a cura del Dott. Francesco Barchielli



T.A.R. Sicilia Palermo, Sezione III, 9 luglio 2012


Sulle due tipologie di abusi condonabili ai sensi dell’art. 32, comma 25, del D.L. 269 del 2003

SENTENZA N. 1443

L'art. 32, comma 25, del d.l. 269/2003 (nel testo risultante dalla legge di conversione n. 326/2003) dispone che "le disposizioni di cui ai capi IV e V della legge 28 febbraio 1985, n. 47, e successive modificazioni e integrazioni, come ulteriormente modificate dall'art. 39 della legge 23 dicembre 2004, n. 724, e successive modificazioni e integrazioni, nonché dal presente articolo si applicano alle opere abusive che risultino ultimate entro il 31 marzo 2003 e che non abbiano comportato ampliamento del manufatto superiore al 30 per cento della volumetria della costruzione originaria o, in alternativa, un ampliamento superiore a 750 metri cubi. Le suddette disposizioni trovano, altresì, applicazione alle opere abusive realizzate nei termini di cui sopra relative a nuove costruzioni residenziali non superiori a 750 metri cubi per singola richiesta di titolo abilitativo edilizio in sanatoria, a condizione che la nuova costruzione non superi complessivamente i 3.000 metri cubi". La norma, quindi, individua soltanto due tipologie di abusi condonabili: a) ampliamenti di edifici, senza differenza tra destinazione residenziale o non residenziale, ma con il limite del 30% della volumetria delle costruzioni originaria o, in alternativa, del limite massimo di 750 metri cubi); b) nuove costruzioni a uso residenziale (a condizione che la costruzione nel complesso non superi i 3.000 metri cubi e che le singole richieste di sanatoria non superino i 750 metri cubi). Il semplice tenore letterale della disposizione esclude la possibilità di configurare la sanabilità di nuove costruzioni a uso non residenziale, e l'interpretazione rigorosa delle norme sulla sanatoria è sempre stata affermata dalla Corte Costituzionale, in ragione del carattere eccezionale di tali disposizioni (sentenze n. 427/1995 e 416/1995; ordinanze n. 174/2002, e n. 45/2001). La predetta rigorosa interpretazione della norma in questione è stata, inoltre, costantemente affermata dalla giurisprudenza penale che ha espressamente escluso la possibilità di ammettere il condono degli immobili non aventi destinazione residenziale, poiché "per le nuove costruzioni il beneficio è limitato alle sole costruzioni non residenziali" (cfr. Cassazione, III Sezione Penale, n. 25197 del 20 giugno 2008; 19 gennaio 2007, n. 8067; 6 settembre 2006, n. 29764). Ancora, la questione della possibile condonabilità delle nuove costruzioni a uso non residenziale è stata esaminata dall'Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato n. 4/2009. Tale decisione - sebbene concernente la diversa ipotesi della non condonabilità delle nuove costruzioni non residenziali realizzate sulla base di regolari concessioni edilizie, poi, annullate in sede giurisdizionale a costruzione già ultimata - contiene tuttavia una serie di principi di carattere generale in base ai quali non è possibile l'individuazione di ulteriori ipotesi di sanatoria al di fuori di quelle espressamente e tassativamente previste dal legislatore "...atteso che lo stesso legislatore qualifica le ipotesi elencate nell'allegato come "tipologie di illecito" e che, quindi, data la loro natura di illecito amministrativo a rilevanza penale, vanno tassativamente individuate, sia al fine di farle diventare oggetto di ipotesi di illecito amministrativo o di reato e sia, all'opposto fine, di escluderne la punibilità e la conseguente possibilità di sanatoria, che costituiscono gli effetti fondamentali dell'eccezionale provvedimento di condono ...". Quindi, la mancanza di una disposizione espressa da una parte e il carattere assolutamente eccezionale delle norme in tema di condono dall'altra, non possono consentire ulteriori e non previste ipotesi di sanatoria (come ingiustificatamente fatto con la circolare 2699/2005, citata da parte ricorrente che oltre a non poter derogare alla legge, in ogni caso è stato oggetto di atto di sindacato ispettivo contenendo un'interpretazione contra legem dell'articolo 32 del decreto-legge, nel quale la sanabilità di immobili nuovi non residenziali non è contemplata).” (T.A.R. Catania, 14.4.2011, n. 932).

FATTO

Con ricorso ritualmente notificato all’Amministrazione resistente, depositato il 28.11.1997 ed iscritto al R.G. n. 4229/27, Walter Marsalone, premesso di gestire, giusta autorizzazione del Sindaco di Palermo del 25 novembre 1997, “l’attività di officina modifiche auto per handicappati” in Palermo, via Galileo Galilei n. 21; che la predetta officina è allocata in un capannone in muratura, consistente in travi e pilastri in ferro infissi al suolo con copertura di profilati in ferro e zinco per una estensione di mq 200 circa; che tale capannone gli era stato venduto con scrittura privata del luglio 1983, nella quale il dante causa gli aveva garantito che lo stesso era stato realizzato prima dell’1.10.1983; che con atto del 27.11.1986 aveva presentato domanda di concessione edilizia in sanatoria in base alla L.R. 47/85; che il Comune aveva rigettato tale istanza, sull’assunto che da un rilievo aerofotogrammetrico del 21 febbraio 1984 l’immobile in questione risultava non ancora edificato; tutto quanto sopra premesso, ha impugnato il provvedimento in epigrafe indicato lamentandone l’illegittimità per: 1) nullità del provvedimento impugnato; 2) incompetenza – violazione e falsa applicazione dell’art. 51 L. 142/1990 e dell’art. 3 del D. Lg.vo 29/93, come sostituito dall’art. 2 del D. Lg.vo 470/93; 3) violazione e falsa applicazione dell’art. 35 L. 47/85, come modificato dalla L.R. 37/85; 4) eccesso di potere per difetto di motivazione e ponderazione; 5) violazione e falsa applicazione, sotto altro profilo, dell’art. 35 L. 28 febbraio 1995 n. 47; eccesso di potere per errore nei presupposti.
Si è costituito con memoria di stile il Comune di Palermo, depositando documenti ed instando per il rigetto del ricorso avversario.
Con ricorso ritualmente notificato all’Amministrazione resistente, depositato il 29.7.1998 ed iscritto al R.G. n. 2398/1998, Walter Marsalone, premesse le medesime circostanze già esposte con il ricorso iscritto al R.G. n. 4229/97 e che il Comune di Palermo aveva reiterato il provvedimento di diniego già impugnato, munendolo questa volta di apposita sottoscrizione; tutto quanto sopra premesso, ha impugnato tale ultimo provvedimento in epigrafe meglio indicato lamentandone l’illegittimità per: 1) incompetenza – violazione e falsa applicazione dell’art. 51 L.R. 8 giugno 1990 n. 142 e dell’art. 3 D. Lg.vo 29/93, come sostituito dall’art. 2 del D. Lg.vo 470/1993; 2) violazione e falsa applicazione dell’art. 35 L. 47/85, come modificato dalla L.R. 37/1985; 3) eccesso di potere per difetto di motivazione e ponderazione; 4) violazione e falsa applicazione, sotto altro profilo, dell’art. 35 L. 47/85; eccesso di potere per errore nei presupposti.
Si è costituita l’Amministrazione, depositando documenti ed instando per il rigetto del ricorso avversario.
Con un ulteriore ricorso iscritto al R.G. n. 3177 del 1998, ritualmente notificato all’Amministrazione resistente e depositato il 4.11.1998, Walter Marsalone, premesse le medesime circostanze in fatto già esposte nei precedenti ricorsi e che in data 21 luglio 1998 aveva presentato ulteriore domanda di concessione edilizia in sanatoria ex art. 13 L. 47/85; che con provvedimento del 24 giugno 1998 il Comune di Palermo aveva ingiunto la demolizione del fabbricato abusivo; tutto quanto sopra premesso, ha impugnato tale ultimo provvedimento lamentandone l’illegittimità per: 1) incompetenza – violazione e falsa applicazione dell’art. 51 l.R. 142/1990 e dell’art. 3 D. Lg.vo 29/93 come sostituito dall’art. 2 D. Lg.vo 470/1993; 2) violazione e falsa applicazione dell’art. 8 L.R. 10/91; 3) violazione e falsa applicazione dell’art. 5 L.R. 37/85 e dell’art. 10 L. 47/85; 4) violazione e falsa applicazione dell’art. 13 L. 47/85.
All’esito dell’adunanza camerale del 19.11.1998, fissata per la trattazione dell’istanza cautelare del ricorrente, il Tribunale adito, con ordinanza n. 2047, ha accolto l’istanza di sospensione dell’esecuzione del provvedimento impugnato.
Si è costituito il Comune resistente con memoria di mero stile, producendo documenti ed instando per il rigetto del ricorso avversario.
Con successivo ricorso per motivi aggiunti il Marsalone, premesso di dover rettificare una circostanza esposta nei precedenti ricorsi ed in particolare che il tetto del capannone al momento dell’inizio del rapporto di locazione era già preesistente, anche se costituito da travi e tavole infradiciate, per come emerge all’aerofotografia del 10 marzo 1987 prodotta in atti; che per tale motivo esso era stato in seguito sostituito con una copertura zincata; che in ogni caso, per cautela, aveva presentato una istanza di concessione in sanatoria ex art. 13 della L. 47/85; che il Comune aveva rigettato tale istanza ritenuta in contrasto con le previsioni del P.R.G. approvato nel 1962, nonché con l’art. 21 delle norme di attuazione di cui alla variante generale adottata con delibera del C.C. n. 45/1997; tutto quanto sopra premesso, ha impugnato tale ultimo provvedimento, lamentandone l’illegittimità per violazione e falsa applicazione dell’art. 13 della l. 47/85 – eccesso di potere per errore nei presupposti.
Con un ulteriore ricorso per motivi aggiunti, ritualmente notificato all’Amministrazione resistente e depositato il 29.11.2007, il ricorrente, premesso che con altra istanza del 6 dicembre 2004 aveva richiesto al Comune di Palermo il rilascio della sanatoria ai sensi della L. 326/2003; che il Comune di Palermo aveva comunicato i motivi ostativi all’accoglimento consistenti nell’essere le opere “non residenziali”; che egli aveva fatto pervenire deduzioni difensive sostenendo la tesi della riconducibilità all’ambito della sanatoria anche delle opere non residenziali per come illustrato anche nella Circolare del 7 dicembre 2005 del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti; che il Comune, tuttavia, aveva rigettato anche tale ultima istanza; tutto quanto sopra premesso, ha impugnato anche l’ultimo provvedimento di diniego in epigrafe meglio indicato, lamentandone l’illegittimità per violazione e falsa applicazione dell’art. 32, comma 25 D.L. 269/1993, convertito con modificazioni in L. 326/2003 – eccesso di potere per violazione di circolare.
All’udienza pubblica del 29 maggio 2012 i ricorsi, su concorde richiesta dei procuratori delle parti, sono stati trattenuti in decisione.

DIRITTO

Va preliminarmente disposta la riunione dei ricorsi iscritti al nn. 4227/97, 2398/98 e 3177/98, stante l’identità soggettiva delle parti e la connessione oggettiva dei medesimi, in quanto vertenti tutti sui vari provvedimenti di diniego di concessione in sanatoria emessi nel tempo dall’Amministrazione resistente in merito al medesimo immobile di proprietà del ricorrente.
Deve essere dichiarato improcedibile per sopravvenuta carenza di interesse il primo dei ricorsi (quello iscritto al R.G. n. 4227/97), dal momento che il provvedimento di diniego con esso impugnato è stato sostituito in autotutela con il successivo diniego del 21 aprile 1998, notificato in data 26 maggio 1998 e ritualmente impugnato dal ricorrente con il secondo ricorso (quello iscritto al R.G. n. 2398/98).
Tale ultimo ricorso è infondato ed in quanto tale deve essere rigettato per i motivi di cui appresso.
Con un primo motivo di doglianza il ricorrente lamenta l’illegittimità del diniego di concessione edilizia del 21 aprile 1998 per incompetenza, dal momento che il provvedimento sarebbe stato adottato dall’Assessore e non dal dirigente.
La censura è infondata, dal momento che l’art. 6, comma 2 della L. 127/97 (poi divenuto art. 107 del T.U.E.L.) è stato recepito in Sicilia dall’art. 2 comma 3 della L.R. 23/98, entrato in vigore l’11.9.1998, sicché all’epoca dell’emanazione del provvedimento il passaggio di competenze all’organo amministrativo non si era ancora verificato.
In ogni caso, poi, il diniego risulta cofirmato dall’assessore e dal dirigente preposto, con la conseguenza che risulta riconducibile (anche) all’organo amministrativo asseritamente deputato alla manifestazione di volontà dell’Ente.
Con un secondo motivo di gravame – rubricato “violazione e falsa applicazione dell’art. 8 L.R. 10/91” - il Marsalone lamenta l’illegittimità del provvedimento di diniego perché emesso allorquando il silenzio assenso previsto in subiecta materia dalla L.R. invocata si sarebbe già verificato.
Il motivo non ha pregio.
L'art. 35, comma 18 della legge n. 47 del 1985 (nel testo modificato dal D.L. n. 2 del 1988) così recita: "Fermo il disposto del primo comma dell'articolo 40 e con l'esclusione dei casi di cui all'articolo 33, decorso il termine perentorio di ventiquattro mesi dalla presentazione della domanda, quest'ultima si intende accolta ove l'interessato provveda al pagamento di tutte le somme eventualmente dovute a conguaglio ed alla presentazione all'ufficio tecnico erariale della documentazione necessaria all'accatastamento”.
Per la formazione del silenzio assenso, dunque, è necessario che l’istante abbia provveduto al pagamento di tutte le somme dovute a conguaglio ed alla presentazione all’ufficio tecnico erariale della documentazione necessaria all’accatastamento.
La ricorrenza di tali elementi determina il formarsi della fattispecie legale di silenzio significativo, con la conseguenza che è onere del ricorrente allegarli e poi provarli in giudizio: in difetto di tale allegazione e prova nessun silenzio assenso può dirsi formato sulla richiesta di sanatoria del ricorrente (Cons. Giust. Amm. Sicilia , 28 aprile 2011 n. 320; C.G.A.R.S., 05 ottobre 2010 n. 1239; T.A.R. Sicilia Palermo, Sez. II, 07.11.1997, n. 1718).
Con un terzo motivo di ricorso, poi, il Marsalone lamenta, per il caso in cui il provvedimento di diniego espresso dovesse essere qualificato come atto di secondo grado ed in particolare di annullamento in autotutela, l’eccesso di potere per difetto di motivazione e di ponderazione.
La censura non può essere condivisa poiché, come detto sopra, non essendosi formato il silenzio assenso, il diniego impugnato deve essere riguardato come atto di rigetto di primo grado, sicché non si applicano le invocate regole ulteriori e proprie degli atti di autotutela.
Con un quarto motivo di ricorso – rubricato “violazione e falsa applicazione, sotto altro profilo, dell’art. 35 L. 47/85” – il Marsalone lamenta che il diniego non è stato preceduto dal parere della Commissione edilizia.
La censura non può essere condivisa dal momento che “la specialità del procedimento di condono edilizio rispetto all'ordinario procedimento di rilascio della concessione ad edificare e l'assenza di una specifica previsione in ordine alla sua necessità rendono, per il rilascio della concessione in sanatoria c.d. straordinaria (o condono), il parere della Commissione edilizia non obbligatorio, ma, tutt'al più, facoltativo, in quelle specifiche ipotesi in cui l'amministrazione ritenga discrezionalmente di acquisire eventuali informazioni e valutazioni con riguardo a particolari e sporadici casi incerti e complessi” (T.A.R. Torino Piemonte, Sez. II, 11 aprile 2012, n. 438; T.A.R. Bari Puglia, Sez. II, 02 aprile 201, n. 636; T.A.R. Napoli Campania, Sez. VII, 01 settembre 2011, n. 4259; T.A.R. Napoli Campania, Sez. VIII, 10 settembre 2010, n. 17398; Consiglio Stato, Sez. IV, 02 novembre 2009, n. 6784).
Con l’ultima censura il ricorrente si duole dell’illegittimità del provvedimento per eccesso di potere per errore nei presupposti poiché dall’aerofotogrammetria posta alla base del provvedimento non si evincerebbe “con chiarezza” l’inesistenza del manufatto, il che avrebbe reso necessaria una ulteriore istruttoria.
La censura, per come formulata, è generica ed inammissibile, dal momento che l’inesistenza del capannone alla data dell’aerofotogrammetria è solo ventilata in termini ipotetici dal ricorrente che non ha prodotto elementi di prova di segno contrario, mentre nel provvedimento medesimo, per converso, si dà atto che dal fotogramma risulta “inequivocabilmente” che alla data della ripresa aerea il corpo di fabbrica non era stato ancora edificato.
Con il primo ricorso iscritto al R.G. n. 3177/98 il Marsalone ha impugnato il provvedimento del 24 giugno 1998 di ingiunzione di demolizione dell’immobile per cui è causa.
Il ricorso è divenuto improcedibile per sopravvenuta carenza d’interesse poiché il ricorrente ha presentato, successivamente all’emanazione dell’ordinanza di ingiunzione, istanza di accertamento in conformità ex art. 13 L. L. 47/85, istanza la cui pendenza, come è noto, determina la necessità dell’Amministrazione di provvedere in ordine ad essa e, in caso di esito negativo, di riemettere un nuovo provvedimento di demolizione (Consiglio Stato, Sez. IV, 16.9.2011, n. 5228; T.A.R. Campania Napoli, Sez. VI, 12.11.2010, n. 24007).
Con il primo ricorso per motivi aggiunti il Marsalone ha impugnato il provvedimento di demolizione del 24 giugno 1998 ed il successivo diniego di accertamento in conformità ex art. 13 L.R. 47/85.
Il ricorso è improcedibile, per le ragioni appena dette, con riferimento all’ordine di demolizione ed infondato con riferimento al diniego di accertamento in conformità.
Con un unico motivo di doglianza - rubricato “violazione e falsa applicazione dell’art. 13 L. 47/85 eccesso di potere nei presupposti” – il ricorrente si duole dell’illegittimità del provvedimento perché l’Amministrazione non avrebbe considerato che il capannone preesisteva al P.R.G. del 1962, era conforme a tale piano ed era stato utilizzato come ricovero per attrezzi e prodotti agricoli, mentre solo in seguito sarebbe stato oggetto di intervento manutentivo per la sostituzione del tetto.
Il motivo non ha pregio.
L’istanza di accertamento in conformità ex art. 13 L. 47/85 è stata rigettata perché il capannone de quo risulta “in contrasto con l’art. 26 delle N.D.A., allegate al P.R.G. approvato con D.P.R.S. n. 110/A del 28.6.1992, ricadendo l’area interessata in verde privato contraddistinto dal simbolo funzionale “V2”, ove sono consentite le sole costruzioni che siano connesse con la diretta utilizzazione del verde, e con l’art. 21 delle N.d.A. allegaste alla Variante Generale P.R.G. adottata con deliberazione del C.C. n. 45 del 13.3.1997, tuttora in regime di salvaguardia, in quanto nelle aree destinate a verde storico sono ammessi soltanto interventi di manutenzione e recupero della vegetazione e delle essenze arboree”.
Al momento dell’esame della domanda di accertamento di conformità, dunque, l’immobile in esame risultava essere in contrasto con il P.R.G. e con l’art. 21 delle N.d.A. della variante generale allo stesso P.R.G., sicché non rileva la sua eventuale compatibilità con l’assetto urbanistico al momento della sua realizzazione, dal momento che è principio pacifico secondo cui l’accertamento della conformità degli immobili privi di titolo edilizio –id est abusivi – agli strumenti urbanistici deve essere svolta con riguardo al quadro normativo e regolamentare esistente al momento del rilascio del titolo in sanatoria (T.A.R. Lazio Roma, Sez. II, 20 novembre 2008, n. 10460; T.A.R. Puglia Bari, Sez. III, 03 dicembre 2008, n. 765; T.A.R. Emilia Romagna Bologna, Sez. I, 18 aprile 2007, n. 399; Cons. Stato, Sez. V, 22.12.1994, n. 1574; Cons. Stato A.P., 22.7.1999 n. 20; Cons. Stato, Sez. VI 22.8.2003 n. 4765).
Con il secondo ricorso per motivi aggiunti il Marsalone ha impugnato, oltre agli atti già gravati con il ricorso principale e con il primo per motivi aggiunti, il provvedimento del 7 agosto 2007, con cui il dirigente del Settore Urbanistica del Comune di Palermo gli ha comunicato il rigetto dell’istanza di concessione in sanatoria ai sensi dell’art. 32, comma 25 L. 326/03.
Il ricorso è improcedibile ed infondato con riferimento ai provvedimenti già impugnati con il ricorso principale e con il primo per motivi aggiunti per le medesime considerazioni sopra svolte, cui si rimanda.
E’ anche infondato con riferimento al provvedimento di rigetto del 7 agosto 2007 per le ragioni di cui appresso.
Con un unico motivo di censura – rubricato “violazione e falsa applicazione dell’art. 32, comma 25 D. Lg.vo 269/2003, convertito con modificazioni in L. 24.11.2003 n. 326; eccesso di potere per violazione di circolare” - il ricorrente lamenta l’illegittimità dell’ultimo diniego di sanatoria impugnato, sostenendo che la normativa sul condono edilizio di cui al D.Lg.vo 269/2003 ed alla L.R. 15/2004 si applicherebbe anche agli immobili non residenziali, come si ricaverebbe anche dalla circolare del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti del 7 dicembre 2005.
L’assunto non può essere condiviso.
L'art. 32, comma 25, del d.l. 269/2003 (nel testo risultante dalla legge di conversione n. 326/2003) dispone che "le disposizioni di cui ai capi IV e V della legge 28 febbraio 1985, n. 47, e successive modificazioni e integrazioni, come ulteriormente modificate dall'art. 39 della legge 23 dicembre 2004, n. 724, e successive modificazioni e integrazioni, nonché dal presente articolo si applicano alle opere abusive che risultino ultimate entro il 31 marzo 2003 e che non abbiano comportato ampliamento del manufatto superiore al 30 per cento della volumetria della costruzione originaria o, in alternativa, un ampliamento superiore a 750 metri cubi. Le suddette disposizioni trovano, altresì, applicazione alle opere abusive realizzate nei termini di cui sopra relative a nuove costruzioni residenziali non superiori a 750 metri cubi per singola richiesta di titolo abilitativo edilizio in sanatoria, a condizione che la nuova costruzione non superi complessivamente i 3.000 metri cubi".
La norma, quindi, individua soltanto due tipologie di abusi condonabili: a) ampliamenti di edifici, senza differenza tra destinazione residenziale o non residenziale, ma con il limite del 30% della volumetria delle costruzioni originaria o, in alternativa, del limite massimo di 750 metri cubi); b) nuove costruzioni a uso residenziale (a condizione che la costruzione nel complesso non superi i 3.000 metri cubi e che le singole richieste di sanatoria non superino i 750 metri cubi).
“Il semplice tenore letterale della disposizione esclude la possibilità di configurare la sanabilità di nuove costruzioni a uso non residenziale, e l'interpretazione rigorosa delle norme sulla sanatoria è sempre stata affermata dalla Corte Costituzionale, in ragione del carattere eccezionale di tali disposizioni (sentenze n. 427/1995 e 416/1995; ordinanze n. 174/2002, e n. 45/2001). La predetta rigorosa interpretazione della norma in questione è stata, inoltre, costantemente affermata dalla giurisprudenza penale che ha espressamente escluso la possibilità di ammettere il condono degli immobili non aventi destinazione residenziale, poiché "per le nuove costruzioni il beneficio è limitato alle sole costruzioni non residenziali" (cfr. Cassazione, III Sezione Penale, n. 25197 del 20 giugno 2008; 19 gennaio 2007, n. 8067; 6 settembre 2006, n. 29764). Ancora, la questione della possibile condonabilità delle nuove costruzioni a uso non residenziale è stata esaminata dall'Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato n. 4/2009 . Tale decisione - sebbene concernente la diversa ipotesi della non condonabilità delle nuove costruzioni non residenziali realizzate sulla base di regolari concessioni edilizie, poi, annullate in sede giurisdizionale a costruzione già ultimata - contiene tuttavia una serie di principi di carattere generale in base ai quali non è possibile l'individuazione di ulteriori ipotesi di sanatoria al di fuori di quelle espressamente e tassativamente previste dal legislatore "...atteso che lo stesso legislatore qualifica le ipotesi elencate nell'allegato come "tipologie di illecito" e che, quindi, data la loro natura di illecito amministrativo a rilevanza penale, vanno tassativamente individuate, sia al fine di farle diventare oggetto di ipotesi di illecito amministrativo o di reato e sia, all'opposto fine, di escluderne la punibilità e la conseguente possibilità di sanatoria, che costituiscono gli effetti fondamentali dell'eccezionale provvedimento di condono ...". Quindi, la mancanza di una disposizione espressa da una parte e il carattere assolutamente eccezionale delle norme in tema di condono dall'altra, non possono consentire ulteriori e non previste ipotesi di sanatoria (come ingiustificatamente fatto con la circolare 2699/2005, citata da parte ricorrente che oltre a non poter derogare alla legge, in ogni caso è stato oggetto di atto di sindacato ispettivo contenendo un'interpretazione contra legem dell'articolo 32 del decreto-legge, nel quale la sanabilità di immobili nuovi non residenziali non è contemplata).” (T.A.R. Catania, 14.4.2011, n. 932).
Alla luce delle considerazioni che precedono i ricorsi devono essere in parte dichiarati improcedibili e per la restante parte rigettati.
Le spese di lite seguono la soccombenza del ricorrente e si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia, Sezione Terza, definitivamente pronunciando sui ricorsi, come in epigrafe proposti, li dichiara in parte improcedibili e per la restante parte li rigetta.
Condanna il ricorrente a rifondere all’Amministrazione resistente le spese di lite che liquida in € 2.000,00 oltre accessori di legge.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Palermo nella camera di consiglio del giorno 29 maggio 2012 con l'intervento dei magistrati:
Nicolo' Monteleone, Presidente
Federica Cabrini, Consigliere
Pier Luigi Tomaiuoli, Referendario, Estensore



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