a cura del Dott. Francesco Barchielli



T.A.R. Sicilia Palermo, Sezione II, 24 maggio 2012


Il rilascio dell’agibilità debba aver riguardo non solo alla regolarità igienico-sanitaria dell’edificio, ma anche alla sua conformità urbanistico-edilizia

SENTENZA N. 1055

L’attuale disciplina del certificato di agibilità è contenuta agli artt. 24, 25 e 26 del T.U. 380/2001, e la giurisprudenza, come chiarito al capo precedente della presente sentenza, è in parte orientata nel ritenere che il rilascio dell’agibilità debba aver riguardo non solo alla regolarità igienico-sanitaria dell’edificio, ma anche alla sua conformità urbanistico-edilizia (Cons. St., sez. V, 30 aprile 2009, n. 2760; id., 3 febbraio 2000, n. 592; Tar Calabria, sez. II, 22 novembre 2011 n. 1398 e 09 luglio 2011 n. 1009). Pur dando atto dell’esistenza di giurisprudenza, anche recente, di segno opposto (cfr., tra le più recenti, Tar Lazio, sez. II bis, 23 novembre 2011 n. 9212), il collegio rileva come sia la stessa legge ad individuare, nella necessaria conformità dei manufatti alle norme urbanistico-edilizie, il presupposto indispensabile per il legittimo rilascio del suddetto certificato. In tal senso depongono sia l'art. 24, comma 3, del D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 (“... il soggetto titolare del permesso di costruire ... (è) tenut(o) a chiedere il certificato di agibilità”) sia, con specifico riferimento alla normativa sul condono, l'art. 35, comma 20, della L. 28 febbraio 1985, n. 47 (“A seguito della concessione ... in sanatoria viene altresì rilasciato il certificato di ... agibilità”). Ancor prima della logica giuridica è d'altronde la ragionevolezza ad escludere che possa essere utilizzato, per qualunque destinazione, un fabbricato non conforme alla normativa urbanistico-edilizia e, come tale, in potenziale contrasto con la tutela degli interessi collettivi alla cui protezione quella disciplina è preordinata (corretto uso del suolo, difesa dell'ambiente, salubrità degli abitati, sicurezza e stabilità delle costruzioni, ecc.). Tali ragionamenti possono perfettamente applicarsi anche al tempo in cui il ricorso è stato presentato, e, quindi, vigente l’art. 221 T.U. Leggi Sanitarie.

FATTO

1. Con ricorso notificato il 5 aprile 2001, il dott. Oliviero Palma, legale rappresentante della Promoter, società che gestisce il Country Club di Palermo, impugnava il provvedimento con il quale il Comune denegava la sanatoria edilizia ex art. 13 della l. 47 del 1985 in relazione ad alcune opere realizzate nell’immobile sede dell’associazione, consistenti nella demolizione e ricostruzione di una tettoia e nello spostamento dei gazebi esistenti.
Si trattava di strutture facenti parte di una discoteca all’aperto, realizzate senza permesso sin dal 1993, mai contestate dal Comune e quindi tacitamente sanate, posto che una precedente istanza ex art. 13, presentata l’11 aprile del 1995, non veniva mai esitata.
La suddetta tettoia veniva successivamente sostituita con un’altra in materiale ignifugo, previa rimozione dell’eternit che ne costituiva l’originaria copertura.
La nuova opera riceveva il nulla osta della Sovrintendenza (nel frattempo, l’area di Mondello era stata sottoposta a vincolo) e del Genio Civile.
La società Promoter, pertanto, il 5 agosto 1997 chiedeva l’autorizzazione alle opere ex art. 5 della l.r. 37/85 (trattandosi, a suo dire, di opere di straordinaria manutenzione), e successivamente, il 1° aprile 1998, chiedeva il rilascio di un certificato di agibilità provvisoria, che veniva emesso il 1° marzo 2000.
Infine, con istanza n. 15727 del 28 luglio 1999, veniva chiesta anche la concessione edilizia in sanatoria ex art. 13 della l. 47/85.
Il Comune di Palermo, tuttavia, per mezzo del provvedimento impugnato con il ricorso principale, denegava la sanatoria affermando che a seguito della demolizione della preesistente tettoia in eternit, la zona fosse tornata alla sua originaria destinazione (area destinata alla realizzazione di attrezzature sportive) e fosse edificabile solo conformemente alla stessa.
Inoltre, il diniego si fondava anche sulla disposizione interna 2/96, che non consentiva interventi di nuova edificazione nelle aree di risulta della demolizione di immobili oggetto di condono edilizio.
2. Il suddetto diniego veniva dunque impugnato per i seguenti motivi:
I) violazione e falsa applicazione degli artt. 7 e 8 della l. 241/90 (mancata comunicazione dell’avvio del procedimento di diniego); eccesso di potere per travisamento dei fatti e sviamento.
II) Violazione e falsa applicazione degli artt. 5 della l.r. 37/85 e 20 della l.r. 71/78; eccesso di potere per travisamento dei fatti e sviamento. L’intervento sarebbe di straordinaria manutenzione e quindi non necessiterebbe di concessione edilizia, se non per la parte relativa al leggero ampliamento realizzato, finalizzato a consentire l’allocazione dei teli avvolgibili per la copertura.
III) Violazione e falsa applicazione dell’art. 13 l. 47/85; eccesso di potere per travisamento dei fatti e sviamento. Quand’anche la concessione fosse servita, il Comune avrebbe errato nella motivazione del provvedimento di diniego.
IV) Violazione e falsa applicazione degli artt. 5 della l.r. 37/85 sotto altro profilo; eccesso di potere per sviamento.
Le opere in questione, in quanto pertinenze delle strutture sportive del Country Club, non necessitavano di concessione edilizia e, in caso di costruzione mancata autorizzazione, sarebbero state assoggettate alla sola sanzione pecuniaria.
3. Con successivo provvedimento del 29 ottobre 2011, notificato l’11 novembre, il Comune di Palermo annullava il certificato provvisorio di agibilità, rilasciato il 1 marzo 2000, e ciò sul presupposto del diniego di sanatoria tempestivamente contestato.
Il ricorrente, pertanto, lo impugnava con motivi aggiunti, chiedendone la sospensione, e lamentando:
I)violazione e falsa applicazione degli artt. 7 e 8 della l. 241/90 (mancata comunicazione dell’avvio del procedimento di annullamento in autotutela; eccesso di potere per travisamento dei fatti e sviamento.
II) Eccesso di potere per difetto assoluto di motivazione in ordine all’interesse pubblico attuale e concreto alla rimozione dell’atto.
III) Violazione e falsa applicazione dell’art. 221 del T.U. delle Leggi Sanitarie sotto il profilo dell’incompetenza del soggetto che ha revocato il certificato di agibilità.
IV) Violazione e falsa applicazione dell’art. 221 del T.U. delle Leggi Sanitarie sotto il profilo dello sviamento, in quanto il certificato di agibilità non può essere annullato in ragione di profili di tipo urbanistico – edilizio, avendo esso quale esclusivo fine la cura degli interessi pubblici di tipo igienico-sanitario.
4. Costituitosi il Comune, questa Sezione, con l’ordinanza cautelare citata in epigrafe, sospendeva il provvedimento impugnato con i motivi aggiunti.
5. All’udienza pubblica del 24 aprile 2012 il Collegio tratteneva la causa in decisione.

DIRITTO

1. Il ricorso principale ed i motivi aggiunti devono essere accolti anche se non tutti i motivi prospettati risultano fondati.
2. In primo luogo, è infondato il primo motivo del ricorso principale, in quanto la comunicazione di avvio del procedimento non è dovuta in relazione ai procedimenti promossi ad iniziativa di parte quale la richiesta di concessione edilizia in sanatoria (giurisprudenza pacifica, ex plurimis, recentemente, Cons. St., sez. IV, 13 luglio 2011 n. 4257; Tar Toscana, sez. III, 27 febbraio 2009 n. 350 e 6 febbraio 2008 n. 102).
3. Con il secondo motivo la parte lamenta la violazione della disciplina regionale in materia di autorizzazioni edilizie: la ricostruzione della precedente tettoia, mediante sostituzione della originaria copertura in eternit, senza modifica della destinazione d’uso, non avrebbe necessitato di alcuna concessione edilizia ma semplicemente dell’autorizzazione del Sindaco, ex art. 5 della l.r. 37/85.
Infatti, l’intervento andrebbe annoverato tra quelli di manutenzione straordinaria (art. 20, lett. b) della l.r. 71 del 1978) e non tra quelli di ristrutturazione edilizia (art. 20, lett. d, stessa legge), come tale soggetto al regime autorizzatorio semplificato.
3.1. Anche questo motivo è infondato.
In base alla disposizione sopra citata, sono “interventi di manutenzione straordinaria le opere e le modifiche necessarie per rinnovare e sostituire parti anche strutturali degli edifici, nonchè per realizzare ed integrare i servizi igienico - sanitari e tecnologici, sempre che non alterino i volumi e le superfici delle singole unità immobiliari e non comportino modifiche delle destinazioni d' uso”.
Si tratta di interventi che “comprendono il consolidamento, il ripristino e il rinnovo degli elementi costitutivi dell' edificio, l' inserimento degli elementi accessori e degli impianti richiesti dalle esigenze dell' uso, l' eliminazione degli elementi estranei all' organismo edilizio”.
Una norma analoga si rinviene a livello nazionale (art. 3, comma 1, lett. b) del T.U. 380/2001), sicchè la giurisprudenza ad essa relativa è applicabile anche alla fattispecie regionale.
Orbene, è pacifico che possa parlarsi di opere di manutenzione straordinaria tutte le volte in cui il rifacimento di alcune parti di un manufatto preesistente, nel senso sopra indicato, non comporti variazioni plano-volumetriche delle stesse, laddove, per contro, interventi edilizi che determinino un aumento delle altezze e un mutamento di destinazione d'uso vanno qualificati come “ristrutturazione edilizia” (Tar Lecce, sez. III, 29 settembre 2011 n. 1694; .Tar Lazio, sez. I, 01 agosto 2011 n. 6834).
Pertanto, seppur il rifacimento o il puro rinnovo di un manufatto preesistente possa essere inquadrato nella categoria della manutenzione straordinaria, ciò presuppone la mancata alterazione di volumi e superfici: in sostanza, deve sussistere un duplice requisito, funzionale e strutturale, consistente sia nella finalità delle opere che nel rispetto dell’obbligo di cui sopra (Tar Napoli, sez. II, 01 aprile 2011 n. 1902; Cons. St., sez. IV, 22 marzo 2007 n. 1388).
Nel caso di specie, l’opera oggetto di sanatoria era, per l'appunto, una tettoia originariamente abusiva, poi tacitamente sanata, che è stata oggetto non di un mero rifacimento della copertura ma di una vera e propria ricostruzione (smantellamento del tetto in eternit e copertura con teloni ignifughi, poggianti su montanti e capriate in acciaio).
Come si può dedurre dalla documentazione allegata al ricorso, la struttura originaria in eternit viene sostituita da un nuovo impianto più grande di almeno un terzo dell’estensione originaria.
In base alla nuova conformazione (la circostanza è incontestata), è evidente che oltre alla copertura anche la struttura portante viene modificata, ma soprattutto è chiaro il conseguente aumento di superficie coperta, posto che la nuova tettoia copre non solo in parte l’area di sedime della copertura originaria, ma anche un’area ulteriore più esterna, che nel progetto originario era scoperta.
Ne consegue che, alla luce di quanto sopra esposto, il nuovo intervento non può qualificarsi quale “ manutenzione straordinaria” della preesistente tettoia, e quindi non è sufficiente la mera autorizzazione ex art. 5 l.r. 37/85.
È ragionevole ritenere, invece, che l’intervento in questione possa correttamente qualificarsi come “ristrutturazione edilizia” ai sensi della lett. d) dell’art. 20 della l.r. 71/78, in quanto rivolto a trasformare un organismo edilizio (la preesistente tettoia) mediante un insieme sistematico di opere, per pervenire ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente (una nuova tettoia, con medesima destinazione d’uso ma con caratteristiche strutturali e ampiezza diverse).
In base alla medesima disposizione, tali interventi comprendono il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell' edificio (nel caso di specie, la copertura in eternit, sostituita dai teloni ignifughi), la eliminazione, la modifica e l' inserimento di nuovi elementi ed impianti (costruzione di nuova struttura portante con conseguente aumento di superficie coperta).
Tale operazione avrebbe pertanto necessitato della concessione edilizia (anche in sanatoria), che infatti è stata chiesta (e non ottenuta) dal ricorrente, evidentemente consapevole dell’insufficienza della mera autorizzazione edilizia ex art. 5 l.r. 37/85.
3.2. Le argomentazioni sopra esposte consentono di rigettare anche il quarto motivo di ricorso, nel quale la tesi dell’obbligo di semplice autorizzazione edilizia viene fatta discendere dalla circostanza che le opere in questione, in quanto pertinenze delle strutture sportive del Country Club, non avrebbero necessitato di concessione edilizia.
4. E’ invece fondato il terzo motivo del ricorso principale, con il quale il ricorrente attacca direttamente le ragioni poste a fondamento del diniego di concessione in sanatoria, consistenti nella sostanziale negazione della possibilità di realizzare strutture attrezzate ma non a carattere sportivo in zone “V3”, destinate ad “attrezzature sportive future”.
Secondo il Comune, la disposizione di servizio 2/96 non consente interventi di nuova edificazione nelle aree di risulta della demolizione di immobili oggetto di condono edilizio.
Come dire che lo scoperchiamento della preesistente struttura ne avrebbe determinato la demolizione integrale, il ripristino della originaria destinazione e, di conseguenza, l’impossibilità di sanatoria del nuovo edificio.
4.1. La prospettazione del Comune è errata sotto diversi aspetti.
In primo luogo, il Collegio evidenzia che la disposizione di servizio citata (n. 2 del 1996) non è stata neppure prodotta tra la documentazione allegata dalla parte resistente, e quindi il suo contenuto non è verificabile.
In ogni caso, quand’anche il testo della suddetta disposizione fosse quello riportato nel provvedimento (circostanza non contestata), appare chiaro che – come lamentato dal ricorrente – il Comune abbia travisato la fattispecie oggetto dell’istanza, qualificando come “ nuova edificazione” un intervento che, per caratteristiche e modalità di espletamento, è sicuramente ascrivibile al genus della ristrutturazione edilizia.
Il momento trasformativo è infatti quello caratterizzante la ristrutturazione, in quanto, previa integrale demolizione delle strutture in atto, si perviene a un manufatto del tutto nuovo per consistenza e materiali utilizzati, non riconducibile in quello già esistente.
È proprio la prevalenza nell'intervento edilizio del momento trasformativo ed innovativo a determinarne la riconduzione nell'ambito dei lavori di ristrutturazione edilizia, secondo la nozione di cui all’art. 3, comma 1 lett. d) del T.U. 380/2001 e all’art. 20 lett. d) della l.r. 71/78 (Cons. St., sez. VI, 09 settembre 2005 n. 4668).
Si tratta, infatti, di un intervento avvenuto contestualmente con l’eliminazione delle vecchie strutture, che ha portato alla realizzazione di un medesimo impianto (comunque, una tettoia), senza che l’area in questione possa definirsi “ di risulta” o priva di strutture su di essa insistenti.
Il Comune ha preteso, dunque, di considerare alla stregua di una sorta di “ zona bianca” un’area che, stando alla cronologia e alla dinamica dei fatti, come prospettati dal ricorrente, non può considerarsi abbandonata, posto che l’intervento di dismissione e abbattimento delle vecchie strutture è stato realizzato in funzione del rinnovo e sostituzione delle strutture medesime.
L’Amministrazione, inoltre, non ha minimamente argomentato, nei fatti, a sostegno della propria affermazione, e non ha fornito alcun elemento idoneo a ricostruire la fattispecie concreta in modo diverso da quanto prospettato dal ricorrente.
Sicchè appare calzante l’argomentazione della difesa di quest’ultimo, che, nel contestare la sanzione comminata, ha rilevato che la nuova copertura ben avrebbe potuto essere stata costruita prima di procedere allo smantellamento di quella originaria, con l’effetto di impedire, anche solo per un attimo, di lasciare l’area priva di strutture edilizie.
5. Venendo al ricorso per motivi aggiunti avverso l’annullamento, in autotutela, del certificato provvisorio di agibilità, è sicuramente fondato il primo motivo di ricorso, sotto il profilo della mancata comunicazione dell’avvio del procedimento di annullamento d’ufficio.
L'adempimento garantistico di partecipazione e di conoscenza di cui all'art. 7, l. n. 241 del 7 agosto 1990 è, infatti, atto dovuto per tutti i procedimenti di autotutela o di secondo grado che mirano all' annullamento od alla revoca di ufficio di un provvedimento amministrativo, posto che tale decisione dell’Amministrazione pregiudica la sfera giuridica del soggetto che in origine aveva beneficiato del provvedimento annullato (Cons. St., sez. V, 27 aprile 2011 n. 2456; Tar Campania, sez. V, 01 febbraio 2012 n. 512; Tar Sardegna, sez. II, 08 agosto 2011 n. 882).
Tale adempimento, a parere del collegio, e secondo la giurisprudenza maggioritaria, è obbligatorio in tutti i casi di provvedimenti di secondo grado, ad iniziativa d’ufficio, posto gli stessi sono certamente caratterizzati da un contenuto estremamente discrezionale (ex multis, Cons. St., sez. VI, 23 settembre 1998, n. 1276) e sono adottati dall’Amministrazione come frutto di una scelta precisa, non soggetta ad alcun potere impositivo o ad alcuna pretesa da parte del privato (Tar Campania, sez. III, 08 novembre 2011 n. 5172; Tar Umbria, 28 luglio 2011 n. 250), al punto che sull’eventuale istanza sollecitatoria esterna non può mai formarsi un silenzio-inadempimento (Tar Lazio, sez. II, 27 giugno 2011 n. 5661).
5.1. Nel caso in esame, al ricorrente non è stata data formale comunicazione di avvio del procedimento diretto all’annullamento del certificato di agibilità della discoteca (datato 1 marzo 2000), né sono state evidenziate particolari ragioni di urgenza nell'adozione del provvedimento di annullamento, con la conseguenza che già sotto questo profilo il provvedimento impugnato è illegittimo.
Invero, la partecipazione procedimentale del ricorrente avrebbe potuto contribuire alla completezza della fase istruttoria del procedimento stesso, apportando elementi di valutazione utili a definire la vicenda, anche in ragione della circostanza che l’agibilità era stata pacificamente concessa in relazione al vecchio impianto (anch’esso oggetto di istanza di sanatoria edilizia), e che la nuova struttura, sotto un profilo strettamente igienico – sanitario, era certamente più idonea di quella precedente.
6. L’accoglimento del motivo precedente è sufficiente per affermare la fondatezza del ricorso per motivi aggiunti.
Per completezza il collegio precisa che il contenuto discrezionale del provvedimento di autotutela, in relazione alle specificità della fattispecie concreta, consente l’accoglimento anche del secondo motivo dei motivi aggiunti, che censura il difetto di motivazione sotto il profilo della mancanza del riferimento all’interesse pubblico al ritiro dell’atto annullato.
Normalmente, infatti, l’esercizio del potere di autotutela non può prescindere dall’espressa valutazione dell’interesse pubblico sotteso alla decisione amministrativa (e questo anche prima della legge n. 15 del 2005 che ha introdotto gli artt. 21 quinquies e 21 nonies della legge 241/1990, rispettivamente dedicati alla revoca e all’annullamento d’ufficio, così codificando principi già sanciti in epoca passata e relativi alla necessaria valutazione, in sede di autotutela procedimentale, del tempo trascorso dall’adozione del provvedimento ritirato, dell’affidamento ingenerato nei terzi e, soprattutto, dell’interesse pubblico al ritiro del provvedimento), fatta eccezione per quei casi in cui l’interesse pubblico sia in re ipsa.
Anche se in materia urbanistica le esigenze del ripristino della legalità sono, generalmente, idoneo supporto dell'esercizio dell'autotutela (ex multis, Cons. St., sez. V, 20 aprile 2012 n. 2322), sicchè una motivazione sull’interesse pubblico è sovente ritenuta superflua, nel caso oggetto del presente giudizio deve ritenersi che da parte del Comune sarebbe stato necessario fornire le spiegazioni circa le ragioni del provvedimento, stante la particolarità della situazione e la pendenza di un giudizio amministrativo sull’atto sostanzialmente presupposto a quello di autotutela.
Infatti, la motivazione posta a sostegno dell’annullamento d’ufficio del certificato provvisorio di agibilità della discoteca (in data 29 ottobre 2001) è stata fatta coincidere, da parte del Comune, esclusivamente con l’emissione del diniego di sanatoria (datato 29 gennaio 2001).
Non si tratta, dunque, di un mancato rilascio dell’agibilità conseguente all’accertamento dell’abusività dell’edificio (circostanza in ordine alla quale, la giurisprudenza amministrativa, dopo una fase di incertezza, è generalmente propensa nel ritenere la legittimità del diniego, si veda Cons. St., sez. V, 30 aprile 2009, n. 2760; id., 3 febbraio 2000, n. 592), bensì di un ritiro ex post di un provvedimento emesso – in data 1 marzo 2000 - in favore di un edificio la cui sanatoria era già stata richiesta, giustificato esclusivamente sulla base di un successivo diniego di sanatoria.
In pratica, al momento del rilascio dell’agibilità provvisoria (marzo 2000), la situazione di fatto dell’immobile era identica a quella esistente al momento del ritiro del provvedimento (ottobre 2011), eccezion fatta per l’intervenuto diniego di sanatoria.
Ne consegue che sarebbe stato doveroso, per l’Amministrazione, giustificare il proprio operato sotto il profilo della valutazione operata e della lesione dell’affidamento del terzo e considerato che, nel frattempo, il predetto diniego era stato oggetto di ricorso giurisdizionale (ricorso notificato il 5 aprile 2001).
Può quindi affermarsi che il suddetto provvedimento, non constando nel rilievo di una illegittimità ab origine, ma solo successiva, non avrebbe dovuto essere qualificato come “ annullamento d’ufficio” ma semmai come “ revoca” (in quanto il mutamento della situazione di fatto è successivo all’emissione del provvedimento originario, ed i suoi effetti si producono en nunc), sicchè la semplice motivazione avente ad oggetto il preteso rapporto di presupposizione/consequenzialità tra agibilità e sanatoria edilizia (per cui venendo meno la seconda va ritirata anche la prima) non costituisce una giustificazione legittima, sotto il profilo dell’interesse pubblico, dell’attività posta in essere dall’ente locale.
Sotto questo profilo, il diniego di sanatoria avrebbe dovuto essere funzionalmente motivato anche in ragione dei profili di merito censurati nel ricorso principale, comparandosi l'interesse pubblico con quello del privato che incolpevolmente ha confidato sulla legittimità dei provvedimenti originari dell'amministrazione (Tar Salerno, sez. II, 31 maggio 2011 n. 1053).
7. Vanno infine respinti la terza e quarta censura del ricorso per motivi aggiunti.
In primo luogo deve rilevarsi che l’art. 221 del T.U. delle Leggi Sanitarie è stato abrogato, a decorrere dal 30 giugno 2003, dall’articolo 136, comma 2, lettera a), del D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, come modificato dall’articolo 3 del D.L. 20 giugno 2002, n. 122.
L’attuale disciplina del certificato di agibilità è contenuta agli artt. 24, 25 e 26 del T.U. 380/2001, e la giurisprudenza, come chiarito al capo precedente della presente sentenza, è in parte orientata nel ritenere che il rilascio dell’agibilità debba aver riguardo non solo alla regolarità igienico-sanitaria dell’edificio, ma anche alla sua conformità urbanistico-edilizia (Cons. St., sez. V, 30 aprile 2009, n. 2760; id., 3 febbraio 2000, n. 592; Tar Calabria, sez. II, 22 novembre 2011 n. 1398 e 09 luglio 2011 n. 1009).
Pur dando atto dell’esistenza di giurisprudenza, anche recente, di segno opposto (cfr., tra le più recenti, Tar Lazio, sez. II bis, 23 novembre 2011 n. 9212), il collegio rileva come sia la stessa legge ad individuare, nella necessaria conformità dei manufatti alle norme urbanistico-edilizie, il presupposto indispensabile per il legittimo rilascio del suddetto certificato.
In tal senso depongono sia l'art. 24, comma 3, del D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 (“... il soggetto titolare del permesso di costruire ... (è) tenut(o) a chiedere il certificato di agibilità”) sia, con specifico riferimento alla normativa sul condono, l'art. 35, comma 20, della L. 28 febbraio 1985, n. 47 (“A seguito della concessione ... in sanatoria viene altresì rilasciato il certificato di ... agibilità”).
Ancor prima della logica giuridica è d'altronde la ragionevolezza ad escludere che possa essere utilizzato, per qualunque destinazione, un fabbricato non conforme alla normativa urbanistico-edilizia e, come tale, in potenziale contrasto con la tutela degli interessi collettivi alla cui protezione quella disciplina è preordinata (corretto uso del suolo, difesa dell'ambiente, salubrità degli abitati, sicurezza e stabilità delle costruzioni, ecc.).
Tali ragionamenti possono perfettamente applicarsi anche al tempo in cui il ricorso è stato presentato, e, quindi, vigente l’art. 221 T.U. Leggi Sanitarie.
Pertanto non coglie nel segno il motivo rivolto a censurare il provvedimento di autotutela, sotto il profilo della mancanza di collegamento tra il certificato di agibilità e l’assenza dei presupposti di legittimità urbanistico-edilziia del fabbricato.
7.1. Diventa quindi del tutto irrilevante l’ulteriore profilo di illegittimità sollevato (incompetenza dell’autore dell’atto).
8. Per le ragioni sopra esposte, il ricorso principale ed i motivi aggiunti devono essere accolti, con conseguente annullamento dei provvedimenti impugnati.
Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia (Sezione Seconda) definitivamente pronunciando sul ricorso e sui motivi aggiunti, come in epigrafe proposti, li accoglie e per l’effetto annulla i provvedimenti impugnati.
Condanna il Comune di Palermo al pagamento delle spese processuali, che liquida in euro 1500,00 (millecinquecento/00) oltre accessori di legge.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Palermo nella camera di consiglio del giorno 24 aprile 2012 con l'intervento dei Signori Magistrati:
Carlo Modica de Mohac, Presidente FF
Roberto Valenti, Primo Referendario
Maria Barbara Cavallo, Referendario, Estensore



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