a cura del Dott. Francesco Barchielli



T.A.R. Emilia Romagna Bologna, Sezione II, 28 settembre 2011


L’autorizzazione paesaggistica deve necessariamente indicare le specifiche ragioni sulla base delle quali l’ente preposto alla tutela del relativo vincolo ritiene che l’intervento abusivo sia compatibile con l’ambiente circostante

SENTENZA N. 671

L’autorizzazione paesaggistica deve necessariamente indicare le specifiche ragioni sulla base delle quali l’ente preposto alla tutela del relativo vincolo ritiene che l’intervento abusivo sia compatibile con l’ambiente circostante, oggetto di tutela (v. ex multis: Cons. Stato, sez. VI, 6/6/2003 n. 3186; T.A.R. Emilia – Romagna –BO- sez. II, 16/4/2010 n. 3535; 1/2/2010 n. 539; T.A.R. Campania –SA- sez. II, 19/7/2007 n. 847).

FATTO E DIRITTO

Con il presente ricorso, il proprietario di due manufatti abusivi, costituiti da un capanno in lamiera zincata e da una tettoia, per i quali aveva presentato istanza di concessione edilizia in sanatoria ex art. 39 della L. n. 724 del 1994, impugna il decreto in data 25/7/2000, con il quale la Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici di Ravenna ha annullato l'autorizzazione paesaggistica precedentemente rilasciatagli dal Comune di Santarcangelo di Romagna.
L’odierno ricorrente deduce, a sostegno dell’impugnativa, motivi in diritto rilevanti violazione dell’art. 82, comma 9, del D.P.R. n. 616 del 1977, come introdotto dall’art. 1 L. n. 413 del 1985; violazione dell’art. 7 della L. n. 241 del 1990 e dell’art. 4 del D.M. n. 495 del 1994 e violazione dell’art. 146, lett. C) del D. Lgs. n. 490 del 1999.
Il Ministero per i Beni e le Attività culturali, costituitosi in giudizio, chiede che il ricorso sia respinto, in quanto infondato.
Alla pubblica udienza del 7/4/2011, la causa è stata chiamata e, quindi, è stata trattenuta per la decisione, come da verbale.
Con il primo e il terzo mezzo d’impugnazione, il ricorrente rileva violazione e falsa applicazione dell’art. 82, comma 9, del D.P.R. n. 616 del 1977, come introdotto dalla L. n. 413 del 1985, per un duplice ordine di considerazioni. Egli sostiene, da un lato che il provvedimento della Soprintendenza sarebbe tardivo rispetto al termine perentorio di 60 giorni stabilito dalla legge e dall’altro lato che, in ogni caso, le modeste dimensioni dei manufatti per i quali è stato chiesto il condono edilizio, rendono oggettivamente irragionevole l’annullamento dell’autorizzazione, motivato sulla base dell’impatto ambientale delle opere e della correlata incompatibilità delle stesse con il vincolo paesaggistico operante sull’area, con conseguente ritenuta falsa applicazione della suddetta disposizione.
Il Collegio osserva che entrambi i motivi sono infondati. Quanto alla ritenuta tardività del decreto impugnato, basta rilevare che – secondo il pacifico orientamento della giurisprudenza amministrativa e anche di questo Tribunale - il previsto termine di 60 giorni per operare l’annullamento non inizia a decorrere se non dal momento in cui perviene alla competente Soprintendenza l’autorizzazione comunale con tutta la relativa completa documentazione (T.A.R. Emilia – Romagna –BO- sez. II, 5/5/2010, n. 4245; T.A.R. Puglia –LE- sez. I, 12/1/2010 n. 98; T.A.R. Umbria sez. I, 20/8/2009 n.456).
Nella specie, risulta in atti che la Soprintendenza ha ricevuto tutta la relativa documentazione solo in data 9/6/2000, a seguito di richiesta integrativa formulata al Comune con nota in data 30/3/2000, con conseguente tempestività del gravato decreto, adottato in data 25/7/2000, ai sensi di quanto prevedeva l’art. 82, comma 9 del D.P.R. 616 del 1977.
Né appaiono condivisibili le considerazioni svolte dal ricorrente circa l’asserita elusività della richiesta documentale da parte della Soprintendenza, trattandosi, in effetti, di “relazione tecnica descrittiva in cui si specificano le trasformazioni eseguite” che è documento certamente inerente e rilevante in riferimento al controllo di competenza dell’organo statale.
Non coglie nel segno, inoltre, il motivo rilevante violazione dell’art. 7 della L. n. 241 del 1990, per la mancata comunicazione dell’avvio del procedimento, dato che l’odierno ricorrente risulta essere stato informato “aliunde” – nella specie mediante la nota del comune che gli comunicava l’inoltro dell’autorizzazione paesaggistica alla Soprintendenza – di tale ulteriore fase procedimentale.
Costituisce infatti orientamento consolidato della giurisprudenza amministrativa (orientamento pienamente condiviso anche da questo Tribunale) il non ritenere necessario l’invio formale di tale avviso, qualora l’interessato abbia avuto “aliunde” conoscenza del procedimento (v. Cons. Stato, sez. VI, 22/2/2010 n. 1013; 10/12/2009 n. 7756).
Dalle considerazioni che precedono discende, ulteriormente, che la società ricorrente era pienamente a conoscenza dell’avvio di tale autonoma fase procedimentale, con conseguente superfluità dell’avviso di cui all’art. 7 L. n. 241 del 1990.
Risulta infondato, infine, il motivo facente leva sull’asserito carattere di controllo di merito e non di legittimità dell’attività svolta dalla Soprintendenza con l’adozione del gravato decreto.
Invero, sotto tale profilo, il controllo esercitato dalla Soprintendenza risulta certamente finalizzato a verificare la legittimità dell’autorizzazione, quanto meno in riferimento a uno degli autonomi capi di motivazione su cui si fonda il decreto, vale a dire quello con il quale si evidenzia il palese difetto di motivazione dell’autorizzazione comunale.
Il Collegio osserva che il rilievo della Soprintendenza è pienamente condivisibile, non potendo, all’evidenza, ritenersi né sufficiente né idonea a motivare l’autorizzazione, la generica e apodittica affermazione del Comune secondo la quale “…le opere abusive realizzate non alterano negativamente lo stato dei luoghi”.
Sul punto, l’oramai pacifico orientamento della giurisprudenza amministrativa (orientamento pienamente condiviso anche da questo Tribunale), ha stabilito che l’autorizzazione paesaggistica deve necessariamente indicare le specifiche ragioni sulla base delle quali l’ente preposto alla tutela del relativo vincolo ritiene che l’intervento abusivo sia compatibile con l’ambiente circostante, oggetto di tutela (v. ex multis: Cons. Stato, sez. VI, 6/6/2003 n. 3186; T.A.R. Emilia – Romagna –BO- sez. II, 16/4/2010 n. 3535; 1/2/2010 n. 539; T.A.R. Campania –SA- sez. II, 19/7/2007 n. 847).
Per quanto sopra esposto, il ricorso è respinto.
Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come indicato in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per l'Emilia – Romagna, Bologna (Sezione Seconda),
definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.
Condanna il ricorrente, quale parte soccombente, al pagamento, in favore del Ministero per i Beni e le attività Culturali, delle spese relative al presente giudizio, che liquida per l’importo onnicomprensivo di €. 3.500,00 (tremilacinquecento/00).
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Bologna, nella camera di consiglio del giorno 7 aprile 2011, con l'intervento dei magistrati:
Giancarlo Mozzarelli, Presidente
Bruno Lelli, Consigliere
Umberto Giovannini, Consigliere, Estensore


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