. 20226/05 e 20227/05).
Ciò premesso, ad avviso del Collegio, il vizio prospettato con riferimento all’omesso avviso di avvio del procedimento di demolizione, appartiene, senza dubbio, alla categoria dei vizi emendabili ai sensi dell’art. 21 octies della legge n. 241/1990 come innovata dalla legge n. 15/2005.
Nella specie l’applicazione di tale norma impedisce di pervenire all’annullamento degli atti impugnati, in quanto, sulla base delle argomentazioni difensive del Comune, non contrastate da elementi specifici da parte del ricorrente ( il quale ammette la mancanza di titolo edilizio, e la contrarietà di quanto realizzato alle previsioni di piano regolatore, tanto da invocare un intervento dell’amministrazione in variante al fine di soddisfare il suo interesse particolare), deve ritenersi in ogni caso palese che il contenuto del provvedimento con cui l’amministrazione ha disposto la demolizione di quanto abusivamente realizzato non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato. Sotto tale profilo la attività della amministrazione appare vincolata in quanto normativamente predeterminata sulla base di parametri determinati, in assenza di margini di scelta tra più soluzioni astrattamente ammissibili.
È ora possibile procedere all’esame dei motivi aggiunti che si dirigono avverso il successivo diniego di rilascio del permesso di costruire in sanatoria e la nuova ordinanza di demolizione adottata dal Comune.
Con un primo ordine di censure parte ricorrente lamenta la violazione del termine di 90 giorni previsto dall’art. 31 del d.P.R. 380/2001 per procedere alla demolizione dei manufatti abusivi, posto che l''ordinanza, pur essendo stata notificata l''11 giugno 2008, ha fissato al 23 giugno 2008 la data della demolizione (quindi soltanto 12 giorni dopo la notifica dell’ordine di demolizione).
Al riguardo con l’ordinanza cautelare n. 1979 dell''11 luglio 2008, è stata accolta la domanda cautelare di sospensione del provvedimento impugnato, osservando come la data fissata per la demolizione dovesse intendersi prorogata ex lege al giorno successivo al termine fissato dall''art. 31 del d.P.R. 380/2001.
Osserva il Collegio che per effetto del suddetto provvedimento cautelare l’interessato è stato posto nella condizione di demolire la sopraelevazione nel termine previsto dalla suddetta norma, sì che il profilo di censura in esame non appare più determinante e non può di per sé solo giustificare l’annullamento del nuovo ordine di demolizione n. 66/2008.
Peraltro la censura è anche infondata nel merito, atteso che l’ordine de quo risulta spedito ai sensi dell’art. 27 DPR 380/01, che sanziona le opere in fase di realizzazione, rispetto alle quali deve considerarsi rientrante nello schema normativo il provvedimento di demolizione ad horas, intimato senza la prefissione di un termine specifico .
Occorre considerare che l’art. 27, comma 2, del TU dell’edilizia prevede che: “il dirigente o il responsabile, quando accerti l’inizio o l’esecuzione di opere eseguite senza titolo su aree assoggettate, da leggi statali, regionali o da altre norme urbanistiche vigenti o adottate, a vincolo di inedificabilità, o destinate ad opere e spazi pubblici ovvero ad interventi di edilizia residenziale pubblica di cui alla legge 18 aprile 1962, n. 167, e successive modificazioni ed integrazioni, nonché in tutti i casi di difformità dalle norme urbanistiche e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici, provvede alla demolizione e al ripristino dello stato dei luoghi (…)”. La norma, quindi, procede disponendo che: “qualora si tratti di aree assoggettate alla tutela di cui al regio decreto 30 dicembre 1923, n. 3267, o appartenenti ai beni disciplinati dalla legge 16 giugno 1927, n. 1766, nonché delle aree di cui al decreto legislativo 29 ottobre 1999, n. 490, il dirigente provvede alla demolizione ed al ripristino dello stato dei luoghi, previa comunicazione alle amministrazioni competenti le quali possono eventualmente intervenire, ai fini della demolizione, anche di propria iniziativa.”
L’articolo è stato così modificato ad opera dell’art. 32 del d.l. 30 settembre 2003, n. 269. In particolare, è stato espressamente svalutato il presupposto dello “stato iniziale dei lavori”, essendo stata espressamente prevista la possibilità di ricorrere alla demolizione ad horas “quando (si) accerti l’inizio o l’esecuzione di opere”.
Anche prima della novella del 2003, tuttavia, la norma era stata univocamente interpretata dalla giurisprudenza, in particolare di questo Tribunale, nel senso da ultimo richiamato.
Si riteneva infatti che lo specifico presupposto che differenziava il procedimento sanzionatorio previsto dall’art. 31 del TU dell’edilizia (ex art. 4 l. n. 47 del 1985), da quello di cui all’art. 27 del TU dell’edilizia (ex art. 7 della stessa legge 47/1985) dovesse essere rinvenuto nella localizzazione delle opere abusive su aree assoggettate a vincolo di inedificabilità, ovvero destinate ad opere e spazi pubblici o ad interventi di edilizia residenziale pubblica e quindi nella necessità di reintegrare con immediatezza il bene protetto, pregiudicato dall’abusivo intervento edilizio. Pertanto, in tal caso l’ordine di demolizione doveva seguire automaticamente all’accertamento dell’illecito, senza la necessità di una preventiva notifica della diffida a demolire e senza alcun margine per valutazioni discrezionali (anche in ordine alla scelta se procedere alla demolizione o unicamente alla acquisizione al patrimonio dell’ente), al fine di impedire che il trascorrere del tempo determinasse il consolidarsi di situazioni che avrebbero potuto impedire l’applicazione della sanzione ripristinatoria.
Dunque, alla luce della disciplina vigente e della consolidata giurisprudenza formatasi sul testo normativo antecedente alla innovazioni apportate, l’art. 27 è applicabile sia che venga accertato l’inizio che l’avvenuta esecuzione di interventi abusivi. In entrambi i casi “il dirigente provvede alla demolizione ed al ripristino dello stato dei luoghi”, senza bisogno di effettuare la preventiva diffida.
Né può considerarsi ostativa la mancanza nel caso in esame del vincolo di inedificabilità al quale la procedura ex art. 27 TU edilizia sarebbe subordinata.
Osserva sul punto il Collegio che la nozione di “vincolo di inedificabilità” va intesa, secondo costante giurisprudenza, come comprensiva non solo dell’inedificabilità assoluta, ma anche di quella relativa. In tal senso si era infatti espresso anche questo Tribunale a proposito dell’art. 4 comma 2 l legge n. 47 del 1985, sostenendo che tale disposizione fosse applicabile anche in caso di vincoli di inedificabilità relativi, non trovando la diversa interpretazione alcun riscontro nella norma ed essendo contraria alla stessa “ratio legis”, comportando un ingiustificato restringimento dei poteri di vigilanza attribuiti al comune, nell’evidenza del fatto che il legislatore, laddove si tratti di aree meritevoli di una particolare e rafforzata tutela, ha inteso attribuire all’Amministrazione il potere-dovere di ripristinare senza indugio la legalità violata, non operando distinzioni in relazione alla natura assoluta o relativa del vincolo. (T.A.R. Campania Napoli, sez. IV, 12 aprile 2005, n. 3780).
D’altro canto, tale interpretazione è confermata anche dal fatto che il comma 2, parte prima, dell’art. 27 cit. si limita a menzionare il “vincolo di inedificabilità”, mentre solo nell’ultima parte contiene un espresso riferimento al “vincolo di inedificabilità assoluta” a proposito dei poteri del Soprintendente di procedere alla demolizione.
In ogni caso va rilevato ,ad ulteriore conferma della applicabilità estensiva della norma, che con le modifiche apportate dall’art. 32 del d.l. 30 settembre 2003, n. 269 al testo dell’art. 27 TU edilizia, l’operatività del procedimento che prevede la demolizione immediata senza bisogno della previa diffida è stata estesa anche a tutti i casi di difformità dalle norme urbanistiche e dalle prescrizioni degli strumenti urbanistici.( cfr. TAR Campania sez. VI sentenza n.1378/2009).
Nemmeno fondato si rivela il secondo motivo aggiunto con il quale si denuncia la carenza di motivazione del controverso diniego di sanatoria.
La determinazione avversata contiene, infatti, una esauriente indicazione dei motivi (di fatto e di diritto) che hanno condotto all’adozione del provvedimento di diniego, in quanto non solo descrive precisamente gli interventi abusivi, ma indica le ragioni dell’abusività consistenti nella realizzazione delle opere in questione in assenza di qualsiasi permesso di costruire in una zona del P.R.G. classificata come B2, che ha determinato un aumento di volumetria “maggiore a quella prevista dal piano”; rilevando altresì una difformità tra lo stato dei luoghi e i grafici allegati alla domanda di sanatoria.
Deve essere disatteso anche il terzo motivo aggiunto con il quale il ricorrente sostiene che il Comune avrebbe dovuto rilasciare il permesso in sanatoria in ragione della pretesa urbanizzazione dell’area.
Nella fattispecie all’esame del Collegio deve rilevarsi che le prescrizioni urbanistiche cui il ricorrente fa riferimento e le ragioni del diniego di sanatoria non possono ritenersi superate dalla situazione di urbanizzazione della zona, dedotta dalla difesa di parte ricorrente.
Invero, riguardo ad aree edificate abusivamente di recente, sì che proprio per la natura confusa e slegata da ogni regola di uso del territorio degli insediamenti abusivi, producono agglomerati con notevoli deficit di urbanizzazione, non può negarsi la potestà del Comune di intervenire in misura repressiva riguardo ad ulteriori compromissioni del proprio territorio.
E’ evidente che in fattispecie come quella in esame, in cui l’integrità di parte del territorio non risulta irrimediabilmente compromessa, deve essere rigorosamente rispettata la disciplina prevista dai vigenti strumenti urbanistici, che garantisce una pianificazione razionale e ordinata del futuro sviluppo del territorio dal punto di vista urbanistico.
Inoltre, la stessa valutazione esercitata dall''Amministrazione quanto alla sussistenza o meno di una compiuta urbanizzazione della zona interessata costituisce espressione di discrezionalità tecnica e si presta ad essere sindacata esclusivamente ove risulti manifestamente erronea o illogica (cfr. Consiglio di Stato, Sez. IV, n. 5721/2001, cit.).
Orbene, a giudizio del Collegio, nessun elemento versato in atti a sostegno delle deduzioni dell’interessato consente di invalidare nei termini suddetti gli apprezzamenti condotti dall’Amministrazione resistente e compendiati nell’atto gravato.
Inoltre, non risulta introdotta alcuna argomentazione per sostenere il dato della dedotta sufficienza delle opere di urbanizzazione.
Senza contare, poi, che appare del tutto sottovalutato il problema specifico della prognosi futura della sufficienza qualitativa e quantitativa delle opere di urbanizzazione esistenti rispetto a quelle programmate da porre a servizio delle popolazione che, secondo le previsioni del piano regolatore generale, potrà insediarsi nella stessa zona.
Privi di rilievo si rivelano infine il quarto e quinto motivo aggiunto coni quali sono state ribadite le censure di cui al quarto e quinto mezzo dell’atto introduttivo del giudizio e per le quali si fa rinvio a quanto già considerato in precedenza.
In conclusione il ricorso introduttivo ed i motivi aggiunti devono essere respinti.
Le spese seguono la soccombenza nella misura indicata in dispositivo,ivi compreso il contributo unificato.

P.Q.M.

Il Tribunale amministrativo regionale per la Campania, Sezione Seconda, definitivamente pronunciando sul ricorso in epigrafe , respinge la domanda principale e quella proposta con i motivi aggiunti.
Condanna il ricorrente al pagamento in favore del Comune di Volla delle spese di giudizio che, comprensive di diritti, onorari ed altre competenze, sono liquidate in €. 1500,00 .
Contributo unificato a carico del ricorrente.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall''autorità amministrativa.
Così deciso in Napoli nella camera di consiglio del giorno 27 maggio 2010 con l''intervento dei Magistrati:
Carlo d''Alessandro, Presidente
Anna Pappalardo, Consigliere, Estensore
Pierluigi Russo, Consigliere



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