a cura del Dott. Francesco Barchielli



T.A.R. Calabria Reggio Calabria, 8 maggio 2012


Il Comune è sempre titolare della potestà urbanistica, nel cui esercizio può mutare la destinazione delle aree già a suo tempo pianificate

SENTENZA N. 312

Il Comune è sempre titolare della potestà urbanistica, nel cui esercizio può mutare la destinazione delle aree già a suo tempo pianificate, con questo realizzando egualmente l’effetto che sarebbe prodotto dall’apposizione di elementi accidentali nella deliberazione di adozione dello strumento urbanistico o di una sua variante: ma la differenza tra una variante sottoposta ad un termine misto con condizione e la più generale revisione di una variante a tempo indeterminato condotta secondo le procedure ordinarie sta nella necessità (sostanziale e niente affatto formale) che in quest’ultimo caso il potere urbanistico sia esercitato nelle forme tipiche previste, ossia con l’adozione di una nuova variante e la sua successiva approvazione in sede regionale, inclusa quella specifica forma di consultazione degli interessati che è data dalle osservazioni, adempimenti tutti che sono volti ad assicurare che l’esercizio del potere di governo del territorio sotto il profilo della pianificazione urbanistica sia condizionato ad una effettiva e ponderata valutazione attuale delle condizioni dei luoghi e delle ragioni di interesse pubblico connesse (e non affidato a meri automatismi, con le conseguenze in ordine alla certezza dei rapporti giuridici che dipendono dalla pianificazione urbanistica).

FATTO

La società ricorrente è proprietaria di un fondo sito nel Comune di Taurianova in località Casello, riportato in catasto al foglio 31, particelle 40, 41, 42, 132, 161, 330 e 331, di circa mq 22.234, con destinazione dapprima agricola e successivamente (a seguito della variante parziale di cui a seguire), con destinazione “F”, distinta in F3 ed F4.
A tale ultimo proposito, espone che in data 12.07.2004 presentava al Comune di Taurianova un progetto per la realizzazione di un insediamento turistico alberghiero con annesso centro sportivo e richiedeva una variante al PRG della destinazione del citato fondo da zona “E” agricola a zona omogenea “F”, ed in particolare a sottozone “F3 - Attrezzature e servizi privati per attività culturali, espositive – congressuali, alberghiere” ed “F4 - Attrezzature sportive private”.
Il Comune di Taurianova con la delibera n. 42 del 15.11.2004, pubblicata in pari data, adottava la richiesta variante parziale al PRG , indicando una serie di vincoli/obblighi tra i quali:
- che i lavori dovevano iniziarsi entro due anni dall’avvenuta approvazione della variante;
- che l’opera doveva ultimarsi entro i tre anni dal rilascio del permesso a costruire.
In difetto, veniva espressamente prevista la decadenza della variante e la revoca del permesso a costruire.
Tale delibera veniva successivamente integrata, su istanza della società ricorrente, per errata indicazione del foglio catastale su cui insistevano i terreni oggetto di variante, con delibera di C.C. n. 26 del 30.05.2005, pubblicata il 6.06.2005.
Sia la delibera n. 42/2004 sia quella integrativa n. 26/2005 venivano adottate seguendo le forme ordinarie e non le procedure semplificate di cui all’art. 5 T.U. legge n. 447/1998 o di cui all’art. 14 della legge regionale n. 19 /2002.
La variante veniva poi approvata dalla Regione Calabria con Decreto dirigenziale del 29.11.2005, prot. n. 132, “Registro dei decreti dei Dirigenti della Regione Calabria” n. 18631 del 01.12.2005 “limitatamente al cambio di destinazione dell’area da zona agricola a zona “F3” e “F4” e con l’obbligo che prima dell’esecuzione dei lavori si eseguano indagini preliminari al fine di accertare l’eventuale esistenza di preesistenze archeologiche”.
Il 31.08.2007 la società ricorrente presentava al Comune di Taurianova, acquisita al protocollo con il n. 17809, una Denuncia Inizio Attività ex art. 22, commi 1 e 2 (ordinaria) e commi 3 e 4 (sostitutiva) per la realizzazione della recinzione del manufatto e di varie opere da realizzarsi previa DIA (pista di gokart, spianamento del terreno, realizzazione delle pendenze e scavi per gli impianti idraulici, fognari ed elettrici).
Sennonché, con provvedimento prot. n. 8928 del 17.4.2008 il Responsabile dell’Area Tecnica - Settore 7- del Comune di Taurianova comunicava la decadenza della variante in questione, non avendo la società presentato alcuna richiesta di permesso a costruire per la realizzazione di un insediamento turistico alberghiero con annesso centro sportivo in località Casello, come da progetto.
La Società impugnava tale atto con il ricorso principale,
Successivamente, con istanza del 20.10.2008, assunta al protocollo al n. 24690, la Società chiedeva il rilascio del permesso di costruire per realizzare l’insediamento turistico alberghiero con annesso centro sportivo in Taurianova, località Casello, su area identificata in ZTO “F” nel vigente PRG, in esito alla variante parziale – in procedura ordinaria - di cui al DDG del 29.11.2005.
Con nota prot. n. 15635 del 3.06.2009, inviata per conoscenza alla società ricorrente, il Comune richiedeva un parere alla Regione Calabria, circa la situazione urbanistica dell’area interessata dal progetto relativo all’insediamento turistico.
La Regione Calabria con nota prot. n. 8430 del 29.09.2009 ribadiva il parere già espresso con precedente nota del 20.05.2009, prot. n. 2321 inviata al Comune di Taurianova, e cioè “che con DDG n. 132 del 29.11.2005 era stata approvata la Variante al PRG del Comune di Taurianova, e che, inoltre, il predetto DDG non è stato oggetto ad alcuna rettifica, modifica o annullamento, lo stesso pertanto è da ritenersi valido in ogni sua parte”.
La società proponeva ricorso avverso il silenzio inadempimento sull’istanza di permesso di costruire (RG nr. 549/2009) e, in pendenza dello stesso, veniva adottato dall'Ente locale il diniego, motivato sul presupposto che “La destinazione urbanistica dell’area, all’atto della presentazione della domanda di permesso di costruire è agricola. Tale destinazione urbanistica non permette pertanto in alcun modo la realizzazione di un insediamento turistico alberghiero con annesso centro sportivo per come richiesto dalla società ricorrente”.
Con sentenza nr. 1293/2009 del 15 dicembre 2009 il Tribunale ha quindi pronunciato l’improcedibilità per sopravvenuta carenza di interesse del ricorso n. 549/2009 proposto avverso il silenzio dell’Amministrazione.
La società, nell'ambito del ric. n. 717/2008, ha poi proposto motivi aggiunti avverso il provvedimento negativo sull'istanza di permesso di costruire, reiterando le censure già proposte contro la dichiarazione di avvenuta decadenza della variante (e che, dunque, possono essere tutte trattate congiuntamente) e chiedendo altresì il risarcimento del danno per l’aumento dei costi e per il mancato guadagno, che quantifica specificatamente.
Con un primo ordine di censure, parte ricorrente fa valere l’illegittimità degli atti impugnati per omesso preavviso di conclusione del procedimento ex art. 10 bis della l. 241/90.
Con i motivi di ricorso rubricati sub 2 e 3 del ricorso principale (reiterati anche nel ricorso per motivi aggiunti) deduce la violazione dell’art. 11 legge n. 1150/1942 e violazione dell’art. 8, l. 1150/1942 e dell’art. 1 lett. d) d.p.r. 15.01.1972 n.8. sotto diversi profili, sostenendo che la variante urbanistica sarebbe da intendersi a tempo indeterminato e non potrebbe essere considerata come soggetta a decadenza.
Con il quarto ed ultimo ordine di motivi, parte ricorrente afferma che non potrebbe considerarsi avverata la condizione presupposta per la sua decadenza, essendosi dato inizio ai lavori.
Con ordinanza nr. 743/2011 il Tribunale ha disposto istruttoria per accertare l’effettiva portata della variante adottata, ed in particolare se in sede di approvazione regionale le clausole decadenziali apposte siano state recepite oppure stralciate.
A tal fine, non risultando di ausilio né la nota regionale di chiarimenti (n. 2321 del 20.5.2009, inviata al Comune di Taurianova) né il parere richiesto dallo stesso Comune e adottato dalla Regione con nota n.8430 del 29.9.2009, è stata disposta l’acquisizione in giudizio del parere espresso dalla Commissione Urbanistica Regionale nella seduta del 31.8.2005.
Il documento è stato depositato in giudizio il 12 dicembre 2011, sia da parte dei ricorrenti che da parte dell’Amministrazione regionale – Dipartimento Urbanistica.
Alla pubblica udienza del 4 aprile 2012 la difesa del Comune ha annunciato a verbale l’avvenuta adozione di atti e provvedimenti tesi alla revoca o all’annullamento in autotutela delle delibere di approvazione della variante ed ha chiesto il rinvio dell’udienza, con l’opposizione della difesa di parte ricorrente che, invece, ha insistito per la decisione.
La causa è stata quindi trattenuta in decisione.

DIRITTO

I) Preliminarmente va ritenuto che la causa è matura per la decisione: in proposito, le attività di autotutela amministrativa del Comune resistente, solo annunciate, non hanno incidenza alcuna sull’oggetto del decidere, dal momento che esse sono preordinate alla costituzione di un nuovo assetto di interessi futuro ed incerto, che trova causa in una autonoma valutazione indipendente dal thema decidendum, così come delineato dalle ragioni di gravame. Infatti i provvedimenti finali dovranno scaturire dal confronto procedimentale con la parte interessata, il cui esito non può essere aprioristicamente previsto, né considerato come scontato.
Conseguentemente la decisione della causa non è in alcun modo pregiudicata.
II) 1. Con il primo e principale argomento di gravame, variamente trattato e sviluppato nei motivi sub 2 e 3 del ricorso e dei motivi aggiunti, la parte ricorrente si duole del diniego opposto dal Comune al proprio progetto edilizio perché tale diniego è motivato con riferimento ad una classificazione dell’area di insediamento come agricola, e non come zona “F”. Quest’ultima destinazione era l’oggetto della delibera di variante richiamata in parte motiva, sottoposta però ad una serie di condizioni (relative ai lavori ed alla realizzazione del progetto) che, secondo il Comune, sarebbero venute meno, determinando quindi la risoluzione della qualificazione a zona “F” dell’area, che sarebbe tornata ad essere agricola.
2. La soluzione della causa dipende, dunque, dalla questione dell’ammissibilità o meno di una variante urbanistica sottoposta ad un termine misto a condizione.
Alla luce dell’istruttoria appositamente disposta dal Tribunale, l’approvazione in sede regionale della variante adottata dal Comune secondo la procedura ordinaria è risultata essere limitata alla zonizzazione ad “F”, senza un'espressa considerazione delle condizioni apposte dall'Ente locale nell'adottare la variante.
Il tenore del parere della Commissione urbanistica regionale datato 31 agosto 2005, è “che la Variante parziale al Piano Regolatore Generale, redatta dall’Amministrazione Comunale ed adottata dal Comune di Taurianova con deliberazione del Consiglio Comunale n. 42 del 15.11.2004 e n. 26 del 30.05.2005 è meritevole di approvazione limitatamente al cambio di destinazione dell’area da zona agricola a zona “F3” e “F4” e con l’obbligo, richiesto da parte della Soprintendenza Archeologica, che prima dell’esecuzione dei lavori si eseguano indagini preliminari al fine di accertare l’eventuale esistenza di preesistenze archeologiche”.
Invero, l’uso dell’avverbio “limitatamente” non può che essere ritenuto come espressivo di una volontà di circoscrivere l’approvazione della variante ai soli effetti propriamente urbanistici, ovvero alla qualificazione dell’area da agricola ad “F”, con stralcio, dunque, delle condizioni variamente apposte dall’Ente alla predetta variazione, tant’è vero che, come risulta dal Decreto nr. 18631 del 1.12.2005 di approvazione della variante, il predetto parere della Commissione urbanistica regionale “con nota racc. a.r. n. 1478 del 09.09.2005 è stato notificato al Comune ai sensi della legge regionale 16/94 e succ. modif. ed integr.;” con la conseguenza, chiaramente evidenziata nell’atto di approvazione che “essendo decorsi i termini assegnati al Comune dalla soprarichiamata legge, la proposta regionale si intende tacitamente accolta in ogni sua parte”.
All’esito dell’istruttoria disposta dal Tribunale, risulta dunque accertato che l’approvazione della variante da parte della Regione è avvenuta “con modifiche”, ovvero solo ed esclusivamente con riferimento alla variazione urbanistica vera e propria della destinazione dei suoli.
Invero, ciò è coerente con i principi generali secondo i quali l’approvazione regionale è rivolta non alla delibera di adozione in quanto provvedimento, ma alla qualificazione urbanistica dell’area che ne costituisce l’oggetto, così concorrendo alla produzione dell’effetto finale della destinazione urbanistica dei suoli.
Inoltre, l’approvazione limitata alla sola destinazione urbanistica, senza le ulteriori condizioni che il Comune ha apposto alla variante, è coerente con i criteri ed i connotati tipici dell’esercizio del potere urbanistico da parte della P.A., che, in quanto rivolto a conferire una specifica qualificazione alle aree comprese nella pianificazione urbanistica avente valenza a tempo indeterminato ex art. 11 della l. 1150/1942 (così come dedotto dai ricorrenti nella seconda censura del ricorso introduttivo), è ordinariamente privo di condizioni o termini legati alla realizzazione degli interventi.
Vero è che il Comune è sempre titolare della potestà urbanistica, nel cui esercizio può mutare la destinazione delle aree già a suo tempo pianificate, con questo realizzando egualmente l’effetto che sarebbe prodotto dall’apposizione di elementi accidentali nella deliberazione di adozione dello strumento urbanistico o di una sua variante: ma la differenza tra una variante sottoposta ad un termine misto con condizione e la più generale revisione di una variante a tempo indeterminato condotta secondo le procedure ordinarie sta nella necessità (sostanziale e niente affatto formale) che in quest’ultimo caso il potere urbanistico sia esercitato nelle forme tipiche previste, ossia con l’adozione di una nuova variante e la sua successiva approvazione in sede regionale, inclusa quella specifica forma di consultazione degli interessati che è data dalle osservazioni, adempimenti tutti che sono volti ad assicurare che l’esercizio del potere di governo del territorio sotto il profilo della pianificazione urbanistica sia condizionato ad una effettiva e ponderata valutazione attuale delle condizioni dei luoghi e delle ragioni di interesse pubblico connesse (e non affidato a meri automatismi, con le conseguenze in ordine alla certezza dei rapporti giuridici che dipendono dalla pianificazione urbanistica).
Per queste ragioni, il regime attuale della destinazione delle zone interessate dalla variante è quello risultante dalla variante medesima, come approvata in sede regionale, per cui trattasi di zone “F”.
3. Chiarita l’attuale destinazione dei suoli e delle aree, va esaminata la portata effettiva delle condizioni apposte dal Comune alla delibera di variante.
Come già indicato in fatto, tali condizioni si sostanziano nell’obbligo di dare inizio ai lavori entro un determinato termine e di completarli entro un termine successivo.
All’evidenza, si tratta delle medesime condizioni che la legge impone siano apposte al rilascio di un titolo edilizio e la cui violazione comporta la decadenza del titolo medesimo, con varie conseguenze (prima tra tutte l’esposizione del titolare del permesso a costruire alle modifiche di regime urbanistico che sopravvengono al rilascio del titolo).
In generale, la violazione dei termini così configurati comporta la necessità - per il titolare del permesso a costruire - di rinnovare la richiesta del titolo edilizio, che andrà valutata alla luce della disciplina urbanistica in vigore al momento della nuova istanza.
La particolarità della fattispecie all’esame del Collegio è rappresentata dal fatto che, nell’adozione della variante, il Consiglio Comunale ha in pratica abbinato ad un provvedimento urbanistico generale le condizioni tipiche di un titolo edilizio, in funzione del quale peraltro la variante è stata finalizzata, ma senza fare di tale delibera un vero e proprio titolo edilizio (come sarebbe accaduto adottando la forma semplificata di approvazione dell’intervento, ai sensi dell’art. 5 del DPR 447/1998 e dell'art. 14 della LR 19/2002), da richiedersi dalla società secondo le procedure ordinarie, successivamente all'intervenuta efficacia della variante stessa.
La predetta “finalizzazione”, mentre non può esplicare effetti sul piano della destinazione urbanistica dei suoli perché non recepita in sede di approvazione regionale della variante e perché non compatibile con la pianificazione urbanistica di un’area, è certamente capace di conformare i rapporti tra l’Ente e la società ricorrente sotto diversi profili,in quanto oggetto di una deliberazione non impugnata ed efficace.
In primo luogo, sul piano dell’assetto di interessi che trova nelle deliberazioni in esame il proprio titolo, i termini e le condizioni apposte sono parte di un assetto “negoziale” degli interessi pubblici e privati che sono stati così composti, valevoli per le parti in quanto concretizzanti un vero e proprio accordo ex art. 11 della l. 241/1990, e dunque vincolanti sia per il Comune che per la parte ricorrente, che oggi in buona fede non si può dolere di quell’assetto di interessi che ha contribuito a determinare, solo perché le vengono opposti termini che essa stessa ha concordato ma che poi non ha rispettato.
In secondo luogo, essendo i termini in questione null’altro che la proposizione in sede di adozione della variante degli analoghi termini propri di un titolo edilizio ex art. 15 DPR 380/2001 (circostanza che trova una propria ragione nel fatto che la delibera di variante è, nella sostanza, anche approvativa del progetto di intervento edilizio, in funzione del quale la variante medesima è stata disposta), va riconosciuta nella deliberazione consiliare l’anticipazione della disciplina propria del predetto titolo edilizio, ed in questo la delibera medesima è certamente lesiva, perché ha anticipato termini e condizioni che avrebbero dovuto trovare collocazione e decorrenza solamente nel titolo edilizio vero e proprio; dunque, relativamente a tale profilo, la delibera di variante avrebbe dovuto essere immediatamente contestata nelle forme di legge.
In terzo ed ultimo luogo, attesa la loro natura e l’insuscettibilità di determinare un mutamento della destinazione dei suoli, i termini di cui si discute vanno considerati, nella disciplina dei loro effetti, alla stregua di quanto previsto dall’art. 15 del DPR 380/2001: ne deriva che la loro scadenza comporta null’altro che l’obbligo per il titolare del permesso a costruire di presentare una nuova istanza per il rilascio del titolo edilizio conformemente alla disciplina edilizia vigente (che è sempre quella che scaturisce dalla variante, quindi zona “F”, sottozone “F3” ed “F4”).
III) Da quanto sopra deriva dunque, secondo l’ordine sostanziale delle doglianze, che è fondata la seconda censura del ricorso introduttivo, con cui si lamenta che il provvedimento impugnato è stato adottato in assenza di una clausola decadenziale della variante urbanistica, essendo tale variante, come esposto sub II, a tempo indeterminato.
Invece è infondata la terza censura di ricorso introduttivo, con cui si lamenta l’inefficacia delle prescrizioni indicate nella delibera di adozione per omessa notifica al proprietario interessato, dal momento che le condizioni di cui parte ricorrente si duole sono contenute nella delibera nr. 42/2004, che la parte ricorrente ha certamente conosciuto, avendo promosso la correzione dell’errore relativo ai dati catastali dell’intervento, rettificato con la delibera nr. 26 del 30.05.2005.
Essendo fondata la seconda censura, è del tutto superfluo l'esame del primo motivo di gravame, con cui si lamenta la mancata comunicazione del preavviso di conclusione del procedimento ex art. 10 bis della l. 241/90.
E' infine infondata la quarta censura di ricorso, con cui si sostiene che non si sarebbe avverata la condizione presupposta per la decadenza della variante, essendosi dato inizio ai lavori nei termini previsti.
Quest’ultimo argomento necessita di alcune precisazioni.
Secondo parte ricorrente, nei termini decorrenti dall’approvazione della variante (disposta con il DDR Regionale nr. 18631 del 1.12.2005 e dunque correttamente computati da tale data), sono stati effettuati, previa D.I.A.(presentata all’Ente il 30.08.2007) lo spianamento del terreno, il posizionamento delle pendenze per la pista gokart, gli scavi per l’impiantistica in generale. Tanto basterebbe ad integrare le previsioni della deliberazione di adozione della variante, che ne condizionavano l’efficacia all’inizio dei lavori di realizzazione del complesso turistico entro due anni dalla variante.
Per il Tribunale l’argomento è infondato: invero, la giurisprudenza è pacifica nel ritenere che ai fini dell’art. 15 del DPR 380/2001 (ovvero ai fini del rispetto dei limiti temporali di inizio dei lavori oggetto del permesso a costruire) è necessario che siano effettuate attività che denotino un serio avvio del programma costruttivo, così come delineato nel progetto approvato (e già a tali fini, il mero sbancamento o le attività di recinzione e simili sono di norma considerate irrilevanti: cfr. ex multis, TAR Latina, Lazio, I, 19 luglio 2010, nr. 1170; TAR Pescara, Abruzzo, I, 8 marzo 2010, nr. 152).
Tuttavia nel caso di specie non sussiste ancora un titolo edilizio che concretizzi l’approvazione del progetto, e dunque è del tutto prematuro verificare la sufficienza delle attività poste in essere dalla parte ricorrente, perché anche se essa si è adoperata per avviare le attività preliminari, soggette a DIA, la mancanza del permesso a costruire vero e proprio impedisce di prospettare qualsiasi serio intento di realizzare il complesso edilizio, che è l'elemento al cui accertamento è rivolta l’indagine della giurisprudenza, quando quest’ultima esamina la condizione dello stato dei lavori, presentato come inizio sufficiente al rispetto dei termini decadenziali ordinari di cui all’art. 15 del DPR 380/01.
Ne deriva che, mancando il titolo edilizio vero e proprio ed essendosi consolidata la deliberazione nr. 42/2004 nel senso di far decorrere i termini di inizio dei lavori dalla definitiva approvazione della variante e non dal rilascio del titolo a costruire, la condizione dell’avvenuta realizzazione delle attività preliminari indicate da parte ricorrente - a tacere della loro intrinseca insufficienza già secondo i criteri ordinari individuati dalla giurisprudenza - è del tutto irrilevante, perché nei termini indicati l’acquisizione del titolo edilizio era condizione necessaria ed imprescindibile per l’avvio vero e proprio dei lavori, considerato dalla delibera nr. 42/2004 come condizione da avverarsi nel termine di un anno dalla definitività della variante.
Quanto ai motivi aggiunti, non v’è interesse alla trattazione della domanda di annullamento, in quanto il diniego impugnato (formulato nel presupposto della zonizzazione agricola) fa riserva di esaminare l’istanza edilizia all’esito dell'odierna controversia.
In ogni caso, l’annullamento della dichiarazione di decadenza della variante per le motivazioni esposte ha effetto caducante sul diniego di permesso a costruire, avendo il Comune l’obbligo di esaminare il progetto edilizio, tenendo conto della zonizzazione ad “F” dei relativi terreni.
Quanto alla domanda di risarcimento del danno, essa è infondata e va respinta, perché parte ricorrente nei motivi aggiunti l’ha correlata all’illegittimo diniego, ma, come sin qui esposto, è stata in sostanza la stessa parte ricorrente a non rispettare i termini convenuti per l’inizio dei lavori, risultanti dalla delibera consiliare di approvazione della variante, e dunque non può dolersi di un ritardo che essa stessa ha generato.
Peraltro, ogni giudizio in ordine all’eventuale danno risarcibile deve essere riservato all’esito dell’esame dell’istanza edilizia che il Comune è tenuto ad effettuare ex novo, alla luce della esatta zonizzazione dell’area, oppure all’esito dell’esercizio del potere di autotutela che il Comune intende avviare, per cui, allo stato, la domanda di risarcimento va respinta.
Il ricorso è dunque fondato solo nei termini esposti e comporta l’annullamento degli atti impugnati, con conseguente obbligo per il Comune ex art. 35, lett. “c”, del c.p.a., di esaminare il progetto edilizio presentato dalla ricorrente nei termini ordinari di legge, decorrenti dalla comunicazione della presente sentenza o sua notifica a cura di parte, ancorchè con salvezza (negli stessi termini di tempo) di ogni ulteriore e diverso provvedimento in autotutela (vedasi supra sub I), laddove ne ricorrano i presupposti di legge e di opportunità, da adottarsi con le necessarie garanzie di motivazione e partecipazione al procedimento da parte degli interessati.
L’esposizione che precede costituisce evidente causa di compensazione delle spese di lite tra le parti.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Calabria Sezione Staccata di Reggio Calabria
definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie nei limiti di cui in parte motiva e per l’effetto annulla gli atti ed i provvedimenti impugnati con il ricorso, con obbligo per l’Ente ex art. 34 lett. “c” del c.p.a., di esaminare l’istanza edilizia nei termini di cui alla parte motiva, salvo l’esercizio dell’autotutela negli stessi termini.
Rigetta la domanda di risarcimento del danno.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Reggio Calabria nella camera di consiglio del giorno 4 aprile 2012 con l'intervento dei magistrati:
Ettore Leotta, Presidente
Giuseppe Caruso, Consigliere
Salvatore Gatto Costantino, Primo Referendario, Estensore


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