a cura del Dott. Francesco Barchielli



T.A.R. Basilicata, Sezione I, 10 settembre 2010


Qualora il privato insorga avverso un provvedimento emanato dal Sindaco e relativo ad un immobile sul presupposto della sua appartenenza al demanio od al patrimonio comunale, adducendo il proprio diritto di proprietà di tale bene, la relativa controversia spetta alla cognizione del giudice ordinario

SENTENZA N. 614

Qualora il privato insorga avverso un provvedimento emanato dal Sindaco e relativo ad un immobile sul presupposto della sua appartenenza al demanio od al patrimonio comunale, adducendo il proprio diritto di proprietà di tale bene, la relativa controversia spetta alla cognizione del giudice ordinario, in quanto non investe vizi dell'atto amministrativo ma riguarda la titolarità della proprietà ed è quindi rivolta alla tutela di posizioni di diritto soggettivo (Cass. Sez un. 9 maggio 1996, n. 4362; Cass., Sez. un., 23 aprile 1987, n. 3965).

FATTO

1. Con ricorso notificato in data 17 febbraio 2000, depositato in data 25 febbraio 2000, i ricorrenti affermano in punto di fatto:
-di essere comproprietari dei terreni siti nel Comune di Scanzano Jonico, individuati al fg. 73, p.lla 11 e al fg. 73, p. lla 178, acquisiti per successione mortis causa dal sig. Francesco Federici;
- di vantare, anche per successione ex art. 1146 c.c., da oltre un secolo il possesso di tali terreni;
-che il possesso dei terreni in questione, come emerge dalla documentazione versata in atti, risulta contestato da parte del Demanio dello Stato;
- che i terreni, originariamente adibiti a coltivazione e a pascolo, nel 1960 furono interessati da lavori di rimboschimento ai sensi del R.D.L. 30 dicembre 1923, N.3267, all. 11 e 12 e successivamente in base alla variante del 18 dicembre 1993 al P.R.G. del Comune di Scanzano Jonico sono stati inseriti nel “Piano di arretramento dei lidi del Comune di Scanzano Jonico” e nel “Progetto di infrastrutture e di valorizzazione lido Torre- Piano di arretramento dei lidi”;
- che nel corso dell’anno 1997 sul terreno individuato in catasto al foglio 73, part. 178, l’amministrazione comunale ha eseguito opere, quali la creazione di piste ciclabili e passeggiabili, che hanno determinato l’irreversibile trasformazione del fondo, senza provvedere alla notifica del decreto di occupazione, dell’offerta di indennità di esproprio ai signori Federici, i quali dalle risultanze catastali risultavano possessori dei terreni in questione, a nulla rilevando, ad avviso dei ricorrenti, la annotazione negli atti del catasto della contestazione del possesso da parte del Demanio dello Stato, in quanto nella prima fase dell’espropriazione la notifica degli atti va effettuata nei confronti dei proprietari risultanti dai certificati catastali, con onere di rinviare, se opportuna, l’indagine sulla proprietà.
1.1.- I ricorrenti ipotizzano che il Comune, dopo aver approvato il progetto di costruzione dell’opera pubblica sui terreni i discorso, abbia arrestato la procedura espropriativa per effetto della intestazione catastale che riporta i signori Federici quali possessori contestati da parte del Demanio dello Stato e, in punto di diritto, censurano il comportamento dell’amministrazione sostenendo che:
i) il Comune avrebbe dovuto notificare ai comproprietari del terreno, oltre che il decreto di occupazione, anche l’offerta dell’indennità di esproprio, proprio in forza della intestazione catastale, che li riporta quali proprietari e possessori, atteso che il catasto ai sensi dell’art. 1 T.U. approvato con R.D. 8 ottobre 1931, n. 1572 fu formato allo scopo di accertare la proprietà degli immobili;
ii) il Comune avrebbe violato l’art. 10 della legge n. 865 del 1971, che imporrebbe, nella prima fase dell’espropriazione, la notifica degli atti ai proprietari risultanti dai certificati catastali, con onere di rinviare, se opportuna, l’indagine sulla proprietà; tale indagine, ad avviso dei ricorrenti, nella fattispecie, sarebbe stata superflua, atteso che i terreni all’atto dell’occupazione erano interessati da rimboschimento e quindi estranei (oltre che fisicamente separati dalla spiaggia da un’ampia strada asfaltata) al demanio marittimo, il quale andrebbe individuato sulla base delle caratteristiche intrinseche del bene; al riguardo i ricorrenti richiamano una pronuncia del giudice amministrativo ove si afferma il carattere necessario ed indisponibile della qualità demaniale di un terreno, la quale è indipendente dalla volontà della pubblica amministrazione. Da ciò i ricorrenti deducono la non demanialità dei terreni in questione e conseguentemente l’illegittimità dell’operato del Comune, che avrebbe realizzato l’opera pubblica “per il tramite di un mero comportamento, non essendo ravvisabile alcun compiuto e legittimo procedimento ablatorio”, determinando così la irreversibile trasformazione dei fondi di proprietà dei ricorrenti, i quali, pertanto, avrebbero diritto alla corresponsione dell’integrale risarcimento dei danni a norma dell’art. 5 bis della legge n. 359 del 1992, come modificato dall’art. 3, comma 65 della legge n. 662 del 1996, oltre alla indennità di occupazione temporanea.
1.1.1.- Concludono, pertanto, i ricorrenti, chiedendo in via principale l’accertamento dell’avvenuta acquisizione al patrimonio del Comune di Scanzano Jonico delle aree interessate dalle opere pubbliche, nonché la condanna del Comune al risarcimento dei danni subiti per lesione del diritto dominicale, nella misura di 1.000.000.000 di Lire, derivanti dalla illegittima occupazione e irreversibile trasformazione dei terreni, nonché per la corresponsione dell’indennità di occupazione temporanea; in via subordinata chiedono la condanna del Comune al pagamento dell’indennità di esproprio ed in estremo subordine la determinazione dei criteri in base ai quali il Comune di Scanzano Jonico debba proporre in favore dei ricorrenti il pagamento di una somma di denaro entro un congruo termine.
2.- Con atto depositato in data 9 marzo 2000 si è costituito il Comune di Scanzano Jonico, il quale eccepisce l’inammissibilità del ricorso per difetto di giurisdizione del giudice amministrativo sotto un duplice profilo:
-in primo luogo perché il presupposto per l’esame della fondatezza delle pretese dei ricorrenti è costituito dall’accertamento del diritto di proprietà in capo agli eredi Federici degli immobili sui quali sono state realizzate le opere comunali, accertamento che spetta al giudice ordinario;
- in secondo luogo perché nella fattispecie non è invocabile l’art. 34 del d. lgs 31 marzo 1998, n.80, ai fini della affermazione della giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, poiché l’art. 34, comma 2, fa salva la giurisdizione del giudice ordinario per le controversie riguardanti la determinazione e la corresponsione delle indennità in conseguenza dell’adozione degli atti di natura espropriativa o ablativa; nella fattispecie, trattandosi di un’ipotesi di illecito dell’amministrazione lesivo del diritto soggettivo all’indennità in cui si è convertito il diritto di proprietà la giurisdizione è del giudice ordinario, né può farsi rientrare tale materia nell’ambito dell’urbanistica.
2.1.- La difesa comunale, inoltre, in data 9 marzo 2000 deposita sia il certificato di ultimazione dei lavori di valorizzazione e creazione infrastrutture nel Lido Torre, avvenuta in data 8 aprile 1999, sia l’atto, a mezzo del quale il Ministero dei trasporti e della navigazione dà in concessione al Comune di Scanzano Jonico alcune aree demaniali in località Lido Torre, tra le quali il terreno individuato in catasto al fg. 73, part. 178; l’area è concessa dall’autorità marittima al precipuo scopo della realizzazione della viabilità pedonale e dei sottoservizi.
3.- Con ordinanza di questo Tribunale in data 9 marzo 2000, n. 43, la domanda cautelare è stata respinta.
4. Con memoria difensiva depositata in data 16 marzo 2009 i ricorrenti affermano che i beni oggetto di causa non avevano alcuna caratteristica che potesse farli annoverare tra i beni del demanio marittimo come indicati dall’art. 427 del codice civile del 1865 e dall’art. 822 del codice civile vigente, anzi i terreni vennero censiti in catasto come “incolto sterile” e non come spiaggia o altro immobile assimilabile ad un bene demaniale; inoltre, a sostegno della natura non demaniale dei beni in questione deducono la circostanza che i medesimi, in catasto, sono stati intestati agli eredi Federici ed invocano l’art. 7 del R.D. 8 ottobre 1931, n. 1572, il quale stabilisce che “i beni saranno intestati ai rispettivi possessori quali risulteranno all’atto del rilevamento. Quelli in contestazione saranno intestati al possessore di fatto, con relativo annotamento e con riserva di ogni diritto”. Di qui i ricorrenti affermano la non appartenenza dei beni al demanio marittimo, in quanto avrebbero sempre posseduto i terreni e che tale possesso sarebbe stato continuato anche per il tramite del Corpo forestale dello Stato che ha eseguito negli anni sessanta lavori di rimboschimento ai sensi del D.L. 30 dicembre 1923, n. 3267.
I ricorrenti ribadiscono, inoltre, la giurisdizione del giudice amministrativo, in quanto il ricorso è stato incardinato sotto il vigore dell’art. 34 d.lgs n. 80 del 1998 ( e quindi prima della pronuncia della Corte costituzionale che con la sentenza 6 luglio 2004, n. 204, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 34, comma 1, del d.lgs n. 80 del 1998, nella parte in cui includeva anche i comportamenti delle amministrazioni pubbliche nella giurisdizione del giudice amministrativo) che devolveva alla giurisdizione esclusiva del g.a. tutte le controversie aventi per oggetto gli atti e i comportamenti delle amministrazioni pubbliche, nelle materie dell’edilizia e urbanistica; affermano, inoltre, che la controversia, ai sensi dell’art. 34, comma 2, del d.lgs n. 80/98, rientrerebbe tra quelle inerenti l’urbanistica, in quanto annoverabile nell’ambito dell’uso del territorio ed invocano, infine, i principi affermati dall’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato con la sentenza 22 ottobre 2007, n. 12.
5.- Con ordinanza collegiale 10 luglio 2009, n.59, questo Tribunale ha disposto incombenti istruttori, chiedendo una relazione di chiarimenti sia al Comune di Scanzano Jonico sia al Capo del Compartimento marittimo di Taranto. La richiesta di incombenti istruttori è stata poi rinnovata con ordinanza 18 dicembre 2009, n.86, nei confronti del Capo del Compartimento marittimo di Taranto.
6.- All’udienza pubblica del giorno 29 aprile 2010 la causa è stata trattenuta per la decisione.

DIRITTO

1.- In via preliminare va esaminata l’eccezione con la quale in Comune afferma il difetto di giurisdizione del giudice amministrativo sulla controversia in esame.
2.- Al riguardo, osserva il Collegio che ai fini della determinazione della giurisdizione deve farsi riferimento alla domanda e nello specifico, per stabilire se la potestà giurisdizionale spetti al giudice ordinario o al giudice amministrativo è necessario qualificare giuridicamente l'oggetto specifico del giudizio, individuandolo con riferimento congiunto sia alla causa petendi sia al petitum, tenendo conto anche delle deduzioni formulate e dei termini in cui la questione risulta concretamente posta.
Ciò stante, dal tenore del ricorso emerge la contestazione in radice della demanialità dei terreni e la illegittima occupazione degli stessi da parte del Comune. I ricorrenti, infatti, affermano che l’amministrazione abbia occupato i terreni, senza avviare e completare una regolare procedura espropriativa, assumendo la demanialità delle aree, che, invece, essi contestano. La questione relativa alla natura demaniale o meno dei beni in questione si pone come coelemento della fattispecie portata all’esame di questo Collegio e si rivela oltre che consustanziale, pregiudiziale all’esame della pretesa risarcitoria e di indennità avanzata dai ricorrenti.
Ed invero, da tutta la documentazione prodotta e acquisita agli atti di causa emerge la contestazione della natura privata dei terreni oggetto della presente controversia: i certificati catastali relativi ad entrambe le aree (foglio 73, part. n. 11 e part. n. 178) recano l’annotazione della contestazione del possesso da parte del demanio dello Stato; peraltro, nella denuncia di successione gli eredi del sig. Francesco Federici, con riferimento ad entrambi i terreni innanzi menzionati osservavano che si trattava di “zona di arenile contestata dal Demanio marittimo, allo stato senza valore”; ed inoltre, l’area individuata al foglio 73, part. 178, è stata occupata dal Comune sulla base della concessione rilasciata, dietro il pagamento di un canone, dalla Capitaneria di porto di Taranto, del 12 marzo 1997, n.2/97, rep. n. 677 (concessione che risulta essere stata rinnovata con determinazione del dirigente dell’Ufficio demanio della Regione Basilicata n. 730.2003/D839 in data 17 marzo 2003). A tale ultimo riguardo, infine, il Comune nella relazione di chiarimenti pervenuta ha comunicato di pagare il canone nei confronti del Demanio dello Stato, e ciò denota l’inequivoco riconoscimento da parte dell’ente della natura demaniale dell’area di cui al foglio 73, part. 178.
3.- Le considerazioni sin qui esposte rendono palese che l’oggetto del presente giudizio non può delimitarsi avuto riguardo al solo petitum, id est alla domanda di risarcimento dei danni per lesione del diritto dominicale derivanti dall’illegittima occupazione dei terreni, nonché di corresponsione della indennità di occupazione temporanea dei fondi dal giorno dell’apprensione sino alla data della loro trasformazione irreversibile, bensì considerando la situazione giuridica sostanziale che si assume lesa (l’asserito diritto di proprietà sui fondi) e per la quale si invoca la tutela “rimediale” del risarcimento del danno. E ciò in virtù del principio secondo il quale l’oggetto del giudizio va qualificato dal giudice, senza limitarsi alle conclusioni dedotte dalle parti, ma tenendo conto anche delle deduzioni formulate e dei termini in cui la questione risulta concretamente posta.
Il presente ricorso, così come prospettato, da un esame congiunto del petitum formale e della causa petendi, ad avviso del Collegio, non può non intendersi teso anche all’accertamento della natura non demaniale delle aree oggetto di causa. I ricorrenti, infatti, perseguono il fine che questo Tribunale, dirimendo il contrasto in ordine alla natura demaniale o meno dei terreni, accerti la proprietà privata dei beni e di conseguenza la fondatezza della loro pretesa al risarcimento dei danni derivanti dalla lesione del diritto di proprietà scaturito dalla occupazione ed irreversibile trasformazione dei fondi. Ne deriva che, in concreto, con il ricorso in esame le parti private, insorgendo contro il comportamento comunale che ha disposto degli immobili in questione, chiedendo la condanna del Comune al pagamento dell’indennità di occupazione, nonché al risarcimento del danno per la perdita del dirritto dominicale conseguente all’irreversibile trasformazione del fondo, mirano ad affermare il loro diritto di proprietà sugli stessi e ad escludere la demanialità delle aree.
Ne segue che la controversia non può che vertere su diritti soggettivi perfetti e che da tale constatazione vanno desunte, ai fini della giurisdizione, le conseguenze poste dall'art. 4 legge 20 marzo 1965 n. 2248, all. E, in base al quale a questo Tribunale non resta altro che declinare la propria giurisdizione, affermando quella del giudice ordinario.
Così delineato l’oggetto della controversia, il Collegio ritiene di dover applicare il principio giurisprudenziale affermato dalla Corte di Cassazione, secondo la quale “qualora il privato insorga avverso un provvedimento emanato dal Sindaco e relativo ad un immobile sul presupposto della sua appartenenza al demanio od al patrimonio comunale, adducendo il proprio diritto di proprietà di tale bene, la relativa controversia spetta alla cognizione del giudice ordinario, in quanto non investe vizi dell'atto amministrativo ma riguarda la titolarità della proprietà ed è quindi rivolta alla tutela di posizioni di diritto soggettivo” (Cass. Sez un. 9 maggio 1996, n. 4362; Cass., Sez. un., 23 aprile 1987, n. 3965).
4.- Ed invero, una volta risolta dal giudice ordinario la questione pregiudiziale relativa alla natura demaniale o meno dei terreni, qualora si accerti la non demanialità delle aree, la cognizione della controversia resta comunque sottratta alla cognizione del giudice amministrativo per l’ulteriore ragione che, come riconosciuto dalle stesse parti ricorrenti nel ricorso introduttivo del presente giudizio, la controversia involge “un mero comportamento della p.a., non essendo ravvisabile alcun compiuto e legittimo procedimento ablatorio”. Nella loro prospettazione, infatti, gli eredi Federici assumono che dopo l’approvazione della dichiarazione di pubblica utilità e di necessità ed urgenza dei lavori e la predisposizione dell’elenco delle ditte da espropriare l’ente locale abbia occupato i fondi e poi “…abbia inteso arrestare l’iter procedimentale per effetto della riscontrata intestazione catastale che riporta i signori Federici come possessori catastali contestati dal demanio”.
In particolare, con riferimento al terreno individuato al foglio 73, part. 11, il Comune ha abbandonato la procedura espropriativa che, invece, sembrava aver avuto intenzione di adottare in un primo momento con l’approvazione del progetto di valorizzazione ed infrastrutturazione del lido Torre e la pubblicazione degli atti ad esso relativi. L’occupazione di tali terreni è invece successivamente avvenuta al di fuori di un contesto procedimentale riconducibile all’esercizio di un potere di natura autoritativa e ciò è stato confermato anche dal Comune con la relazione di chiarimenti, il quale conferma di aver agito al di fuori di un procedimento espropriativo. Esula da un procedimento espropriativo anche l’occupazione del terreno individuato al foglio 73, part. 178, la quale è avvenuta in virtù del provvedimento concessorio dell’Autorità marittima e quindi sul presupposto riconoscimento della demanialità dell’area da parte del Comune.
Ciò premesso, ciò che caratterizza la sussistenza della giurisdizione esclusiva amministrativa in materia di comportamenti è “la mera emersione di un agire causalmente riferibile ad una funzione che per legge appartenga all’amministrazione agente e che per legge questa sia autorizzata a svolgere e che, in concreto, risulti svolta” ( Adunanza plenaria, Consiglio di Stato 22 ottobre 2007, n. 12) quindi un comportamento riconducibile, se pur mediatamente, all’esercizio di un pubblico potere. Nello stesso senso si era già pronunciata l’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato 16 novembre 2005, n. 9, la quale, richiamando simili orientamenti delle Sezioni Unite della Cassazione ( ord. 22 novembre 2004, n. 21944 e sentenza 31 marzo 2005, n. 6745) ha ritenuto appartenenti alla giurisdizione amministrativa quelle “condotte che si connotano quale attuazione di potestà amministrative manifestatesi attraverso provvedimenti autoritativi che hanno spiegato, secundum legem, i loro effetti, pur se successivamente rimossi, in via retroattiva, da pronunce di annullamento”.
Orbene, nella fattispecie, le oggettive vicende fattuali, nonché le dichiarazioni del Comune acquisite in sede di istruttoria, denotano la sussistenza di un mero comportamento non riconducibile all’esercizio di un pubblico potere, che l’amministrazione è autorizzata a svolgere per legge: in un caso, infatti, con riferimento alla particella n. 178 del foglio 73, l’occupazione del terreno è avvenuta in virtù del provvedimento concessorio dell’area da parte dell’Autorità marittima; nell’altro caso, con riferimento alla particella n. 11 del foglio 73, il Comune di Scanzano Jonico ha agito al di fuori dello schema procedimentale espropriativo, che risulta essere stato dapprima iniziato, ma successivamente abbandonato, il che non connota la condotta dell’ente locale quale attuazione di potestà amministrativa manifestatasi attraverso provvedimenti autoritativi.
Le considerazioni appena svolte inducono quindi ad escludere la giurisdizione del giudice amministrativo anche sulla controversia inerente l’occupazione dei fondi e ciò alla luce delle pronunce della Corte costituzionale, la quale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 34, comma 1, del d.lgs 31 marzo 1998, n. 80 (Corte cost., sentenza 6 luglio 2004, n. 204) , nonché dell’art. 53, comma 1, del d.lgs 8 giugno 2001, n. 327 (Corte cost., sentenza 11 maggio 2006, n. 191) nella parte in cui, devolvendo alla giurisdizione esclusiva le controversie relative a “i comportamenti delle pubbliche amministrazioni e dei soggetti ad esse equiparati non esclude i comportamenti non riconducibili, nemmeno mediatamente, all’esercizio di un pubblico potere”.
Con la sentenza n. 204 del 2004 la Corte costituzionale, espungendo “i comportamenti” dall’art. 34 del d.lgs n. 80 del 1998, ha censurato lo strumento utilizzato dal legislatore per operare l’indiscriminata devoluzione “in blocco” al giudice amministrativo dell’intera “materia edilizia ed urbanistica”.
5.- Né può affermarsi, come sostenuto dai ricorrenti, il radicarsi della giurisdizione amministrativa in virtù del fatto che il presente giudizio è stato incardinato sotto il vigore dell’art. 34 d.lgs n. 80 del 1998, che in materia urbanistica ed edilizia attribuiva anche i comportamenti alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo.
E’ appena il caso di chiarire, al riguardo, che il principio sancito dall'art. 5 c.p.c., secondo cui i mutamenti di legge intervenuti nel corso del giudizio non assumono rilevanza ai fini della giurisdizione, si riferisce esclusivamente all'effetto abrogativo determinato dal sopravvenire di una nuova legge, e non anche all'effetto di annullamento dipendente dalle pronunce di incostituzionalità, che, a norma dell'art. 136 Cost., dell'art. 1 l. cost. 11 marzo 1953 n. 1 e della legge di attuazione 11 marzo 1953 n. 87, è retroattivo ed impedisce pertanto al giudice di tenere conto della norma dichiarata illegittima ai fini della decisione sulla giurisdizione.
6.- A tutto quanto sopra consegue la pronuncia di inammissibilità del ricorso per difetto di giurisdizione e la rimessione davanti al giudice ordinario, innanzi al quale il giudizio potrà proseguire in base al principio della translatio judicii (Corte Cost. n. 77 del 2007) come previsto dall’art. 59 della legge 18 giugno 2009, n. 69, il quale prevede che, allorquando un giudice declini la propria giurisdizione, affermando quella di altro giudice, il processo possa proseguire innanzi a quello fornito di giurisdizione, restando salvi gli effetti sostanziali e processuali della domanda proposta innanzi al giudice privo di giurisdizione.
Al riguardo, giova richiamare integralmente il contenuto dell’art. 59 della legge n. 69 del 2009, il quale dispone che “Il giudice che, in materia civile, amministrativa, contabile, tributaria o di giudici speciali, dichiara il proprio difetto di giurisdizione indica altresì, se esistente, il giudice nazionale che ritiene munito di giurisdizione. La pronuncia sulla giurisdizione resa dalle sezioni unite della Corte di cassazione è vincolante per ogni giudice e per le parti anche in altro processo.
Se, entro il termine perentorio di tre mesi dal passaggio in giudicato della pronuncia di cui al comma 1, la domanda è riproposta al giudice ivi indicato, nel successivo processo le parti restano vincolate a tale indicazione e sono fatti salvi gli effetti sostanziali e processuali che la domanda avrebbe prodotto se il giudice di cui è stata dichiarata la giurisdizione fosse stato adito fin dall’instaurazione del primo giudizio, ferme restando le preclusioni e le decadenze intervenute. Ai fini del presente comma la domanda si ripropone con le modalità e secondo le forme previste per il giudizio davanti al giudice adito in relazione al rito applicabile.
Se sulla questione di giurisdizione non si sono già pronunciate, nel processo, le sezioni unite della Corte di cassazione, il giudice davanti al quale la causa è riassunta può sollevare d’ufficio, con ordinanza, tale questione davanti alle medesime sezioni unite della Corte di cassazione, fino alla prima udienza fissata per la trattazione del merito. Restano ferme le disposizioni sul regolamento preventivo di giurisdizione.
L’inosservanza dei termini fissati ai sensi del presente articolo per la riassunzione o per la prosecuzione del giudizio comporta l’estinzione del processo, che è dichiarata anche d’ufficio alla prima udienza, e impedisce la conservazione degli effetti sostanziali e processuali della domanda.
In ogni caso di riproposizione della domanda davanti al giudice di cui al comma 1, le prove raccolte nel processo davanti al giudice privo di giurisdizione possono essere valutate come argomenti di prova”.
Ne consegue che alla decisione declinatoria della giurisdizione di questo Tribunale deve seguire il rinvio della controversia al Giudice munito di giurisdizione con salvezza degli effetti sostanziali e processuali della domanda proposta dalle parti ricorrenti e con assegnazione alle stesse del termine perentorio di tre mesi dal passaggio in giudicato della presente sentenza per la riproposizione della domanda con le modalità e secondo le forme previste per il giudizio davanti al giudice ordinario in relazione al rito applicabile.
7.- Quanto alle spese, sussistono gravi ed eccezionali ragioni, in relazione al tenore della decisione e alla complessità della questione, per disporne l'integrale compensazione.

P.Q.M.

Il Tribunale amministrativo regionale per la Basilicata, pronunciando sul ricorso in epigrafe, lo dichiara inammissibile per difetto di giurisdizione e per l’effetto rimette le parti davanti al giudice ordinario nel termine di tre mesi dal passaggio in giudicato della presente sentenza.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Potenza nella camera di consiglio del giorno 29 aprile 2010 con l'intervento dei Magistrati:
Antonio Camozzi, Presidente
Giancarlo Pennetti, Consigliere
Paola Anna Gemma Di Cesare, Referendario, Estensore


Urbanisticaitaliana.it - Rivista di Urbanistica:  http://www.urbanisticaitaliana.it