a cura del Dott. Francesco Barchielli



T.A.R. Sicilia Palermo, Sezione III, 6 ottobre 2011


La richiesta di condono-sanatoria edilizio, sia in base alla legge n. 47 del 1985, sia alla successiva legge n. 724 del 1994, può rinvenire la propria giustificazione anche in un semplice interesse alla regolarizzazione o alla certezza dei rapporti da parte di chiunque sia interessato al conseguimento della sanatoria, indipendentemente dalla presenza o dalla possibilità di avere un diverso titolo abilitativo dell''opera

SENTENZA N. 1740

La richiesta di condono-sanatoria edilizio, sia in base alla legge n. 47 del 1985, sia alla successiva legge n. 724 del 1994, può rinvenire la propria giustificazione anche in un semplice interesse alla regolarizzazione o alla certezza dei rapporti da parte di chiunque sia interessato al conseguimento della sanatoria, indipendentemente dalla presenza o dalla possibilità di avere un diverso titolo abilitativo dell'opera, anche per escludere rischi di procedimenti in corso o futuri; che, inoltre, il condono ex legge n. 724 del 1994 introduce nuovi ed ulteriori limiti, obblighi, restrizioni soggettive ed oggettive e differenti presupposti, comportanti la riapertura dei termini, riferiti soprattutto allo spostamento in avanti del limite temporale dell'abuso commesso, esteso anche al periodo successivo al 1° ottobre 1983 fino al 31 dicembre 1993 (v. sentenze n. 416 del 1995; n. 427 del 1995);che, pertanto, proprio per evitare rischi connessi alle difficoltà di fornire la prova che la costruzione fosse stata ultimata entro la data del 1° ottobre 1983 (requisito tassativo per il condono della legge n. 47 del 1985), ben sussisteva un interesse del soggetto che aveva posto in essere l'illecito ad avvalersi della nuova procedura, che allargava il limite temporale dell'abuso entro il termine previsto, a pena di decadenza, del 31 dicembre 1993;che il legislatore del 1996, per sciogliere i dubbi che potevano sorgere al riguardo e all'evidente scopo di dare un'altra possibilità di sanatoria (accompagnata da aumento di entrate che si volevano tempestive, per esigenze anche finanziarie di bilancio), ha concesso un'ulteriore indifferenziata facoltà, consentendo - per le domande di concessione in sanatoria presentate entro i termini del precedente condono - di chiederne la rideterminazione, ove l'abuso risultasse sanabile a norma delle sopravvenute disposizioni;che, in tal modo, si accordava a tutti gli interessati la possibilità di superare il nuovo termine per la definizione agevolata delle violazioni edilizie, previsto dall'art. 39, comma 4, della legge n. 724 del 1994, mediante l'aggiunta del comma 10-bis nel medesimo art. 39 (introdotto con l'art. 2, comma 37, della legge 23 dicembre 1996, n. 662);che, tuttavia, il beneficio della sanatoria è stato accompagnato da una precisa - e non irragionevole - volontà di circoscrivere ulteriormente il termine decadenziale della domanda di concessione in sanatoria "entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore" della legge (art. 2, comma 38, della legge 23 dicembre 1996, n. 662), con una immediata integrazione (art. 10, comma 5-bis, del decreto-legge 31 dicembre 1996, n. 669 recante "Disposizioni urgenti in materia tributaria, finanziaria e contabile a completamento della manovra di finanza pubblica per l'anno 1997", modificato dalla legge di conversione 28 febbraio 1997, n. 30) con la quale si è stabilito che il termine di sessanta giorni per presentare, a pena di decadenza, la domanda di rideterminazione sulla base delle nuove norme, era indipendente dalla notifica del provvedimento di diniego ex legge n. 47 del 1985, decorrendo dalla entrata in vigore della suddetta legge”.

FATTO

A) Con distinti ricorsi n. 1727/98 e n. 1728/98, notificati entrambi i giorni 7 maggio 1998 e depositati il giorno 5 giugno seguente, i signori Salvatore Virgilio e Francesca Virgilio, hanno rispettivamente impugnato l’ordinanza sindacale n. 11/98 di diniego di sanatoria e contestuale ingiunzione alla demolizione delle opere realizzate sul terreno ubicato in c.da Piano Guastella, consistenti in un fabbricato ad una elevazione fuori terra, adibito a civile abitazione, in qualità di comproprietari dell’immobile medesimo;
Ne hanno chiesto l’annullamento, previa sospensione dell’efficacia, sostenendone l’illegittimità perché, a loro dire, sarebbe inficiata da:
“1. Difetto assoluto di motivazione”;
“2. Violazione di legge con riferimento all’art. 39, comma 10 bis, l. 724/94 e violazione del principio di buona amministrazione”.
Il Comune di Erice, ritualmente intimato, non si è costituito in giudizio.
La domanda di sospensione cautelare è stata respinta le ordinanze n. 1182 e n. 1183 del 19 giugno 1998, riguardanti, rispettivamente i ricorsi r.g. n. 1727/98 e n. 1728/98.
B) Con distinti ricorsi n.r.g. 3849 e n.r.g. 3850, notificati entrambi i giorni 11 dicembre 1998 e depositati il giorno 22 seguente, Salvatore Virgilio e Francesca Virgilio, hanno rispettivamente impugnato l’atto notificato il 29 ottobre 1998, di immissione in possesso e acquisizione al patrimonio del Comune di Erice del manufatto indicato nella presupposta ordinanza n. 10/98, rimasta inottemperata quanto all’ordine di demolizione del manufatto abusivo;
Di tale provvedimento hanno chiesto l’annullamento, previa sospensione dell’efficacia, deducendone oltre l’illegittimità derivata per i medesimi motivi di cui ai ricorsi r.g. n. 1727/98 e n. 1728/98, l’autonomo vizio di “Violazione art. 7 legge 47/85”.
Il Comune di Erice, si è costituito in giudizio per resistere a entrambi i ricorsi, deducendone l’infondatezza.
La domanda di sospensione cautelare è stata respinta con ordinanze n. 162 e n. 163 del 21 gennaio 1999 riguardanti, rispettivamente i ricorsi n.r.g. 3849/98 e n.r.g. 3850/98.
C) Nell’udienza pubblica del 23 settembre 2011, i quattro ricorsi, chiamati congiuntamente, su richiesta dei difensori presenti, sono stati posti in decisione.

DIRITTO

1. Preliminarmente, va disposta la riunione dei ricorsi in epigrafe, in considerazione della loro connessione soggettiva e oggettiva.
2. Ciò posto, vanno esaminate nel merito le singole doglianze.
2.1. Con il primo, identico, motivo proposto con i ricorsi n. 1727/98 e 1728/98, entrambi i ricorrenti deducono il difetto assoluto di motivazione del diniego di sanatoria da loro presentata, in data 28 marzo 1986, ai sensi della l. n. 47 del 1985, in quanto l’affermazione ivi esplicitata della realizzazione del manufatto abusivo successivamente al 1° ottobre 1983, sarebbe priva di riferimento ai presupposti di fatto ed al ragionamento giuridico che dovrebbero sorreggerla.
Il motivo è infondato.
Per giurisprudenza pacifica, il diniego della sanatoria edilizia non richiede, infatti, una motivazione specifica e diffusa, essendo sufficiente, a supportare congruamente il provvedimento negativo, la constatazione dell'abuso e l'individuazione delle norme urbanistiche che si frappongono alla sanatoria dell'intervento.
Nel caso in esame, l'Amministrazione comunale intimata non soltanto ha identificato l'opera abusiva e correttamente richiamato le disposizioni legislative ritenute ostative all'accoglimento dell'istanza (l'essere stato l'immobile abusivo costruito in data successiva al 1° ottobre 1983, come fatto palese dagli atti istruttori prodotti in causa dal Comune resistente in ordine al ricorso n.r.g. 3849/98) ma ha, anche, citato il parere espresso dall’ufficio tecnico in data 25 novembre 1997, n. 377, già “trasmesso con raccomandata A.R. alla ditta in data 4 dicembre 1997, n. 36341” e richiamato il suo contenuto (“visto il verbalino istruttorio e gli atti d’ufficio, si esprime parere NEGATIVO in quanto l’immobile risulta realizzato successivamente al 1 ottobre 1983”); non è superfluo rilevare che, rispetto a tali atti, i ricorrenti non hanno esercitato il diritto di accesso.
La motivazione del diniego, in altre parole, contiene l’indicazione dei presupposti di fatto e delle ragioni giuridiche della decisione, seppur in parte per relationem, sicché essa appare conforme al parametro normativo di cui all'art. 3 della legge. n. 241/1990 (cfr. T.A.R. Piemonte, Torino, sez. I, 14 giugno 2006, n. 2487).
Per completezza, se si volesse intendere riferita la censura di difetto di motivazione anche al conseguente ordine di demolizione, essa andrebbe ritenuta parimenti è infondata giacché è ius receptum che la sanzione demolitoria non richiede alcuna specifica motivazione essendo sufficiente il mero richiamo al provvedimento al quale ha inteso dare attuazione (ex multis, v. Cons. Stato, sez. IV, 10 dicembre 2007, n. 6344).
2.2. Quanto al secondo, identico, motivo proposto con i ricorsi n. 1727/98 e 1728/98, si osserva che esso appare riferito al provvedimento a firma del Sindaco, contenuto nelle note n. 13833/98 e n. 13834/98 del 28 maggio 1998, con le quali sono state respinte le istanze di riesame ex art. 39, comma 10 bis, della legge 23 dicembre 1994, n. 724, presentate il 7 maggio 1998, distintamente e rispettivamente, da Salvatore Virgilio e Francesca Virgilio, sul presupposto della tardività delle stesse .
Va premesso, innanzitutto, che sebbene tali note non risultino formalmente impugnate, il Collegio ritiene la doglianza ammissibile, poiché tali atti sono stati comunque prodotti in giudizio e non è equivocabile la sua riferibilità a questi ultimi.
In ogni caso, il motivo è infondato.
Si contesta l’interpretazione che il Comune intimato avrebbe dato dell'art. 2, comma 38, della legge 23 dicembre 1996, n. 662 (Misure di razionalizzazione della finanza pubblica), nella parte in cui prevede che la richiesta di riesame delle domande di concessione in sanatoria, per le quali vi è stato un provvedimento di diniego (art. 39, comma 10-bis, della legge 23 dicembre 1994, n. 724, "Misure di razionalizzazione della finanza pubblica"), debba essere presentata entro il termine di sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge stessa, anche qualora la notifica del provvedimento di rigetto sia intervenuta successivamente, nel caso di specie il 16 aprile 1998, nei confronti di Salvatore Virgilio e il 9 marzo 1998 di Francesca Virgilio.
Sulla questione, invero, si espressa la Corte Costituzionale, con l’ordinanza n. 174 del 10 maggio 2002, che ha dichiarato la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 2, comma 38, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 97 della Costituzione, da questo Tribunale amministrativo in fattispecie del tutto analoga, in quanto basata, innanzitutto, sull'implicito ed erroneo presupposto che la domanda di condono edilizio ex art. 39 della legge n. 724/94 possa essere presentata solo dopo la definizione di precedente e pendente domanda di condono ex artt. 31 e seguenti della legge 28 febbraio 1985, n. 47.
Il giudice delle leggi, in sintesi, ha chiarito che “la richiesta di condono-sanatoria edilizio, sia in base alla legge n. 47 del 1985, sia alla successiva legge n. 724 del 1994, può rinvenire la propria giustificazione anche in un semplice interesse alla regolarizzazione o alla certezza dei rapporti da parte di chiunque sia interessato al conseguimento della sanatoria, indipendentemente dalla presenza o dalla possibilità di avere un diverso titolo abilitativo dell'opera, anche per escludere rischi di procedimenti in corso o futuri; che, inoltre, il condono ex legge n. 724 del 1994 …introduce nuovi ed ulteriori limiti, obblighi, restrizioni soggettive ed oggettive e differenti presupposti, comportanti la riapertura dei termini, riferiti soprattutto allo spostamento in avanti del limite temporale dell'abuso commesso, esteso anche al periodo successivo al 1° ottobre 1983 fino al 31 dicembre 1993 (v. sentenze n. 416 del 1995; n. 427 del 1995);che, pertanto, proprio per evitare rischi connessi alle difficoltà di fornire la prova che la costruzione fosse stata ultimata entro la data del 1° ottobre 1983 (requisito tassativo per il condono della legge n. 47 del 1985), ben sussisteva un interesse del soggetto che aveva posto in essere l'illecito ad avvalersi della nuova procedura, che allargava il limite temporale dell'abuso entro il termine previsto, a pena di decadenza, del 31 dicembre 1993;che il legislatore del 1996, per sciogliere i dubbi che potevano sorgere al riguardo e all'evidente scopo di dare un'altra possibilità di sanatoria (accompagnata da aumento di entrate che si volevano tempestive, per esigenze anche finanziarie di bilancio), ha concesso un'ulteriore indifferenziata facoltà, consentendo - per le domande di concessione in sanatoria presentate entro i termini del precedente condono - di chiederne la rideterminazione, ove l'abuso risultasse sanabile a norma delle sopravvenute disposizioni;che, in tal modo, si accordava a tutti gli interessati la possibilità di superare il nuovo termine per la definizione agevolata delle violazioni edilizie, previsto dall'art. 39, comma 4, della legge n. 724 del 1994, mediante l'aggiunta del comma 10-bis nel medesimo art. 39 (introdotto con l'art. 2, comma 37, della legge 23 dicembre 1996, n. 662);che, tuttavia, il beneficio della sanatoria è stato accompagnato da una precisa - e non irragionevole - volontà di circoscrivere ulteriormente il termine decadenziale della domanda di concessione in sanatoria "entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore" della legge (art. 2, comma 38, della legge 23 dicembre 1996, n. 662), con una immediata integrazione (art. 10, comma 5-bis, del decreto-legge 31 dicembre 1996, n. 669 recante "Disposizioni urgenti in materia tributaria, finanziaria e contabile a completamento della manovra di finanza pubblica per l'anno 1997", modificato dalla legge di conversione 28 febbraio 1997, n. 30) con la quale si è stabilito che il termine di sessanta giorni per presentare, a pena di decadenza, la domanda di rideterminazione sulla base delle nuove norme, era indipendente dalla notifica del provvedimento di diniego ex legge n. 47 del 1985, decorrendo dalla entrata in vigore della suddetta legge”.
Ne discende l’infondatezza del mezzo.
2.3. Per quanto sopra, il provvedimento impugnato con i ricorsi nn. 1727/98 e 1728/98, resiste alle censure dedotte.
3. Sono infondati anche i connessi ricorsi n. 3849/98 e n. 3850/98.
3.1.Può essere previamente scrutinato il secondo, identico, motivo proposto con entrambi i ricorsi predetti con il quale si denuncia l’illegittimità derivata del provvedimento di immissione in possesso e acquisizione gratuita del manufatto abusivo di che trattasi, richiamando i motivi già articolati con i ricorsi n. 1727/98 e n.1728/98.
Avendo il Collegio già ritenuto l’infondatezza dei detti gravami avverso gli atti presupposti, ne consegue l’insussistenza, per le medesime ragioni esposte, dei vizi lamentati e, quindi, l’infondatezza del motivo.
3.2.E’ egualmente infondato il primo motivo dedotto, alla stregua del quale l’acquisizione gratuita al patrimonio indisponibile del Comune sarebbe stata disposta in forza del verbale di accertamento di inottemperanza alla precedente demolizione piuttosto che con apposita e specifica ordinanza del Sindaco contenente l’esatta delimitazione dell’opera oggetto di acquisizione.
A parte la genericità della sua formulazione, la censura appare comunque destituita di fondamento giacché, contrariamente a quanto dedotto dai ricorrenti, l’atto impugnato, prescindendosi dalla sua formale intestazione “atto di notifica dell’accertamento di inottemperanza all’ingiunzione di demolizione”, ha il contenuto inequivocabile di atto sanzionatorio di acquisizione basato sul presupposto dell’inottemperanza al precedente ordine demolitorio e risulta emanato dal Sindaco pro tempore. Nel provvedimento, inoltre, risultano indicati esattamente sia l’estensione dell’area di sedime, sia i dati catastali identificativi del fabbricato ivi insistente.
Per mera completezza, si ricorda che, in ogni caso, costituisce pacifico principio giurisprudenziale, che il Collegio condivide riguardo al fattispecie in esame, quello secondo cui, sia l’ordinanza di ingiunzione alla demolizione, sia quella di acquisizione al patrimonio comunale, possono essere adottate senza la specifica indicazione delle aree oggetto di acquisizione, giacché a tale individuazione può procedersi, sulla base dell’art. 7 della legge n. 47/1985 (oggi, art. 31 del D.P.R. n. 380/2001), con successivo e separato atto (cfr. Cons. Stato, VI, 8 aprile 2004, n. 1998; T.A.R. Calabria, Catanzaro, II, 8 marzo 2007, n. 161; T.A.R. Sardegna, II, 27 settembre 2006, n. 2013; T.A.R. Puglia, Lecce, III, 7 febbraio 2006, n. 784; T.A.R. Lazio, Roma, II, 12 aprile 2002, n. 3160).
4. In conclusione, tutti i ricorsi in epigrafe sono infondati e devono, quindi, essere respinti.
5. Le spese processuali possono essere eccezionalmente compensate.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia (Sezione Terza), definitivamente pronunciando, sui ricorsi riuniti in epigrafe indicati, li rigetta.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Palermo nella camera di consiglio del giorno 23 settembre 2011 con l'intervento dei magistrati:
Federica Cabrini, Presidente FF
Maria Cappellano, Referendario
Anna Pignataro, Referendario, Estensore



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