a cura del Dott. Francesco Barchielli



T.A.R. Lazio Roma, Sezione I Quater, 27 febbraio 2012


Nel procedimento di denuncia di inizio di attività la scadenza del termine perentorio di trenta giorni non impedisce all’amministrazione di esercitare i conseguenti poteri di vigilanza e sanzionatori previsti dall''ordinamento

SENTENZA N. 1962

Nel procedimento di denuncia di inizio di attività la scadenza del termine perentorio di trenta giorni, previsto dall’art. 23 D.P.R. n. 380/01, pur precludendo all'amministrazione il controllo a fini inibitori, non impedisce alla stessa di verificare se le opere possono essere realizzate sulla base della denuncia stessa e, nell’ipotesi negativa, di esercitare i conseguenti poteri di vigilanza e sanzionatori previsti dall'ordinamento (Cons. Stato sez. II n. 1990/10; Cons. Stato sez. IV n. 781/10; TAR Puglia – Lecce n. 1962/10).

FATTO

Con ricorso spedito per la notifica a mezzo posta il 26/01/07 e depositato il 30/01/07 Lentini Paolo ed il Consorzio Imprese s.r.l. hanno impugnato la determinazione dirigenziale n. 3186 del 03/11/06 con cui il Comune di Roma, in relazione agli atti endoprocedimentali e connessi in epigrafe indicati, ha ordinato la demolizione delle opere ivi menzionate e consistenti nella realizzazione di una recinzione di cantiere, nell’installazione di un prefabbricato, nella gettata di cemento armato finalizzata alla costruzione di un muro di recinzione e nel riporto di terra per una superficie di circa 3.000 mq. ed un’altezza di circa mt. 1,50.
Il Comune di Roma (poi divenuto Roma Capitale), costituitosi in giudizio con comparsa depositata il 15/02/07, ha chiesto il rigetto del ricorso.
Gli altri enti intimati non si sono costituiti in giudizio.
Con ordinanza n. 953/07 del 27 febbraio 2007 il Tribunale ha accolto l’istanza cautelare proposta dai ricorrenti.
Con ricorso ex art. 25 comma 5° l. n. 241/90 spedito per la notifica a mezzo posta il 25/02/07 e depositato il 26/02/07 gli esponenti hanno chiesto l’accesso agli atti ivi indicati.
All’udienza pubblica del 26 febbraio 2012 il ricorso è stato trattenuto in decisione.

DIRITTO

Deve preliminarmente essere dichiarata la cessazione della materia del contendere in ordine alla domanda, proposta con il ricorso spedito per la notifica a mezzo posta il 19/02/07 e depositato il 26/02/07, con cui i ricorrenti hanno chiesto, ai sensi dell’art. 25 comma 5° l. n. 241/90, l’accesso agli atti oggetto dell’istanza acquisita dal Comune di Roma con protocollo n. 113329 del 21/12/06.
Infatti, secondo quanto risulta dalla memoria conclusionale depositata dai ricorrenti il 24 dicembre 2011, il Comune di Roma ha prodotto in giudizio la documentazione richiesta.
Nel merito, il ricorso è infondato e deve essere respinto.
Lentini Paolo ed il Consorzio Imprese s.r.l. impugnano la determinazione dirigenziale n. 3186 del 03/11/06 con cui il Comune di Roma, in relazione agli atti endoprocedimentali in epigrafe indicati (relazione tecnica di accertamento dell’abuso prot. n. 51041 del 06/06/06, determinazione dirigenziale n. 1908 del 03/07/06 di sospensione dei lavori, nota prot. n. 29519 del 09/06/06 di accertamento dell’abuso redatta dalla polizia municipale, nota prot. n. 31771 del 03/04/06 con cui il Comune di Roma ha ordinato di non effettuare i lavori ivi indicati, note prot. n. 49916 del 01/06/06 e n. 49920 del 01/06/06 con cui il Comune di Roma ha ordinato di non eseguire i lavori di cui alle denunce d’inizio di attività prot. n. 13526 del 09/02/06 e n. 21161 del 02/03/06), anch’essi gravati, ha ordinato la demolizione delle opere consistenti nella realizzazione di una recinzione di cantiere, nell’installazione di un prefabbricato, nella gettata di cemento armato finalizzata alla costruzione di un muro di recinzione e nel riporto di terra per una superficie di circa 3.000 mq. ed un’altezza di circa mt. 1,50.
Con la prima censura i ricorrenti prospettano la violazione dell’art. 23 d.p.r. n. 380/01 ed eccesso di potere sotto vari profili in quanto i provvedimenti repressivi impugnati avrebbero ad oggetto opere da ritenersi assentite attraverso le denunce d’inizio di attività prot. n. 13526 del 09/02/06 e n. 21161 del 2 marzo 2006 che, prima dell’esercizio del potere sanzionatorio, avrebbero dovuto essere rimosse in autotutela con le garanzie procedimentali e sostanziali previste, a tal fine, dalla normativa vigente.
Il motivo è infondato.
Le opere contestate (recinzione di cantiere, installazione di un prefabbricato, riporto di terra di 3.000 mq. circa ed altezza di mt. 1,5 circa e gettata in cemento armato per la realizzazione di un muro), comportando un significativo impatto edilizio ed urbanistico per le loro dimensioni e la natura dei materiali utilizzati, rientrano nell’ambito della “nuova costruzione” e, pertanto, ai sensi degli artt. 3 lettera e5) e 10 d.p.r. n. 380/01, avrebbero dovuto essere assentite attraverso il permesso di costruire.
Ne consegue che nella fattispecie le denunce d’inizio di attività menzionate nell’atto introduttivo non sono, sulla base della normativa vigente, idonee a legittimare le opere contestate di talchè alle stesse non deve essere riconosciuta alcuna efficacia preclusiva, tale da imporne il previo annullamento in autotutela, ai fini dell’adozione delle misure sanzionatorie.
In questo senso va condiviso l’orientamento giurisprudenziale secondo cui nel procedimento di denuncia di inizio di attività la scadenza del termine perentorio di trenta giorni, previsto dall’art. 23 D.P.R. n. 380/01, pur precludendo all'amministrazione il controllo a fini inibitori, non impedisce alla stessa di verificare se le opere possono essere realizzate sulla base della denuncia stessa e, nell’ipotesi negativa, di esercitare i conseguenti poteri di vigilanza e sanzionatori previsti dall'ordinamento (Cons. Stato sez. II n. 1990/10; Cons. Stato sez. IV n. 781/10; TAR Puglia – Lecce n. 1962/10).
Per altro, nella fattispecie le denunce d’inizio di attività prot. n. 13526 del 09/02/06 e n. 21161 del 2 marzo 2006 sono state, comunque, poste nel nulla dai provvedimenti inibitori di cui alle note n. 49916 e n. 49920 del 01/06/06 che, secondo quanto risulta dallo stesso atto introduttivo (si veda pag. 9), sono stati comunicati il 07/06/06, e, pertanto, non possono essere impugnati nel presente giudizio per decorso del termine decadenziale di legge.
Con la seconda censura (riportata ai punti 2 e 3 dell’atto introduttivo) i ricorrenti lamentano che le opere contestate, per il loro carattere temporaneo, non avrebbero dovuto essere assentite con permesso di costruire ma, al più, con d.i.a..
Il motivo è infondato.
Come già evidenziato, le opere realizzate dalla società ricorrente rientrano nell’ambito della “nuova costruzione”, prevista dall’art. 3 lettera e5) d.p.r. n. 380/01 (che, infatti, menziona espressamente i “manufatti leggeri, anche prefabbricati”).
Né può condividersi l’interpretazione di parte ricorrente che ricollega la dedotta irrilevanza edilizia dei manufatti al fatto che gli stessi debbano ritenersi destinati al soddisfacimento di esigenze temporanee in quanto strumentali all’espletamento di indagini geognostiche.
Tale destinazione, infatti, costituente il necessario presupposto per l’irrilevanza edilizia delle opere (secondo quanto previsto dagli artt. 3 lettera e5 e 6 d.p.r. n. 380/01), non è stata in alcun modo comprovata dai ricorrenti negli atti dei procedimenti edilizi ed, anzi, è smentita dalle risultanze processuali e dalla stessa evoluzione della vicenda.
In merito deve, innanzi tutto, essere rilevato che le denunce d’inizio di attività n. 13256 del 09/02/06 e n. 21161 del 02/03/06 hanno ad oggetto solo l’installazione del prefabbricato e la costruzione del muro di recinzione e non riguardano la gettata in cemento armato né il riporto di terra.
Nelle denunce stesse, poi, non è prospettato alcun significativo elemento che comprovi la temporaneità delle opere se si considera che per il container la società ricorrente si è limitata a dedurne la destinazione ad esigenze transitorie, la cui durata non è stata in alcun modo specificata, mentre per il muro manca ogni riferimento in proposito ed, anzi, la natura dei materiali utilizzati (blocchetti di pietra di tufo) induce a ritenere il manufatto caratterizzato da una significativa stabilità.
Nè negli atti procedimentali e processuali è presente alcun significativo riferimento al nesso di necessaria strumentalità tra le opere realizzate e l’attività geognostica che costituisce il presupposto indispensabile richiesto dall’art. 6 d.p.r. n. 380/01 per la riconducibilità dei manufatti nell’ambito dell’attività libera; in altri termini, non è stata fornita prova alcuna del rapporto esistente tra le opere, così come realizzate nella loro consistenza fisica (si pensi all’ingente riporto di terra), e l’attività geognostica.
L’inipotizzabilità della destinazione ad esigenze temporanee delle opere in contestazione è, del resto, confermata dal fatto che, secondo quanto dedotto dal difensore dei ricorrenti nel corso della pubblica udienza del 26 gennaio 2012, i manufatti (sequestrati dal giudice penale solo un anno e mezzo fa) si troverebbero ancora sul posto.
Con la terza censura (indicata al punto 4) i ricorrenti deducono che la recinzione non dovrebbe essere assentita con permesso di costruire in quanto opera pertinenziale e priva di rilevanza edilizia ed urbanistica.
Il motivo è infondato.
Secondo la giurisprudenza la realizzazione di un muro realizzato in pietra e di significativo impatto edilizio (come nella fattispecie) non ha natura meramente pertinenziale e, pertanto, necessita di permesso di costruire a differenza della mera recinzione la quale costituisce esplicazione delle facoltà dominicali ed, in particolare, dello ius excludendi alios (TAR Campania – Napoli n. 1941/11; TAR Sicilia – Catania n. 3847/10; Cass. penale n. 4755/07).
Nella fattispecie la società ricorrente ha realizzato una gettata in cemento armato finalizzata alla costruzione di un muro in blocchetti di pietra di tufo che, secondo la quanto dichiarato nella d.i.a. n. 21161 del 2 marzo 2006, presenta una lunghezza pari a 200 mt. ed un altezza di mt. 1,00 con sovrastante cancellata e sottostante “sottomuro che, con sezione tronco piramidale, partirà dalla quota attuale dell’appezzamento di terreno fino ad arrivare a quota strada”.
Trattasi, pertanto, di opera che, per la natura dei materiali con cui è stata realizzata e per le sue rilevanti dimensioni, presenta un significativo impatto edilizio ed urbanistico e, contrariamente a quanto dedotto nell’atto introduttivo, non può essere qualificata come mera recinzione; da ciò la necessità del permesso di costruire per la realizzazione della stessa.
Con la quarta censura i ricorrenti prospettano la violazione degli artt. 3, 10, 23 e 33 d.p.r. n. 380/01 in quanto il gravato provvedimento di demolizione avrebbe erroneamente qualificato la fattispecie come ristrutturazione edilizia e, quindi, avrebbe illegittimamente applicato l’art. 33 d.p.r. n. 380/01.
Il motivo è inammissibile per carenza d’interesse.
Come già rilevato, infatti, le opere realizzate rientrano nell’ambito degli interventi di “nuova costruzione” e, pertanto, ai sensi dell’art. 3 lettera e) e 10 d.p.r. n. 380/01, avrebbero dovuto essere assentite con permesso di costruire.
L’incontestata carenza del titolo in esame avrebbe imposto l’applicazione dell’art. 31 d.p.r. n. 380/01 ovvero di norma che sanziona la fattispecie in maniera diversa e più grave di quella in concreto applicata (art. 33 d.p.r. n. 380/01) se non altro per le conseguenze, in punto di acquisizione del bene al patrimonio comunale, riconducibili all’inottemperanza della prescrizione demolitoria.
In relazione alla necessaria qualificazione della fattispecie ai sensi dell’art. 31 d.p.r. n. 380/01 i ricorrenti non presentano, pertanto, alcun interesse all’annullamento del provvedimento nella parte in cui lo stesso applica una disciplina sanzionatoria loro più favorevole.
Per questi motivi il ricorso è infondato e deve essere respinto.
I ricorrenti, in quanto soccombenti, debbono essere condannati al pagamento delle spese del presente giudizio il cui importo viene liquidato come da dispositivo;

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Prima Quater)
definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto:
1) dichiara la cessazione della materia del contendere in ordine all’istanza di accesso;
2) per il resto, respinge il ricorso;
3) condanna i ricorrenti a pagare, in favore di Roma Capitale, le spese del presente giudizio il cui importo si liquida in complessivi euro mille/00, per diritti ed onorari, oltre IVA e CPA come per legge.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Roma nella Camera di Consiglio del giorno 26 gennaio 2012 con l'intervento dei magistrati:
Elia Orciuolo, Presidente
Pierina Biancofiore, Consigliere
Michelangelo Francavilla, Consigliere, Estensore


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