a cura del Dott. Francesco Barchielli



T.A.R. Campania Napoli, Sezione VIII, 31 luglio 2012


La costruzione di una veranda, con conseguente incremento di superficie utile e mutamento di destinazione d’uso della superficie occupata dal balcone che comporta un aumento di volumetria, deve essere qualificata ristrutturazione edilizia

SENTENZA N. 3710

Ai sensi dell'art. 3, d.P.R. 6 giugno 2001 n. 380, la costruzione di una veranda, con conseguente incremento di superficie utile e mutamento di destinazione d’uso della superficie occupata dal balcone che comporta un aumento di volumetria, deve essere qualificata ristrutturazione edilizia, in quanto si risolve nella realizzazione di un organismo diverso dal precedente per struttura e destinazione e quindi, ai sensi dell'art. 10, stesso d.P.R., richiede il previo rilascio del permesso di costruire in mancanza del quale è legittimo l'ordine di demolizione. Recente la giurisprudenza ha infatti precisato che la realizzazione di una veranda cui consegua un aumento di volumetria deve essere qualificata, ai sensi dell'art. 3 del d.P.R. n. 380 del 2001, come ristrutturazione edilizia, in quanto comporta per effetto dell'aumento di volumetria correlata, la realizzazione di un organismo diverso dal precedente per struttura e destinazione. L'intervento in questione, secondo quanto previsto dall'art. 10 del d.P.R. n. 380 del 2001, deve essere quindi assentito con permesso di costruire il che determina la legittimità della prescrizione demolitoria irrogata con il provvedimento impugnato (cfr T.A.R. Lazio Roma, sez. I, 01 settembre 2010 , n. 32098; Ta.r. Sicilia, Catania sez. II, 7.05.2012 n.2079; Ta.r. Napoli, sez. IV 4.02.2011 n.716 ).

FATTO E DIRITTO

VISTO l’art. 60 cod. proc. amm. di cui al d.lgs. 104/2010 che consente al Giudice amministrativo, chiamato a pronunciarsi sulla domanda cautelare, di decidere il merito della causa con "sentenza in forma semplificata”, purchè siano trascorsi almeno venti giorni dall’ultima notificazione del ricorso, e dato avviso alle parti;
PREMESSO
che con il presente ricorso Luongo Tina Barbara, quale assegnataria dell’alloggio ex IACP posto al primo piano in catasto fg 8 p.lla 559/4, impugna, chiedendone l’annullamento, l’ordine di demolizione n. 9 del 10.04.2012 ingiuntole ex art. 35 d.p.r. 380/2001, delle seguenti opere abusive eseguite all’interno dell’alloggio oggetto di assegnazione, in assenza di permesso di costruire e denuncia di inizio attività, e precisamente:
- veranda in alluminio sul balcone adibita in parte a ripostiglio;
- un’apertura sul muro portante che dal vano soggiorno porta sul balcone prospiciente su via Vittorio Veneto delle dimensioni di 80 cm di larghezza e 2,10 c.m. di altezza;
- demolizione del tramezzo tra il vano ingresso ed il vano soggiorno con chiusura del vano porta di accesso alla camera da letto 1;
- costruzione di tramezzi per la realizzazione di un vano ripostiglio nella camera da letto 2;
- apertura di una porta nel muro portante tra il disimpegno e la camera da letto 1;
che, quali motivi di ricorso, la Luongo ha dedotto la mancanza nella ordinanza gravata della indicazione dell’autorità giudiziaria cui ricorrere e dei termini entro cui impugnare, l’assenza della previa diffida, nonché di una motivazione sul pubblico interesse, la sua estraneità alle opere abusive in quanto preesistenti alla consegna dell’alloggio intervenuta con verbale del 26.11.2010, la natura precaria del rivestimento insistente sul balcone, l‘irrilevanza urbanistica delle opere interne che non hanno determinato mutamento di destinazione d’uso, e da ultimo, disparità di trattamento rispetto alla posizione di Tucci Maria Donatella e Bartolo Maria, anch’essi assegnatari di alloggi nello stesso complesso edilizio, per l’omesso ripristino delle opere di ampliamento dei rispettivi balconi;
RITENUTO
che va preliminarmente escluso il rilievo delle censure di natura formale attinenti alla violazione dell’art.3 della legge n. 241/1990 per l’omessa menzione nell’atto impugnato del termine di impugnazione e dell’Autorità giudiziaria cui ricorrere, dal momento che la censura è innanzitutto smentita testualmente, in quanto la parte dispositiva del provvedimento gravato include esplicitamente la comunicazione che avverso il predetto è ammesso ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale “entro i termini di legge”, né alcun significato può attribuirsi alla omessa precisazione della durata del predetto termine, dal momento che ad essa pacificamente la giurisprudenza non attribuisce efficacia invalidante. Infatti, la disposizione dell'art. 3 comma 4, l. n. 241 del 1990 non influisce sull'individuazione e sulla cura dell'interesse pubblico concreto cui è finalizzato il provvedimento, né sulla riconducibilità dello stesso all'autorità amministrativa, ma tende semplicemente ad agevolare il ricorso alla tutela giurisdizionale, sicché l'omissione de qua, nel concorso di significative ulteriori circostanze, potrebbe semmai dar luogo alla concessione del beneficio della rimessione in termini.(cfr Ta.r. Campania,. Napoli, sez. VII 2.11.2010 n. 22291; Tar Campania Napoli sez.VIII 14.03.2011 n.1459);
che, in ordine alla mancanza della previa diffida prevista per gli abusi contestati ai sensi dell’art. 35 d.p.r. n. 380/2001, deve osservarsi, ad avviso del Collegio, che si tratta di un adempimento prescritto dalla legge, onde consentire all’interessato di eliminare spontaneamente l’abuso contestatogli, al fine di evitare di incorrere nella misura del ripristino suscettibile di essere eseguita dal Comune d’ufficio ed a spese del responsabile dell’abuso. Al riguardo, la ricorrente non ha dedotto che, ove previamente diffidata, avrebbe avuto la possibilità di eliminare l’abuso e di non incorrere nell’ordine gravato, avendo al contrario manifestato con il presente ricorso un interesse al mantenimento in vita delle opere abusive de quibus;
che, stante la descritta natura sollecitatoria della diffida in questione, la sua omissione non potrebbe acquisire rilievo nemmeno quale omessa garanzia partecipativa la cui operatività, peraltro, è pacificamente esclusa per orientamento costante di questo Collegio nella materia in esame. L’ordine di demolizione, difatti, non deve essere necessariamente preceduto dalla comunicazione di avvio del procedimento, trattandosi di atto dovuto e rigorosamente vincolato, rispetto al quale non sono richiesti apporti partecipativi del destinatario ed il cui presupposto è costituito unicamente dalla constatata esecuzione dell'opera in totale difformità o in assenza del titolo abilitativo;
che, peraltro, nella specie, come evincesi in atti, l’ordine di ripristino è stato preceduto da due sopralluoghi, come da relativi verbali di accertamento del 6.03.2012 e 3.04.2012 dell’Ufficio Tecnico Comunale, e, per effetto delle contestazioni sollevate anche nei confronti della odierna ricorrente in occasione del primo sopralluogo, alcuni assegnatari risultano aver chiesto ed ottenuto dal Comune un termine per rimuovere le opere abusive poi effettivamente eliminate come risulta dal successivo verbale del 3.04.2012; pertanto, non può sostenersi che la ricorrente non fosse stata comunque in grado di poter rimuovere gli abusi;
che rispetto ad un ordine di demolizione non si richiede una specifica motivazione che dia conto della valutazione delle ragioni di interesse pubblico alla demolizione, o della comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, senza che sussista alcuna violazione dell'art. 3, l. n. 241 del 1990, dato che, ricorrendo i predetti requisiti, il provvedimento deve intendersi sufficientemente motivato con l'affermazione dell'accertata abusività dell'opera, essendo in re ipsa l'interesse pubblico concreto ed attuale alla sua rimozione (cfr, ex plurimis, Consiglio Stato , sez. IV, 31 agosto 2010 , n. 3955);
che, quanto all’assunta estraneità all’abuso sul presupposto – rimasto comunque indimostrato in atti - della preesistenza delle opere alla consegna dell’alloggio in questione, è bene chiarire che in materia di demolizione, ad avviso del Collegio, la figura del responsabile dell’abuso non si identifica solo in colui che ha materialmente eseguito l’opera ritenuta abusiva, ma si riferisce, necessariamente, anche a chi di quell’opera ha la materiale disponibilità e pertanto, quale detentore, è in grado di provvedere alla demolizione restaurando così l’ordine violato. L’ordine di demolizione, infatti, non presuppone l’accertamento dell’elemento soggettivo integrante responsabilità a carico del suo destinatario, né è un provvedimento diretto a sanzionare un comportamento illegittimo del trasgressore, ma è un atto di tipo ripristinatorio avendo la funzione di eliminare le conseguenze della violazione edilizia, attraverso la riduzione in pristino dello stato dei luoghi conseguente alla rimozione delle opere abusive. Per tale ragione l’ordine di demolizione deve essere rivolto a colui che abbia la disponibilità materiale dell’opera abusiva, indipendentemente dal fatto che l’abbia concretamente realizzata, aspetto che potrebbe rilevare sotto il profilo della responsabilità penale, ma non per la legittimità dell’ordine di demolizione. Si è difatti affermato con riguardo all’analoga posizione dell’utilizzatore di un bene abusivo realizzato su area demaniale, che: “i provvedimenti repressivi di illeciti edilizi possono essere indirizzati anche a persone diverse da quelle che hanno materialmente realizzato l’abuso, ma è anche vero che, ai fini della legittimità delle relative ingiunzioni, è sempre necessaria la sussistenza di una relazione giuridica o materiale del destinatario con il bene” (cfr C.d.S. sez. IV 16.07.2007 n. 4008);
che il presupposto del provvedimento amministrativo emesso ai sensi dell’art. 35 d.p.r. n. 380/2001 è la realizzazione di un’opera in assenza di permesso di costruire (ovvero in totale o parziale difformità dal medesimo) su suoli del demanio o del patrimonio dello Stato o di enti pubblici, la cui eliminazione è necessaria per ripristinare il corretto assetto del territorio, sicchè l’ordine di demolizione correttamente è rivolto, ad avviso del Collegio, a colui che al momento della sua irrogazione aveva l’attuale disponibilità del bene abusivo e ciò indipendente dal fatto di averlo realizzato;
che neppure ha pregio il vizio di eccesso di potere per disparità di trattamento rispetto ad altri assegnatari di alloggi ex IACP responsabili di abusi non sanzionati, poiché le misure repressive degli abusi edilizi, una volta accertata l’esistenza della relativa violazione, sono di dovuta applicazione e, a fronte di tali illeciti edilizi , non possono essere invocate situazioni di disparità di trattamento nei confronti di altri soggetti, denunciabili presso le Autorità competenti;
che quanto alla dedotta irrilevanza urbanistica delle opere contestate, deve osservarsi che rispetto alle opere consistenti nell’apertura di varchi e porte in muri portanti e quindi coinvolgenti parti strutturali dell’edificio la ricorrente non ha indicato sulla base di quale normativa urbanistica ed edilizia avrebbe potuto avvalersi di procedure semplificate, specie considerando che, rispetto agli interventi di manutenzione straordinaria quali l’apertura di porte l’interne, l’art. 6 del d.p.r n. 380/2001 esclude la relativa assoggettabilità a mera comunicazione qualora detti interventi riguardino parti strutturali dell’edificio. Inoltre, pur a voler ricondurre detti interventi nell’alveo della ristrutturazione edilizia, è da considerare che, ai sensi del comma 3 dell’art. 35 d.p. n. 380/2001, le relative disposizioni si applicano anche agli interventi di ristrutturazione cui all'articolo 22, comma 3, eseguiti in assenza di denuncia di inizio attività, ovvero in totale o parziale difformità dalla stessa;
che, analogamente, con riferimento alla contestata installazione di una veranda in alluminio sul balcone adibita in parte a ripostiglio, la documentazione versata in atti, costituita da una relazione redatta da un geometra, peraltro non giurata e dagli elaborati planimetrici ad essa allegati, in mancanza di riproduzioni fotografiche aggiornate dello stato dei luoghi, sono inidonei a dimostrare la assunta natura precaria e pertinenziale dell’opera, specie considerando che sugli elaborati redatti dal tecnico risulta rappresentato il solo ripostiglio, mentre l’ordinanza redatta all’esito del sopralluogo eseguito dai tecnici comunali descrive chiaramente una veranda adibita “solo in parte” a ripostiglio. Ai sensi dell'art. 3, d.P.R. 6 giugno 2001 n. 380, la costruzione di una veranda, con conseguente incremento di superficie utile e mutamento di destinazione d’uso della superficie occupata dal balcone che comporta un aumento di volumetria, deve essere qualificata ristrutturazione edilizia, in quanto si risolve nella realizzazione di un organismo diverso dal precedente per struttura e destinazione e quindi, ai sensi dell'art. 10, stesso d.P.R., richiede il previo rilascio del permesso di costruire in mancanza del quale è legittimo l'ordine di demolizione. Recente la giurisprudenza ha infatti precisato che la realizzazione di una veranda cui consegua un aumento di volumetria deve essere qualificata, ai sensi dell'art. 3 del d.P.R. n. 380 del 2001, come ristrutturazione edilizia, in quanto comporta per effetto dell'aumento di volumetria correlata, la realizzazione di un organismo diverso dal precedente per struttura e destinazione. L'intervento in questione, secondo quanto previsto dall'art. 10 del d.P.R. n. 380 del 2001, deve essere quindi assentito con permesso di costruire il che determina la legittimità della prescrizione demolitoria irrogata con il provvedimento impugnato (cfr T.A.R. Lazio Roma, sez. I, 01 settembre 2010 , n. 32098; Ta.r. Sicilia, Catania sez. II, 7.05.2012 n.2079; Ta.r. Napoli, sez. IV 4.02.2011 n.716 ).
che a diverse conclusioni deve pervenirsi limitatamente alle contestate opere di demolizione e costruzione di tramezzi interni finalizzate ad una diversa distribuzione degli spazi interni che, come innanzi anticipato, sono assoggettate a mera comunicazione ai sensi del sopra richiamato art. 6 del d.p.r. n. 380 cit. che include tra le opere di manutenzione straordinaria lo spostamento di pareti interne;
che, ribadite le svolte considerazioni, il ricorso deve essere accolto limitatamente alle opere di demolizione e costruzione di tramezzi interni e respinto per la parte residua.
che ricorrono giusti motivi per compensare tra le parti le spese giudiziali.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania (Sezione Ottava) definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie in parte e per l’effetto annulla il provvedimento impugnato limitatamente all’ordine di rimozione delle opere di demolizione e costruzione di tramezzi interni, e lo respinge per la parte residua;
spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Napoli nella camera di consiglio del giorno 24 luglio 2012 con l'intervento dei magistrati:
Paolo Corciulo, Presidente FF
Renata Emma Ianigro, Consigliere, Estensore
Gianluca Di Vita, Primo Referendario



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