a cura del Dott. Francesco Barchielli



Consiglio di Stato, Sezione IV, 30 luglio 2012


L’Adunanza Plenaria di questo Consiglio, con propria decisione n. 3 del 23 marzo 2011, ha puntualizzato che dagli artt. 30 e seguenti del CPA emerge che il Legislatore non ha condiviso, né la tesi della pregiudizialità amministrativa, né peraltro, al contrario, quella della totale autonomia dei due rimedi, impugnatorio e risarcitorio, bensì ha optato per una soluzione intermedia

SENTENZA N. 4309

1. L’Adunanza Plenaria di questo Consiglio, con propria decisione n. 3 del 23 marzo 2011, ha puntualizzato che dagli artt. 30 e seguenti del CPA emerge che il Legislatore non ha condiviso, né la tesi della pregiudizialità amministrativa, né peraltro, al contrario, quella della totale autonomia dei due rimedi, impugnatorio e risarcitorio, bensì ha optato per una soluzione intermedia, che valuta l'omessa tempestiva proposizione del ricorso per l'annullamento del provvedimento lesivo non come fatto preclusivo dell'istanza risarcitoria, ma solo come condotta che, nell'ambito di una valutazione complessiva del comportamento delle parti in causa, può autorizzare il giudice ad escludere il risarcimento, ovvero a ridurne l'importo, nel caso in cui accerti che la tempestiva proposizione del ricorso per l'annullamento dell'atto lesivo avrebbe evitato o limitato i danni da quest'ultimo derivanti.

2. Sia che trovi diretta applicazione la norma del terzo comma dell’art. 30 del CPA, sia che si applichi il pacifico orientamento giurisprudenziale del Consiglio di Stato sulla rilevanza del concorso del comportamento colposo del creditore, come reso palese anche dal suo massimo organo giurisdizionale (Ad. Plen. n° 3 del 2011), comunque andrebbe esclusa nel caso in esame ogni responsabilità del Comune perché i danni lamentati dagli appellanti si sarebbero potuti evitare se essi, nel corso dei diciassette anni evidenziati, avessero tempestivamente tutelato le proprie ragioni con i mezzi giurisdizionali approntati dall’ordinamento.

3. Traendo conforto dall’insegnamento dell’Adunanza Plenaria di questo Consiglio di Stato, ritiene il Collegio che, in applicazione dei principi civilistici in tema di causalità giuridica e del principio di autoresponsabilità, una condotta omissiva di ogni effettiva tutela delle proprie ragioni nelle competenti sedi giurisdizionali, quale quella tenuta dagli interessati, sia contraria al principio di buona fede e denoti la violazione di quel parametro di diligenza che il danneggiato è tenuto a rispettare per non concorrere in maniera determinante con il proprio comportamento, come può ritenersi sia avvenuto nella specie, alla produzione di danni che, diversamente, si sarebbero potuti evitare.

FATTO E DIRITTO

1. - Con ricorso al TAR della Puglia, sede di Bari, i sigg. De Stefano Antonio e De Stefano Ennio chiedevano l’accertamento del loro diritto al risarcimento del danno ingiusto asseritamente causato dal comportamento omissivo del Comune di Troia relativamente alla definitiva approvazione del progetto di lottizzazione da essi presentato e per la condanna dello stesso Comune al pagamento delle somme dovute a tale titolo.
In particolare precisavano, in punto di fatto:
- di essere proprietari di suoli ubicati in zona C (espansione dell'abitato) del P.R.G. del Comune di Troia, ricadenti in una fascia che in base al vigente Piano di zona per l'edilizia economica e popolare andava lottizzata ad iniziativa dei proprietari;
- di aver presentato il 17 gennaio 1982, insieme a tutti i proprietari della fascia, un progetto di lottizzazione che veniva adottato dal citato Comune con delibera consiliare n. 180 del 17 giugno 1982 ed approvato dalla Regione Puglia con delibera di Giunta n. 1930 del 28 febbraio 1983, a condizione che il Comune riadattasse il P.d.L. in adeguamento alle prescrizioni del S.U.R.;
- che il Comune non procedeva a detta riadozione e che il TAR della Puglia con sentenza n° 24 del 1994, pur respingendo per ragioni di rito il ricorso proposto avverso il silenzio dell'Amministrazione, affermava incidentalmente "…l'oggettivo inadempimento…" del Comune;
- che detto Ente, con varie attività asseritamente dilatorie, persisteva nell'inadempimento fino al 29 settembre 1997 (data di definitiva approvazione del progetto di lottizzazione, giusta delibera n. 64); - che la convenzione di lottizzazione era stipulata soltanto il 26 gennaio 1999; - che il ritardo nella definizione del procedimento aveva causato ingenti danni patrimoniali.
Deducevano, in punto di diritto, la violazione dell'art. 2043 c.c. e la responsabilità da lesione di interesse legittimo, nella configurazione elaborata dalle SS.UU. della Corte di Cassazione con sentenza n° 500 del 1999 e dopo avere illustrato gli elementi costitutivi della pretesa, concludevano per la condanna del Comune al pagamento di euro 1.919.498,15, oltre rivalutazione monetaria ed interessi, ovvero della diversa somma da quantificarsi attraverso consulenza tecnica.
2. - Con sentenza n° 56 del 13 gennaio 2005 il predetto Giudice territoriale ha dichiarato inammissibile il ricorso accogliendo l’eccezione sollevata dal resistente Comune sulla base di motivazione che può essere così riassunta.
Innanzitutto, ha affermato che non possono esservi dubbi “…in ordine alla qualificazione della domanda proposta con il ricorso: il danno si assume originato dal ritardo con cui l’atto ampliativo (la convenzione urbanistica ed, a monte, il piano di lottizzazione) viene ad esistenza e, dunque, causa petendi dell’obbligazione risarcitoria è la lesione dell’aspettativa edilizia provocata dall’inerzia dell’Amministrazione…” che è “…situazione definita, in giurisprudenza ed in dottrina, coem danno da ritardo…”.
Di poi, presa posizione sulla teoria della pregiudizialità e verificatane l’applicabilità alla fattispecie, con la conseguenza che, in assenza di un atto illegittimo, non si potrebbe accedere ad alcuna ipotesi risarcitoria, ha affermato ancora il Giudice di primo grado che, “…Sulla base della stessa esposizione dei fatti contenuta in ricorso, risulta che è mancato l'accertamento dell'illegittimità dell'inerzia ed, ancor prima, l'attivazione nelle forme di legge della procedura del silenzio-inadempimento…”.
Più in particolare, tenuto conto che il giudizio di legittimità intentato innanzi allo stesso TAR Puglia anni prima, in relazione all’asserito comportamento illegittimamente silenzioso tenuto dal Comune di Troia sulla domanda di lottizzazione proposta, “...ebbe a concludersi con una declaratoria di inammissibilità per difetto di formazione del silenzio-rifiuto…”, ha ritenuto, altresì, che non può avere alcuna rilevanza, a fini di accertamento della colpa dell’Amministrazione, l’affermazione di quel Giudice che, “…ove l'amministrazione comunale di Troia non abbia provveduto nelle more del giudizio a concludere il procedimento di lottizzazione in questione, sussiste l'oggettivo inadempimento in merito all'istanza a suo tempo presentata dai ricorrenti…", in quanto detta affermazione costituisce null’altro che un “obiter dictum” che é, “…al fine cui lo menzionano i ricorrenti, tamquam non esset, non solo per l'ovvia ragione che ha valore meramente incidentale ma per l'ancor più penetrante motivo che si colloca nel solco di una motivazione tutta imperniata sulla pregiudiziale di rito, senza ingresso alcuno nel merito…”.
Né per sanare l’assenza di un preventivo accertamento della legittimità della condotta amministrativa, id est sull’esistenza e sulla violazione dell’obbligo di provvedere, sono utili i pareri legali indicati dai ricorrenti in quanto essi sono “irrilevanti”, non potendosi revocare in dubbio che “…la consulenza legale che segnala all'amministrazione la legittimità di una certa condotta non vale a costituire in capo all'Ente l'obbligo di tenerla e, tantomeno, l'obbligo di tenerla in un determinato arco di tempo. Tale obbligo può nascere solo dalla norma giuridica e deve essere reso coercibile ed accertato dal privato nelle forme sopra indicate…”.
Ha affermato, infine, il Giudice di primo grado che in nulla inciderebbe l'avvenuto rilascio del provvedimento di approvazione del P.d.L. in quanto esso “…è indice (neppure assoluto, potendo, in linea teorica, essere illegittimo lo stesso provvedimento in bonis) della spettanza del bene della vita al privato, ma nulla di più. Non, segnatamente, dell'obbligo per l'Ente di somministrarlo in data anteriore…”.
3. - Con l’appello in epigrafe i sigg. De Stefano hanno chiesto la riforma della sentenza criticando, innanzi tutto, il primo Giudice per aver affermato, in punto di principio, che, in assenza di un atto illegittimo, non si potrebbe accedere ad alcun risarcimento di danni perché tale avviso sarebbe smentito dalla dottrina e dalla giurisprudenza che hanno interpretato l’art. 7 della legge n° 205 del 2000.
Inoltre, sussisterebbe, comunque, la responsabilità del Comune per il ritardo in cui ha approvato il P.d.L. pur non essendovi alcun termine perentorio entro il quale debba essere approvato, tenuto conto che la vicenda procedimentale, iniziata con la domanda del 17 gennaio 1982 e scandita dalla delibera consiliare n. 180 del 17 giugno 1982 di adozione del P.d.L. e dalla delibera della Giunta regionale pugliese n. 1930 del 28 febbraio 1983 contenente la condizione di adeguarsi al SUR, si è definitivamente conclusa soltanto con la definitiva approvazione Piano stesso nel 1997 e con la stipula della relativa convenzione nel 1999. Il TAR, in breve, avrebbe errato a ritenere che, pur in tali descritte condizioni, i sigg. De Stefano avessero l’onere di far evidenziare, preventivamente, con sentenza l’illegittimità del comportamento per poter poi accedere al risarcimento.
Infine, sussisterebbero tutti gli elementi costitutivi del danno da lesione di interesse legittimo ed il primo Giudice avrebbe errato ad escluderlo tenuto conto:
- quanto “all’evento dannoso”, dei 17 anni di ritardo nell’approvare definitivamente il PdL e stipulare la relativa convenzione, delle mutate condizioni del mercato immobiliare, dei maggiori oneri per i lottizzanti per urbanizzazione primaria e costi di costruzione, nonché della perdita di chance connessa al mancato investimento delle somme rinvenienti dai guadagni realizzabili;
- quanto “all’ingiustizia del danno”, considerato che, dopo la delibera della Giunta Regionale pugliese del 1983, la restante attività del Comune “…si configurava come attività vincolata, sostanziandosi essenzialmente nel mero adeguamento del Piano già approvato alle prescrizioni imposte, pienamente accettate dall’Amministrazione comunale che vi aveva fatto anche acquiescenza…”, come sarebbe reso palese anche dall’assenza di ogni idonea motivazione del “…mancato adeguamento…”;
- quanto al “nesso di causalità”, esso sarebbe evidente perché il danno sarebbe pacificamente ascrivibile alla condotta inerte ed omissiva dell’Amministrazione;
- quanto, infine alla “colpa grave”, essa sarebbe altrettanto evidente perché il danno sarebbe diretta conseguenza dell’omissione di un’approvazione del tutto dovuta del PdL dopo la delibera regionale del 1983 che imponeva un mero atto di adeguamento a quanto previsto dal SUR e di conferma della delibera del Consiglio Comunale n° 180 del 1982.
4. - Il Comune di Troia, costituitosi anche nel presente grado di giudizio, ha controdedotto alle tesi degli appellanti chiedendo la reiezione del gravame in esame in quanto gli asseriti danni patiti dai ricorrenti sarebbero conseguenza soltanto della negligenza dei sigg. De Stefano nel far valere le proprie ragioni a tempo e nelle sedi debite secondo legge.
5. - Con più memorie, presentate anche in replica, entrambe le parti costituite hanno ulteriormente illustrato le rispettive tesi difensive, confermando le conclusioni già rassegnate, gli appellanti, nel loro gravame e, l’appellato Ente, nel proprio controricorso di costituzione in giudizio.
6. - All’udienza pubblica del 24 aprile 2012 il gravame in epigrafe è stato assegnato a decisione.
7. - L’appello è infondato.
7.1 - Con una prima critica alla sentenza impugnata parte appellante sostiene che avrebbe errato il primo Giudice ad affermare che sarebbe presupposto necessario ed imprescindibile al riconoscimento del diritto al risarcimento del danno il pregiudiziale annullamento dell’atto amministrativo causa del danno alla posizione giuridica dell’interessato.
Detta critica, anche a volerla condividere, non è comunque incidente in maniera determinante nell’economia complessiva del presente giudizio per le seguenti considerazioni.
Ed invero, è noto che nel regime previgente al nuovo Codice del Processo amministrativo, approvato con d.lgs. n. 104 del 2 luglio 2010 (di seguito, per brevità: CPA), la giurisprudenza, sia della Corte di Cassazione, sia di questo Consiglio di Stato, non fosse univoca sulla questione dell’esistenza od inesistenza di una pregiudiziale amministrativa ai fini dell’azionabilità del diritto al risarcimento del danno ingiusto derivante da lesione di interesse legittimo.
E’ noto, altresì, che l’Adunanza Plenaria di questo Consiglio, con propria decisione n. 3 del 23 marzo 2011, ha chiarito che, sebbene la disciplina del nuovo CPA regolante il rapporto tra le due azioni di annullamento e di risarcimento (art. 30) non sia direttamente applicabile alle fattispecie risalenti ad epoca anteriore al 16 settembre 2010, data di entrata in vigore di detto Codice, i principi evincibili dalla relativa normativa codicistica (specialmente con riferimento all'assenza di una stretta pregiudiziale processuale e all'operatività di una connessione, semmai, sostanziale tra rimedio impugnatorio e azione risarcitoria), nondimeno devono essere considerati utili anche ai fini della soluzione delle vicende precedenti all'avvento del codice, in particolare il principio generale ricavabile dall’art 1227 del codice civile sul concorso del fatto colposo del creditore, ognora applicabile.
Ha, infatti, puntualizzato detta decisione dell’organo della nomofilachia nella giurisdizione amministrativa che dagli artt. 30 e seguenti del CPA emerge che il Legislatore non ha condiviso, né la tesi della pregiudizialità amministrativa, né peraltro, al contrario, quella della totale autonomia dei due rimedi, impugnatorio e risarcitorio, bensì ha optato per una soluzione intermedia, che valuta l'omessa tempestiva proposizione del ricorso per l'annullamento del provvedimento lesivo non come fatto preclusivo dell'istanza risarcitoria, ma solo come condotta che, nell'ambito di una valutazione complessiva del comportamento delle parti in causa, può autorizzare il giudice ad escludere il risarcimento, ovvero a ridurne l'importo, nel caso in cui accerti che la tempestiva proposizione del ricorso per l'annullamento dell'atto lesivo avrebbe evitato o limitato i danni da quest'ultimo derivanti.
Orbene, facendo applicazione del citato indirizzo giurisprudenziale, del tutto condivisibile, deve rilevare il Collegio, per un verso, come la propria valutazione indubbiamente non possa fermarsi al profilo pregiudiziale della presente controversia, per cui la critica in esame non può non ritenersi corretta in punto di principio e, per altro verso, però, come sul versante del merito la stessa valutazione non possa non indirizzarsi ad un esito negativo della domanda giudiziale proposta in questa sede, sulla base delle argomentazioni che di seguito saranno svolte, in applicazione del principio ricavabile dall’art. 1227 del codice civile, come interpretato dalla giurisprudenza di questo Consiglio di Stato.
7.2 - Prima di procedere all’esame delle restanti critiche mosse dagli appellanti alla sentenza impugnata, giova ricordare, in punto di fatto:
- da un lato, che vertesi in tema di comportamento asseritamente silente ed inadempiente mantenuto dal Comune di Troia per ben diciassette anni in relazione alla valutazione ed approvazione definitiva, quest’ultima intervenuta soltanto nel 1997, con stipula della convenzione nel 1999, della domanda di lottizzazione presentata il 17 gennaio 1982 dai sigg. De Stefano ed altri proprietari di aree in zona urbanistica C (di espansione) di detto Comune, secondo il vigente PRG;
- dall’altro, che il procedimento relativo, a partire dalla citata domanda di parte, è stato scandito, nel corso degli anni, dalla delibera consiliare n. 180 del 17 giugno 1982 di adozione del PdL, dalla delibera della Giunta Regionale pugliese n° 1930 del 28 febbraio 1983 di nulla-osta all’attuazione di detto PdL, previa recezione del parere del SUR, dagli atti di significazione notificati dagli attuali appellati al Comune nel 1984, nel 1985, nel 1991 e nel 1995, nonché dai pareri pro-veritate del 1985 e del 1997 richiesti dall’Ente e favorevoli agli appellanti.
Giova, altresì, ricordare, in punto di diritto:
- che gli appellanti poggiano le proprie tesi difensive sul rilievo che tutti gli anzidetti elementi di fatto assumerebbero pregnanza ancor più significativa, oltre quella propria di ciascuno di essi e della loro lunga sequenza temporale, ai fini della qualificazione come colpevole del ritardo con il quale è stato definitivamente approvato il PdL, tenendo conto dell’affermazione fatta dallo stesso TAR in altro precedente giudizio, inerente sempre la stessa vicenda procedimentale, circa il comportamento di “…oggettivo inadempimento…” tenuto dal Comune nella vicenda stessa; di qui la fondatezza del diritto al risarcimento del “danno da ritardo” perché indubbiamente “colpevole” quest’ultimo, diversamente da quanto affermato dal primo Giudice;
- che il Comune resistente, viceversa, trae dagli stessi elementi di fatto e dal complessivo comportamento tenuto dagli appellanti nel corso dei citati diciassette anni il segno evidente della “…colpevole negligenza…” degli appellanti stessi nel tutelare i propri interessi protetti, avuto riguardo, in particolare, proprio alla sentenza del TAR Puglia n. 24 del 1994, dalla quale questi ultimi traggono l’obiter dictum avente (a loro dire) rilevanza determinante nell’economia del presente giudizio, che erratamente verrebbe ritenuto prova di detta “colpevole negligenza”, tenuto conto che il ricorso proposto avverso il silenzio inadempimento del Comune proprio sulla richiesta di PdL in questione è stato dichiarato inammissibile per difetto di procedura e non avendo essi, successivamente, null’altro esperito in sede giudiziaria.
In breve, sia che trovi diretta applicazione la norma del terzo comma dell’art. 30 del CPA, sia che si applichi il pacifico orientamento giurisprudenziale del Consiglio di Stato sulla rilevanza del concorso del comportamento colposo del creditore, come reso palese anche dal suo massimo organo giurisdizionale (Ad. Plen. n° 3 del 2011), comunque andrebbe esclusa nel caso in esame ogni responsabilità del Comune perché i danni lamentati dagli appellanti si sarebbero potuti evitare se essi, nel corso dei diciassette anni evidenziati, avessero tempestivamente tutelato le proprie ragioni con i mezzi giurisdizionali approntati dall’ordinamento.
7.3 - Ritiene il Collegio che la tesi della civica difesa sia fondata per le seguenti ragioni.
Un primo elemento indubbiamente rilevante e significativo per affermare il concorso colpevolmente determinante degli appellanti nella produzione dei danni dagli stessi lamentati è fornito dal fatto che, nell’unica occasione in cui essi hanno inteso esercitare il proprio diritto di azione nei confronti del Comune, per il comportamento asseritamente silente ed inadempiente da quest’ultimo tenuto nel corso dell’iter procedimentale in questione (cioè nei diciassette anni trascorsi dalla domanda di lottizzazione del 17 gennaio 1982 al 1999, anno in cui ha avuto effettivamente conclusione l’iter procedimentale mediante la sottoscrizione della convenzione di lottizzazione, a seguito dell’approvazione definitiva di quest’ultima nel 1997), il relativo ricorso non è stato valutato nel merito perché ritenuto inammissibile per difetto della procedura richiesta ex lege per la corretta instaurazione del procedimento giurisdizionale.
Né tale comportamento colpevolmente negligente degli appellanti può essere attenuato dal fatto che nel corso degli anzidetti 17 anni gli stessi appellanti hanno notificato plurimi atti di significazione al Comune e che siano stati acquisiti da detto Ente anche pareri favorevoli ai loro interessi, in quanto, a ben vedere, essi hanno valenza esattamente opposta a quella loro attribuita da detti appellanti, sol che si tenga presente, per un verso, che sono fatti giuridici anteriori alla sentenza del 2004 dello stesso TAR (la n. 24) di declaratoria di inammissibilità del ricorso volto all’accertamento dell’illegittimità del silenzio-inadempimento serbato dal Comune nel procedimenti approvazione del PdL; per altro verso, che dopo tale pronunzia essi appellanti, pur potendo, non hanno ritualmente riproposto la medesima domanda giudiziale, evidentemente confidando soltanto nella già proposta (nel 2002) ulteriore domanda giurisdizionale di risarcimento danni, poi rigettata con la sentenza in questa sede impugnata.
In breve, traendo conforto dall’insegnamento dell’Adunanza Plenaria di questo Consiglio di Stato, ritiene il Collegio che, in applicazione dei principi civilistici in tema di causalità giuridica e del principio di autoresponsabilità, una condotta omissiva di ogni effettiva tutela delle proprie ragioni nelle competenti sedi giurisdizionali, quale quella tenuta dai sigg. De Stefano, sia contraria al principio di buona fede e denoti la violazione di quel parametro di diligenza che il danneggiato è tenuto a rispettare per non concorrere in maniera determinante con il proprio comportamento, come può ritenersi sia avvenuto nella specie, alla produzione di danni che, diversamente, si sarebbero potuti evitare.
Non pare, infatti, revocabile in dubbio che i sigg. De Stefano, proprio in ragione della chiarezza del contenuto dispositivo degli atti piuttosto celermente formatisi nel corso del procedimento in questione, a far data dalla loro domanda del 1982 (in particolare dopo l’adozione del PdL nello stesso anno 1982 e dopo l’approvazione di detto Piano da parte della Regione con la delibera n° 1930 del 1983, anche se con la prescrizione di adeguamento al parere SUR, e dopo che nel 1985 era già stato acquisito dal Comune un primo parere pro-veritate a loro favorevole), ben avrebbero potuto, immediatamente dopo, cioè a distanza di tre anni, adire la via giudiziaria a tutela di una posizione già positivamente definita dagli atti intervenuti (delibera di adozione del PdL del 17 giugno 1982 e delibera regionale del 28 febbraio 1983 che ha approvato la prima ) che, pur non avendo natura doverosa, alla stregua della giurisprudenza della Sezione sul punto consolidatasi (cfr. C.d.S., sez. IV^. n° 957 del 2 marzo 2004), comunque comportavano soltanto ulteriori passaggi adempitivi delle prescrizioni regionali.
7.4 - Consegue, alla stregua delle osservazioni sin qui svolte, che difettano, nel caso in esame, gli elementi costituivi di una corretta domanda risarcitoria - cioè l’ingiustizia del danno asseritamente patito, il nesso di causalità ed una colpa grave ascrivibile esclusivamente al Comune - tenuto conto, non soltanto di tutte le considerazioni svolte nei capi di motivazione che precedono, ma anche dei seguenti ulteriori elementi:
- che i sigg. De Stefano, secondo quanto dichiarato dalla difesa comunale senza smentita da parte avversa, hanno presentato gli elaborati tecnici e lo schema di convenzione adeguati alle prescrizioni della Regione Puglia soltanto in data 23 luglio 1997 e, dunque, hanno adempiuto al loro onere a distanza di ben 14 anni dal nulla-osta regionale di cui alla delibera n° 1930 del 1983;
- che, viceversa, la delibera di definitiva approvazione del progetto di lottizzazione è prontamente intervenuta, essendo stata assunta soltanto due mesi dopo con atto n. 64 del 29 settembre 1997;
- che gli stessi interessati, anche dopo la sottoscrizione il 26 gennaio 1999 della convenzione di lottizzazione, hanno sostanzialmente dimostrato (ulteriore) negligenza non richiedendo le concessioni edilizie, né tanto meno ottemperando agli obblighi assunti mediante la convenzione stessa, come pure è stato affermato in giudizio dal Comune senza alcuna smentita da parte avversa;
- che, peraltro, i sigg. Di Stefano, pur potendo, non si sono avvalsi neppure della facoltà prevista dal Piano Quadro del Comune di Troia (approvato con atto regionale n. 2471 del 24 ottobre 1977), cioè di apposito strumento atipico, applicativo del PRG, che consentiva (come hanno fatto altri proprietari di aree della stessa zona urbanistica C) indicati dalla difesa comunale, anche qui senza smentita di controparte) il rilascio di apposite licenze edilizie per nuove edificazioni, salvo il necessario adempimento degli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria.
7.5 - In conclusione, nessuna delle critiche formulate alla sentenza impugnata può ritenersi fondata per cui la sentenza impugnata può essere confermata nel suo dispositivo e, conseguentemente, l’appello può essere rigettato.
8. - Infine, quanto alle spese del presente grado di giudizio, ritiene il Collegio che la complessità delle questioni amministrative trattate nel corso del procedimento amministrativo consentano di disporre l’integrale compensazione delle stesse tra le parti, in deroga a quanto dispone l’art. 26 del CPA.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato, in sede giurisdizionale, Sezione Quarta, definitivamente pronunciando sull'appello n° 2669 del 2005, come in epigrafe proposto, lo respinge.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 24 aprile 2012 con l'intervento dei magistrati:
Giorgio Giaccardi, Presidente
Raffaele Greco, Consigliere
Guido Romano, Consigliere, Estensore
Andrea Migliozzi, Consigliere
Umberto Realfonzo, Consigliere



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