a cura del Dott. Francesco Barchielli



T.R.G.A. Trento, 14 ottobre 2010


I vicini controinteressati non sono annoverabili tra i soggetti destinatari, ai sensi dell''art. 7 della L. n. 241/1990, della comunicazione di avvio di un procedimento per il rilascio di un titolo edilizio

SENTENZA N. 194

Il Collegio ritiene che i vicini controinteressati non siano annoverabili tra i soggetti destinatari, ai sensi dell'art. 7 della L. n. 241/1990, della comunicazione di avvio di un procedimento per il rilascio di un titolo edilizio anche in sanatoria, poiché l'invocata estensione ad essi della predetta comunicazione comporterebbe un aggravio procedimentale in contrasto con i principi di economicità e di efficienza dell'attività amministrativa (cfr. Cons. Stato, sez. VI, 18 aprile 2005, n. 1773; TAR Veneto, 9 febbraio 2007, n. 365). E ciò vale a maggior ragione quando si tratti di soggetti (come, appunto, i ricorrenti) che in precedenza non si erano opposti all'attività edilizia del proprietario confinante.

FATTO E DIRITTO

I ricorrenti sono proprietari di un edificio abitativo in Comune di Ziano di Fiemme. Confina con la loro proprietà un’area dov’è stato costruito, negli anni 70, un edificio a destinazione artigianale (un’officina di autolavaggio) in difformità dalla licenza a suo tempo rilasciata.
Col ricorso in epigrafe essi impugnano:
a) la concessione edilizia in sanatoria 13.1.2009 n. 45/08, prot. n. 155/2009, rilasciata al controinteressato sig. Patrizio Vanzo dal Comune di Ziano di Fiemme, avente ad oggetto la regolarizzazione dell’edificio artigianale;
b) la successiva concessione edilizia 29.5.2009, n. 9/2009, prot. n. 2530/09, con cui è stata autorizzata la demolizione con ricostruzione del fabbricato stesso.
A sostegno del ricorso hanno dedotto, contro il provvedimento di sanatoria:
1) omesso avviso di avvio del procedimento;
2) violazione dell’art. 121, comma 8 bis, della L.p. 5.9.1991, n. 22 ed eccesso di potere per difetto di motivazione;
3) eccesso di potere per contraddittorietà, travisamento della realtà e difetto di istruttoria.
Contro la successiva concessione di demolizione e ricostruzione, i ricorrenti hanno dedotto:
1) illegittimità derivata;
2) violazione di legge e carenza di istruttoria per mancato rispetto del volume originario;
3) violazione delle norme tecniche di attuazione del PRG per mancato rispetto delle distanze minime dal confine;
4) violazione del PRG per mancato rispetto del sedime originario.
Con motivi aggiunti successivamente notificati i ricorrenti hanno impugnato due denunce di inizio attività, con cui sono stati precisati il sedime e la volumetria del controverso edificio, deducendo:
1) illegittimità derivata;
2) violazione delle norme di attuazione del PRG ed eccesso di potere in quanto sedime e volumetria risulterebbero ancora eccedenti;
3) violazione delle norme di attuazione del PRG ed eccesso di potere, in quanto dal calcolo operato nella perizia prodotta in giudizio dai ricorrenti emergerebbe ancora un eccesso di volumetria.
L’Amministrazione comunale intimata, costituita in giudizio, ha preliminarmente eccepito la tardività del ricorso per conoscenza diretta dell’impugnato provvedimento di sanatoria da parte di uno dei due ricorrenti.
Nel merito ha controdedotto puntualmente.
Si sono costituiti in giudizio anche i controinteressati (proprietario dell’edificio e società che ivi gestisce l’attività artigianale) contestando puntualmente le censure avversarie.
Nell’ultima memoria prodotta i ricorrenti hanno chiesto che sia esperita una c.t.u. sulle circostanze di fatto dedotte a sostegno delle censure di difetto di istruttoria e di violazione delle norme urbanistiche comunali.
Ciò premesso, va anzitutto disattesa l’eccezione di tardività del ricorso.
Essa, infatti, si basa sulla semplice illazione, priva di idoneo e rigoroso sostegno probatorio, che la ricorrente sig.ra Marianna Vanzetta, essendo una dipendente comunale, responsabile del Servizio finanziario, avrebbe avuto modo di conoscere immediatamente la concessione in sanatoria.
In ogni caso, nulla è stato provato in ordine alla conoscenza del provvedimento che sarebbe stata anticipatamente acquisita dall’altro ricorrente, sig. Arcangelo Zorzi.
Va altresì disattesa l’istanza di c.t.u., in quanto la documentazione prodotta è sufficiente ai fini del decidere.
Nel merito, il ricorso è infondato per le ragioni che seguono.
Circa l’impugnazione della concessione in sanatoria, la comunicazione di avvio del procedimento non era necessaria. In proposito, il Collegio ritiene che i vicini controinteressati non siano annoverabili tra i soggetti destinatari, ai sensi dell'art. 7 della L. n. 241/1990, della comunicazione di avvio di un procedimento per il rilascio di un titolo edilizio anche in sanatoria, poiché l'invocata estensione ad essi della predetta comunicazione comporterebbe un aggravio procedimentale in contrasto con i principi di economicità e di efficienza dell'attività amministrativa (cfr. Cons. Stato, sez. VI, 18 aprile 2005, n. 1773; TAR Veneto, 9 febbraio 2007, n. 365). E ciò vale a maggior ragione quando si tratti di soggetti (come, appunto, i ricorrenti) che in precedenza non si erano opposti all'attività edilizia del proprietario confinante.
E’ poi infondata la censura di violazione dell’art. 121, comma 8 bis, della L.p. 5.9.1991, n. 22 per difetto di motivazione in ordine alla mancanza di contrasto con rilevanti interessi urbanistici, che costituisce il presupposto normativo di applicazione della sanatoria.
Infatti, nel provvedimento si dà atto che non vi è contrasto urbanistico né occorreva alcuna particolare motivazione al riguardo, che si configura in re ipsa per l’evidente modestia della difformità, consistente in uno scostamento di pochi centimetri nelle misure del sedime e nella realizzazione di un volume lievemente maggiore (relativamente ad una superficie di mq. 20,88 all’ angolo sud del fabbricato), che non può certo configurare un contrasto con “rilevanti interessi urbanistici”.
Col terzo motivo è stato dedotto eccesso di potere per contraddittorietà, travisamento della realtà e difetto di istruttoria, in quanto la lunghezza dell’edificio risultante dall’elaborato grafico presentato a corredo dell’istanza di sanatoria sarebbe di m. 16,21 e non di m. 16,27, come dichiarato.
Trattasi però, come esattamente rilevato dal difensore dell’Amministrazione, di un errore di entità minima e del tutto irrilevante, nemmeno influente sul calcolo della sanzione pecuniaria.
Passando all’esame delle censure dirette contro la concessione di demolizione e ricostruzione dell’edificio, è anzitutto infondata quella di illegittimità derivata, dedotta col primo motivo, per le ragioni che precedono.
Col secondo mezzo, è stata dedotta violazione di legge e carenza di istruttoria, in quanto la Commissione edilizia comunale ha dovuto chiedere un’integrazione degli elaborati progettuali presentati e non si sarebbe accorta che il volume progettato è di mc 587, anziché di mc 571,73, come dichiarato, essendo stata falsata la linea naturale del terreno.
Su tale censura, però, è sopravvenuto il difetto di interesse alla decisione, in quanto sono state introdotte due varianti agli elaborati progettuali con le denunce di inizio attività del dicembre 2009 e del marzo 2010, con cui sono stati contenuti il sedime e la volumetria dell’edificio. Esse sono state impugnate con i motivi aggiunti e su questi si trasferisce e si concentra l’interesse fatto valere dai ricorrenti, che è conseguentemente venuto meno.
Anche relativamente al terzo ed al quarto motivo, con cui sono stati censurati, rispettivamente, il mancato rispetto delle distanze minime dal confine e del sedime originario, nell’assunto che la ricostruzione non sarebbe fedele, è sopravvenuta la carenza di interesse, in relazione alle varianti successivamente presentate con D.I.A..
Passando, allora, all’esame dei motivi aggiunti, la questione da decidere riguarda una differenza di misure del sedime e della volumetria di minima entità.
Per quanto riguarda il sedime, esso originariamente si sviluppava per m. 16,21 ed il progetto assentito risulterebbe essere di m. 16,22: in proposito è, peraltro, obiettivamente palese che si tratta di una differenza del tutto irrilevante.
Per quanto riguarda la volumetria, tale differenza sarebbe tra mc. 572,86 e mc 583,76.
Trattasi, anche in questo caso, di uno scostamento minimo, riferito ad un’ipotetica divergenza del piano quotato e calcolata sulla base degli stessi elaborati progettuali presentati all’Amministrazione dal controinteressato, che tuttavia non è comprovata da misurazioni effettuate in loco.
Invece, in corso di causa, l’Amministrazione ha affidato ad un professionista esterno una perizia relativamente al calcolo dei volumi e questa è stata effettuata previo rilievo del piano quotato con apposito strumento e da tale perizia (depositata in giudizio) è emerso che la volumetria totale è di mc. 564,849, inferiore quindi a quella esposta nel progetto.
Anche i motivi aggiunti sono quindi infondati.
Il ricorso va conseguentemente respinto.
Concorrono, tuttavia, giusti motivi per compensare tra le parti le spese del giudizio, atteso che l’Amministrazione ha sciolto ogni dubbio sul calcolo dei volumi, mediante perizia strumentale, solo in corso di causa.

P.Q.M.

definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.
Spese del giudizio compensate.
Così deciso in Trento nella camera di consiglio del giorno 30 settembre 2010 con l'intervento dei magistrati:
Francesco Mariuzzo, Presidente
Lorenzo Stevanato, Consigliere, Estensore
Fiorenzo Tomaselli, Consigliere



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