a cura del Dott. Francesco Barchielli



T.A.R. Emilia Romagna Parma, Sezione I, 12 luglio 2011


Nel caso di espropriazione senza titolo il risarcimento in forma specifica può essere negato quando il costo di ripristino supererebbe il valore di mercato del bene

SENTENZA N. 245

Il risarcimento in forma specifica può essere negato quando il costo di ripristino supererebbe il valore di mercato del bene (Cass., sez. III, 12 ottobre 2010 n. 21012). Nel caso di specie, il ripristino sarebbe eccessivamente oneroso per le parti evocate in giudizio, giacché esso comporterebbe il disfacimento di parte dell’opera pubblica che grava sulla proprietà della ricorrente e la inutilizzabilità dell’intera opera pubblica che rimarrebbe priva di una parte essenziale per il suo funzionamento. Il costo di ripristino sarebbe superiore al valore di mercato del bene espropriato. Conclusivamente, non potendo essere ordinata la restituzione e il ripristino del bene, residua spazio per la tutela risarcitoria per equivalente.

FATTO

Occorre effettuare una breve sintesi dei principali passaggi procedurali e giurisdizionali della vicenda portata all’attenzione del Collegio:
1. con ricorso al T.A.R. sezione staccata di Parma, iscritto al n. 435/01, la società Aliani Immobiliare s.a.s. impugnava il provvedimento dell’amministrazione dell’ANAS in data 08.05.2001 n. 884 di dichiarazione di pubblica utilità delle opere relative alla costruzione della tangenziale di Fidenza (costruzione della variante esterna dell’abitato lotto 2°), a carico di un’area di sua proprietà situata in Comune di Fidenza (f.47 mapp. 47-48 di mq. 20.055) nonché il decreto del Prefetto di Parma 30.06.2001 prot. n. 646 di occupazione d’urgenza a favore dell’ANAS del predetto terreno, chiedendone l’annullamento; chiedeva, inoltre, la restituzione del bene, in considerazione del fatto che i lavori appaltati alla società De Sanctis Costruzioni s.p.a. non avevano avuto inizio;
2. con sentenza n. 766 del 22.11.2004 il T.A.R., in accoglimento del primo motivo di ricorso (violazione art. 7 l. 241/1990), annullava la dichiarazione di pubblica utilità e il decreto di occupazione, dichiarando inammissibile per genericità la domanda di risarcimento del danno;
3. il Consiglio di Stato confermava la decisione di I grado con sentenza della Sezione IV, 21.12.2006 n. 7763, rilevando che: l’opera per cui è sorta causa non era ancora stata realizzata al momento della richiesta del risarcimento dei danni, sicché detta richiesta poteva riferirsi solo al pregiudizio sofferto dalla società durante il periodo in cui l’immobile era stato sottratto alla sua disponibilità; non essendo intervenuta la realizzazione dell’opera, la statuizione di annullamento degli atti impugnati comportava ex se la restituzione dei terreni illegittimamente detenuti, sicché la domanda risarcitoria non poteva che riferirsi ai danni subiti per l’illegittimo spossessamento del bene medio tempore realizzato;
4. dopo che l’opera venne comunque realizzata la ricorrente promuoveva avanti il Tribunale civile di Bologna il giudizio iscritto al n. 2995/07, rilevando che l’opera è stata realizzata nell’anno 2005;
5. il Tribunale civile di Bologna, tenuto conto dell’orientamento della Corte Suprema di Cassazione di cui alle sentenze SS.UU. nn. 2689/07, 3725/07 e 14794/07 e in applicazione della pronuncia delle Sezioni Unite 22.02.20076 n. 4109, dichiarava il proprio difetto di giurisdizione in favore del giudice amministrativo assegnando il termine di un anno per la riassunzione;
6. la ricorrente ha riassunto il ricorso dinanzi al T.A.R., sezione di Parma, iscritto al n. 188/2008, facendo presente e richiamando le conclusioni già rassegnate dinanzi al Tribunale civile di Bologna e, in particolare, che:
- in conseguenza dell’annullamento degli atti della procedura espropriativa da parte della succitata decisione del T.A.R. Parma, confermata dal Consiglio di Stato, si versa in un caso di occupazione sine titulo (c.d. occupazione usurpativa);
- il comportamento dei convenuti si traduce in un’attività meramente materiale e lesiva del diritto dominicale dei ricorrenti con caratteri di illecito permanente;
- l’Anas e la società appaltatrice dei lavori non si sono adoperati per rinnovare il procedimento, ma si sono impegnati a realizzare l’opera in violazione degli artt. 42 e 97 Cost.;
- il privato, anche dopo l’edificazione dell’opera, resta proprietario del suolo e ha diritto alla restitutio in integrum, potendo tuttavia dismettere il diritto di proprietà esercitando la richiesta risarcitoria per equivalente secondo quanto statuito dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, sez. II 30.05.2000, dal Consiglio di Stato, 2.04.2000, n. 3177 e dalla Corte di Cassazione 18.02.2000 n. 1814;
Si è costituita in giudizio la società controinteressata De Sanctis costruzioni s.p.a. chiedendo di accertare la carenza di legittimazione della stessa e di pronunciare l’estromissione dal ricorso, e in via gradata, di accertare e dichiarare la carenza di legittimazione passiva in ordine alla domanda di restituzione, previa riduzione in pristino nonché in ordine alla subordinata richiesta di risarcimento del danno per equivalente; in via ulteriormente gradata, di accertare e dichiarare inammissibile la domanda risarcitoria per i danni da mancato godimento del bene; nel merito, in via ulteriormente gradata, accertare e dichiarare l’assenza di profili di responsabilità in capo alla controinteressata ovvero, in subordine, rigettare le richieste risarcitorie in quanto generiche e non adeguatamente provate e, comunque, esorbitanti dovendo in ogni caso accertarsi che parte ricorrente ha con il proprio comportamento concorso a cagionare/aggravare i danni che oggi lamenta, scomputando comunque dal danno eventualmente liquidato la somma di euro 142.533,90 pari alla indennità definitiva di esproprio già liquidata in favore della ditta proprietaria come da quietanza di pagamento in data 2.5.2006.
Alla pubblica udienza del 20 aprile 2011 il ricorso è stato trattenuto per la decisione.

DIRITTO

1. In primo luogo, il Collegio affronta la questione sollevata dalla contro interessata circa la sua estromissione dal giudizio.
L’istanza và accolta. Infatti, se è vero che alla società esecutrice dei lavori fu dato l’incarico dall’Anas di svolgere le procedure tecniche e espropriative, tuttavia titolare del potere espropriativo è sempre rimasto il soggetto delegante, ossia la stessa Anas; inoltre, non appare corretto attribuire alla controinteressata il compito di rinnovare il procedimento espropriativo o di fermare i lavori, una volta annullati gli atti di esproprio da parte del T.A.R. con la sentenza del 22.11.2004, atteso che sarebbe semmai rientrato nei doveri della stazione appaltante ordinare di fermare la realizzazione delle opere; in assenza di indicazioni o ordini di tal fatta, la società esecutrice era tenuta a conformarsi ai propri obblighi contrattuali.
La controinteressata andrà, pertanto, estromessa dal giudizio per carenza di legittimazione passiva, non potendo rispondere degli effetti della illegittimità delle procedure espropriative.
2. Nel merito delle richieste contenute nel ricorso riassunto dinanzi a questa Sezione, occorre premettere che, a fronte del vuoto normativo determinato dalla declaratoria di incostituzionalità dell’art. 43 T.U. 327/2001 ad opera della Corte Costituzionale (sent. 08.10.2010 n. 293), la giurisprudenza ha osservato che:
a) se il privato espropriato chiede unicamente il risarcimento del danno per equivalente, una volta preso atto dell’irreversibile trasformazione dell’immobile, con tale richiesta rinuncia alla restitutio in integrum (Cons. Gius. Sic., 25 maggio 2009 n. 486; 7 ottobre 2008 n. 848);
b) venuto meno l’art. 43 d.P.R. 327/2001, la richiesta del solo risarcimento per equivalente non sortirebbe un effetto abdicativo della proprietà all’amministrazione, essendo tale conclusione in contrasto con l’esigenza di tutela della proprietà, la quale esige che l’effetto traslativo consegua a una volontà inequivoca del proprietario interessato, occorrendo piuttosto un accordo transattivo tra le parti (Cons. Stato, sez. IV, 28 gennaio 2011 n. 676); tale tesi si scosta dal consolidato principio affermato dalla Cassazione a SS.UU. e seguito costantemente dal giudice amministrativo prima della declaratoria di incostituzionalità dell’art. 43 citato, secondo cui in caso di occupazione c.d. usurpativa la proposizione dell’azione di risarcimento del danno per equivalente monetario integra un negozio abdicativo della proprietà dell’immobile occupato dalla p.a., e la rinuncia ha effetto dal momento della proposizione della domanda di risarcimento per equivalente;
c) se, invece, il privato espropriato insiste per la tutela restitutoria, la stessa va disposta, a meno che non ricorrano i presupposti per l’applicazione dell’art. 2933, co. 2 o 2058 c.c.
Nel caso di specie, non può trovare applicazione l’orientamento giurisprudenziale che riconnette alla domanda di risarcimento per equivalente un effetto abdicativo della proprietà, poiché il creditore ha espressamente e in via principale chiesto la restituzione del bene, in tal guisa dimostrando di non avere intenzione di abdicare alla proprietà in favore dell’amministrazione.
Tuttavia, ad avviso del Collegio, non ricorrono i presupposti per l’applicazione dell’art. 2933, comma 2, c.c., ai sensi del quale “non può essere ordinata la distruzione della cosa e l'avente diritto può conseguire solo il risarcimento dei danni, se la distruzione della cosa è di pregiudizio all'economia nazionale”.
Secondo la giurisprudenza sia del giudice ordinario sia del giudice amministrativo (Cons. Stato, sez. V, 3 maggio 2005, n. 2095; Cass., sez. II, 17 febbraio 2004 n. 3004; Cass., sez. II, 25 novembre 1992 n. 12557; Cass. 16 aprile 1982, n. 2324), l’amministrazione non può invocare la regola di cui all’art. 2933, comma 2, c.c., quando la restituzione incide comunque su interessi circoscritti alla realtà locale, in quanto la norma costituisce una disposizione di carattere eccezionale, applicabile nei soli confronti delle opere che sono fonti di produzione e di distribuzione di ricchezza.
Ricorrono, invece, nel caso di specie, i presupposti per l’applicazione dell’art. 2058, comma 2, c.c., a tenore del quale “il giudice può disporre che il risarcimento avvenga solo per equivalente, se la reintegrazione in forma specifica risulta eccessivamente onerosa per il debitore”.
Nel caso di specie, infatti, non è stata chiesta solo la restituzione del bene, avendo la domanda ad oggetto anche il ripristino dello status quo ante, concetto riconducibile a quello di “reintegrazione in forma specifica” ai sensi e per gli effetti dell’art. 2058, comma 2, c.c. (in termini Cass. 16 marzo 1988 n. 2472: “il risarcimento del danno mediante reintegrazione in forma specifica può esplicarsi nella eliminazione di quanto illecitamente fatto e che risulti identificato come la fonte esclusiva o concorrente di un danno attuale, continuo e destinato a protrarsi con certezza nel tempo”).
Il risarcimento in forma specifica può essere negato quando il costo di ripristino supererebbe il valore di mercato del bene (Cass., sez. III, 12 ottobre 2010 n. 21012). Nel caso di specie, il ripristino sarebbe eccessivamente oneroso per le parti evocate in giudizio, giacché esso comporterebbe il disfacimento di parte dell’opera pubblica che grava sulla proprietà della ricorrente e la inutilizzabilità dell’intera opera pubblica che rimarrebbe priva di una parte essenziale per il suo funzionamento.
Il costo di ripristino sarebbe superiore al valore di mercato del bene espropriato.
Conclusivamente, non potendo essere ordinata la restituzione e il ripristino del bene, residua spazio per la tutela risarcitoria per equivalente.
3. Il Collegio reputa necessario, ai fini della quantificazione definitiva del risarcimento del danno per equivalente, disporre una verificazione al fine di ragguagliare la somma corrispondente al valore di mercato attuale del bene utilizzato per scopi di pubblica utilità, detratto quanto già corrisposto a titolo di indennità di occupazione.
Trattandosi di un terreno edificabile, la verificazione deve tenere conto:
a) delle disposizioni dell'articolo 37, commi 1, 3, 4, 5, 6 e 7;
b) delle possibilità legali di edificazione, da intendersi ai sensi dell’art. 32 comma 1 d.P.R. n. 327/2001, valutando l’incidenza dei vincoli di qualsiasi natura non aventi natura espropriativa in allora insistenti e senza considerare gli effetti del vincolo preordinato all’esproprio per cui è causa;
c) degli interessi moratori, a decorrere dal giorno in cui il terreno è stato occupato con decreto del Prefetto di Parma del 30.06.2010 n. 646 (reiterato in data 31.10.2000);
d) dell’indennità già corrisposta.
Della verificazione viene incaricata l’Agenzia del territorio – Ufficio provinciale di Parma, in persona del direttore o di un suo delegato.
A tal fine il funzionario incaricato della verificazione dovrà provvedere in contraddittorio con le parti (che dovranno essere avvisate, almeno cinque giorni prima, del luogo, del giorno e dell’ora in cui si eseguiranno le verificazioni), con le modalità di cui all’art. 26 R.D. 17.08.1907 n. 642, depositando presso la segreteria del T.A.R. la relazione conclusiva con la relativa documentazione e la eventuale nota spese entro il 30 settembre 2011.
La decisione sulle spese di giudizio verrà assunta con la sentenza definitiva.

P.Q.M.

non definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie nei sensi di cui in motivazione e, per l’effetto:
1. estromette dal giudizio la controinteressata costituita;
2. respinge la domanda di restituzione dell’area;
3. accoglie la domanda di risarcimento del danno per equivalente nei sensi di cui in motivazione;
4. dispone la verificazione nei sensi di cui in motivazione, all’uopo incaricando l’Agenzia del territorio – Ufficio provinciale di Parma, in persona del direttore o di un suo delegato, fissando al 30 settembre 2011 il termine per il deposito presso la segreteria del T.A.R. della relazione conclusiva con la relativa documentazione e la eventuale nota delle spese.
Fissa l’udienza di discussione del merito alla data del 09 novembre 2011.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa e manda alla segreteria della Sezione di provvedere alla sua comunicazione all’Agenzia del Territorio – Ufficio provinciale di Parma.
Spese di giudizio al definitivo.
Così deciso, in Parma, nella camera di consiglio del giorno 20 aprile 2011 con l'intervento dei magistrati:
Mario Arosio, Presidente
Italo Caso, Consigliere
Emanuela Loria, Primo Referendario, Estensore



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