a cura del Dott. Francesco Barchielli



T.A.R. Campania Napoli, Sezione VI, 23 giugno 2011


La destinazione dei locali realizzati alle funzioni di lavanderia e di locale w.c., sostanzialmente idonei ad un uso abitativo, esclude la riconducibilità dei medesimi alla nozione di volumi tecnici

SENENZA N. 3354

La destinazione dei locali realizzati alle funzioni di lavanderia e di locale w.c., sostanzialmente idonei ad un uso abitativo, esclude la riconducibilità dei medesimi alla nozione di volumi tecnici, correttamente riferibile, ai fini della irrilevanza dei medesimi nel computo della volumetria di un immobile, ai soli “volumi destinati esclusivamente agli impianti necessari per l''utilizzo dell''abitazione e che non possono essere ubicati al suo interno” (cfr., da ultimo, Consiglio Stato , sez. IV, 07 febbraio 2011 , n. 812, e T.A.R. Lombardia, Brescia, sez. I, 16 giugno 2010 , n. 2320, secondo cui “costituiscono volumi tecnici solo quelli adibiti alla sistemazione di impianti (riscaldamento, ascensore ecc.) aventi un rapporto di strumentalità necessaria con l''utilizzo della costruzione e che non possono essere ubicati all''interno della parte abitativa, mentre non sono tali i vani che presentano tutte le caratteristiche per essere adibiti ad abitazione”).

FATTO

La ricorrente ha impugnato il provvedimento indicato in epigrafe, con il quale il comune di Bacoli ha respinto l’istanza di accertamento di conformità da lei avanzata, ordinando contestualmente la demolizione di quanto abusivamente realizzato.
Avverso il provvedimento gravato ha articolato diverse censure di violazione di legge ed eccesso di potere.
Il comune di Bacoli non si è costituito in giudizio.
Alla pubblica udienza del 7 giugno 2011 il ricorso è stato trattenuto in decisione.

DIRITTO

Il ricorso è fondato in parte, nei limiti appresso specificati.
Le opere realizzato in assenza di titolo abilitativo ed in relazione alle quali la ricorrente ha presentato in data 13 gennaio 2006 una istanza di accertamento di conformità consistono:
- ampliamento di una tettoia;
- chiusura e apertura di vani finestre;
- opere interne;
- realizzazione di parapetti e muri di confine;
- realizzazione di massetto lungo tutto il fabbricato;
- ampliamento al piano seminterrato;
- innalzamento di mt. 0,60 del solaio preesistente intermedio, senza aumento di volume.
A fronte di tale pluralità ed eterogeneità di opere, il provvedimento di diniego è motivato con riferimento alla sola incompatibilità di quanto realizzato con le prescrizioni di piano che vietano, nella zona, la realizzazione di incrementi volumetrici.
Appare chiaro come la motivazione de qua può essere posta in relazione con la sola opera di ampliamento al piano seminterrato, risultando del tutto incongruente rispetto alle altre opere e comunque inidonea a spiegare le ragioni di incompatibilità degli interventi realizzati, non implicanti incrementi volumetrici, con le prescrizioni di piano richiamate.
Con riferimento a tutte le opere diverse dall’ampliamento, di conseguenza, deve rilevarsi la assorbente fondatezza della censura di difetto di motivazione e di istruttoria articolata con il secondo motivo di doglianza e tale da determinare l’annullamento del provvedimento gravato sia con riferimento al diniego di accertamento di conformità che al consequenziale ordine di demolizione.
Quanto all’ampliamento al piano seminterrato (che ha comportato la realizzazione di un locale in comunicazione con la cucina di mt. 2,00 x 1,50, adibito a lavanderia, e altro locale di identica dimensioni adibito a w.c., il tutto ricavato in una zona interrata sottostante il terrazzo), la ricorrente ha sostenuto che si tratterebbe di volumi tecnici, privi di incidenza sul carico urbanistico, realizzati a mezzo di una mera attività di ripristino di un muro preesistente.
Deve, per contro, osservarsi come la destinazione dei locali realizzati alle funzioni di lavanderia e di locale w.c., sostanzialmente idonei ad un uso abitativo, esclude la riconducibilità dei medesimi alla nozione di volumi tecnici, correttamente riferibile, ai fini della irrilevanza dei medesimi nel computo della volumetria di un immobile, ai soli “volumi destinati esclusivamente agli impianti necessari per l''utilizzo dell''abitazione e che non possono essere ubicati al suo interno” (cfr., da ultimo, Consiglio Stato , sez. IV, 07 febbraio 2011 , n. 812, e T.A.R. Lombardia, Brescia, sez. I, 16 giugno 2010 , n. 2320, secondo cui “costituiscono volumi tecnici solo quelli adibiti alla sistemazione di impianti (riscaldamento, ascensore ecc.) aventi un rapporto di strumentalità necessaria con l''utilizzo della costruzione e che non possono essere ubicati all''interno della parte abitativa, mentre non sono tali i vani che presentano tutte le caratteristiche per essere adibiti ad abitazione).
Quanto alla qualificazione dell’intervento come “ripristino” di muro preesistente, inoltre, deve osservarsi come la relazione tecnica allegata al ricorso (a pag. 2, secondo capoverso), dà atto del fatto che la ricorrente, nell’istanza presentata ai sensi dell’art. 36 del d.P.R. 380/2001, ha qualificato le opere de quibus come “chiusura di volume tecnico preesistente”.
Ne consegue che l’amministrazione, nel valutare l’istanza secondo la prospettazione dell’interessata, ha correttamente rilevato l’incompatibilità dell’intervento con le norme di piano citate dal comune.
Deve, inoltre, ritenersi, anche alla luce della qualificazione operata dai vigili urbani in sede di rilievo delle opere (e richiamata nell’ordinanza impugnata), nonché delle stesse affermazioni contenute nella relazione di parte, che ragionevole prova della preesistenza si abbia solo con riferimento alla cavità esistente sotto la terrazza, essendo, per contro, ragionevole presumere che la chiusura della stessa a mezzo di un muro è intervenuta in tempo successivo alla realizzazione dell’edificio.
In tal senso depongono le stesse funzioni alle quali la rientranza era adibita in passato (indicate nella relazione di parte come pollaio, forno, locale di sgombro, alle quali è funzionale, se non addirittura necessaria, una chiusura precaria - sostanzialmente una rete - o l’assenza di chiusura), nonché la mancanza di muro di chiusura nel locale similare tuttora esistente, con la conseguenza che la costruzione di una parete in muratura non possa essere in alcun modo ascritta alla nozione di manutenzione straordinaria, attesa la estraneità della stessa al concetto di “sostituzione di parte strutturale” dell’edificio nonché l’idoneità della medesima ad incrementare i volumi utili del fabbricato.
Correttamente, dunque il comune, ha respinto l’istanza di accertamento di conformità relativamente all’attività di ampliamento e ordinato la demolizione di quanto abusivamente realizzato.
Risultano, di conseguenza, infondate le censure di violazione dell’art. 36 e 37 del d.P.R. 380/2001 formulate con il primo motivo di doglianza, attesa l’incompatibilità dell’opera con gli strumenti urbanistici vigenti sull’area e la conseguente irrealizzabilità della medesima a mezzo di d.i.a (prevista per i soli interventi “conformi alle previsioni degli strumenti urbanistici, dei regolamenti edilizi e della disciplina urbanistico-edilizia vigente”).
Risultano, altresì, infondate le censure di violazione dell’art. 27 del d.P.R. 380/2001, difetto di istruttoria e di motivazione, articolate con il secondo motivo di ricorso, attesa la corretta ed esplicita riconduzione dell’opera a quelle non realizzabili nell’area di insediamento e la sostanziale natura di atto dovuto del provvedimento, che rende pure irrilevanti le censure di violazione delle garanzie partecipative articolate con il terzo motivo di doglianza.
Del pari infondata, infine, è la censura di incompetenza formulata con il quarto motivo di doglianza, attesa l’esplicita attribuzione, da parte del citato art. 27, al “dirigente” o al “responsabile del competente ufficio comunale” della competenza in materia di vigilanza sull’attività urbanistico – edilizia e di adozione di provvedimenti sanzionatori.
Le spese di lite possono essere compensate in ragione della reciproca soccombenza.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania (Sezione Sesta)
definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie in parte, nei sensi di cui in motivazione e, per l’effetto, annulla il provvedimento impugnato nei sensi pure in motivazione specificati, lo respinge quanto al resto.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall''autorità amministrativa.
Così deciso in Napoli nella camera di consiglio del giorno 7 giugno 2011 con l''intervento dei magistrati:
Renzo Conti, Presidente
Arcangelo Monaciliuni, Consigliere
Roberta Cicchese, Primo Referendario, Estensore



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