a cura del Dott. Francesco Barchielli



T.A.R. Campania Napoli, Sezione VI, 6 luglio 2011


Il presupposto per l''esistenza di un volume è costituito dalla costruzione di almeno un piano di base e due superfici verticali contigue, così da ottenere una superficie chiusa su un minimo di tre lati

SENTENZA N. 3543

1. Il presupposto per l'esistenza di un volume è costituito dalla costruzione di -almeno- un piano di base e due superfici verticali contigue, così da ottenere una superficie chiusa su un minimo di tre lati (T.A.R. Puglia Lecce, sez. III, 27 gennaio 2011 , n. 158; T.a.r. Campania Napoli, IV, 24 maggio 2010, n. 8342; T.a.r. Piemonte, n. 2824 del 12.7.2005; T.a.r. Liguria, I, 12 dicembre 1989, n. 943; T.a.r. Sicilia Catania, 30 settembre 1994, n. 2171).

2. Anche i provvedimenti amministrativi c.d. positivi, dunque, devono basarsi su un’idonea motivazione, giacché l’indicazione delle ragioni su cui si fondano gli stessi agevola l’attuazione del principio costituzionale del buon andamento dell’azione amministrativa; a maggior ragione tale esigenza di adeguata motivazione deve essere rispettata nell’ipotesi di nulla osta edilizio in area soggetta a vincolo paesistico, attesa la tendenziale irreversibilità dell’alterazione dello stato dei luoghi ai fini dell’adeguata gestione dei vincoli paesistici (cfr. in termini CdS VI Sez. n. 184 del 15/01/2002).

FATTO

Con il gravame in epigrafe sub B), il ricorrente chiede l’annullamento del decreto ministeriale del 10.12.1991, con il quale il Ministero dei Beni Culturali ed Ambientali ha annullato l’autorizzazione paesistica (decreto sindacale n. 103 del 15.7.1991) rilasciata dal Comune di Procida ex art. 7 della legge n. 1497/1939.
Inizialmente, il Ministero partecipava (in data 20.12.1991) al Comune di Procida un telegramma contenente la nota impugnata sub B1), con la quale comunicava l’intervenuto annullamento dell’autorizzazione paesistica, notificando al predetto Ente solo in epoca successiva, e cioè il 14.1.1992, il decreto ministeriale del 10.12.1991.
Avverso tali atti il ricorrente, con il gravame sub b), ha articolato le seguenti censure:
1) il decreto ministeriale sarebbe pervenuto al Comune di Procida e notificato al ricorrente quando era oramai decorso il termine di 60 gg. prescritto dall’art. 82 del d.p.r. n. 616/1977 per l’esercizio del relativo potere di controllo; peraltro, la data apposta sul decreto non potrebbe essere ritenuta certa, perché non suffragata dall’assegnazione di un numero di protocollo;
2) il termine di 60 gg. previsto dalla normativa di settore imporrebbe che il provvedimento di annullamento venisse non solo adottato ma anche notificato nel suddetto termine;
3) le motivazioni di annullamento dell’autorizzazione paesistica trarrebbero alimento da un riesame nel merito delle determinazioni sindacali;
4) la disciplina di settore, contrariamente a quanto opposto nel decreto ministeriale, non richiederebbe una motivazione dell’autorizzazione paesaggistica, peraltro desumibile ob relationem dal parere della commissione edilizia comunale;
5) non vi sarebbe, contrariamente a quanto ritenuto, incremento di volume, ma mera sostituzione della preesistente copertura, anche in ragione delle prescrizioni di lasciare la struttura aperta e priva sia di tompagni che di infissi;
6) sarebbe tautologica la motivazione di preservare i tratti paesaggistici della località protetta, che verrebbero altrimenti alterati;
7) l’autorizzazione paesistica si limiterebbe a valutare la computabilità dell’intervento con il vincolo esistente, senza introdurre alcuna modifica derogatoria alle relative prescrizioni.
A seguito del mentovato provvedimento ministeriale il Comune di Procida, in autotutela, adottava l’ordinanza sindacale n°29 del 24.1.1992, con la quale ordinava, unitamente alla rimessione in pristino dello stato dei luoghi, l’annullamento della concessione edilizia n. 166 del 19.12.1991, precedentemente rilasciata al sig. Aniello Lampo ed avente ad oggetto interventi di manutenzione straordinaria (id est la sostituzione di una copertura in ferro e plastica ondulata con solaio latero/cementizio, a condizione che il terrazzino coperto dal solaio in progetto resti aperto e totalmente privo di tompagni e di infissi esterni).
Avverso tale atto (e cioè l’ordinanza sindacale n°29 del 24.1.1992) la parte ricorrente, con distinto atto di gravame (sub A), ha proposto le seguenti censure:
a) illegittimità derivata dal decreto ministeriale, di per se stesso invalido per le ragioni suindicate;
b) non rientrerebbe tra i poteri delegati ai Comuni anche quello di ordinare la rimessione in pristino, che resterebbe una prerogativa riservata al Presidente della Provincia, previo parere dell’apposita comissione, giammai interpellata;
c) l’ordinanza sarebbe priva di congrua motivazione.
Il Ministero Per i Beni Culturali e Ambientali ed il Comune di Procida non si sono costituiti in giudizio.
All’udienza del 7.6.2011 il ricorso è stato trattenuto in decisione.

DIRITTO

Va, anzitutto, disposta la riunione dei ricorsi indicati in epigrafe siccome connessi sia sotto il profilo soggettivo che sotto quello oggettivo.
Ed, invero, i suddetti mezzi processuali sottopongono alla cognizione del Collegio la medesima vicenda nel suo progressivo divenire; vicenda che ha come elementi caratterizzanti, sul versante soggettivo, l’imputabilità del rapporto controverso allo stesso soggetto, Aniello Lampo, poi deceduto, e, sul versante oggettivo, la riferibilità delle misure spedite dal Ministero Per i Beni Culturali e Ambientali, prima, e dal Comune di Procida, poi, al medesimo programma edificatorio coltivato dal predetto ricorrente e consistente nella sostituzione, presso la propria abitazione sita nel Comune di Procida alla via Lavadera n. 15, di una preesistente copertura in ferro e plastica ondulata con solaio latero/cementizio.
Tale intervento, qualificato come di mera manutenzione, veniva inizialmente assentito dal Comune di Procida. Successivamente, però, il Ministero dei Beni Culturali ed Ambientali annullava l’autorizzazione paesistica (decreto sindacale n. 103 del 15.7.1991) rilasciata dal Comune di Procida ex art. 7 della legge n. 1497/1939 inducendo il suddetto Ente ad ordinare, in via di autotutela, in uno alla rimessione in pristino dello stato dei luoghi, anche l’annullamento del titolo edilizio.
Tanto premesso, e venendo al procedimento delibativo che il Collegio è chiamato a svolgere, è opportuno muovere dallo scrutinio delle censure proposte avverso il decreto ministeriale del 10.12.1991 ed affidate al ricorso epigrafato sub B), atteso il rapporto di pregiudizialità dipendenza che lega tale provvedimento alle successive determine sindacali (gravate sub A), che risultano, infatti, spedite in via meramente consequenziale.
Così delineato l’ordo procedendi del presente giudizio, e sempre in prospettiva metodologica, il Collegio intende accordare precedenza all’esame delle censure che investono la legalità estrinseca dell’atto impugnato sub B), vale a dire l’osservanza degli obblighi procedurali, nonchè la ricorrenza di quei requisiti di affidabilità formale, la cui esistenza condiziona, in via pregiudiziale, il corretto approccio – in sede di sindacato giurisdizionale - ai profili di contenuto delle determinazioni assunte dall’Amministrazione ministeriale.
Nella suddetta ottica, vengono in rilievo le osservazioni censoree incentrate sulla intervenuta perenzione del precitato provvedimento ministeriale, siccome pervenuto al Comune di Procida e notificato al ricorrente (in data 15.1.1992) quando era oramai decorso il termine di 60 gg. prescritto dall’art. 82 del d.p.r. n. 616/1977 per l’esercizio del relativo potere di controllo.
Sul punto, la parte ricorrente deduce che la data apposta sul decreto non potrebbe essere ritenuta certa, perché non suffragata dall’assegnazione di un numero di protocollo.
Aggiunge, inoltre, che il termine di 60 gg. assegnato dalla normativa di settore impone che il provvedimento ministeriale di annullamento sia non solo adottato ma anche notificato nel suddetto termine.
Le censure in rassegna sono infondate.
Il decreto ministeriale oggetto di gravame reca, come data di emanazione, quella del 10.12.1991. Nessun elemento versato in atti consente di dubitare della sua autenticità, peraltro irritualmente revocata in dubbio dal ricorrente (non già con la querela di falso – cfr. Cassazione civile , sez. I, 08 febbraio 2006 , n. 2817 - bensì) con una censura formulata in termini ipotetici e non corroborata, nemmeno sul piano assertivo, da pertinenti argomentazioni.
Né miglior sorte è possibile riservare alle deduzioni che impingono nella presunta tardività dell’intervento tutorio.
Costituisce oramai pacifica affermazione giurisprudenziale ( cfr. tra le tante Cons.Stato, VI, 10.12.2010, n. 8704; 9.6.2009, n. 3557; T.A.R. Salerno Sez. II 9/2/2010 n. 1391, e tra le meno recenti cfr. Cons.Stato, VI, 17-4-1997, n. 609; 25-9-1995, n. 963) quella secondo cui il provvedimento di annullamento del nulla osta paesaggistico rilasciato dal Comune non ha natura di atto recettizio e, pertanto, il termine perentorio di sessanta giorni, previsto per l'eventuale annullamento, attiene alla sua adozione e non anche alla sua comunicazione.
Infatti, il procedimento con il quale l'autorità ministeriale controlla la legittimità delle autorizzazioni a costruire rilasciate dalle Regioni (o dai comuni in virtù della sub-delega) ai sensi dell'articolo 7 della legge n. 1497/1939 si conclude o con l'inutile scadenza del termine all'uopo previsto ovvero con l'emanazione nel suddetto termine del decreto di annullamento.
È, pertanto, irrilevante che la successiva notifica dell'atto di annullamento al privato, titolare dell'autorizzazione, avvenga dopo la scadenza del suddetto termine, trattandosi di incombente del tutto esterno rispetto al perfezionamento dell'iter procedimentale relativo al controllo ministeriale (cfr. pure Cons.Stato, VI, 13-1-1994, n. 19; 25-7-1994, n. 1267).
Nel caso di specie l’autorizzazione rilasciata al ricorrente è pervenuta al Ministero il 17.10.1991, mentre il decreto di annullamento è stato adottato il 10.12.1991 e, dunque, nei limiti temporali prescritti dalla richiamata disciplina di settore.
Venendo ora ai profili di contenuto delle determinazioni assunte dal Ministero, mette conto evidenziare che le ragioni del disposto annullamento riposano in due distinte proposizioni, ciascuna delle quali dotata, sul piano giuridico, di propria autonomia.
Ed, invero, l’organo tutorio ha rilevato come vizi propri dell’autorizzazione sindacale n. 103 del 15.7.1991, anzitutto, il fatto che tale provvedimento abilitativo non evidenziasse “..le motivazioni ed i criteri in base ai quali l’Autorità decidente ha valutato positivamente la compatibilità ambientale dell’intervento”.
Di poi, e sotto diverso profilo, ha rilevato che “..l’intervento autorizzato, ancorchè denominato manutenzione straordinaria prevede in realtà la creazione di un nuove volume mediante la sostituzione di una tettoia leggera in plastica ondulato con un solaio cementizio calpestabile, munito di parapetto”.
Orbene, se effettivamente va revocata in dubbio la statuizione con cui il Ministero ha qualificato, in mancanza di ulteriori e più significativi elementi, l’intervento de quo come suscettivo di determinare un incremento volumetrico, dal momento che il presupposto per l'esistenza di un volume è costituito dalla costruzione di -almeno- un piano di base e due superfici verticali contigue, così da ottenere una superficie chiusa su un minimo di tre lati (T.A.R. Puglia Lecce, sez. III, 27 gennaio 2011 , n. 158; T.a.r. Campania Napoli, IV, 24 maggio 2010, n. 8342; T.a.r. Piemonte, n. 2824 del 12.7.2005; T.a.r. Liguria, I, 12 dicembre 1989, n. 943; T.a.r. Sicilia Catania, 30 settembre 1994, n. 2171), ciò nondimeno la diversa ed autonoma proposizione in cui si contesta l’assenza di una qualsivoglia motivazione a supporto della dichiarata compatibilità paesaggistica dell’opera si rivela capace di resistere alle censure attoree.
Ed, invero, in disparte l’attitudine dell’intervento a creare volumi edilizi, deve ritenersi che le opere de quibus, comportando un’oggettiva trasformazione dello stato dei luoghi, restano comunque soggette ad un approfondito vaglio sulla loro armonizzabilità con il paesaggio, in quanto soggetto ad una speciale tutela.
Di contro, gli atti prodotti in giudizio evidenziano l’effettiva assenza di una motivazione espressa sulla compatibilità dell’intervento con i vincoli gravanti sull’area di sedime, essendo siffatto giudizio ricavabile solo in via implicita, per effetto, cioè, delle prescrizioni imposte in riferimento alle modalità di esecuzione del progetto (id est che il terrazzino coperto dal solaio in progetto resti totalmente privo di tompagni ed infissi esterni).
Né è possibile ritenere che l’autorizzazione sindacale, essendo un provvedimento favorevole, poteva non contenere una motivazione sulla compatibilità predetta.
Come efficacemente evidenziato da autorevole giurisprudenza, deve infatti ritenersi che, con riguardo al nulla osta di cui all’art.7 della legge n.1497/1939, sussista sempre un obbligo indifferenziato di motivazione; e ciò al fine di consentire la tutela sia in favore dell’interesse collettivo sia di quello riferito a possibili controinteressati, non assumendo alcun rilievo la natura di atto favorevole e positivo di tale nulla osta ovvero l’imposizione di prescrizioni al progetto (Consiglio di stato, sez. VI, 03 febbraio 2011 , n. 771; CdS VI Sez. n. 184 del 15/01/2002).
Sarebbe impossibile, invero, risalire alla ratio dell’atto e ricostruire l’iter logico seguito nell’adozione di esso dall’autorità emanante qualora il provvedimento stesso assumesse un tenore apodittico e non si potrebbe di certo verificare, in tale ipotesi, se l’autorità predetta abbia o non valutato correttamente gli interessi in gioco.
Peraltro, avendo l’ordinamento riservato all’autorità statale un potere di controllo della determinazione dell’ente delegato, deve ritenersi anche che una mancanza di motivazione di detta determinazione renderebbe irrealizzabile il compito ad essa attribuito (cfr. in termini CdS VI Sez. n. 184 del 15/01/2002).
Del resto, in tal senso si è espressa anche la giurisprudenza del Consiglio di Stato, secondo cui il Ministro dei beni culturali e ambientali può annullare il nulla osta paesistico quando è affetto da vizio di eccesso di potere per difetto di motivazione, dovendo i nulla osta del genere essere congruamente motivati, anche se hanno natura di atti ampliativi della sfera dei destinatari (cfr. Cons. St., Ad. Plen. 22.7.1999, n.20; Sez.VI, 10.8.1999 n.1025; 2.3.2000, n.1096; 8.3.2000, n.1162; 13.2.2001, n.685).
Anche i provvedimenti amministrativi c.d. positivi, dunque, devono basarsi su un’idonea motivazione, giacché l’indicazione delle ragioni su cui si fondano gli stessi agevola l’attuazione del principio costituzionale del buon andamento dell’azione amministrativa; a maggior ragione tale esigenza di adeguata motivazione deve essere rispettata nell’ipotesi di nulla osta edilizio in area soggetta a vincolo paesistico, attesa la tendenziale irreversibilità dell’alterazione dello stato dei luoghi ai fini dell’adeguata gestione dei vincoli paesistici (cfr. in termini CdS VI Sez. n. 184 del 15/01/2002).
Ora, avuto riguardo al caso di specie, il provvedimento sindacale risulta redatto su modulo prestampato ed attesta la compatibilità paesaggistica della costruzione in questione con una frase di stile che recepisce l’avviso favorevole già espresso della commissione edilizia integrata in uno alle prescrizioni imposte in riferimento alla fase di esecuzione del progetto (id est che il terrazzino coperto dal solaio in progetto resti totalmente privo di tompagni ed infissi esterni).
Non può ritenersi, dunque, che l’organo comunale suddetto - cui, ai sensi dell’art.82 del DPR n.616/1977, è stata attribuito in via esclusiva la funzione di rilasciare il nulla osta in questione - abbia assolto in modo adeguato, nell’emanazione del provvedimento di propria competenza, al relativo obbligo motivazionale.
Né è possibile assegnare rilievo alle deduzioni di parte ricorrente, che sul punto si è limitata ad evidenziare come il provvedimento sindacale faccia rinvio al parere espresso dalle Commissioni integrate, che, quali organi collegiali, dovrebbero meglio garantire la valutazione ponderata degli interessi in gioco.
A tal riguardo, la parte ricorrente, che non ha prodotto in giudizio tale parere, non si è peritata di indicare gli ulteriori e più pertinenti elementi di valutazione contenuti in siffatto atto che dovrebbero integrare la motivazione del provvedimento di autorizzazione paesaggistica.
Anzi, a ben vedere, nell’atto di gravame non viene nemmeno affermata l’esistenza di tali elementi essendo la censura rimasta affidata ad espressioni di mero stile.
Sul punto, il Collegio non può, dunque, che fare applicazione dei principi generali che governano il riparto degli oneri assertivi e probatori; conseguentemente, la divisata lacuna nell’impianto assertivo della domanda attorea – ancor più grave se se si considera che il ricorso risulta pendente fin dal 1992 - non può che refluire a danno dello stesso ricorrente.
Ed, invero, premessa l’assenza di pertinenti allegazioni, non può essere sottaciuto che, anche sul versante probatorio, il principio cd. dispositivo con metodo acquisitivo – operante nel processo amministrativo - trova ragione di essere in riferimento solo ad atti e documenti formati ovvero custoditi dall’Amministrazione, per i quali, non essendovi un immediato e generalizzato accesso da parte del privato, più difficile potrebbe risultare l’assolvimento dell’onus probandi nei rigorosi termini di cui all’art. 2967 c.c.
Il ricorrente, in tali ipotesi, è tenuto solo ad allegare un principio di prova, spostandosi, per il resto, a carico dell'amministrazione l'onere di fornire la prova contraria alle deduzioni esposte in domanda e di dimostrare la legittimità dell'atto impugnato.
Viceversa, in tutti i casi – com’è quello di specie - nei quali sono nella potenziale disponibilità della parte gli elementi atti a sostenere la fondatezza della domanda azionata in giudizio la regola generale dell'onere della prova trova integrale applicazione pure nel processo amministrativo.
Il suddetto principio – già introdotto in via pretoria – trova oggi formale consacrazione nell’art. 64 (comma 1°) del D.Lgs. 2-7-2010 n. 104, secondo cui “Spetta alle parti l’onere di fornire gli elementi di prova che siano nella loro disponibilità riguardanti i fatti posti a fondamento delle domande e delle eccezioni”.
Resta, pertanto, acclarato, avuto riguardo alle divisate risultanze processuali, che l’autorizzazione paesistica rilasciata dal Comune di Procida con decreto sindacale n. 103 del 15.7.1991 è del tutto sfornita di una motivazione espressa sulla compatibilità paesaggistica dell’opera assentita, non essendo sufficiente al tale scopo l’aver dettato nello stesso nulla osta alcune prescrizioni da osservare nella concreta attività edificatoria (Consiglio di stato, sez. VI, 03 febbraio 2011 , n. 771; CdS VI Sez. n. 184 del 15/01/2002).
Tale lacuna è stata del tutto ritualmente rilevata dall’organo tutorio, la cui attività di riscontro deve essere orientata, oltre che da un criterio di giustizia sostanziale e di buona amministrazione, anche dalla verifica formale della effettiva sussistenza di adeguati motivi a supporto dell’autorizzazione rilasciata.
Rispetto alla statuizione in argomento, circa il rilevato difetto di motivazione del provvedimento di prime cure, non hanno, dunque, pregio le doglianze con cui parte ricorrente lamenta un presunto sconfinamento del provvedimento impugnato rispetto ai limiti assegnati dalla disciplina di settore.
Ed, invero, il potere di annullamento è stato coerentemente esercitato nel rispetto dei limiti che segnano il sindacato di legittimità sull’atto, che notoriamente si estende a tutte le ipotesi concretanti vizi di legittimità, in esse incluso l'eccesso di potere per difetto di istruttoria e di motivazione (cfr. ex multis Consiglio di stato, sez. VI, 10 gennaio 2011 , n. 50)
Le ulteriori censure attoree che involgono la pretesa insufficienza delle ragioni di contrasto con i valori paesistici esposte nel provvedimento ministeriale di annullamento non sono, infine, conferenti siccome relative a statuizioni esterne al perimetro degli adempimenti imposti all’organo tutorio dalla normativa di settore.
L'autorità ministeriale, se pur si è soffermata a rilevare la non compatibilità dell'intervento edilizio realizzato dalla parte appellante con il vincolo paesaggistico gravante sull'area, ha sostanzialmente evidenziato un vizio consistente nella carenza di motivazione del provvedimento autorizzatorio comunale, rilevando quindi a carico dell'atto annullato un tipico vizio di legittimità. Avrebbe infatti il Comune dovuto spiegare nel suo atto quali erano gli elementi tali da ravvisare la compatibilità paesaggistica tra il manufatto e il contesto vincolato. Le successive valutazioni espresse dall'Autorità statale in ordine alla non compatibilità dell'intervento con il vincolo paesaggistico gravante sul terreno di che trattasi sono ulteriori rispetto all'economia del provvedimento di annullamento, ma non intaccano, per la loro ultroneità del caso concreto, la portata di quel rilievo di illegittimità che è titolo sufficiente per l'annullamento. Esse perciò non valgono ad inficiare la legittimità dell'annullamento, una volta che risulti in concreto acclarato il difetto motivazionale della autorizzazione paesaggistica (Consiglio di stato, sez. VI, 03 febbraio 2011 , n. 771).
Del pari inconferenti vanno considerate le residue censure incentrate sulla (erronea) qualificazione giuridica dell’intervento, che – contrariamente a quanto ritenuto dal Ministero - non comporterebbe alcun incremento di volume.
Sul punto, è possibile fare applicazione del principio giurisprudenziale secondo cui, laddove una determinazione amministrativa di segno negativo si fondi su una pluralità di ragioni, ciascuna delle quali di per sé idonea a supportarla in modo autonomo, è sufficiente che anche una sola di esse resista alle censure mosse in sede giurisdizionale perché il provvedimento nel suo complesso resti esente dall'annullamento (cfr, ex multis Consiglio Stato , sez. VI, 29 marzo 2011 , n. 1897).
Ed, invero, in siffatte evenienze (c.d. provvedimento plurimotivato), il rigetto della doglianza volta a contestare una delle sue ragioni giustificatrici comporta la carenza di interesse della parte ricorrente all'esame delle ulteriori doglianze volte a contestare le altre ragioni giustificatrici atteso che, seppure tali ulteriori censure si rivelassero fondate, il loro accoglimento non sarebbe comunque idoneo a soddisfare l'interesse del ricorrente ad ottenere l'annullamento del provvedimento impugnato, che resterebbe supportato dall'autonomo motivo riconosciuto sussistente ( T.A.R. Campania Napoli, sez. VII, 14 gennaio 2011 , n. 164).
La verificata resistenza alla censure attoree della prima statuizione (di difetto di motivazione) su cui poggia il decreto ministeriale di annullamento induce, pertanto, a concludere per la reiezione delle doglianze in esame.
Rispetto poi al gravame articolato sub A), le censure di invalidità derivata restano evidentemente assorbite nelle considerazioni sopra svolte con le quali si è esclusa la rilevabilità di un vizio genetico nel provvedimento ministeriale presupposto.
Del pari non hanno pregio le residue censure volte ad accreditare (presunti) vizi di illegittimità propria del provvedimento sindacale n. 29 del 24.1.1992.
Ed, invero, del tutto fuori sesto si rivela la doglianza con cui parte ricorrente lamenta l’incompetenza del Sindaco del Comune di Procida ad ordinare la remissione in pristino dello stato dei luoghi, in quanto il relativo potere non rientrerebbe tra le funzioni sub - delegate ai Comuni.
A tal riguardo, è sufficiente obiettare che il Sindaco di Procida ha esercitato attribuzioni proprie, direttamente rinvenienti dalla disciplina di cui alla legge n. 47/1985, applicabile ratione temporis, che riservavano proprio al suddetto organo l’adozione delle misure repressive in questione, anche ove il relativo potere venisse esercitato a seguito e per effetto dell’annullamento della concessione edilizia (art. 11).
Per mera completezza espositiva è opportuno aggiungere che le competenze in subiecta materia, originariamente attribuite al Sindaco, sono oggi devolute al dirigente della competente struttura comunale (cfr. art. 107, comma 2, del d. l.vo 18 agosto 2000 n. 267 e artt. 27 e ss. Del d.p.r. 380 del 2001).
Né miglior sorte può essere riservata alla successiva doglianza di difetto di motivazione.
La censura è, infatti, generica in quanto si limita semplicemente ad enunciare l’insufficienza del corredo motivazionale dell’atto impugnato, senza però in alcun modo esplicitare le lacune che renderebbero il provvedimento impugnato non idoneo ad evidenziare le ragioni, in fatto ed in diritto, che lo supportano.
Di contro, tale atto reca l’esplicita indicazione della traiettoria argomentativa che ha indotto il Comune di Procida ad agire in autotutela, di talchè – in mancanza di ulteriori e più concrete osservazioni censoree – la doglianza in argomento va respinta.
Conclusivamente, ribadite le svolte considerazioni, i ricorsi vanno respinti siccome infondati.
Sussistono nondimeno giusti motivi per compensare le spese di giudizio.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania (Sezione Sesta), definitivamente pronunciando sui ricorsi, come in epigrafe proposti, così provvede:
1) ne dispone la riunione;
2) li respinge;
3) dispone la compensazione delle spese di giudizio.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Napoli nelle camere di consiglio del giorno 7 e del giorno 22 giugno 2011 con l'intervento dei magistrati:
Renzo Conti, Presidente
Arcangelo Monaciliuni, Consigliere
Umberto Maiello, Consigliere, Estensore



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