a cura del Dott. Francesco Barchielli



T.A.R. Lombardia Brescia, Sezione I, 21 maggio 2012


Nella specifica materia urbanistico-edilizia la figura sintomatica della disparità di trattamento non ha concrete possibilità di applicazione

SENTENZA N. 853

È stato detto più volte che nella specifica materia urbanistico-edilizia la figura sintomatica della disparità di trattamento non ha concrete possibilità di applicazione, perché il parametro di riferimento della applicazione della norma alla fattispecie concreta viene ad essere necessariamente un’area diversa da quella oggetto di esame, e dotata di proprie caratteristiche, proprie esigenze, e proprie criticità, rispetto a cui, pertanto, non è concepibile una questione di parità di trattamento (cfr. Trga Trento, 16 maggio 21002, n. 158: in materia urbanistico - edilizia non è ipotizzabile, per quanto attiene ai relativi provvedimenti assunti dalla p.a., una disparità di trattamento fra i proprietari di fondi diversi; infatti ciascun fondo è necessariamente differenziato dagli altri, quanto meno sotto il profilo della ubicazione e quindi costituisce oggetto di autonoma considerazione).

FATTO

La ricorrente impugna la deliberazione del 20. 11. 2009 con cui il Consiglio comunale di Chiari ha respinto una osservazione presentata alla delibera di adozione del P.G.T. e lo ha approvato in via definitiva.
I motivi che sostengono il ricorso sono i seguenti:
1. il provvedimento sarebbe illegittimo perché non sarebbe stato motivato adeguatamente il rigetto; perché una osservazione sostanzialmente identica presentata da altri sarebbe stata accolta; perché la reiezione sarebbe in contraddizione con il parere favorevole degli uffici e con la decisione di accogliere l’osservazione identica presentata da altri di cui si diceva prima;
2. il provvedimento sarebbe illegittimo perché prevederebbe l’assoggettamento dell’area a piano attuativo che non sarebbe invece necessario perché si tratta di area già urbanizzata.
Si costituiva in giudizio il Comune di Chiari, che deduceva l’infondatezza dei motivi di ricorso.
Il ricorso veniva discusso nella pubblica udienza del 2. 5. 2012, all’esito della quale veniva trattenuto in decisione.

DIRITTO

I. Il ricorso è infondato.
Il ricorso ha ad oggetto un’area 4.050 mq. di proprietà della ricorrente.
Con il P.R.G. la destinazione urbanistica di quest’area era area agricola di salvaguardia e strada con limitata possibilità di edificazione.
Con il P.G.T. adottato la disciplina urbanistica dell’area in esame cambia e cambiano anche gli indici di edificazione in senso tale da comportare un notevole incremento di valore del suolo, in quanto l’area viene classificata come “ambiti residenziali consolidati a media densità”, e le viene attribuito un indice di edificabilità di 1 mc/1mq.
La ricorrente non si è accontentata di quanto ottenuto con il PGT adottato, e formula una osservazione in cui chiede di ottenere un altro 0,50 mc/mq (6000 mc. residenziale senza obbligo di piano attuativo) in quanto l’area sarebbe gravata da servitù tecnologiche e dotazioni di pubblico servizio.
In sede di istruttoria gli uffici formulano parere favorevole nella parte relativa all’ulteriore innalzamento dell’indice di fabbricabilità; e parere contrario nella parte relativa all’eliminazione dell’obbligo di piano attuativo.
In sede di discussione in Consiglio comunale l’osservazione viene interamente respinta, e viene confermata la disciplina urbanistica prevista in sede di adozione.
II. La ricorrente sostiene che difetta la motivazione nella scelta del Consiglio comunale, ma in realtà la motivazione c’è e consiste nella discussione in consiglio comunale, dove si è parlato specificamente dell’area della ricorrente e si è sottolineato che essa aveva già ottenuto a titolo compensativo un incremento della capacità edificatoria con l’adozione del PGT, non giustificandosi pertanto un ulteriore incremento degli indici.
Nella memoria di replica la ricorrente sostiene che il consigliere comunale che ha parlato dell’area della ricorrente ed ha indotto il Consiglio comunale a votare contro l’accoglimento dell’osservazione è un consigliere di minoranza, che, in quanto tale, non esprime la volontà dell’amministrazione.
Ma il provvedimento impugnato è una deliberazione del Consiglio comunale, non della Giunta; l’attività di pianificazione non è una competenza della Giunta, e quindi non esiste una volontà dell’amministrazione comunale, intesa come Giunta, ma solo una volontà dell’ente comunale che si esprime, per l’appunto, nel Consiglio.
In ogni caso, il Consiglio ha poi approvato quanto proposto dal Consigliere di minoranza, talchè la sua volontà si è trasformata nella volontà della maggioranza consiliare.
Va anche detto che la censura di difetto di motivazione proprio non si comprende, perché nel caso in esame vi è molto di più di quanto di solito si abbia nella motivazione delle scelte urbanistiche (che, come noto, sono ampiamente discrezionali).
In giurisprudenza si ritiene, infatti, che la scelta urbanistica sia sufficientemente motivata se risulta coerente con l’impostazione generale del piano, anche se la discussione sul piano e la conseguente delibera di approvazione non recano neanche una menzione ai motivi che hanno indotto a prevedere un certo trattamento urbanistico per l’area oggetto del giudizio. Si ricava, cioè, una motivazione indiretta dalla stessa scelta che è stata fatta, purchè essa sia coerente con l’impostazione generale.
Nel caso in esame, invece, vi è molto di più, perché l’area è stata oggetto di specifica discussione in Consiglio, e la motivazione della scelta urbanistica fatta dall’ente Comune quindi non è ricavata in via indiretta, ma reale.
III. Si sostiene, inoltre, la disparità di trattamento, perchè una osservazione sostanzialmente identica presentata da altri sarebbe stata accolta.
Ma il presupposto dell’applicabilità della figura sintomatica dell’eccesso di potere per disparità di trattamento è che si versi nella identica situazione (Tar Lazio, sez. I, 18 agosto 2008 , n. 7843), perché non è logicamente, prima che giuridicamente concepibile, la parità di trattamento tra situazioni differenti.
Ed è stato detto più volte che nella specifica materia urbanistico-edilizia la figura sintomatica della disparità di trattamento non ha concrete possibilità di applicazione, perché il parametro di riferimento della applicazione della norma alla fattispecie concreta viene ad essere necessariamente un’area diversa da quella oggetto di esame, e dotata di proprie caratteristiche, proprie esigenze, e proprie criticità, rispetto a cui, pertanto, non è concepibile una questione di parità di trattamento (cfr. Trga Trento, 16 maggio 21002, n. 158: in materia urbanistico - edilizia non è ipotizzabile, per quanto attiene ai relativi provvedimenti assunti dalla p.a., una disparità di trattamento fra i proprietari di fondi diversi; infatti ciascun fondo è necessariamente differenziato dagli altri, quanto meno sotto il profilo della ubicazione e quindi costituisce oggetto di autonoma considerazione).
Nel caso in esame, la disparità di trattamento viene invocata paragonando aree molto diverse.
Si prendono i dati dalla scheda tecnica redatta dagli uffici per l’istruttoria delle due osservazioni:
- l’area Mangiavini si trova in località via Ruffiano; è normata dal piano delle regole; è in classe 3 di sensibilità paesistica; ed è classificata come componente del paesaggio agrario e dell’antropizzazione colturale; seminativo semplice; area agricola con valenza paesistica;
- l’area Masserdotti/Roncali si trova in località Santellone; è normata dal documento di piano, dal piano dei servizi e dal piano delle regole, è in classe paesistica 4; ed è classificata come componente del paesaggio urbano; aree produttive commerciali consolidate.
Si tratta, in definitiva, di due aree completamente diverse, che non consentono un raffronto in termini di disparità di trattamento.
III. Si sostiene la contraddittorietà rispetto al parere degli uffici (parzialmente favorevole) ed all’accoglimento dell’osservazione Masserdotti/Roncali.
Sull’accoglimento di tale osservazione si è già detto al punto che precede che non è utilizzabile come misura di riferimento.
Sulla contraddittorietà della decisione finale rispetto al parziale accoglimento degli uffici, va detto che il vizio di contraddittorietà tra decisione finale e parere istruttorio non deve essere ricostruito raffrontando il contenuto dell’uno e dell’altro come si se si trattasse di due diverse rappresentazione della volontà dell’ente, perché esse non hanno la stessa valenza, in quanto l’uno esprime solo un parere interno, e l’altro è l’unica manifestazione esterna della volontà dell’ente.
Il rapporto della congruenza tra l’uno e l’altro si risolve, pertanto, mediante l’apposizione di un ulteriore onere di motivazione al provvedimento finale, che, ove si discosti dal parere interlocutorio interno degli uffici (e può senz’altro farlo senza doversi sentir rivolgere la contestazione di contraddittorietà) deve indicare le ragioni per cui non ha ritenuto di seguire il parere (arg. ex art. 6 l. 241/90).
Nel caso in esame, la motivazione – come detto – vi è , perché il Consiglio comunale non si è limitato a respingere l’osservazione, ma ha discusso specificamente la posizione dell’area della ricorrente e la sua richiesta di ulteriore incremento edificatorio, talchè nessuna attività amministrativa ulteriore era dovuta per discostarsi dal parere interno.
IV. Nel secondo motivo il ricorso si concentra sull’obbligo di piano attuativo. Si sostiene che il provvedimento sarebbe illegittimo, perché prevederebbe l’assoggettamento dell’area a piano attuativo, che non sarebbe invece necessario perché si tratta di area già urbanizzata.
In realtà, in questo caso già in fase istruttoria gli uffici avevano dato parere contrario, rilevando che l’art. 32 n.t.a. prevede l’obbligo di preventiva approvazione di piano attuativo per gli interventi edilizi che richiedono l’inserimento di destinazione residenziali interessanti volumetrie maggiori di 1.500 mc., in quanto l’innalzamento dei parametri di obbligo di esecuzione attraverso piano attuativo recherebbe contrasto alle azioni di controllo sul livello di adeguamento della dotazione di servizi non solo rispetto all’ambito interessato, ma anche per il contesto nel quale si inserisce l’intervento.
Questa motivazione va esente da censure. L’impostazione generale del PGT che chiede un piano attuativo per edificazioni superiori a 1.500 mc. risponde all’esigenza di consentire di inserire meglio nel contesto i maggiori carichi urbanistici che graveranno sul territorio dopo edificazioni di tale portata; il piano attuativo è il più vicino al territorio, perché ha ad oggetto una singola area del territorio comunale, ed è quindi quello più adatto a rapportare con l’ambiente già urbanizzato i carichi urbanistici che si è deciso di insediare in una certa area.
La edificazione della ricorrente, che è destinata a costruire circa 4.000 mc. (essendo stata dotata di un indice di 1mc/mq su un’area di 4.000 mq), e che in realtà ne vorrebbe costruire 6.000 di mc. (avendo chiesto un ulteriore incremento dell’indice di altri 0,50 mc/mq), si colloca ben al di sopra della soglia limite di 1.500 mc. fissata dall’art. 32 n.t.a. per l’obbligo di piano attuativo, talchè non può far valere specificità della propria area per sostenere che la richiesta del Comune non sia proporzionata.
V. Le spese seguono la soccombenza e vengono liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia sezione staccata di Brescia (Sezione Prima), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto:
RESPINGE il ricorso.
SPESE a carico quantificate in euro 4.000, oltre spese generali, iva e cpa.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Brescia nella camera di consiglio del giorno 2 maggio 2012 con l'intervento dei magistrati:
Giuseppe Petruzzelli, Presidente
Sergio Conti, Consigliere
Carmine Russo, Primo Referendario, Estensore


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