a cura del Dott. Francesco Barchielli



T.A.R. Lombardia Brescia, Sezione II, 8 febbraio 2012


Nessun risarcimento è dovuto per l’imposizione di fasce di rispetto stradale

SENTENZA N. 200

Nessun risarcimento è dovuto per l’imposizione di fasce di rispetto stradale. Come chiarito dalla, da tempo costante, giurisprudenza, non sono indennizzabili “i vincoli posti a carico di intere categorie di beni (tra questi, i vincoli urbanistici di tipo conformativo, e i vincoli relativi ai beni culturali e paesaggistici). In altri termini, in tema di imposizione di vincoli urbanistici, non vi è il presupposto per un indennizzo quando i modi di godimento e i limiti imposti (direttamente dalla legge ovvero mediante un particolare procedimento amministrativo) riguardino intere categorie di beni secondo caratteristiche loro intrinseche, con carattere di generalità ed in modo obiettivo; in questi casi, le limitazioni delle facoltà del proprietario ricadono nella previsione non del comma terzo, bensì del comma secondo, dell'art. 42, Cost. Pertanto, i limiti non ablatori normalmente posti nei regolamenti urbanistici o nella pianificazione urbanistica e relative norme tecniche, riguardanti altezza, cubatura, superficie coperta, distanze, zone di rispetto, indici di fabbricabilità, limiti e rapporti per zone territoriali omogenee e simili, sono vincoli conformativi, connaturali alla proprietà, e non comportano indennizzo.” (così T.A.R. Umbria, 12 luglio 2007, n. 554, ma anche, da ultimo, Cons. Stato, VI, 4 aprile 2011, n. 2083). In modo del tutto analogo e coerente, non sono suscettibili di indennizzo nemmeno i limiti derivanti dall’imposizione di una fascia di rispetto conseguente direttamente all’avvenuta realizzazione dell’opera.

FATTO

Nel ricorso in esame, ritualmente notificato e depositato, si legge che, con sentenza n. 2420 del 3 marzo 2009, il Consiglio di Stato, riformando la sentenza di questo Tribunale n. 935/2003, ha dichiarato l’obbligo del Comune di Villa di Serio di provvedere a restituire il terreno occupato nel 1983 ed invitato il Comune stesso, laddove possibile, a proporre un accordo bonario alle proprietarie per evitare tale restituzione a fronte del pagamento del relativo risarcimento del danno, quale conseguenza dell’inesistenza dell’accessione invertita e della eccepita prescrizione del diritto al risarcimento. In alternativa è stata riconosciuta la possibilità di fare ricorso al provvedimento ex art. 43 del DPR 327/2001, cui il Comune ha ritenuto, quindi, di accedere.
Nell’adottare tale provvedimento il Comune ha quantificato il risarcimento del danno dovuto in misura pari a quella offerta in occasione del tentativo di raggiungere un accordo bonario e già rifiutata dalla proprietaria e dall’usufruttuaria. Più precisamente, all’importo di euro 13.013,68 (derivante dalla trasformazione in euro della somma di lire 15.198.000 dovute per l’area occupata, 9.000.000 per la svalutazione dell’abitazione e 1.000.000 per i frutti pendenti) è stato aggiunto l’importo di Euro 17.980,11 derivante dal calcolo dei soli interessi legali, senza rivalutazione monetaria, dal 19 maggio 1983, al 30 settembre 2009 (data della formulazione della proposta di accordo bonario).
Tale quantificazione del risarcimento del danno sarebbe, secondo le ricorrenti, illegittima per violazione del comma 6 dell’art. 43 del DPR 327/01, in quanto il Comune avrebbe erroneamente ritenuto non edificabili le aree di proprietà della sig. Corna, in parte destinate sin dal primo PRG (del 1974) a sede stradale e fascia di rispetto (anche se le proporzioni tra le due destinazioni sono state ribaltate nel 1976, prevedendo 1400 mq destinati ad ampliamento stradale e 555 mq a fascia di rispetto) ed in parte (578 mq) a standard per attrezzature di interesse collettivo (impianto sportivo) nell’ambito di un piano attuativo residenziale.
In vista della pubblica udienza parte ricorrente ha depositato una memoria, nella quale, dato atto della dichiarazione di incostituzionalità dell’art. 43 del DPR 327/01, ha invocato l’applicazione del sopravvenuto art. 42 bis, ricavando dal testo dello stesso principi tali per cui il risarcimento spettante dovrebbe essere commisurato ai seguenti parametri:
- valore venale dei terreni occupati (qualificati come edificabili, in quanto inseriti in un’area avente destinazione d’uso residenziale), calcolato con riferimento al 1983 e poi attualizzato, in quanto la norma “prevede che l’acquisizione del bene non è fatta “ora per allora”, ma con effetto ex nunc” (così pag. 6 della memoria depositata il 5 dicembre 2011);
- danno non patrimoniale in misura pari al 10 per cento del valore venale;
- danno da occupazione illegittima. La misura fissata dalla legge nel 5 per cento annuo del valore del bene sarebbe, però, non conforme agli artt. 3 e 42 della Costituzione, considerato che l’indennità di occupazione illegittima (1/12 dell’indennità di esproprio) corrisponde all’8,33 per cento del valore del bene stesso. Ne deriva la proposizione della questione di legittimità costituzionale.
Anche il Comune ha depositato una propria memoria, sostenendo l’infondatezza del ricorso, in quanto la pretesa risarcitoria si fonderebbe su di una norma, l’art. 43 del DPR 327/2001, dichiarata incostituzionale. L’applicazione dell’art. 42 bis del medesimo T.U., invece, avrebbe dovuto essere richiesta con ricorso per motivi aggiunti e, quindi, sarebbe inammissibile la domanda fondata sulle prescrizioni contenute in tale norma sopravvenuta, in quanto proposta solo con memoria. In ogni caso, poiché l’art. 42 bis prevede la corresponsione di un indennizzo e non anche di somme qualificate come “risarcimento”, vi sarebbe difetto di giurisdizione del giudice amministrativo.
Nel merito la quantificazione del danno operata da parte ricorrente sarebbe inaccettabile.
Parte ricorrente ha replicato, sostenendo la giurisdizione del giudice amministrativo, l’applicabilità dell’art. 42 bis del D.P.R. 327/01, l’ammissibilità di tale domanda e, quanto alla quantificazione del risarcimento dovuto, l’inattendibilità dei valori di mercato relativi alle aree (riconosciute come edificabili), l’inconsistenza delle eccezioni relative al deprezzamento degli immobili residui, la mancata sottoscrizione di qualsiasi accordo e, soprattutto, la mancata percezione di qualsiasi somma per la svalutazione dell’area posta a nord-est e la non veridicità di quanto affermato con riferimento alla rinuncia a ogni risarcimento in sede di rilascio delle concessioni edilizie nel 1982/83. Controparte sarebbe comunque decaduta dalla possibilità di produrre prova di alcunché.
Alla pubblica udienza la causa, su conforme richiesta dei procuratori delle parti, è stata trattenuta in decisione.

DIRITTO

Il ricorso può trovare solo parziale accoglimento.
Invero il provvedimento impugnato trova origine nella sentenza del Consiglio di Stato n. 2420 del 2009, nella quale si legge che, non avendo il Comune adottato il provvedimento ex art. 43, esso ha procrastinato nel tempo l’illecito da cui sorge, in capo allo stesso, l’obbligo della restituzione del terreno e del risarcimento del danno medio tempore prodotto, considerato che, contrariamente a quanto affermato nella sentenza di primo grado, il relativo diritto non può più, dopo il superamento della teoria dell’accessione invertita, ritenersi prescritto.
La sentenza ha, quindi, riconosciuto, come possibili strade alternative alla restituzione del bene, l’adozione di tale atto (e la conseguente corresponsione del risarcimento del danno), oppure il raggiungimento di un accordo per definire il trasferimento della proprietà.
Il Consiglio di Stato ha, inoltre, precisato che, in entrambe i casi, l’acquisto della proprietà non avrebbe comunque potuto che essere subordinato alla corresponsione del risarcimento del danno, quantificabile tenuto conto della “destinazione urbanistica delle aree al momento dell’inizio della procedura espropriativa, tenendo conto della sentenza della Corte Costituzionale n. 349 del 2007, che ha dichiarato incostituzionale l’art. 5 bis, comma 7 bis, del d.l. n. 333 del 1992”.
Il giudicato così formatosi deve, però, essere coordinato con le conseguenze della sopravvenuta dichiarazione di incostituzionalità dell’art. 43 del DPR 327/01 e il successivo intervento del legislatore mediante l’introduzione dell’art. 42 bis nel medesimo testo unico.
L’avvenuta censura della legittimità del provvedimento ex art. 43 del DPR 327/01 adottato dal Comune nel caso di specie, infatti, ha impedito il consolidamento degli effetti del provvedimento, con la conseguenza che l’avvenuta dichiarazione di incostituzionalità della norma fondante non può che estendere la sua efficacia caducatoria anche nei confronti del medesimo.
È pur vero che l’art. 42 bis espressamente prevede che: “Le disposizioni del presente articolo trovano altresì applicazione ai fatti anteriori alla sua entrata in vigore ed anche se vi è già stato un provvedimento di acquisizione successivamente ritirato o annullato”, ma, continua ancora la norma in parola, “deve essere comunque rinnovata la valutazione di attualità e prevalenza dell'interesse pubblico a disporre l'acquisizione; in tal caso, le somme già erogate al proprietario, maggiorate dell'interesse legale, sono detratte da quelle dovute ai sensi del presente articolo”.
Ciò vale a dire che il Collegio, annullato il provvedimento impugnato in ragione della dichiarazione di incostituzionalità della norma che ne ha legittimato l’adozione, non può che, ancora una volta, rimettere all’Amministrazione di adottare la soluzione ritenuta maggiormente idonea per addivenire al ripristino della corrispondenza tra situazione di fatto e situazione di diritto (restituendo i terreni o acquisendo la proprietà), non senza precisare che ciò rappresenta un dovere per l’Amministrazione, come recentemente affermato in modo esplicito dalla pronuncia del Consiglio di Stato, che si ritiene pienamente condivisibile, n. 6351 del 1 dicembre 2011.
In nessun caso, infatti, si può giungere ad una condanna puramente risarcitoria a carico dell’Amministrazione, poiché una tale pronuncia presuppone un avvenuto trasferimento della proprietà del bene o per fatto illecito coincidente con l’irreversibile destinazione ad uso pubblico del terreno di proprietà privata (precluso dal primo protocollo addizionale della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo e dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, come si legge nelle sentenze T.A.R. Lazio, Roma, II quater, 14 aprile 2011, n. 3260, T.A.R. Calabria-Catanzaro, Sez. I, 1 luglio 2010, n. 1418) o mediante la stipula di un contratto o l’adozione di un provvedimento traslativo della proprietà (in entrambe i casi attività rimesse all’Amministrazione e che non possono essere sostituite dall’intervento del giudice).
Da qui la necessità di un passaggio intermedio, finalizzato all’acquisto della proprietà del bene da parte dell’ente espropriante (cfr. Cons. Stato, Sez. IV, 16 novembre 2007, n. 5830; T.A.R. Campania-Napoli, Sez. V, 5 giugno 2009, n. 3124).
Entro quarantacinque giorni dalla comunicazione della presente sentenza, dunque, il Comune dovrà optare per una delle due soluzioni rappresentate, provvedendo a stipulare un contratto (laddove sia possibile ottenere la disponibilità delle controparti), a notificare l’avviso di avvio del procedimento preordinato all’acquisizione ex art. 42 bis (assegnando alle proprietarie un tempo non inferiore a dieci giorni per la formulazione delle proprie osservazioni, anche con riferimento alla quantificazione del risarcimento del danno offerta in tale occasione) ovvero ad adottare un atto formale attestante la scelta della restituzione del terreno.
Da tutto ciò discende, però, la necessità di procedere anche all’adeguamento dei criteri e dei parametri di cui l’Amministrazione dovrà tenere conto nella quantificazione del risarcimento del danno da offrire alle proprietarie, che dovrà avvenire alla luce delle novità introdotte dal legislatore.
A tale proposito deve essere preliminarmente chiarito, però, che, annullato il decreto ex art. 43 del D.P.R. 327/01, qualora il Comune dovesse optare per la restituzione dei terreni, lo stesso sarà comunque tenuto a risarcire il danno per l’illegittima occupazione, calcolandone l’ammontare secondo il criterio di cui si darà conto nel prosieguo.
Qualora, invece, si dovesse optare per l’acquisto dei terreni occupati, si rende necessario puntualizzare che l’art. 42 bis del DPR 327/01, in modo del tutto innovativo, ha espressamente previsto che l’acquisto al patrimonio indisponibile dell’ente utilizzatore degli immobili trasformati, ma non espropriati, debba avvenire in modo non retroattivo.
Una tale precisazione (connessa al perseguimento dell’obiettivo di evitare possibili censure di incompatibilità del modo di acquisto della proprietà così disciplinato con i principi che regolano la materia, discendenti dall’art. 42 della Costituzione e dall’art. 1 del primo protocollo allegato alla CEDU) implica che, al contrario di quanto asserito da parte ricorrente, per la quantificazione del risarcimento del danno, il valore di mercato dei terreni occupati debba essere quello rilevabile al momento della traslazione della proprietà, ovvero quello proprio del momento in cui sarà adottato il provvedimento che dispone l’acquisizione ex art. 42 bis citato (in tal senso Cons. Stato, IV, 2 dicembre 2011, n. 6375).
In tal modo viene meno ogni necessità di attualizzare i valori.
Specificato il momento di riferimento, il valore di mercato dovrà, quindi, essere ricercato tenendo conto della destinazione urbanistica delle aree alla data dell’immissione in possesso (rimanendo ininfluenti, come da sempre affermato dalla giurisprudenza, le successive vicende urbanistiche dell’area).
A tale data la destinazione urbanistica delle aree interessate dalla realizzazione dell’opera pubblica è descritta (nella perizia di stima del Comune, ma anche negli atti delle ricorrenti) in parte quale sede stradale (1400 mq), in parte quale fascia di rispetto stradale (555 mq) e per 578 mq quale area a standard urbanistici per attrezzature di interesse collettivo, con specifica destinazione a impianti sportivi all’interno del perimetro di Piano attuativo residenziale.
Il Collegio ritiene, però, che tale descrizione incorra in un errore di fondo, che prende le mosse dalla convinzione che la presenza dei vincoli determini anche la destinazione urbanistica delle aree. Invero solo la “destinazione a impianti sportivi all’interno del perimetro di Piano attuativo residenziale” è una vera e propria destinazione urbanistica. La “retinatura” che individuava la sede stradale aveva, invece, l’effetto di imporre un vincolo preordinato all’esproprio, ma non ha conferito all’area una nuova destinazione urbanistica, tanto più che la viabilità in questione risulta essere strumentale a garantire un’adeguata circolazione a favore di un’area edificabile.
E, peraltro, è principio ormai consolidato in giurisprudenza quello per cui, nella stima dei terreni espropriati ai fini della determinazione dell'indennità, non si può tener conto del vincolo espropriativo, nè di vincoli d'inedificabilità previsti da strumenti generali preordinati all'espropriazione, ma deve tenersi conto soltanto dei vincoli previsti da strumenti urbanistici di ordine generale non preordinati all'esproprio, esistenti al momento del verificarsi della vicenda ablativa, nonché delle concrete ed intrinseche caratteristiche dei terreni che incidono sull'edificabilità di fatto degli stessi (cfr., ex multis e tra le più recenti, Cass. 15 gennaio 2000, n. 425; 10 febbraio 1999, n. 1113; 9 febbraio 1999, n. 1090).
Dovendosi prescindere dal vincolo espropriativo ricadente specificamente sui suoli de quibus, quindi, la possibilità legale di edificazione deve essere desunta proprio dalla zona in cui essi erano collocati, per cui, se essa è classificata come edificabile dal P. di F. da assumersi come riferimento nel caso di specie, anche le superfici acquisite per la realizzazione della strada inserita nell’ambito di tale zona debbono essere qualificate come edificabili.
Nel caso in esame, quindi, dovendosi prescindere dal vincolo preordinato all’esproprio discendente dalla previsione urbanistica relativa alla realizzazione della strada (o meglio, del raccordo tra via Dosie e via Marchesi), non può trascurarsi come l’area espropriata confini sui due lati di via Dosie e sul lato in cui quest’ultima via si innesta nella via Marchesi, lungo il confine con questa, con aree a destinazione edificabile. In ragione di ciò e del fatto che il terreno espropriato risulta essere inserito in una zona conformata come edificabile dalla variante del Piano regolatore approvata il 29 febbraio 1984, la destinazione a strada deve essere ritenuta quale vincolo espropriativo, da cui prescindere ai fini della quantificazione del risarcimento del danno (così come di quella che avrebbe dovuto essere l’indennità di espropriazione), dovendosi qualificare il terreno come a vocazione edificatoria (in termini del tutto analoghi si confronti la sentenza della Cassazione n. 434/2002).
Per quanto attiene al terreno occupato assoggettato ai limiti propri delle fasce di rispetto stradale, la giurisprudenza è concorde nel ritenere che il vincolo di inedificabilità ad esso connesso non abbia natura espropriativa, ma unicamente conformativa, in quanto riguarda una generalità di beni e di soggetti ed abbia, quindi, una funzione di salvaguardia della circolazione, indipendentemente dalla eventuale instaurazione di procedure espropriative (v. T.A.R. Milano, 21 aprile 2011, n. 1019, T.A.R. Puglia Lecce Sez. I, Sent., 19 ottobre 2011, n. 1798). Anche in questo caso, quindi, il valore delle aree dovrà essere quantificato prescindendo dalla presenza della fascia di rispetto e considerando, quindi, le stesse come edificabili.
Le aree con “destinazione a impianti sportivi all’interno del perimetro di Piano attuativo residenziale”, infine, non possono nemmeno esse essere sottratte alla qualificazione come edificabili, proprio in ragione della loro inclusione nel perimetro del piano attuativo stesso. Ciononostante, nella determinazione del loro valore di mercato, che, si ribadisce, deve essere effettuata con riferimento al momento attuale (o meglio al momento in cui avverrà l’adozione dell’atto di acquisizione), non si potrà trascurare che lo stesso è sicuramente influenzato dalla circostanza per cui il piano attuativo approvato alcuni mesi dopo l’occupazione risulta (e non è stato fornito alcun principio di prova contrario) aver traslato la potenzialità edificatoria collegata a tale area su altra di proprietà delle odierne ricorrenti.
Nella quantificazione del risarcimento del danno, quindi, per la porzione di proprietà occupata allora soggetta a tale destinazione, il Comune dovrà verificare se, al momento dell’occupazione, al terreno fosse collegata una potenzialità edificatoria (per cui, anche se utilizzabile su altro terreno, ciò incideva sul valore incrementandolo) e la realizzazione dell’opera abbia comportato la perdita della volumetria connessa: in tal caso il valore di tale terreno deve essere considerato pari a quello delle aree edificabili. Se, invece, la potenzialità edificatoria risultasse essere stata sfruttata, anche in conseguenza della sua traslazione su altro terreno, allora tale circostanza non può che diminuire il valore di mercato del terreno, fino a parificarlo, sostanzialmente, a quello delle aree agricole.
Lo stesso valore, sostanzialmente pari al prezzo di mercato delle aree agricole, dovrà essere riconosciuto per le fasce vincolate a verde di rispetto, trattandosi in questo caso di un vincolo conformativo della proprietà conseguente alla inclusione delle aree nel Piano attuativo ed in alcun modo connesso (per quanto riguarda l’incidenza sul loro valore) con la realizzazione della strada.
Nessuna contestazione è mossa alla quantificazione dei frutti pendenti, con la conseguenza che rimane fermo l’ammontare del risarcimento fissato dal Comune in misura pari al controvalore in euro di 1.000.000 di Lire.
Nessun risarcimento è dovuto per l’imposizione di fasce di rispetto stradale. Come chiarito dalla, da tempo costante, giurisprudenza, non sono indennizzabili “i vincoli posti a carico di intere categorie di beni (tra questi, i vincoli urbanistici di tipo conformativo, e i vincoli relativi ai beni culturali e paesaggistici). In altri termini, in tema di imposizione di vincoli urbanistici, non vi è il presupposto per un indennizzo quando i modi di godimento e i limiti imposti (direttamente dalla legge ovvero mediante un particolare procedimento amministrativo) riguardino intere categorie di beni secondo caratteristiche loro intrinseche, con carattere di generalità ed in modo obiettivo; in questi casi, le limitazioni delle facoltà del proprietario ricadono nella previsione non del comma terzo, bensì del comma secondo, dell'art. 42, Cost. Pertanto, i limiti non ablatori normalmente posti nei regolamenti urbanistici o nella pianificazione urbanistica e relative norme tecniche, riguardanti altezza, cubatura, superficie coperta, distanze, zone di rispetto, indici di fabbricabilità, limiti e rapporti per zone territoriali omogenee e simili, sono vincoli conformativi, connaturali alla proprietà, e non comportano indennizzo.” (così T.A.R. Umbria, 12 luglio 2007, n. 554, ma anche, da ultimo, Cons. Stato, VI, 4 aprile 2011, n. 2083).
In modo del tutto analogo e coerente, non sono suscettibili di indennizzo nemmeno i limiti derivanti dall’imposizione di una fascia di rispetto conseguente direttamente all’avvenuta realizzazione dell’opera.
Quanto al risarcimento del danno da svalutazione della parte residua rappresentata da un’area posta a nord-est che, per forma e sagoma, risulterebbe penalizzata dalla realizzazione della strada, appare rilevante la circostanza, affermata dal Comune, per cui risulterebbe essere già stato versato un indennizzo pari a 28.000.000 di lire, in conseguenza di un accordo sottoscritto dalle sig.re Corna/Lazzarini nel 1998 (deliberazione di Giunta comunale n. 87 del 1 giugno 1998), ma mai formalizzato con atto notarile a causa della mancanza di disponibilità delle signore stesse.
Invero il Comune non ha prodotto i documenti a comprova dei suddetti fatti, ma ciò non esclude che laddove effettivamente esistessero le prove dell’avvenuta liquidazione del contestato indennizzo, lo stesso dovrà necessariamente essere detratto dall’importo dovuto alla proprietaria e all’usufruttuaria. In caso contrario, la stessa perizia di parte data 21 dicembre 2009 (a pag. 4) quantifica il deprezzamento della “porzione nord-est lunga e stretta disposta a risvolto”, in 24.800.000 Lire: importo che, quindi, può essere ritenuto adeguato a compensare il danno in questione.
La regolarizzazione di tale situazione potrà, pertanto, essere assorbita in sede di adozione del provvedimento ex art. 42 bis, riconoscendo il diritto a tale indennizzo, in misura pari al corrispondente in Euro di 24.800.000 Lire, ovvero dando atto dell’avvenuta liquidazione, con conseguente detrazione dell’importo (pari a quanto effettivamente liquidato in conseguenza della deliberazione di Giunta comunale n. 87 del 1 giugno 1998) dal totale delle somme dovute.
Inoltre, il Collegio ritiene in linea di principio indennizzabile il deprezzamento dell’edificio, conseguente alla vicinanza della casa, ma non anche il danno non patrimoniale connesso alla pretesa del maggiore disturbo e inquinamento.
Ciò premesso, il Comune sostiene a tale proposito che, nel 1982 e nel 1983, fossero state rilasciate concessioni edilizie per interventi di ampliamento e sopralzo a fronte dell’impegno unilaterale a rinunciare ad ogni indennizzo per la futura realizzazione dell’opera pubblica in questione, essendo le aree già classificate in fascia di rispetto stradale. Al contrario di quanto sostenuto da parte ricorrente, una tale ipotesi appare potenzialmente in linea con la situazione allora esistente. Se, infatti, tenuto conto che sin dal 1976 il Piano regolatore prevedeva la realizzazione della viabilità in questione (e la conseguente creazione delle fasce di rispetto) e le concessioni rilasciate nel 1982/83 consentendo (come parrebbe confermato dalle planimetrie prodotte) un ampliamento dell’edificio esistente con avvicinamento a quello che era già previsto sarebbe stato il tracciato della strada, allora appare ragionevole presumere che il Comune si sia cautelato acquisendo una “rinuncia” a far valere il danno derivante dalla, già preventivata, successiva realizzazione della strada a distanza ridotta dall’edificio.
Ne discende che, nella quantificazione del risarcimento del danno dovuto in relazione all’acquisto della proprietà, il Comune dovrà valutare l’effettiva sussistenza di un tale impegno, tenendo conto che lo stesso potrà essere utile ad escludere il riconoscimento della pretesa risarcitoria delle ricorrenti solo se la documentazione in atti sia idonea a dimostrare che il danno derivante dalla vicinanza della nuova strada realizzata sia imputabile al cosciente (da parte della proprietà) avvicinamento, in sede di ampliamento dell’edificio preesistente, al sedime della futura strada, già prevista dal Piano regolatore (anche solo in adozione) alla data del rilascio della concessione edilizia.
Nell’impossibilità di fornire tale dimostrazione, appare comunque infondata la quantificazione del risarcimento del danno richiesto dalle ricorrenti in misura pari a 30.480.000 Lire, in quanto basato su un’indicazione del valore di mercato dell’edificio a metro cubo priva di ogni supporto dimostrativo e sulla parimenti apodittica indicazione della percentuale di svalutazione nel 15 per cento.
Altrettanto priva di dimostrazione dell’attendibilità è la quantificazione del costo degli interventi per la riduzione dell’inquinamento acustico che, peraltro, a distanza di tanti anni non risultano comunque essere stati realizzati.
Anche in questo caso, pertanto, spetterà al Comune offrire una somma idonea a compensare le ricorrenti della sola perdita di valore permanente subita dall’edificio quale conseguenza della vicinanza della strada, a prescindere dal danno biologico derivante dal disturbo e dall’inquinamento, il cui ristoro è da sempre escluso dalla giurisprudenza in relazione alla realizzazione di opere pubbliche.
Sul controvalore dei beni risultante dall’applicazione dei suddetti criteri, corrisposto a fronte dell’acquisizione (valore di mercato dei terreni, svalutazione della parte residua e frutti pendenti), non è dovuta la rivalutazione (essendo assunti a parametro i valori riscontrabili alla data dell’adozione del provvedimento), ma dovranno essere corrisposti gli interessi dalla data della proposizione del ricorso in esame, al saldo.
Oltre a tali somme dovrà essere altresì corrisposto (questa volta anche laddove il Comune dovesse optare per la restituzione dei terreni, come già anticipato) l’ulteriore indennizzo dovuto per l’illegittima occupazione dei terreni. Esso dovrà essere determinato in misura pari al 5 % del valore venale degli stessi, calcolato con riferimento al valore da essi posseduto in ognuno degli anni di occupazione, non avendo il Comune eccepito la prescrizione del diritto in relazione agli anni oltre gli ultimi cinque prima della proposizione del ricorso e non potendo essa essere rilevata d’ufficio.
Per ogni anno, dal 1988 (anno in cui è venuta a scadenza l’occupazione legittima) al momento dell’adozione del provvedimento, quindi, dovrà essere determinato il valore venale dei terreni occupati e su tale base dovrà essere calcolato il 5 per cento. Sulla somma così determinata per ciascun anno dovranno essere altresì corrisposti interessi e rivalutazione monetaria sino all’adozione del provvedimento traslativo della proprietà.
Il Collegio ritiene, invece, manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale proposta con riferimento all’applicazione del suddetto criterio prevista dall’art. 42 bis del DPR 327/01. Se, infatti, è pur vero che l’indennità di occupazione legittima corrisponde ad una percentuale superiore al cinque per cento, è anche vero che, da un lato l’occupazione d’urgenza è istituto alla cui applicazione il proprietario non ha possibilità di sottrarsi (al contrario di quanto si può affermare con riferimento all’occupazione illegittima, avverso il protrarsi della quale l’ordinamento riconosce specifici strumenti di tutela al proprietario), dall’altro che l’indennità di occupazione tende non solo a compensare il proprietario dell’anticipata sottrazione della disponibilità dei terreni, ma anche a monetizzare il vantaggio, in termini di più celere soddisfazione dell’interesse pubblico sotteso, conseguito dall’ente promotore.
Appare, quindi, razionale e ragionevole, in linea con i principi ricavabili dall’art. 42 della Costituzione e dall’art. 1 del Primo protocollo allegato alla CEDU, che il danno subito dal proprietario (anche in ragione della sua mancata attivazione a tutela della sua proprietà) possa essere liquidato in misura pari al doppio dell’interesse legale sul controvalore del bene sottratto alla disponibilità del proprietario.
L’incostituzionalità della norma è peraltro esclusa dall’espressa precisazione secondo cui è data facoltà al proprietario di comprovare l’eventuale maggior danno subito, in tal modo ammettendo la possibilità di ancorare il risarcimento al danno realmente subito, così come preteso dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo affinché si possa ritenere rispettato il diritto fondamentale alla proprietà privata.
Accolto il ricorso, nei sensi e nei limiti sopra detti, le spese del giudizio debbono seguire l’ordinaria regola della soccombenza.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia sezione staccata di Brescia (Sezione Seconda), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie nei sensi e nei limiti di cui in motivazione e per l’effetto;
- annulla l’atto impugnato;
- ordina al Comune di porre in essere le misure indicate in motivazione, attivando e concludendo il procedimento volto alla emanazione del provvedimento di acquisizione dell’area, ai sensi dell’art. 42 bis del DPR 327/01, ovvero alla materiale rimozione dell’opera realizzata, entro i termini fissati.
Condanna il Comune al pagamento delle spese del giudizio a favore delle ricorrenti, nella misura di Euro 3.000 (tremila/00), oltre ad IVA, C.P.A., rimborso forfetario delle spese e rimborso del contributo unificato dalle stesse anticipato ai sensi del comma 6 bis dell’articolo 13 del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Brescia nella camera di consiglio del giorno 26 gennaio 2012 con l'intervento dei magistrati:
Giorgio Calderoni, Presidente
Stefano Tenca, Consigliere
Mara Bertagnolli, Primo Referendario, Estensore



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