a cura del Dott. Francesco Barchielli



T.A.R. Puglia Lecce, Sezione III, 13 luglio 2010


L’identità della volumetria e della sagoma costituisce un limite solo per gli interventi di ristrutturazione che comportano la previa demolizione dell’edificio

SENTENZA N. 1700

Per quanto riguarda la ipotesi specifica di derivazione giurisprudenziale della ristrutturazione mediante demolizione e ricostruzione, la relativa disciplina è stata per la prima volta introdotta nell’ordinamento positivo con l’art. 3 comma 1 lettera d) del t.u. n. 380 del 2001, il quale richiedeva -nella sua stesura originaria- la fedele ricostruzione (sagoma, volume, sedime e materiali) della preesistenza. Successivamente, l’art. 1, comma 6, lettera b), della legge delega sulle infrastrutture (n. 443 del 2001) ha richiesto identità di volume e sagoma. Da ultimo, riprendendo tale impostazione, il d. l.vo n. 301 del 2002 ha eliminato dall’art. 3 del t.u. edilizia l’originario riferimento alla “fedele ricostruzione” (espungendo così ad es. il richiamo alle caratteristiche dei materiali) ma ha tenuto fermo che la ricostruzione costituisce ristrutturazione solo se il risultato finale coincide con la volumetria e sagoma preesistenti. Dal raffronto fra i corpi normativi ora richiamati emerge con chiarezza, come anche evidenziato dal Consiglio di Stato nella decisione n. 5214 del 2007, che l’identità della volumetria e della sagoma costituisce un limite solo per gli interventi di ristrutturazione che comportano la previa demolizione dell’edificio; viceversa tali limiti non valgono per quegli interventi di ristrutturazione ordinaria (cioè senza previa demolizione) i quali devono mantenere inalterati gli elementi strutturali che individuano e qualificano l’edificio preesistente, potendo però comportare integrazioni strutturali e cioè in pratica anche modifiche non stravolgenti alla sagoma ed ai prospetti, nonché limitati incrementi di superficie e volume (cfr., in termini, anche T.a.r. Lazio, Latina, 5 gennaio 2006, n. 2) (T.a.r. Lecce, I, 19.6.08, n. 1814). Sulla medesima linea interpretativa, ormai, la giurisprudenza più recente evidenzia, appunto, come l’art. 10, comma 1, lett. c), del d.p.r. 6 giugno 2001 n. 380, consenta “di qualificare come interventi di ristrutturazione edilizia anche le attività volte a realizzare un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente, implicanti un aumento di unità immobiliari e modifiche del volume, della sagoma, dei prospetti o delle superfici utili” (pur precisando, tuttavia, la necessità di conservare “un’identificabile linea distintiva tra le nozioni di ristrutturazione e nuova costruzione, potendo configurarsi la prima solo quando le modifiche volumetriche e di sagoma siano di portata limitata e comunque riconducibili all’organismo preesistente (T.a.r. Emilia Romagna Bologna, II, 25 febbraio 2010, n. 1613).

FATTO E DIRITTO

1.- Dal ricorso, dai motivi aggiunti e dagli altri atti della causa emerge che:
- i coniugi Stella sono proprietari di un’abitazione sita in Martano, ricadente in zona tipizzata “A1” dal vigente p.r.g.;
- in data 8.4.09 essi chiedevano un permesso di costruire relativamente ad un progetto di recupero funzionale e di risanamento strutturale dell’immobile in parola;
- il Comune, tuttavia, con nota del 16.6.09, comunicava loro il preavviso di rigetto della domanda, preavviso cui seguiva, nonostante le osservazioni dei ricorrenti, il provvedimento di diniego in data 29.6.09 (prot. n. 10089).
2.- I ricorrenti, dunque, impugnavano la determinazione appena indicata formulando le seguenti censure:
a) Violazione di legge. Violazione e falsa applicazione del r.e.c. e delle nn.tt.aa. del Comune di Martano e, in specie, dell’art. 32.2. Violazione e falsa applicazione dell’art. 2 del r.e.c.. Eccesso di potere per errore nei presupposti di fatto e di diritto. Motivazione contraddittoria. Violazione di legge ed eccesso di potere per contraddittorietà del provvedimento rispetto agli atti del procedimento. Difetto di motivazione. Violazione e falsa applicazione del t.u. 380/01 e, in specie, degli artt. 3 e 9. Violazione e falsa applicazione dell’art. 2 l. 457/78.
b) Violazione e falsa applicazione dell’art. 28, comma 5, l. 457/78.
2.1 Impugnavano inoltre la delibera del C.C. di Martano in data 11.4.07, n. 19, con motivi aggiunti così articolati:
c) Violazione e falsa applicazione dell’art. 16 l.r. 56/80. Eccesso di potere per errore nei presupposti di fatto e di diritto. Illegittimità manifesta.
2.2 Impugnavano, infine, la delibera del C.C. di Martano in data 26.11.04, n. 42, e la Relazione del Responsabile del 3° Settore in data 11.2.10, prot. n. 2160, per i motivi che seguono:
d) Violazione e falsa applicazione dell’art. 31 l. 457/78 e dell’art. 3 d.p.r. 380701. Violazione e falsa applicazione della deliberazione della Regione Puglia n. 319/03 e della D.G.R. n. 1117/05. Eccesso di potere per errore nei presupposti di fatto e di diritto. Violazione di legge ed eccesso di potere per contraddittorietà dei provvedimenti rispetto agli atti del procedimento e per difetto dei suoi presupposti di fatto e di diritto. Eccesso di potere per difetto di istruttoria e di motivazione.
3.- Tanto premesso in fatto, osserva il Collegio che il ricorso è fondato e va accolto nei sensi e per i motivi che di seguito si esporranno.
4.- Deve rilevarsi, anzitutto, che l’Amministrazione intimata respingeva l’istanza de qua evidenziando come, per le sue caratteristiche (abbassamento del piano di calpestio di circa 50 cm., aumento dell’altezza dei due vani principali di circa 30 cm. e creazione, mediante un solaio intermedio, di un nuovo piano), quello in esame fosse un intervento di “nuova costruzione”, tale da richiedere, ai sensi dell’art. 32.2 delle nn.tt.aa., la previa approvazione di un piano particolareggiato (ed appunto sottolineando come l’immobile fosse compreso fra quelli oggetto di un piano di recupero in corso di redazione).
5.- Ciò premesso, ritiene invece il Collegio che quello in progetto fosse, a ben vedere, un intervento di ristrutturazione edilizia, come tale non soggetto al vincolo procedimentale richiamato dalla p.a. (l’art. 32.2 delle nn.tt.aa., difatti, considerava “ammissibili, anche in assenza di piani urbanistici esecutivi di cui alla legge regionale n. 20/2001, gli interventi di: […] ristrutturazione edilizia”).
5.1 Occorre difatti osservare come “l’art. 3 del d.p.r. n. 380 del 2001, alla lettera d), ricomprende nella categoria della ristrutturazione edilizia “gli interventi rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente. Tali interventi comprendono il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell’edificio, l’eliminazione, la modifica e l’inserimento di nuovi elementi ed impianti. Nell’ambito degli interventi di ristrutturazione edilizia sono ricompresi anche quelli consistenti nella demolizione e ricostruzione con la stessa volumetria e sagoma di quello preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l’adeguamento alla normativa antisismica”.
Dal canto suo, l’art. 10 dello stesso testo unico prevede che siano subordinati a permesso di costruire, tra gli altri, “gli interventi di ristrutturazione edilizia che portino ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente e che comportino aumento di unità immobiliari, modifiche del volume, della sagoma, dei prospetti o delle superfici”.
Dunque, è da siffatte coordinate normative che deve trarsi, oggi, la nozione di ristrutturazione edilizia.
Per quanto riguarda, in particolare, la ipotesi specifica di derivazione giurisprudenziale della ristrutturazione mediante demolizione e ricostruzione, la relativa disciplina è stata per la prima volta introdotta nell’ordinamento positivo con l’art. 3 comma 1 lettera d) del t.u. n. 380 del 2001, il quale richiedeva -nella sua stesura originaria- la fedele ricostruzione (sagoma, volume, sedime e materiali) della preesistenza.
Successivamente, l’art. 1, comma 6, lettera b), della legge delega sulle infrastrutture (n. 443 del 2001) ha richiesto identità di volume e sagoma.
Da ultimo, riprendendo tale impostazione, il d. l.vo n. 301 del 2002 ha eliminato dall’art. 3 del t.u. edilizia l’originario riferimento alla “fedele ricostruzione” (espungendo così ad es. il richiamo alle caratteristiche dei materiali) ma ha tenuto fermo che la ricostruzione costituisce ristrutturazione solo se il risultato finale coincide con la volumetria e sagoma preesistenti.
Dal raffronto fra i corpi normativi ora richiamati emerge con chiarezza, come anche evidenziato dal Consiglio di Stato nella decisione n. 5214 del 2007, che l’identità della volumetria e della sagoma costituisce un limite solo per gli interventi di ristrutturazione che comportano la previa demolizione dell’edificio; viceversa tali limiti non valgono per quegli interventi di ristrutturazione ordinaria (cioè senza previa demolizione) i quali devono mantenere inalterati gli elementi strutturali che individuano e qualificano l’edificio preesistente, potendo però comportare integrazioni strutturali e cioè in pratica anche modifiche non stravolgenti alla sagoma ed ai prospetti, nonché limitati incrementi di superficie e volume (cfr., in termini, anche T.a.r. Lazio, Latina, 5 gennaio 2006, n. 2)” (T.a.r. Lecce, I, 19.6.08, n. 1814).
Sulla medesima linea interpretativa, ormai, la giurisprudenza più recente evidenzia, appunto, come l’art. 10, comma 1, lett. c), del d.p.r. 6 giugno 2001 n. 380, consenta “di qualificare come interventi di ristrutturazione edilizia anche le attività volte a realizzare un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente, implicanti un aumento di unità immobiliari e modifiche del volume, della sagoma, dei prospetti o delle superfici utili” (pur precisando, tuttavia, la necessità di conservare “un’identificabile linea distintiva tra le nozioni di ristrutturazione e nuova costruzione, potendo configurarsi la prima solo quando le modifiche volumetriche e di sagoma siano di portata limitata e comunque riconducibili all’organismo preesistente” (T.a.r. Emilia Romagna Bologna, II, 25 febbraio 2010, n. 1613).
5.2 Così ridefinita, e significativamente ampliata, la nozione di ristrutturazione edilizia, deve per conseguenza ritenersi che anche l’intervento oggetto dell’istanza dei coniugi Stella vi rientrasse, apportando esso limitatissime modifiche alla sagoma dell’immobile (un aumento di circa 30 cm. dell’altezza di due vani funzionale all’allontanamento delle acque piovane e alla coibentazione dei solai), un ridotto aumento della volumetria interna (peraltro ottenuto con un abbassamento del piano di calpestio al di sotto del piano di campagna), una serie di modifiche di carattere strutturale tipiche delle ristrutturazioni (sostituzione delle coperture, ripristino e risanamento delle murature perimetrali, rifacimento degli infissi, ecc.), e, infine, la realizzazione di un solaio intermedio da destinare a “zona notte”: anche sotto quest’ultimo profilo, peraltro, il Collegio non ritiene che l’intervento esulasse dai parametri prima delineati, per i quali, come già scritto, debbono ricondursi alla nozione di ristrutturazione “ordinaria” (cioè senza previa demolizione) quegli interventi i quali lascino “inalterati gli elementi strutturali che individuano e qualificano l’edificio preesistente, potendo però comportare integrazioni strutturali e cioè in pratica anche modifiche non stravolgenti alla sagoma ed ai prospetti, nonché limitati incrementi di superficie e volume” (il soppalco, in definitiva, pur dando vita ad un piano intermedio, non incideva sulla sagoma e non alterava l’identità strutturale dell’immobile).
6.- Sulla base di quanto fin qui esposto, dunque, l’assunto dal quale il Comune era partito per respingere l’istanza di permesso di costruire -e cioè l’applicabilità della fattispecie della “nuova costruzione”- non può essere condiviso, con la conseguente illegittimità dell’impugnato diniego (appunto perché, come già scritto, il già citato art. 32.2 indicava come ammissibili anche in assenza di piani urbanistici esecutivi gli interventi, quali quello in parola, di ristrutturazione edilizia).
7.- Sussistono giusti motivi per compensare fra le parti le spese di giudizio.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia, Sezione Terza di Lecce, accoglie il ricorso n. 1581/09 indicato in epigrafe.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’Autorità Amministrativa.
Così deciso in Lecce, nella camera di consiglio del 22 aprile 2010, con l’intervento dei Magistrati:
Antonio Cavallari, Presidente
Ettore Manca, Primo Referendario, Estensore
Patrizia Moro, Primo Referendario


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