a cura del Dott. Francesco Barchielli



T.A.R. Campania Napoli, Sezione VII, 9 novembre 2012


Sul diniego di concessione in sanatoria fondato su un generico contrasto dell''opera con leggi o regolamenti in materia edilizia

SENTENZA N. 4531

Il Collegio ritiene infatti di aderire a quell’orientamento secondo il quale è carente di motivazione il diniego di concessione in sanatoria fondato su un generico contrasto dell'opera con leggi o regolamenti in materia edilizia, dovendo invece il diniego stesso soffermarsi sulle disposizioni che si assumano ostative al rilascio del titolo e sulle previsioni di riferimento contenute negli strumenti urbanistici, in modo da consentire all'interessato da un lato di rendersi conto degli impedimenti che si frappongono alla regolarizzazione ed al mantenimento dell'opera abusiva, dall'altro di confutare in giudizio, in maniera pienamente consapevole ed esaustiva, la legittimità del provvedimento impugnato (cfr. T.A.R. Toscana, sez. III, 9 aprile 2009, n. 605; T.A.R. Campania Napoli, sez. VI, 5 aprile 2012, n. 1640). In questa direzione il provvedimento di diniego di condono, quando si limita ad una apodittica affermazione di principio di contrarietà alla normativa paesaggistica, risulta dunque viziato da difetto di motivazione, atteso che l’obbligo di motivazione, imposto dall’art. 3 della legge n. 241 del 1990, presuppone adeguate argomentazioni volte a chiarire la non compatibilità dell’opera con le esigenze di tutela nel contesto ambientale (T.A.R. Campania Salerno, sez. II, 22 settembre 2009 , n. 4978). Anche tale motivo va dunque accolto.

FATTO E DIRITTO

Il ricorrente è proprietario di un fabbricato composto da due locali negozio con un locale deposito di pertinenza, al piano terra, sito nel Comune di S. Antonio Abate, alla via Casa Aniello n. 15-17. I locali in oggetto sono riportati in catasto al foglio n. 7, particella 1565, sub 2, uno al civico 17 sub 5, l’altro al civico 15 sub 6.
In data 31 maggio 2007 l’odierno ricorrente otteneva, anche previo parere favorevole della soprintendenza statale ai beni paesaggistici, provvedimento di condono, ai sensi della legge n. 47 del 1985, concernente il suddetto fabbricato da adibire in parte a civile abitazione (primo piano) ed in parte a locali commerciali (piano terra).
In data 27 aprile 2011 veniva poi presentata denunzia di inizio attività per lavori di ristrutturazione edilizia con modifica dei prospetti riguardanti il fabbricato in oggetto.
Al riguardo si esprimeva sempre in via preliminare, trattandosi di area sottoposta a vincolo paesaggistico, la soprintendenza statale; quest’ultima adottava parere negativo, in sintesi, per le seguenti ragioni: a) i lavori di ristrutturazione comprenderebbero “in effetti … la edificazione di un volume in ampliamento al fabbricato esistente, nel sito ove è presente una tettoia in lamiera”; b) il Comune di S. Antonio Abate non ha ancora adeguato la propria strumentazione urbanistica al PUT approvato con legge regionale n. 35 del 1987; c) l’intervento sarebbe comunque invasivo in quanto altererebbe i valori paesaggistici dell’area interessata.
Di conseguenza il Comune adottava provvedimento di inibitoria circa la realizzazione dell’intervento de quo.
Entrambi gli atti venivano impugnati per i seguenti motivi: a) violazione dell’art. 10-bis della legge n. 241 del 1990 per omessa comunicazione del preavviso di rigetto; b) eccesso di potere per erroneità dei presupposti, dato che l’ampliamento volumetrico denunziato dalla soprintendenza statale avrebbe in realtà già formato oggetto del precedente provvedimento di condono del 2007; c) difetto di motivazione; d) violazione dell’art. 146 del decreto legislativo n. 42 del 2004 (codice dei beni culturali) in quanto la soprintendenza statale avrebbe operato una valutazione eminentemente di tipo urbanistico e non paesaggistico.
Si costituivano in giudizio l’amministrazione statale e quella comunale intimate per chiedere il rigetto del gravame.
Alla pubblica udienza del 25 ottobre 2012 la causa veniva infine trattenuta in decisione.
Tutto ciò premesso il ricorso è fondato e deve essere accolto per le seguenti ragioni.
Ed infatti, in disparte ogni considerazione circa l’effettiva natura dei lavori (ossia se trattasi di semplice modifica dei prospetti esterni oppure di ampliamento degli esistenti volumi attraverso la realizzazione di un locale box mediante la chiusura di un’area attualmente coperta con tettoia), è evidente che la soprintendenza:
1) ha senz’altro violato gli artt. 10-bis della legge n. 241 del 1990 e 146 del decreto legislativo n. 42 del 2004 (codice dei beni culturali). Quest’ultima disposizione prevede in particolare, al comma 8, che “il soprintendente, in caso di parere negativo, comunica agli interessati il preavviso di provvedimento negativo ai sensi dell’ articolo 10-bis della legge 7 agosto 1990, n. 241”. Ebbene la violazione è tanto più evidente ove soltanto si consideri che in sede di contraddittorio procedimentale l’odierno ricorrente avrebbe ben potuto dimostrare l’effettiva natura degli interventi edilizi da realizzare (se solo modifica prospetti oppure anche ampliamento volumetrico);
2) ha in ogni caso operato una valutazione di carattere edilizio (nella parte in cui ha rilevato che il PRG comunale non ha ancora recepito il PUT regionale) che, in quanto tale, non rientra pienamente nelle proprie competenze istituzionali. In argomento la giurisprudenza ha avuto modo di osservare che “il potere di verifica della compatibilità paesaggistica delle opere è autonomo rispetto a quello inerente il controllo urbanistico/edilizio, con la conseguenza che le notazioni di senso negativo contenute a quest'ultimo riguardo nel provvedimento di diniego sono del tutto ininfluenti agli effetti del rilascio della richiesta autorizzazione” (Cons. Stato, sez. VI, 31 agosto 2004, n. 5723). A tale riguardo si rammenta che il citato comma 8 dell’art. 146 stabilisce che “il soprintendente rende il parere di cui al comma 5, limitatamente alla compatibilità paesaggistica del progettato intervento nel suo complesso ed alla conformità dello stesso alle disposizioni contenute nel piano paesaggistico”.
Sussiste dunque nei predetti termini il vizio di violazione di legge nonché di eccesso di potere per sviamento della causa tipica;
3) si è espressa in modo alquanto generico nella parte in cui ha considerato apoditticamente l’intervento come invasivo e contrario ai valori paesaggistici espressi dall’area de qua.
Al riguardo il Collegio ritiene infatti di aderire a quell’orientamento secondo il quale è carente di motivazione il diniego di concessione in sanatoria fondato su un generico contrasto dell'opera con leggi o regolamenti in materia edilizia, dovendo invece il diniego stesso soffermarsi sulle disposizioni che si assumano ostative al rilascio del titolo e sulle previsioni di riferimento contenute negli strumenti urbanistici, in modo da consentire all'interessato da un lato di rendersi conto degli impedimenti che si frappongono alla regolarizzazione ed al mantenimento dell'opera abusiva, dall'altro di confutare in giudizio, in maniera pienamente consapevole ed esaustiva, la legittimità del provvedimento impugnato (cfr. T.A.R. Toscana, sez. III, 9 aprile 2009, n. 605; T.A.R. Campania Napoli, sez. VI, 5 aprile 2012, n. 1640). In questa direzione il provvedimento di diniego di condono, quando si limita ad una apodittica affermazione di principio di contrarietà alla normativa paesaggistica, risulta dunque viziato da difetto di motivazione, atteso che l’obbligo di motivazione, imposto dall’art. 3 della legge n. 241 del 1990, presuppone adeguate argomentazioni volte a chiarire la non compatibilità dell’opera con le esigenze di tutela nel contesto ambientale (T.A.R. Campania Salerno, sez. II, 22 settembre 2009 , n. 4978). Anche tale motivo va dunque accolto.
In conclusione il ricorso, assorbita ogni altra censura, è fondato e deve essere accolto con conseguente annullamento delle note indicate in epigrafe.
Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo. Esse vanno accollate unicamente sull’amministrazione statale in quanto la nota comunale di rigetto scaturisce esclusivamente dall’adozione del parere ministeriale.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania (Sezione Settima), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e per l’effetto annulla la nota della soprintendenza statale n. 16240/11 del 5 agosto 2011 e la conseguente nota del Comune di Sant’Antonio Abate n. 21515 del 30 agosto 2011.
Condanna l’amministrazione statale intimata alla rifusione delle spese di lite, da quantificarsi nella complessiva somma di euro 1.500 (millecinquecento), oltre IVA e CPA.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Napoli nella camera di consiglio del giorno 25 ottobre 2012 con l'intervento dei magistrati:
Alessandro Pagano, Presidente
Marina Perrelli, Primo Referendario
Massimo Santini, Primo Referendario, Estensore


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