a cura del Dott. Francesco Barchielli



T.A.R. Campania Napoli, Sezione VI, 24 luglio 2012


Le opere edilizie abusive realizzate in zona sottoposta a vincolo paesistico, si considerano eseguite in totale difformità dalla concessione e, se costituenti pertinenze, non sono suscettibili di autorizzazione in luogo della concessione

SENTENZA N. 3539

Il che, posto che gli interventi in esame ricadono in zona assoggettata al vincolo paesaggistico di cui alla l. n. 1497 del 1939, è sufficiente ad imporre la reiezione della doglianza, senza che possa rilevare l’asserita modesta entità delle opere: costituenti interventi separati fra loro, il che -peraltro- non consente di convenire con detta affermazione. In definitiva, in presenza della pacifica valenza (anche) di tipo paesaggistico degli interventi comportanti una duratura trasformazione del territorio, ne deriva(va) l’obbligo di legge di premunirsi del previo titolo abilitativo sia sotto il profilo paesaggistico (id est autorizzazione paesaggistica) che sotto quello edilizio/urbanistico (costituito, ratione temporis, dalla concessione edilizia), con la conseguenza che, in difetto, non vi erano alternative all’applicazione della sanzione demolitoria: così, fra le ultime, Tar Campania, questa sesta sezione, sentenza 7 giugno 2012, n. 2705 e, in tali sensi, risalente giurisprudenza anche della Cassazione penale, sezione terza, n. 2733 del 31 gennaio 1994, secondo cui le opere edilizie abusive “realizzate in zona sottoposta a vincolo paesistico, si considerano eseguite in totale difformità dalla concessione (artt. 7 e 20 della legge n. 47 del 1985) e, se costituenti pertinenze, non sono suscettibili di autorizzazione in luogo della concessione”. A ciò aggiungendosi in via dirimente che, sempre secondo il condiviso orientamento della Sezione, la mancanza di autorizzazione paesaggistica giustifica in pieno, di per sé sola, la ripetuta misura sanzionatoria ove l’intervento contestato non possa esser fatto rientrare sotto lo scudo delle previsioni via via sopravvenute nel tempo per sottrarre alla necessità dell’autorizzazione interventi a carattere manutentivo o di restauro “che non alterino lo stato dei luoghi e l’aspetto esteriore degli edifici”: circostanza questa qui non data; cfr.: per tutte, Tar Campania, questa sesta sezione, ex multis, sentenze n. 2291 del 18 maggio 2012, n. 1107 del 5 marzo 2012, n. 5805 del 14 dicembre 2011 e n. 16995 del 27 luglio 2010 ai cui più ampi contenuti può anche qui rinviarsi.

FATTO E DIRITTO

1- A mezzo del ricorso in esame, notificato il giorno 8 aprile 2000 e depositato il successivo 5 maggio 2000, il sig. Luigi Di Massa si duole dell’ordinanza prot. n. 12 del 10 febbraio 2000, notificata il successivo giorno 14 dello stesso mese, a firma del responsabile dell’Ufficio tecnico dell’intimato Comune di Serrara Fontana (Na), recante, in applicazione dell’art. 7 della l. 28.2.1985, n. 47 e dell’art. 15 della legge 29.6.1939, n. 1497, l’ordine di demolizione delle opere nell’atto stesso descritte eseguite alla via Francesco Trofa del territorio cittadino “senza le prescritte concessioni …in zona sottoposta alle leggi 29.6.1939, n. 1497, 8.8.1985, n. 431 e legge n. 64 del 1974”.
1a- Le opere delle quali è ingiunta la demolizione sono così descritte nel provvedimento:
“a) manufatto n. 2 - Locale di vecchia costruzione attualmente di lunghezza esterna mt. 9.80 per larghezza media mt. 3.20 circa, altezza interna circa mt. 2.60 (mt. 2.00 fuori terra);
b) manufatto n. 4 - Locale ad uso non residenziale in muratura di spessore cm. 35 circa che copre una superficie di circa mq. 7.50, adibito a deposito, le cui dimensioni sono mt. 1.70 per mt. 2.50 ed altezza interna circa mt. 2.60;
c) manufatto n. 5 - Locale in muratura di spessore cm. 40 circa ad uso cellaio, che copre una superficie di circa mq. 3.40, le cui dimensioni sono mt. 1.70 per mt. 2.00 ed altezza interna circa mt. 1.80”.
2- Dopo aver esposto di essere proprietario del fondo, destinato per la maggior parte a vigneto e del fabbricato principale, e dopo aver precisato “che su tale fondo esistono da notevole tempo un piccolo manufatto seminterrato adibito a cellaio e due minuscoli locali destinati a deposito di attrezzi agricoli, a porcilaia ed a ricovero di piccoli animali”, il Di Massa ha affidato il gravame a sette mezzi di impugnazione volti a denunciare, in una ad eccesso di potere sotto più profili, violazione e falsa applicazione delle ll. nn. 47 del 1985, 1150 del 1942, 47 del 1985, 241 del 1990 in quanto sanzionate con la demolizione comodi rurali costituenti pertinenze risalenti ad epoca pregressa, fermo, comunque, che si era proceduto, oltre che in difetto di istruttoria e motivazione adeguata, anche in dispregio delle garanzie del previo contraddittorio assicurate dalla legge sul procedimento.
3- L’amministrazione comunale, ritualmente intimata, non si è costituita in giudizio.
4- Nell’adunanza camerale del 30 maggio 2001 la richiesta tutela cautelare è stata “abbinata al merito”.
5- All’odierna pubblica udienza del 4 luglio 2012 la causa è stata chiamata e trattenuta in decisione, ad essa pervenuta a seguito di istanza di prelievo: depositata dal nuovo difensore in data 7 luglio 2010 in una all’atto di sua costituzione in giudizio “con ratifica di tutti gli atti, richieste, eccezioni, deduzioni già rassegnate”, ovvero senza integrazioni né documentali, né difensive.
6- Orbene, venendo alla fase valutativa-decisionale, osserva il Collegio come costituisca pacifico e consolidato orientamento giurisprudenziale quello secondo cui l'onere di fornire la prova dell'epoca di realizzazione di un abuso edilizio incombe sull'interessato e non sull'amministrazione che, in presenza di un'opera edilizia non assistita da un titolo edilizio e/o paesaggistico che la legittimi, ha solo “il potere-dovere di sanzionarla ai sensi di legge e di adottare il provvedimento di demolizione” (cfr. Cons. Stato, sezione quinta, 12 ottobre 1999, n. 1440 e, omisso medio, fra le ultime, per tutte, Tar Liguria, Genova, sez. I, 8 marzo 2012, n. 367).
La giurisprudenza ha altresì affermato che tale onere può ritenersi a sufficienza soddisfatto solo quando le prove addotte risultano obiettivamente inconfutabili sulla base di atti e documenti che, da soli o unitamente ad altri elementi probatori, offrono la ragionevole certezza dell'epoca di realizzazione del manufatto, mentre la semplice produzione di una dichiarazione sostitutiva non può in alcun modo assurgere al rango di prova, seppur presuntiva, sull'epoca di realizzazione dell'abuso (cfr., fra le ultime, la cennata pronuncia del Tar Liguria, Tar Campania, sezione ottava, 2 luglio 2010, n. 16569), ovvero (ha affermato per converso) che solo la deduzione, da parte del privato destinatario della sanzione, di “concreti elementi a sostegno delle proprie affermazioni volte a contrastare l’assunto dell’amministrazione trasferisce il suddetto onere in capo a questa ultima” (omisso medio, Cons. Stato, sempre sezione quinta, 9 novembre 2009, n. 6984 e Tar Campania, questa sesta sezione, sentenze n. 2380 del 28 aprile 2011; 23 giugno 2010, n. 1593, 25 maggio 2010, n. 8775 e 15 marzo 2010, n. 1460).
7- Nella fattispecie data non soltanto alcun elemento a sostegno dell’assunto della legittima preesistenza degli immobili è stato fornito, ma la stessa (legittima preesistenza) non viene nemmeno affermata, avuto conto che in gravame (e solo in esso, ovvero in assenza di elementi documentali a supporto) si parla soltanto di una loro esistenza da notevole tempo.
8- Nella descritta condizione la legittimità del provvedimento adottato non può essere validamente posta in discussione dai mezzi di impugnazione proposti.
9- Non può, infatti, trovare ingresso il primo di essi, che fa leva sulla natura pertinenziale dei comodi rurali in discorso, per la cui realizzazione, ex art. 7 l. n. 94 del 1982, sarebbe sufficiente la sola autorizzazione.
Ed invero, la norma (vigente ratione temporis ed oggi sostituita dall'art. 6, comma 1, del testo unico emanato con il d.P.R. n. 380/2001) prevede sì che sono soggette ad autorizzazione gratuita, fra le altre, le opere costituenti “pertinenze od impianti tecnologici al servizio di edifici già esistenti”, ma sempre che siano “conformi alle prescrizioni degli strumenti urbanistici vigenti e non sottoposte ai vincoli previsti dalla legge 1° giugno 1939, n. 1089, e legge 29 giugno 1939, n. 1497”.
Il che, posto che gli interventi in esame ricadono in zona assoggettata al vincolo paesaggistico di cui alla l. n. 1497 del 1939, è sufficiente ad imporre la reiezione della doglianza, senza che possa rilevare l’asserita modesta entità delle opere: costituenti interventi separati fra loro, il che -peraltro- non consente di convenire con detta affermazione.
In definitiva, in presenza della pacifica valenza (anche) di tipo paesaggistico degli interventi comportanti una duratura trasformazione del territorio, ne deriva(va) l’obbligo di legge di premunirsi del previo titolo abilitativo sia sotto il profilo paesaggistico (id est autorizzazione paesaggistica) che sotto quello edilizio/urbanistico (costituito, ratione temporis, dalla concessione edilizia), con la conseguenza che, in difetto, non vi erano alternative all’applicazione della sanzione demolitoria: così, fra le ultime, Tar Campania, questa sesta sezione, sentenza 7 giugno 2012, n. 2705 e, in tali sensi, risalente giurisprudenza anche della Cassazione penale, sezione terza, n. 2733 del 31 gennaio 1994, secondo cui le opere edilizie abusive “realizzate in zona sottoposta a vincolo paesistico, si considerano eseguite in totale difformità dalla concessione (artt. 7 e 20 della legge n. 47 del 1985) e, se costituenti pertinenze, non sono suscettibili di autorizzazione in luogo della concessione”.
A ciò aggiungendosi in via dirimente che, sempre secondo il condiviso orientamento della Sezione, la mancanza di autorizzazione paesaggistica giustifica in pieno, di per sé sola, la ripetuta misura sanzionatoria ove l’intervento contestato non possa esser fatto rientrare sotto lo scudo delle previsioni via via sopravvenute nel tempo per sottrarre alla necessità dell’autorizzazione interventi a carattere manutentivo o di restauro “che non alterino lo stato dei luoghi e l’aspetto esteriore degli edifici”: circostanza questa qui non data; cfr.: per tutte, Tar Campania, questa sesta sezione, ex multis, sentenze n. 2291 del 18 maggio 2012, n. 1107 del 5 marzo 2012, n. 5805 del 14 dicembre 2011 e n. 16995 del 27 luglio 2010 ai cui più ampi contenuti può anche qui rinviarsi.
10- Infondati sono poi i mezzi di impugnazione a seguire, poichè, a differenza di quanto loro tramite denunciato e sempre per pacifica giurisprudenza, ivi compresa quella della Sezione fin qui richiamata:
- alcun onere di verifica della sanabilità delle opere contestate ricadeva sull’amministrazione;
- gli operati richiami alle previsioni di legge violate, in una alla puntuale descrizione delle opere realizzate senza titolo, sono sufficienti alla bisogna e costituiscono idoneo supporto giustificazionale alla sanzione comminata; ciò, beninteso, lo si ripete, nelle descritte condizioni, ossia in assenza di ogni elemento volto a suffragare le mere affermazioni fatte sulla risalenza delle edificazioni, ferma la mancanza di ogni cenno alla loro legittimità;
- non può esser fatta utile leva sulla violazione delle garanzie partecipative: anche qui stante l’assenza in questa sede di ogni elemento atto a comprovare che la partecipazione al procedimento avrebbe potuto condurre ad una diversa conclusione, ovvero dovendosi fare applicazione dell’art. 21 octies della l. 241 del 1990.
11- Non residuando altre denunce da vagliare, il ricorso deve essere quindi respinto.
11a- Nulla a statuirsi sulle spese di giudizio, in assenza di costituzione dell’amministrazione intimata.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania (Sezione Sesta)
definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.
Nulla a statuirsi sulle spese di giudizio.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Napoli nella camera di consiglio del giorno 4 luglio 2012 con l'intervento dei magistrati:
Renzo Conti, Presidente
Arcangelo Monaciliuni, Consigliere, Estensore
Roberta Cicchese, Primo Referendario



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