a cura del Dott. Francesco Barchielli



T.A.R. Campania Napoli, Sezione VI, 25 luglio 2012


La necessità di previo ottenimento dell’autorizzazione paesaggistica risulta affermata dalla giurisprudenza anche con riferimento alle (sole) attività di demolizione e ricostruzione

SENTENZA N. 3589

La necessità di previo ottenimento dell’autorizzazione paesaggistica, peraltro, risulta affermata dalla giurisprudenza anche con riferimento alle (sole) attività di demolizione e ricostruzione, correttamente ricondotte alla lettera d) e non alla lettera b) dell’art. 3 del d.P.R. 380/2001 (cfr., ex multis, T.A.R Lazio, Roma, sez. II, 04 giugno 2007, n. 5158, secondo cui “ ..i lavori di demolizione e ricostruzione di immobile che ricada in zona vincolata .. richiedono, oltre al necessario titolo abilitativo, anche l'autorizzazione dell'amministrazione preposta alla tutela del vincolo, ai sensi degli arti. 151 e 152 del d.lgs. 29 ottobre 1999, n. 490, ai fini della verifica della compatibilità dell'opera che si intende realizzare con le esigenze di conservazione dei valori protetti dal vincolo stesso”, negli stessi termini cfr. pure T.A.R Campania, Napoli, sez. IV, 31 gennaio 2008, n. 430). La necessità di munirsi di autorizzazione paesaggistica trova conferma nello stesso testo dell’art. 23 del d.P.R. 380/2001, che ai commi 3 e 4, nella versione vigente al momento di presentazione della d.i.a. in sanatoria, subordinava all’ottenimento dell’atto di assenso dell’autorità preposta al vincolo l’inizio del decorso del termine per la formazione del titolo abilitativo edilizio. La necessità della valutazione su entrambi i piani di incidenza dell’opera (paesistico ed edilizio), resta il medesimo anche laddove il titolo abilitativo sia conseguito, ove possibile, dopo la realizzazione dell’intervento, aggiungendosi, in tal caso, alla necessaria valutazione di compatibilità paesaggistica (questa volta in sanatoria), l’applicazione della sanzione pecuniaria, con funzione sanzionatoria e/o risarcitoria.

FATTO

Il ricorrente ha impugnato, unitamente a vari atti endoprocedimentali, il provvedimento indicato in epigrafe, con il quale la Soprintendenza per i beni architettonici e per il paesaggio di Napoli e Provincia ha annullato l’autorizzazione paesaggistica n. 16 del 24.3.2009 concessa dal Comune di Procida per la realizzazione di una loggia – vefio alla via Regina Elena.
Avverso il provvedimento gravato ha articolato diverse censure di violazione di legge ed eccesso di potere.
Il Ministero per i beni culturali e ambientali, costituito in giudizio, ha chiesto la reiezione del gravame.
Non si è invece costituito il comune di Procida.
Alla pubblica udienza dell’11 luglio 2012 il ricorso è stato trattenuto in decisione.

DIRITTO

Il ricorso è infondato e va respinto.
Il provvedimento di annullamento emesso dalla Soprintendenza risulta fondato su due ordini di ragioni: da un lato si osserva che l’intervento proposto accede ad un immobile parzialmente abusivo, mai sottoposto al controllo di legittimità paesaggistica, dall’altro si rileva come la costruzione viola l’art. 7 del piano territoriale paesistico vigente sull’area, a norma del quale i volumi di nuova edificazione devono avere un arretramento dalla strada di 10 metri rispetto allo sporto massimo.
Con il primo motivo di doglianza il ricorrente ha lamentato violazione dell’art. 159 del d.lgs. 42/2004 e dell’art. 6 del d.m. 495/1994, sostenendo la nullità dell’atto della soprintendenza per essere lo stesso stato adottato oltre il termine di 90 giorni previsti dalla norma attributiva del potere.
In particolare egli ritiene che l’adozione del contestato annullamento dell’atto comunale sia intervenuta dopo 91 giorni dalla ricezione degli atti, termine ottenuto sommando i quarantatre giorni trascorsi tra la ricezione degli atti trasmessi dal comune (26.03.2006) e la richiesta di integrazione (08.05.2009) ai successivi quarantotto giorni trascorsi tra la trasmissione della documentazione integrativa (10.06.2009) e l’adozione del provvedimento (28.07.2009).
La fattispecie, a suo giudizio, sarebbe quella disciplinata dal combinato disposto del comma 3 dell’art. 159 del d.lgs. 42/2004 (applicabile ratione temporis alla fattispecie in esame) e dell’art. 6, comma 6 bis, del d.m. 495/1994 dalla cui simultanea applicazione deriverebbe la disponibilità, in capo alla soprintendenza, di un termine massimo di 90 giorni.
La prospettazione non può essere condivisa.
Ed infatti il ricorrente non fornisce alcuna prova della affermata ricezione degli atti, da parte della soprintendenza, il 26 marzo 2009.
Di conseguenza deve ritenersi non utilmente contestata la data di ricezione presente sui (soli) documenti depositati in copia dall’amministrazione, il cui protocollo in entrata reca la data del 27 marzo 2009, con conseguente emanazione dell’atto nei termini di legge.
Né può ritenersi, come sostenuto con la prima parte del secondo motivo di doglianza, che con il gravato provvedimento la soprintendenza abbia operato un’indebita valutazione di merito dell’intervento, atteso che il ricorrente medesimo riconosce, nel prosieguo del ricorso, come il provvedimento di annullamento risulti motivato con riferimento ai due diversi ordini di ragioni sopra indicati (parziale abusività della preesistenza e mancato rispetto di una norma del P.T.P.), nei confronti delle quali articola le sue ulteriori censure.
Con il primo ordine argomentativo la soprintendenza afferma che la realizzazione del loggiato oggetto della domanda di autorizzazione insiste su “un terrazzo di copertura di un immobile preesistente che è stato oggetto di interventi edilizi eseguiti secondo procedure semplificata (D.I.A.) mai sottoposti al controllo di legittimità ai fini della compatibilità paesaggistica, benché essi comportassero modificazione dello stato esteriore della preesistenza e di alcune parti della stessa, perfino realizzate abusivamente”.
In particolare l’intervento abusivo a cui si riferisce l’amministrazione riguarda “il corpo di fabbrica al piano terra, ampliato per effetto dell’intervento abusivo realizzato, che quindi risulta funzionalmente connesso all’opera che oggi si propone, costituendo il solaio di copertura della parte abusiva, anche il calpestio per il terrazzo al livello contiguo alla loggia che si intende realizzare”.
Con le censure articolate sub 2.2, il ricorrente, pur riconoscendo di aver effettuato sine titulo un attività di demolizione e ricostruzione di una delle due cantine poste al piano terra, ha rappresentato di aver proposto, con richiesta di sanatoria in data 11 settembre 2003, una domanda di accertamento di conformità a seguito della quale gli è stata applicata, in ragione della violazione della normativa paesistica, la sanzione pecuniaria di cui all’art. 164, comma 1, del d. lgs. 490/1999.
Sul titolo edilizio in sanatoria, sostiene inoltre, non vi era necessità che si pronunciasse la soprintendenza, essendo la fattispecie anteriore all’entrata in vigore dell’art. 49 della legge regionale 16/2004, che modificando l’art. 2 della legge regionale 19/2001, ha previsto la subordinazione degli interventi realizzabili a mezzo di d.i.a. all’ottenimento dell’autorizzazione paesistica da parte delle amministrazioni preposte al vincolo.
La prospettazione non può essere condivisa.
L’intervento posto in essere dal ricorrente al piano terra, sulla base della documentazione presente in atti, non può essere ascritto ad un’attività di straordinaria manutenzione, atteso che lo stesso ha comportato, come si legge nella scheda istruttoria trasmessa dal comune di Ischia alla Soprintendenza e nel capo di imputazione della sentenza penale, la realizzazione di un incremento di superficie pari a 16,00 metri quadrati, così che non può condividersi la proposta qualificazione dell’opera come priva di incidenza sulla volumetria del fabbricato e sulla sagoma e sul prospetto del medesimo.
L’opera, ricadente in area sottoposta a vincolo, era, di conseguenza, soggetta, ratione temporis, alla sfera di applicazione dell’art. 151 del d.lgs. 490/99, a norma del cui secondo comma “..i proprietari, possessori o detentori a qualsiasi titolo dei beni indicati al comma 1, hanno l'obbligo di sottoporre alla regione i progetti delle opere di qualunque genere che intendano eseguire, al fine di ottenerne la preventiva autorizzazione”, autorizzazione che, a norma dei commi seguenti, veniva rilasciata dalla Regione, o da ente delegato, e poi inviata alla competente soprintendenza, che nei sessanta giorni successivi, poteva annullare il provvedimento dell’ente locale.
Da tale procedimento erano esclusi, a norma del successivo art. 152, “gli interventi di manutenzione ordinaria, straordinaria, di consolidamento statico e di restauro conservativo che non alterino lo stato dei luoghi e l'aspetto esteriore degli edifici”, interventi a cui, per quanto sopra rilevato, non può essere ricondotto l’intervento realizzato dal ricorrente, consistito in una demolizione e ricostruzione con aumento di volumetria e conseguente modifica dell’aspetto esteriore.
La necessità di previo ottenimento dell’autorizzazione paesaggistica, peraltro, risulta affermata dalla giurisprudenza anche con riferimento alle (sole) attività di demolizione e ricostruzione, correttamente ricondotte alla lettera d) e non alla lettera b) dell’art. 3 del d.P.R. 380/2001 (cfr., ex multis, T.A.R Lazio, Roma, sez. II, 04 giugno 2007, n. 5158, secondo cui “ ..i lavori di demolizione e ricostruzione di immobile che ricada in zona vincolata .. richiedono, oltre al necessario titolo abilitativo, anche l'autorizzazione dell'amministrazione preposta alla tutela del vincolo, ai sensi degli arti. 151 e 152 del d.lgs. 29 ottobre 1999, n. 490, ai fini della verifica della compatibilità dell'opera che si intende realizzare con le esigenze di conservazione dei valori protetti dal vincolo stesso”, negli stessi termini cfr. pure T.A.R Campania, Napoli, sez. IV, 31 gennaio 2008, n. 430).
La necessità di munirsi di autorizzazione paesaggistica trova conferma nello stesso testo dell’art. 23 del d.P.R. 380/2001, che ai commi 3 e 4, nella versione vigente al momento di presentazione della d.i.a. in sanatoria, subordinava all’ottenimento dell’atto di assenso dell’autorità preposta al vincolo l’inizio del decorso del termine per la formazione del titolo abilitativo edilizio.
La necessità della valutazione su entrambi i piani di incidenza dell’opera (paesistico ed edilizio), resta il medesimo anche laddove il titolo abilitativo sia conseguito, ove possibile, dopo la realizzazione dell’intervento, aggiungendosi, in tal caso, alla necessaria valutazione di compatibilità paesaggistica (questa volta in sanatoria), l’applicazione della sanzione pecuniaria, con funzione sanzionatoria e/o risarcitoria.
L’intervenuta applicazione della sanzione pecuniaria ai sensi dell’art. 164, in conclusione, non esonerava il proprietario dalla necessità di conseguire, sulla base della normativa statale vigente al momento della presentazione del titolo in sanatoria, la valutazione paesistica in sanatoria, a nulla rilevando, sul punto, la riportata tempistica di modifica della legislazione regionale.
La sufficienza dell’impianto motivatorio dell’atto gravato nella parte qui esaminata, rende irrilevante l’esame delle censure articolate sub 2.3, relative all’ulteriore ragione di diniego posta dalla Soprintendenza a base dell’annullamento gravato.
Le spese di lite possono essere compensate in ragione della complessità della vicenda.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania (Sezione Sesta)
definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Napoli nella camera di consiglio del giorno 11 luglio 2012 con l'intervento dei magistrati:
Renzo Conti, Presidente
Arcangelo Monaciliuni, Consigliere
Roberta Cicchese, Primo Referendario, Estensore



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