a cura del Dott. Francesco Barchielli



T.A.R. Toscana, Sezione III, 17 gennaio 2012


Non è ravvisabile a carico dell’Ente l’obbligo di indicare o di prendere in considerazione prescrizioni finalizzate a rendere l’opera compatibile con la bellezza d’insieme

SENTENZA N. 359

Non è ravvisabile a carico dell’Ente l’obbligo di indicare o di prendere in considerazione prescrizioni finalizzate a rendere l’opera compatibile con la bellezza d’insieme, la cui salvaguardia risponde ad un interesse pubblico prevalente su quello privato, anche per il rango costituzionale che il primo presenta ex art. 9 della Costituzione (Cons. Stato, V, 7.9.2009, n. 5232; TAR Campania, IV, 13.6.2007, n. 6142). L’amministrazione è infatti vincolata ad esaminare l’oggetto della domanda di condono nel suo stato esistente, ovvero il manufatto così come è stato realizzato entro la scadenza prevista dall’art. 31 della legge n. 47/1985, cosicchè la valutazione di fattibilità di eventuali successivi interventi correttivi esula dagli obblighi istruttori dell’Ente, potendo al più concretare una facoltà circoscritta ai casi di minime modifiche, che comunque non possono oltrepassare il limite della manutenzione ordinaria, in quanto interventi di maggior impatto (ad esempio la ristrutturazione e la manutenzione straordinaria) colliderebbero con la necessità che l’opera sia già integralmente eseguita, nell’attuale conformazione, al momento del termine di ultimazione dei lavori imposto dalla normativa sul condono (art. 31 della legge n. 47/1985), salvi i casi eccezionali di cui all’art. 35, comma 8, della legge n. 47/1985 concernente lavori di completamento necessari ai fini dell’utilizzabilità del manufatto.

FATTO

Il ricorrente, proprietario di alcuni terreni classificati come uliveti e di due fabbricati rurali realizzati nel 1973, in data 1.4.1986 ha presentato al Comune di Lastra a Signa domanda di condono edilizio ai sensi della legge n. 47/1985, avente ad oggetto due annessi agricoli necessari alla conduzione del terreno agricolo, identificati come locale A (costituito da struttura in muratura e tamponamento con pannelli in legno) e locale B (realizzato con struttura in legno e tamponato con lastre ondulate in lamiera), entrambi aventi carattere permanente e ad esclusivo utilizzo agricolo.
L’interessato, nell’istanza di autorizzazione paesaggistica presentata ai sensi dell’art. 1 del D.C.M. del 12.12.2005, si è dichiarato disponibile a migliorare l’aspetto dei predetti manufatti con modifiche delle finiture, dei cromatismi, della copertura e dell’aspetto architettonico.
E’ seguita, in data 21.12.2005, l’autorizzazione comunale paesaggistica.
In data 28.3.2008 la Soprintendenza ai Beni ambientali e architettonici per le province di Firenze e Pistoia ha trasmesso al Comune il decreto n. 928 del 28.3.2008, di annullamento della suddetta autorizzazione limitatamente alla parte riferita al locale B.
Il Comune, con nota del 1.9.2008, ha comunicato al ricorrente le ragioni ostative all’accoglimento dell’istanza di condono, ex art. 10 bis della legge n. 241/1990.
Successivamente, con provvedimento del 25.11.2009, l’amministrazione comunale ha respinto la domanda di condono limitatamente all’annesso B, sulla base del decreto caducatorio della Soprintendenza.
Avverso il predetto diniego e il presupposto decreto della Soprintendenza il ricorrente è insorto con l’impugnativa n. 298/2010, deducendo:
1) eccesso di potere per difetto di motivazione, carenza e/o erroneità di istruttoria; violazione dell’art. 3 della legge n. 241/1990 e dell’art. 32.4 della legge n. 47/1985;
2) violazione dell’art. 10 della legge n. 241/1990; eccesso di potere per violazione del giusto procedimento; violazione degli artt. 3 e 97 della Costituzione; eccesso di potere per sviamento; disparità di trattamento; illogicità e ingiustizia manifesta;
3) violazione dell’art. 32.4 della legge n. 47/1985; eccesso di potere per difetto di istruttoria ed errore dei presupposti; ulteriore eccesso per genericità, contraddittorietà e perplessità della motivazione.
In pendenza del gravame, il Comune ha adottato in data 16.2.2011 l’ordinanza di demolizione dell’annesso agricolo non condonato.
Avverso tale provvedimento il ricorrente è insorto con l’impugnativa n. 963/2011, deducendo:
1) eccesso di potere per difetto di motivazione, carenza ed erroneità di istruttoria; violazione dell’art. 3 della legge n. 241/1990 e dell’art. 32.4 della legge n. 47/1985;
2) violazione dell’art. 10 della legge n. 241/1990; eccesso di potere per violazione del giusto procedimento; violazione degli artt. 3 e 97 della Costituzione; eccesso di potere per sviamento, disparità di trattamento, illogicità e ingiustizia manifesta;
3) violazione dell’art. 32.4 della legge n. 47/1985; eccesso di potere per difetto di istruttoria ed errore dei presupposti; ulteriore eccesso per genericità, contraddittorietà e perplessità della motivazione.
Si sono costituiti in giudizio, per entrambi i ricorsi, il Comune di Lastra a Signa e la Soprintendenza per i Beni architettonici e il paesaggio di Firenze.
All’udienza del 26 gennaio 2012 la causa è stata posta in decisione.

DIRITTO

In via preliminare occorre riunire i ricorsi in epigrafe, stante la loro connessione oggettiva e soggettiva.
Il Comune di Lastra a Signa ha eccepito il proprio difetto di legittimazione passiva in ordine alla terza censura dedotta col primo gravame, sull’assunto che la stessa attiene all’asserita erroneità della decisione della Soprintendenza, a cui il Comune non ha concorso.
L’eccezione non è condivisibile.
L’eventuale illegittimità del decreto della Soprintendenza inficerebbe, in via derivata, la validità del diniego comunale impugnato, il quale assume a decisivo presupposto la determinazione caducatoria dell’amministrazione statale.
In definitiva il Comune non può ritenersi estraneo alla censura in questione, la cui fondatezza travolgerebbe inevitabilmente la sua determinazione sull’istanza di condono.
Entrando nel merito della trattazione del ricorso n. 298/2010, valgono le seguenti considerazioni.
Con la prima censura del ricorso n. 298/2010 il ricorrente lamenta il difetto di motivazione dell’impugnato diniego, il quale si limita a far propria la decisione di annullamento della Soprintendenza, a sua volta munita di inadeguata motivazione; aggiunge che il Comune avrebbe dovuto sottoporre a verifica l’apodittica determinazione dell’amministrazione statale.
Il rilievo è infondato.
Il provvedimento della Soprintendenza evidenzia, per quanto concerne il manufatto in questione, la mancanza di qualità costruttiva e l’uso di materiali incongrui, aspetti questi ritenuti come fonte di “degrado ambientale incompatibile con le caratteristiche del paesaggio tutelato” e tali da arrecare “notevole danno ambientale”.
Tale argomentazione è stata recepita nel contestato diniego, con il quale il Comune ha espressamente condiviso le motivazioni addotte dall’amministrazione statale a sostegno della decisione di annullamento.
Trattasi di motivazione esauriente, con la quale la Soprintendenza, e per relationem il Comune, indica gli aspetti pregiudizievoli per il contesto paesaggistico tutelato, soffermandosi sulla conformazione tipologica-costruttiva dell’annesso agricolo abusivo e sul tipo di materiali impiegati.
Trattasi infatti di manufatto avente l’aspetto di una struttura precaria, tamponato con lastre in lamiera, di per sé avulse dall’armoniosità paesaggistica d’insieme in cui l’opera si colloca (protetta dal D.M. 9.2.1967, secondo cui, tra l’altro, la località interessata è sottoposta a vincolo quale “complesso di cose immobili avente valore estetico e tradizionale” e “quadro naturale di particolare bellezza”).
La motivazione pertanto, alla luce delle caratteristiche di pregio della zona e delle caratteristiche del manufatto, dà piena contezza delle ragioni per cui le interferenze dell’abuso edilizio sul paesaggio sono giudicate intollerabili.
Su tali premesse, la scelta del Comune di respingere l’istanza di condono aderendo al giudizio espresso dall’organo statale appare immune da elementi sintomatici di eccesso di potere e correttamente motivata per relationem, anche prescindendo dall’orientamento giurisprudenziale, cui fa riferimento la difesa del Comune (pagina 7 della memoria depositata in giudizio il 23.12.2011), secondo cui “a seguito dell’annullamento disposto dal Ministero dei beni culturali ed ambientali, risulta consumato il potere di valutazione della compatibilità paesaggistica” (Cons. Stato, IV, 4.5.2011, n. 2664; nello stesso senso: TAR Toscana, I, 9.9.2003, n. 5043).
Con la seconda doglianza il ricorrente deduce di essersi reso preventivamente disponibile ad introdurre migliorie nell’aspetto del manufatto de quo, e che tuttavia l’amministrazione non ha tenuto conto della possibilità di introdurre i correttivi prospettati, in violazione dell’art. 10 della legge n. 241/1990 e degli artt. 3 e 97 della Costituzione.
Il rilievo non può essere accolto.
Quanto alla dedotta violazione dell’art. 3 della Costituzione, occorre considerare che la valutazione di compatibilità paesaggistica va effettuata con riguardo a fabbricati necessariamente differenziati circa le rispettive caratteristiche costruttive, mentre il vizio di disparità di trattamento implica non l’analogia, ma la perfetta identità oggettiva delle situazioni di fatto poste a raffronto; ne consegue che nel caso di specie non è configurabile tale profilo di illegittimità (TAR Lazio, Roma, II, 7/5/2007, n. 4047; TAR Campania, Salerno, 14/2/2002, n. 111; TAR Basilicata, 4/3/2004, n. 111), peraltro dedotto dal ricorrente mediante generico riferimento a non meglio precisati casi analoghi rispetto ai quali si sarebbe verificata la violazione del principio di uguaglianza, cosicchè manca un preciso termine di raffronto alla cui stregua vagliare la sussistenza del vizio lamentato.
Quanto agli effetti della proposta del ricorrente di introdurre modifiche migliorative, secondo il costante orientamento giurisprudenziale al quale il Collegio ritiene di aderire, non è ravvisabile a carico dell’Ente l’obbligo di indicare o di prendere in considerazione prescrizioni finalizzate a rendere l’opera compatibile con la bellezza d’insieme, la cui salvaguardia risponde ad un interesse pubblico prevalente su quello privato, anche per il rango costituzionale che il primo presenta ex art. 9 della Costituzione (Cons. Stato, V, 7.9.2009, n. 5232; TAR Campania, IV, 13.6.2007, n. 6142). L’amministrazione è infatti vincolata ad esaminare l’oggetto della domanda di condono nel suo stato esistente, ovvero il manufatto così come è stato realizzato entro la scadenza prevista dall’art. 31 della legge n. 47/1985, cosicchè la valutazione di fattibilità di eventuali successivi interventi correttivi esula dagli obblighi istruttori dell’Ente, potendo al più concretare una facoltà circoscritta ai casi di minime modifiche, che comunque non possono oltrepassare il limite della manutenzione ordinaria, in quanto interventi di maggior impatto (ad esempio la ristrutturazione e la manutenzione straordinaria) colliderebbero con la necessità che l’opera sia già integralmente eseguita, nell’attuale conformazione, al momento del termine di ultimazione dei lavori imposto dalla normativa sul condono (art. 31 della legge n. 47/1985), salvi i casi eccezionali di cui all’art. 35, comma 8, della legge n. 47/1985 concernente lavori di completamento necessari ai fini dell’utilizzabilità del manufatto.
Con il terzo motivo l’istante sostiene che l’immobile in questione non è fonte di degrado; osserva che la Soprintendenza ha svolto accertamenti in appena due anni, basandosi sul riesame delle verifiche già svolte dal Comune e senza effettuare un sopralluogo, e incorrendo in errore di valutazione laddove ha qualificato come precario l’annesso agricolo de quo, descritto invece come permanente-fisso nella relazione paesaggistica; aggiunge che, contrariamente a quanto ritenuto dalla Soprintendenza, il manufatto è compatibile con l’ambiente circostante, in quanto una delle 4 pareti è costituita da muro in pietra preesistente e l’ubicazione è ad un livello seminterrato (uno dei 4 lati non può creare danno ambientale essendo in pietra, mentre gli altri 3 ricadono in zona inferiore alla quota del viottolo poderale e quindi sono difficilmente visibili); il ricorrente al riguardo puntualizza che l’annesso ha ottenuto il parere favorevole della Provincia sotto il profilo idrogeologico.
La censura è infondata.
Il decreto di annullamento della Soprintendenza fa riferimento al carattere precario del manufatto sulla base del materiale impiegato nella sua realizzazione (legno e lastre ondulate in lamiera), tipico delle strutture provvisorie, con la conseguenza che non emerge, dagli atti impugnati, alcun errore di valutazione.
Quanto all’impatto sul territorio, se è vero che si tratta di un manufatto in parte nascosto, è altrettanto vero che sussiste la parziale visibilità della porzione in lamiera ondulata, ovvero in materiale palesemente estraneo al contesto paesaggistico (si vedano le fotografie costituenti il documento n. 10 depositato in giudizio).
Non depone diversamente la circostanza che il ricorrente abbia ottenuto il nulla osta idrogeologico, giacchè quest’ultimo non attiene all’impatto estetico dell’opera realizzata: è evidente che l’interferenza sul vincolo idrogeolico non è in alcun modo assimilabile a quella sul vincolo paesaggistico.
Non vi sono elementi sintomatici di difetto di istruttoria, in quanto la Soprintendenza ha chiesto e ottenuto ampia documentazione fotografica dei manufatti (documenti n. 8, 9 e 10 depositati in giudizio dal Comune) e relazione paesaggistica (documenti n. 11, 12 e 13), ed ha disposto un sopralluogo congiunto con il Comune (documento n. 15).
Pertanto, in assenza di profili di illogicità manifesta o incongruità della decisione assunta, le contestate valutazioni, concretanti un apprezzamento tecnico-discrezionale, restano sottratte al sindacato del giudice amministrativo, il quale non può sostituire il proprio giudizio all’apprezzamento tecnico espresso dall’amministrazione (TAR Campania, Salerno, I, 12.1.2007, n. 11).
In conclusione, il ricorso n. 298/2010 va respinto.
Quanto al ricorso n. 963/2011, si osserva quanto appresso.
Il ricorrente ha dedotto, avverso l’ordinanza di demolizione oggetto del suddetto gravame, le stesse censure sollevate col primo ricorso.
Pertanto, il giudizio di infondatezza espresso sul ricorso n. 298/2010 deve essere esteso al secondo ricorso.
In particolare, l’impugnata ordinanza di rimessa in pristino è correttamente motivata laddove richiama il decreto di annullamento della Soprintendenza e il diniego di concessione edilizia in sanatoria, costituenti atti presupposti dell’ordinanza stessa dai quali, come visto, è dato evincere le ragioni ostative al mantenimento del manufatto abusivo.
In conclusione, i ricorsi vanno respinti.
Le spese di giudizio, inclusi gli onorari difensivi, devono essere corrisposte dal ricorrente al Comune nella misura di euro 3.000 (tremila) oltre IVA e CPA; sussistono invece giusti motivi per compensare le spese di giudizio tra ricorrente e amministrazione statale.

P.Q.M.

il Tribunale Amministrativo Regionale per la Toscana (Sezione Terza), definitivamente pronunciando sui ricorsi riuniti in epigrafe, li respinge.
Condanna la ricorrente a corrispondere al Comune di Lastra a Signa la complessiva somma di euro 3.000 (tremila) oltre IVA e CPA, a titolo di spese di giudizio comprendenti gli onorari difensivi; spese compensate nei confronti della Soprintendenza.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Firenze nella camera di consiglio del giorno 26 gennaio 2012 con l'intervento dei magistrati:
Maurizio Nicolosi, Presidente
Gianluca Bellucci, Consigliere, Estensore
Silvio Lomazzi, Primo Referendario



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