a cura del Dott. Francesco Barchielli



T.A.R. Veneto, Sezione II, 17 novembre 2010


La disciplina sulla formazione degli strumenti urbanistici pertiene al governo del territorio e pertanto, il superamento dei termini del procedimento, consente di richiedere la nomina d’un commissario ad acta

SENTENZA N. 6059

L’art. 29 della l. 241/90, nel testo attualmente vigente, prevede anzitutto che le disposizioni della stessa legge si applicano alle amministrazioni statali e agli enti pubblici nazionali, e, solo per alcune disposizioni (articoli 2-bis, 11, 15 e 25, commi 5, 5-bis e 6, nonché quelle del capo IV-bis) a tutte le amministrazioni pubbliche. La norma stabilisce poi che le regioni e gli enti locali, nell'ambito delle rispettive competenze, “regolano le materie disciplinate dalla presente legge nel rispetto del sistema costituzionale e delle garanzie del cittadino nei riguardi dell'azione amministrativa, così come definite dai principi stabiliti dalla presente legge” (II comma); di seguito (comma 2-bis) che “attengono ai livelli essenziali delle prestazioni di cui all’articolo 117, secondo comma, lettera m), della Costituzione”, e cioè delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, e su cui lo Stato ha legislazione esclusiva, “le disposizioni della presente legge concernenti gli obblighi per la pubblica amministrazione di garantire la partecipazione dell’interessato al procedimento, di individuarne un responsabile, di concluderlo entro il termine prefissato e di assicurare l’accesso alla documentazione amministrativa, nonché quelle relative alla durata massima dei procedimenti”; e, infine, che “le regioni e gli enti locali, nel disciplinare i procedimenti amministrativi di loro competenza, non possono stabilire garanzie inferiori a quelle assicurate ai privati dalle disposizioni attinenti ai livelli essenziali delle prestazioni di cui ai commi 2-bis e 2-ter, ma possono prevedere livelli ulteriori di tutela”. 7.5. In sintesi, dunque, secondo il ripetuto art. 29, la previsione di un termine massimo di durata per ciascun procedimento amministrativo costituisce garanzia fondamentale per il cittadino nei riguardi dell'azione amministrativa, che le Regioni e gli Enti territoriali sono tenuti a fornire, rispettando comunque i livelli essenziali stabiliti dalla legislazione statale. Così, le norme con le quali Regioni ed enti locali introducano termini dilatori nei procedimenti amministrativi, per quanto di rispettiva competenza – e la disciplina sulla formazione degli strumenti urbanistici pertiene al governo del territorio ed è dunque alla competenza regionale, giusta art. 117, III comma, Cost. – si devono intendere dirette a realizzare le rammentate garanzie, cui l’ordinamento presta tutela giurisdizionale. Pertanto, il superamento dei termini del procedimento, regolato da tali norme, determina il formarsi del silenzio inadempimento e, con esso, il presupposto per esercitare l’azione ex artt. 31 e 117 c.p.a., diretta a chiedere l’accertamento dell’obbligo dell’Amministrazione di provvedere, con eventuale nomina d’un commissario ad acta.

FATTO E DIRITTO

1.1. Nell’ottobre 2007 Paolo Squarzoni presentò al Comune di San Zeno di Montagna un’istanza per l’approvazione del piano di lottizzazione Borno, che fu dapprima adottato con deliberazione di giunta 7 maggio 2008, n. 43, e successivamente approvato con deliberazione 26 giugno 2008, n. 10, del consiglio.
1.2. Tuttavia, quando lo Squarzoni invitò l’Ente per sottoscrivere, il successivo 10 dicembre, la relativa convenzione urbanistica, il sindaco (nel frattempo la maggioranza politica era mutata) si espresse sfavorevolmente con la nota 7 dicembre 2009, n. 8739, in cui s’evidenziava, anzitutto, come, essendo entrato in vigore “il terzo correttivo del testo unico sui lavori pubblici”, l’Amministrazione avesse in corso “la procedura per adeguare la convenzione-tipo dei Piani Attuativi alle nuove norme previste per l’affidamento dell’esecuzione delle opere di urbanizzazione”: l’argomento sarebbe stato affrontato “nelle prossime sedute del Consiglio Comunale”.
Così, proseguiva la nota, “dopo l’adeguamento della convenzione-tipo dovrà essere rivista ed adeguata anche la bozza di convenzione che interessa il Vostro Piano Urbanistico”: bisognava dunque “attendere l’adeguamento della bozza della convenzione alla disciplina sui lavori pubblici”, restando inteso che l’Amministrazione “comunicherà con tempestività se e come [il corsivo non è nell’originale] il piano urbanistico potrà proseguire nell’iter di approvazione”.
1.3. La comunicazione fu riscontrata dallo Squarzoni già due giorni dopo.
Nella replica si assumeva, da un canto, che tale iter si era già perfezionato con l’approvazione consiliare e, dall’altro, che le previsioni contenute nel predetto terzo correttivo si applicavano direttamente senza necessità d’introdurre modifiche allo schema di convenzione approvato.
Infine, veniva reiterato l’invito al Comune a presentarsi il giorno seguente davanti al notaio: ciò che naturalmente non si verificò.
2.1 Il seguente 12 marzo 2010 lo Squarzoni notificò un primo ricorso, asseritamente proposto ex art. 21-bis l. 1034/71 – la disposizione che, come noto, disciplinava fino all’entrata in vigore del codice i ricorsi sul silenzio dell’Amministrazione – e recante le seguenti conclusioni:
a) accertata l’illegittimità del silenzio formatosi sull’istanza del ricorrente (per tale intendendosi l’invito a sottoscrivere la convenzione), annullarsi il silenzio stesso con assegnazione di un termine non superiore a 30 giorni al Comune di San Zeno di Montagna, affinché stipulasse la convenzione urbanistica relativa al piano urbanistico attuativo Borno;
b) in subordine, accertarsi e dichiararsi l’obbligo del Comune di stipulare la convenzione urbanistica, assegnando a tal fine un termine, previo eventuale inserimento delle disposizioni sopravvenute di cui al d. lgs. 163/06, con nomina del commissario ad acta;
c) accertarsi conseguentemente l’obbligo del Comune, anche giusta art. 11, V comma, l. 241/90, di sottoscrivere la convenzione di lottizzazione.
2.2. Tali conclusioni si basavano sull’affermazione che, rifiutando la sottoscrizione della convenzione, l’Amministrazione si sarebbe sottratta all’obbligo di concludere, mediante la sottoscrizione dovuta, il procedimento avviato con l’adozione del p.u.a.: ex art. 2, VIII comma, l. 241/90, il giudice avrebbe potuto accertare anche la fondatezza dell’obbligo di sottoscrizione della convenzione, fissando al Comune un termine per la sottoscrizione e nominando, nella persistente inerzia, un commissario ad acta.
3.1. Il ricorso fu deciso con sentenza 22 maggio 2010, n. 2176, che respinse il ricorso proposto sotto molteplici profili.
Anzitutto, secondo la prospettazione del ricorrente, la sottoscrizione della convenzione avrebbe costituito un’attività doverosa ed obbligata per l’Amministrazione, rispetto alla quale egli avrebbe maturato una posizione di diritto soggettivo.
Viceversa, secondo il giudice, il ricorso in subiecta materia “riguarda solo il silenzio- rifiuto in senso tecnico, ossia il comportamento omissivo che matura a fronte di un’istanza diretta a far valere una posizione di interesse legittimo e non anche l’inerzia della P.A. a fronte di un’istanza diretta a far valere un diritto soggettivo (cfr. Cons. Stato, IV Sez., n. 208/04; n. 5711/03; VI Sez. n. 2534/03; IV Sez. n. 540/03; VI Sez. , n. 4824/02): in quest’ultimo caso, la procedura del silenzio appare inutile, ben potendo il soggetto ottenere una tutela più diretta ed immediata tramite un’azione di accertamento, senza la necessaria intermediazione di un provvedimento formale (cfr. Cons. Stato, IV Sez., n. 419/05)” (così C.d.S., IV, 12 novembre 2009, n. 7057).
3.2. Oltre a ciò il Collegio ritenne che l’Ente non fosse rimasto inerte: infatti, la nota sindacale 7 dicembre 2009 da un canto aveva espresso la volontà comunale di modificare la convenzione, sia pure in un’epoca futura del tutto indefinita, ma dall’altro aveva escluso che l’Amministrazione intendesse sottoscriverla nel suo testo attuale: in generale, la stipulazione (e dunque l’efficacia dello strumento attuativo) era rinviata sine die.
4.1. Sempre nel ricorso, poi deciso con la sentenza 2176/10, lo Squarzoni aveva rilevato come, “decorsi quasi quattro mesi dalla predetta risposta [cioè, appunto, dalla nota sindacale del 7 dicembre] l’asserita procedura d’adeguamento della convenzione tipo non avesse avuto alcun seguito, per cui, quando pure la nota in questione fosse stata ritenuta satisfattiva dell’originaria richiesta di provvedere, “il silenzio rifiuto alla stipula della convenzione da parte del Comune di San Zeno di Montagna si sarebbe nuovamente formato, stante l’ulteriore completa inerzia dell’Ente, protrattasi già per altri quattro mesi”: sicché, ex art. 2, VIII comma, l. 241/1990, il ricorso, proposto avverso il silenzio dell’Amministrazione sarebbe stato fondato, pur in assenza di ulteriore diffida.
4.2. Nella sentenza, il Collegio oppose come non fosse chiaro a quale termine di legge il ricorrente facesse riferimento.
Infatti, quello generico di trenta giorni, stabilito dall’ art. 2, II comma, l. 241/90 (entrato peraltro in vigore soltanto dal 4 luglio 2010, ex art. 7, III comma, della l. 18 giugno 2009, n. 69: fino ad allora il termine generale era di novanta giorni) si riferisce letteralmente, “ai procedimenti amministrativi di competenza delle amministrazioni statali e degli enti pubblici nazionali, e dunque non è applicabile al Comune”.
Ancora, proseguiva la sentenza, “il termine per l’approvazione del piano di lottizzazione da parte del Consiglio comunale nel precedente regime - art. 60, II comma, l. r. 27 giugno 1985 n. 61 – era considerato ordinatorio (C.d.S. IV, 3 aprile 2009, n. 2110, che conferma T.A.R. Veneto, I, 1 settembre 2003 n. 4603): e non si vede ragione perché il termine di cui all’art. 20, IV comma, della l.r. 23 aprile 2004, n. 11, non dovrebbe esserlo egualmente, sicché è ben lungi dall’essere comprovato che, decorso tale termine, possa essere senz’altro proposta un’azione ex art. 21- bis come quella in esame”.
4.3. D’altra parte, una volta riconosciuto che la nota sindacale del 7 dicembre 2009 aveva avviato la procedura per la revisione della convenzione, quale parte del piano Borno, e, dunque, quella d’eventuale riapprovazione del piano medesimo, il silenzio rifiuto avrebbe potuto essere riferito soltanto al completamento della procedura di revisione, cui avrebbe potuto eventualmente seguire il nuovo titolo da sottoscrivere.
Tuttavia, terminava sul punto la decisione, “con il ricorso non viene richiesto, sia pure in via subordinata, di accertare il silenzio rifiuto sul procedimento di revisione: e … tanto preclude di poter fondare una qualsiasi pronuncia muovendo dalla nota sindacale, mancando la relativa domanda”.
5.1. Alla fine del mese di luglio lo Squarzoni ha notificato al Comune di San Zeno di Montagna un secondo ricorso, nel quale, dopo aver compendiato la precedente vicenda, rileva come il Comune non abbia ancora assunto nessuna determinazione: sicché sarebbe evidente “l’illegittimità del nuovo silenzio formatosi” – il terzo dunque - tanto più che, di recente, il consiglio comunale (deliberazione 24 febbraio 2010, n. 4) avrebbe approvato un p.u.a., riguardante un’altra area del territorio comunale.
5.2. Il ricorso è quindi imperniato sulla violazione dell’art. 2, I comma, della l. 241/90, nonché dell’art. 20 della l.r. 11/04.
La prima delle due disposizioni citate, osserva il ricorrente, stabilisce il principio per cui, ove il procedimento consegua obbligatoriamente ad un’istanza, ovvero debba essere iniziato d’ufficio, le pubbliche amministrazioni hanno il dovere di concluderlo mediante l’adozione di un provvedimento espresso.
Nel caso in esame, dopo l’approvazione del piano, è stato avviato un procedimento per modificare la convenzione, in seguito all’approvazione di una nuova normativa rilevante: un aggiornamento che, dunque, il Comune ritiene obbligatorio per poter concludere l’iter attivato dallo Squarzoni quanto al piano attuativo “Borno”.
5.3. Ora, seguita il ricorso, ex art. 2 citato, un procedimento avviato d’ufficio deve concludersi in un termine certo: sicché vi sono soltanto due alternative.
Per la prima, invero, il termine per l’attivazione del procedimento è iniziato a decorrere dalla comunicazione sindacale del 7 dicembre 2009, sicché, entro i seguenti 90 giorni, avrebbe dovuto intervenire la deliberazione di giunta e, di seguito, quella consiliare.
Altrimenti, poiché la revisione riguarda la sola convenzione, già approvata dal consiglio, la competenza, secondo il ricorrente, spetterebbe alla giunta, ex artt. 48 e 42, lett. l), del d. lgs. 267/00.
In questa seconda ipotesi, si legge in ricorso, nei novanta giorni si sarebbe dovuto concludere il procedimento: il vigente art. 32, lett. g) del d. lgs. 163/06, fermo l’obbligo del titolare della lottizzazione di applicare la disciplina in materia di lavori pubblici, demanda al Comune, quanto all’esecuzione delle opere d’urbanizzazione previste dal p.u.a., la sola scelta tra privato e Comune medesimo, in ordine all’indizione e conclusione della gara finalizzata all’individuazione dell’appaltatore.
In ulteriore subordine, sarebbe applicabile alla fattispecie il termine generale di cui all’art. 2, II comma, l. 241/90, in assenza di diverse norme di rango regionale, ovvero di norme regolamentari locali.
5.4. In ogni caso emergerebbe che, a fronte dell’obbligo del Comune d’intervenire per l’adeguamento normativo del contenuto d’una convenzione, l’Amministrazione non avrebbe adottato alcun atto conclusivo del procedimento.
Da ciò la richiesta che il Tribunale, accerti l’illegittimità del silenzio formatosi sull’attivazione, da parte del Comune di San Zeno di Montagna, del procedimento di revisione-adeguamento della convenzione allegata al piano di lottizzazione approvato il 20 giugno 2008.
6.1. Orbene, il thema decidendum della controversia può essere così sintetizzato: anzitutto, se, con la nota sindacale 7 dicembre 2009, sia stato avviato un procedimento per l’adeguamento della convenzione, relativa al p.u.a. Borno; e, acclarato ciò, se tale procedimento dovesse essere concluso entro un termine prestabilito, ed eventualmente quale esso fosse.
6.2. Invero, sul primo punto non pare vi possano essere incertezze, alla stregua di quanto sin qui esposto, nonostante il Comune tenti nelle sue difese di affermare il contrario.
In effetti, a leggere attentamente la nota, non soltanto la convenzione, ma lo stesso p.u.a. nella sua integralità viene rimesso in questione dal sindaco: e, infatti, è attualmente in corso la procedura per il suo ritiro, come meglio si dirà oltre.
6.3.1. Il punto è, dunque, se il Comune dovesse concludere il procedimento, avviato con la ripetuta nota del 7 dicembre, in un termine prestabilito: questione di massima sulla quale questo giudice ha fin qui manifestato qualche incertezza.
6.3.2. Infatti, nella citata sentenza 22 maggio 2010, n. 2176, come già si è ricordato, la Sezione aveva escluso che fosse direttamente applicabile alla fattispecie il termine generale di cui all’art. 2, II comma, della l. 241/90, ed aveva fortemente dubitato – richiamando un precedente - che i termini stabiliti dall’art. 20 della l.r. 11/04 fossero perentori.
6.3.3. È peraltro vero che la successiva decisione 30 giugno 2010, n. 2738, di questa Sezione, emessa nei confronti dello stesso Comune di San Zeno, muove da presupposti distinti, pur avendo un oggetto quasi analogo, costituito dall’accertamento dell’illegittimità del silenzio, opposto dall’Ente alla diffida, notificata in data 29 dicembre 2009, con la quale l’Amministrazione era stata invitata ad approvare, ex art. 20, IV comma, della l.r. 11/2004, il piano di lottizzazione "Perare", adottato dalla giunta comunale con deliberazione 25 marzo 2009, n. 23.
6.3.4. La sentenza ricorda anzitutto come l’art. 20, della ripetuta l.r. 11/2004 preveda, al I comma, che il piano urbanistico attuativo è adottato dalla giunta e approvato dal consiglio comunale: qualora il piano sia di iniziativa privata la giunta comunale, entro il termine di sessanta giorni dal ricevimento della proposta, corredata dagli elaborati previsti, adotta il piano oppure lo restituisce qualora non conforme alle norme e agli strumenti urbanistici vigenti.
Il seguente III comma, a sua volta, fissa i termini per il deposito del piano presso la segreteria comunale (entro cinque giorni dall’adozione e per i successivi dieci) e per la successiva presentazione d’opposizioni od osservazioni (venti giorni); compiuto quest’intervallo, entro trenta giorni “il consiglio comunale approva il piano decidendo sulle osservazioni e sulle opposizioni presentate” (IV comma).
6.3.5. Nella fattispecie, seguita la sentenza, «il Collegio ritiene documentalmente provato che il P.U.A. denominato “Perare” è stato presentato il 4.11.2008 ed è stato adottato dalla Giunta comunale il 25.3.2009 con la delibera n. 23, previo rilascio del nulla osta ambientale ex art. 159 del D.lgs. n. 42/2004. Ne discende, dunque, che nel caso sottoposto all’esame del Collegio non risulta rispettato il termine di trenta giorni per l’approvazione del piano da parte del Consiglio comunale decorrente dalla scadenza di quello previsto per presentare osservazioni e o opposizioni».
6.3.6. Il silenzio serbato dall'Amministrazione comunale è stato pertanto ritenuto illegittimo, ed il Tribunale ha ordinato all'Amministrazione comunale resistente di pronunciarsi sull’approvazione o sulla mancata approvazione del p.u.a., entro trenta giorni, decorrenti dalla comunicazione o dalla notificazione della sentenza.
7.1. È evidente che, nell’occasione, la Sezione ha ritenuto che i termini del procedimento fossero vincolanti: soluzione cui aderisce anche questo Collegio, con alcune precisazioni.
7.2. Anzitutto, va rilevato che la citata sentenza (IV, 2110/09: v. sopra sub § 4.2.) con cui il giudice d’appello qualifica come ordinatori i termini in questione, lo fa sotto il particolare profilo della persistenza, in capo all’Amministrazione comunale, del potere di pronunciarsi sullo strumento, anche dopo lo spirare dei termini assegnati: e, dunque, essa non preclude che, decorsi quegli stessi termini, il Comune possa essere considerato inadempiente al suo obbligo di provvedere, con ogni conseguenza di legge.
7.3. Inoltre, bisogna ricordare che, per quanto d’interesse, l’art. 29 della l. 241/90, nel testo attualmente vigente, prevede anzitutto che le disposizioni della stessa legge si applicano alle amministrazioni statali e agli enti pubblici nazionali, e, solo per alcune disposizioni (articoli 2-bis, 11, 15 e 25, commi 5, 5-bis e 6, nonché quelle del capo IV-bis) a tutte le amministrazioni pubbliche.
7.4. La norma stabilisce poi che le regioni e gli enti locali, nell'ambito delle rispettive competenze, “regolano le materie disciplinate dalla presente legge nel rispetto del sistema costituzionale e delle garanzie del cittadino nei riguardi dell'azione amministrativa, così come definite dai principi stabiliti dalla presente legge” (II comma); di seguito (comma 2-bis) che “attengono ai livelli essenziali delle prestazioni di cui all’articolo 117, secondo comma, lettera m), della Costituzione”, e cioè delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, e su cui lo Stato ha legislazione esclusiva, “le disposizioni della presente legge concernenti gli obblighi per la pubblica amministrazione di garantire la partecipazione dell’interessato al procedimento, di individuarne un responsabile, di concluderlo entro il termine prefissato e di assicurare l’accesso alla documentazione amministrativa, nonché quelle relative alla durata massima dei procedimenti”; e, infine, che “le regioni e gli enti locali, nel disciplinare i procedimenti amministrativi di loro competenza, non possono stabilire garanzie inferiori a quelle assicurate ai privati dalle disposizioni attinenti ai livelli essenziali delle prestazioni di cui ai commi 2-bis e 2-ter, ma possono prevedere livelli ulteriori di tutela” (2-quater)-
7.5. In sintesi, dunque, secondo il ripetuto art. 29, la previsione di un termine massimo di durata per ciascun procedimento amministrativo costituisce garanzia fondamentale per il cittadino nei riguardi dell'azione amministrativa, che le Regioni e gli Enti territoriali sono tenuti a fornire, rispettando comunque i livelli essenziali stabiliti dalla legislazione statale.
Così, le norme con le quali Regioni ed enti locali introducano termini dilatori nei procedimenti amministrativi, per quanto di rispettiva competenza – e la disciplina sulla formazione degli strumenti urbanistici pertiene al governo del territorio ed è dunque alla competenza regionale, giusta art. 117, III comma, Cost. – si devono intendere dirette a realizzare le rammentate garanzie, cui l’ordinamento presta tutela giurisdizionale.
7.6. Pertanto, il superamento dei termini del procedimento, regolato da tali norme, determina il formarsi del silenzio inadempimento e, con esso, il presupposto per esercitare l’azione ex artt. 31 e 117 c.p.a., diretta a chiedere l’accertamento dell’obbligo dell’Amministrazione di provvedere, con eventuale nomina d’un commissario ad acta.
8.1. Passando così alla fattispecie in esame, la nota sindacale del 7 dicembre 2009 può essere senz’altro assimilata all’atto che avvia la procedura di variante al piano, il quale (art. 20, XIII comma, cit.) deve ordinariamente seguire la stessa procedura d’adozione e d’approvazione prevista per lo strumento attuativo: nell’insieme, dunque, la stessa avrebbe dovuto concludersi, anche ad applicare tutti i termini prescritti (ciò che non è detto fosse necessario nella fattispecie), entro 125 giorni, e, dunque, al più tardi, il giorno 11 aprile 2010.
8.2. A quella data, il Comune di S. Zeno di Montagna non aveva né proceduto alla revisione della convenzione, né al ritiro – legittimo che ciò fosse o meno - dello strumento già approvato, come pure nella nota sindacale era stato ipotizzato.
Quest’ultima procedura è stata effettivamente poi avviata a metà dell’agosto 2010, dopo la notificazione del ricorso in esame, con la notificazione di un atto d’avvio del procedimento «per la verifica della legittimità del procedimento amministrativo relativo all’approvazione ed all’esecuzione del Piano Urbanistico Attuativo denominato “Borno”, nonché per la valutazione della sussistenza dei presupposti per la modifica, sospensione e/o annullamento in autotutela delle deliberazioni n. 43 del 7 maggio 2008 della Giunta Comunale e n. 10 del 26 giugno 2008 del Consiglio Comunale».
8.3. Tale procedimento, peraltro, non si è ancora completato e non si può dunque affermare – come invece sostiene l’Amministrazione comunale - che la domanda, proposta con il ricorso in esame, abbia formalmente perso interesse: sebbene sia presumibile che la controversia sia destinata a spostarsi sull’atto con il quale verrà ritirato il provvedimento d’approvazione del piano.
9.1. Non resta pertanto al Collegio che accogliere il ricorso proposto, ordinando all’Amministrazione di terminare con un provvedimento espresso il procedimento di revisione della convenzione, approvata con il p.u.a. “Borno”, in un termine determinato riducendo ad un quarto, arrotondato per eccesso, ciascuno dei termini stabiliti dall’art. 20 della l.r. 11/04 e, dunque, nel termine complessivo di 32 giorni dalla comunicazione ovvero dalla pubblicazione della presente decisione.
9.2. Le spese di lite seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

definitivamente pronunciando sul ricorso in epigrafe, lo accoglie e, per l’effetto, ordina al Comune di S. Zeno di Montagna di concludere il procedimento pendente nei termini stabiliti in motivazione.
Condanna il Comune resistente alla rifusione delle spese di lite nei confronti del ricorrente, che liquida in € 2.200,00 per diritti ed onorari, oltre I.V.A. e c.p.a.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Venezia nella camera di consiglio addì 20 ottobre 2010 con l'intervento dei signori magistrati:
Italo Franco, Presidente FF
Angelo Gabbricci, Consigliere, Estensore
Marina Perrelli, Referendario


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