a cura del Dott. Francesco Barchielli



T.A.R. Campania Napoli, Sezione II, 18 marzo 2013


Sui termini per la formulazione dell’istanza di ricusazione del verificatore nel processo amministrativo

SENTENZA N. 1502

1. L’istanza di ricusazione del verificatore (che può essere proposta ai sensi dell’art. 20 c.p.a. per i motivi indicati nell’art. 51 c.p.c.), deve ritenersi sottoposta a precisi limiti temporali (idonei anche a scongiurare espedienti dilatori che mal si conciliano con le esigenze di addivenire ad una definizione del giudizio in tempi ragionevoli), da individuare, in ragione della eadem ratio, in mancanza di una previsione espressa, in quelli indicati dall’art. 67 c.p.a. per le analoghe istanze relative al consulente tecnico d’ufficio, con la specificazione che il termine ultimo entro il quale l’istanza di ricusazione deve essere presentata è da individuare, non essendo previsto il giuramento, entro e non oltre il primo atto del verificatore (comunque prima dell’inizio delle operazioni di verificazione, secondo un criterio desumibile anche dalla previsione di cui all’art. 52, comma 2, cp.c.).

2. La qualità di proprietaria di un'area confinante con quella oggetto dei lavori assentiti è di per sé idonea a dimostrare la sussistenza di una situazione soggettiva ed oggettiva di stabile collegamento con la zona coinvolta dai lavori (c.d. vicinitas) ed a radicare la legittimazione e l'interesse all'impugnazione del titolo edilizio relativo all'immobile limitrofo, senza bisogno di procedere ad ulteriori indagini, in quanto l'eventuale illegittimità dell'atto di assenso è idonea, di per sé, ad arrecare pregiudizio ai valori urbanistici tutelati dalle previsioni vigenti nella zona (T.A.R. Campania, Napoli, sez. II, 20 gennaio 2012, n. 302; cfr., altresì, T.A.R. Campania, Napoli, sez. II, 23 aprile 2007, n. 4217). Il riferito orientamento è unanimemente condiviso dalla giurisprudenza formatasi sul punto e non consente diverse interpretazioni (cfr., ex plurimis, C.d.S., sez. IV, 7 maggio 2012, n. 2620, secondo cui “la possibilità di ricorrere avverso il rilascio di un titolo edilizio va riconosciuto ai proprietari (persone fisiche o giuridiche) di immobili o abitazioni ubicati su un terreno non solo confinante, ma anche fronteggiante o comunque ubicato in prossimità.

FATTO

1. Con atto notificato in data 6/12 aprile 2012 e depositato il successivo giorno 17, la dottoressa Lydia Ada Orsola Spiezia ricorreva innanzi a questo Tribunale Amministrativo Regionale contro il Comune di Marigliano e nei confronti della società Ipodema S.r.l. avverso il permesso di costruire n. 20 del 14 marzo 2011 e gli altri atti in epigrafe indicati chiedendone, previa sospensione, l'annullamento.
La ricorrente esponeva, in punto di fatto, le seguenti circostanze:
- di essere proprietaria dell'intero secondo piano di un palazzo di due piani sito in Marigliano al corso Umberto I n. 188, ad angolo con l'inizio di via Nicotera;
- che, su area parzialmente frontistante la propria abitazione, il Comune di Marigliano aveva approvato, con il permesso di costruire n. 20 del 14 marzo 2011, il progetto edilizio presentato dalla società Ipodema S.r.l. per la realizzazione, previa demolizione della preesistente villa e con l'aumento di cubatura previsto dal c.d. Piano Casa, di un edificio a corpo unico con due scale composto da tre piani fuori terra, oltre al piano rialzato e diviso in 22 o 24 appartamenti per civili abitazioni più 6 locali commerciali;
- che tuttavia, l'immobile preesistente consisteva in una villa padronale di struttura smilza, costruita negli anni Trenta in stile razionalista, circondata su due lati da un ampio giardino e per gli altri due con affaccio sul corso Umberto e su via Nicotera, dai quali era separata da un vialetto largo circa due metri che correva lungo un basso muretto di recinzione sormontato da paletti e rete metallica;
-che, all'esito della richiesta di accesso ai documenti (consegnati al tecnico incaricato dalla ricorrente soltanto in data 12 marzo 2012), si era potuto constatare che il progetto concernente lo stato di fatto era stato redatto sulla base di una falsa rappresentazione della consistenza, in termini di volume e di superficie, sia del corpo “A” (asseritamente preesistente nel giardino lato via Nicotera), sia del corpo “B” (cioè la villa vera e propria), con la conseguenza che l'intervento approvato avrebbe comportato la realizzazione di un'entità edilizia completamente diversa rispetto a quella preesistente, con un notevole incremento volumetrico, nonché una modifica delle destinazioni d'uso e della sagoma.
Tanto premesso, la ricorrente deduceva l’illegittimità dell'impugnato permesso di costruire e degli altri atti in epigrafe indicati con quattro distinti motivi di ricorso, incentrati sui vizi di violazione di legge e di eccesso di potere sotto vari profili:
1) l'area oggetto dell'impugnato permesso di costruire, destinata a zona “B” del P.R.G. del Comune di Marigliano, era stata stralciata in sede di approvazione dello strumento urbanistico, per cui dovrebbe essere considerata, ai fini del regime edificatorio applicabile, come “zona bianca”, con la conseguenza che sarebbero ammissibili al massimo interventi di demolizione e ricostruzione con la stessa volumetria e sagoma dell'immobile preesistente (mentre, nel caso di specie, sarebbe stato assentito un notevole incremento volumetrico, derivante dalla sostituzione del vecchio giardino con la realizzazione di un immobile che occuperebbe più dell'80% della superficie dell'area);
2) il progetto concernente lo stato di fatto sarebbe stato redatto sulla base di una falsa rappresentazione della consistenza sia del corpo “A”, che del corpo “B”, per cui l'impugnato provvedimento sarebbe viziato da errori nel computo planovolumetrico, derivanti dalla infedele rappresentazione della preesistente situazione dei luoghi;
3) si sarebbe consentita la ricostruzione di un immobile con altezza eccedente quella preesistente ed inoltre non si sarebbero previsti spazi destinati a parcheggi e verde.
4) trattandosi di zona stralciata in sede di approvazione del P.R.G., sarebbero inapplicabili le fonti regionali che hanno a presupposto la vigenza dello strumento urbanistico (dovendosi diversamente ritenere non manifestamente infondata e rilevante nel caso di specie, la questione di legittimità costituzionale della fonte regionale per contrasto con l'articolo 117 della Costituzione disciplinante l'esercizio della potestà legislativa concorrente); inoltre, non sarebbe indicata la percentuale destinata ad “housing sociale”.
A sostegno delle proprie affermazioni, depositava perizia giurata a firma del geometra Carmine Serpico, nella quale si rilevava: 1) quanto al corpo “A”, che lo stesso avrebbe un'altezza non superiore a metri 3,00 e sarebbe costituito da due corpi di fabbrica separati (mentre nei grafici allegati alla richiesta di permesso di costruire sarebbe stata indicata un'altezza di metri 7,00 e sarebbe stato rappresentato come un unico corpo di fabbrica); quanto al corpo “B”, che il volume totalmente preesistente sarebbe pari a mc. 5.322,44 (mc. 755,04 per il piano seminterrato, mc. 1.873,32 per il piano terra, mc. 1.873,32 per il piano primo e mc. 457,76 per il piano secondo) per cui, “ove pure si volesse ritenere legittimo l'intervento di demolizione e ricostruzione con maggiorazione della volumetria del 35%, si potrebbe consentire la realizzazione di un volume pari a mc. 5.322,44 x 1,35 = mc. 7.185,29”, a fronte di un volume autorizzato pari a mc. 9.103,05 (con una non consentita differenza in eccesso di mc. 1.917,76).
2. Si costituivano in giudizio il Comune di Marigliano e la società Ipodema s.r.l., deducendo la tardività, l'inammissibilità e l'infondatezza del ricorso, di cui chiedevano la reiezione.
Producevano, a sostegno delle proprie argomentazioni, ampia documentazione. La società controinteressata depositava altresì perizia giurata a firma dell'architetto Angelantonio Di Micco.
3. Con ordinanza n. 671/2012 dell'11 maggio 2012, questa Sezione, decidendo sull'istanza cautelare, disponeva verificazione, al fine di accertare - in contraddittorio - le circostanze di fatto in contestazione tra le parti, conferendo il relativo incarico ad un funzionario del Settore Urbanistica della Provincia di Napoli e quindi rinviava all'udienza pubblica del 25 ottobre 2012, sospendendo nelle more l'efficacia del provvedimento impugnato.
4. Con istanza depositata il 27 settembre 2012, l'architetto Felicia Sembrano della Direzione Urbanistica della Provincia di Napoli (nominato funzionario verificatore giusta delega dirigenziale prot. .n. 57246 dell'1/06/2012) chiedeva una proroga di almeno sei mesi del termine per il deposito della relazione conclusiva (avendo dovuto richiedere la rimozione temporanea dei sigilli per effettuare le operazioni di verificazione), per cui la causa veniva rinviata all'udienza pubblica del 7 marzo 2013.
Con successiva istanza depositata il 30 novembre 2012, l'architetto Felicia Sembrano, data la complessità delle operazioni di verificazione, chiedeva l'autorizzazione alla nomina di architetto esperto in discipline urbanistiche e catastali, individuandolo nella persona dell'architetto Maurizio Biondi (del quale allegava curriculum professionale e compenso preventivato per l'opera da compiere).
5. Alla camera di consiglio del 10 gennaio 2013, fissata per la delibazione della suindicata istanza del funzionario verificatore, i procuratori presenti non manifestavano alcuna opposizione al riguardo e quindi questa Sezione, con l’ordinanza n. 360/2013 del 17 gennaio 2013, la accoglieva (esplicitamente autorizzando il funzionario verificatore ad avvalersi dell'ausilio dell'architetto Maurizio Biondi, a favore del quale veniva liquidato un acconto di euro 500,00, posto provvisoriamente a carico della parte ricorrente).
6. Con atto depositato il 26 gennaio 2013, i procuratori della ricorrente formulavano rituale istanza di ricusazione dell'architetto Felicia Sembrano dall'incarico di verificatore, ritenendo “opinabile e sospetta” la scelta del funzionario verificatore di avvalersi, già prima dell'autorizzazione del Collegio, dell'opera dell'architetto Maurizio Biondi (che aveva partecipato alle attività di verificazione sottoscrivendo il verbale del 14 dicembre 2012).
7. In data 31 gennaio 2013, l'architetto Felicia Sembrano depositava la relazione di verificazione con i relativi allegati. In data 6 febbraio 2013 depositava altresì la parcella delle spese e delle competenze relative all'incarico espletato.
In data 7 febbraio 2013, l'architetto Maurizio Biondi depositava richiesta di acconto.
8. Con atto depositato in data 12 febbraio 2013, i procuratori della ricorrente richiamavano l'istanza di ricusazione e chiedevano che venisse sospeso qualsiasi adempimento preordinato alla corresponsione dei suddetti onorari almeno fino alla decisione sull'istanza di ricusazione.
9. Con memoria depositata in data 4 marzo 2013, la società Ipodema s.r.l. chiedeva la reiezione dell'istanza di ricusazione avanzata dalla ricorrente.
10. In data 6 marzo 2013, la ricorrente depositava note di replica alla verificazione, sostenendone l'erroneità per essere stata eseguita senza riscontri oggettivi e con riferimenti normativi malamente interpretati ed applicati e per avere quindi concluso per la preesistenza di una volumetria maggiore rispetto a quella effettiva.
11. Alla pubblica udienza del 7 marzo 2013, i procuratori delle parti ribadivano le rispettive argomentazioni e conclusioni ed il ricorso veniva quindi introitato in decisione.

DIRITTO

1. Il Collegio deve preliminarmente pronunciarsi sull’istanza di ricusazione del funzionario verificatore, presentata dalla difesa della ricorrente il 26 gennaio 2013.
L’istanza è palesemente tardiva.
Come recentemente affermato da questa Sezione con la sentenza n. 331 del 16 gennaio 2013 in relazione ad analoga fattispecie, l’istanza di ricusazione del verificatore (che può essere proposta ai sensi dell’art. 20 c.p.a. per i motivi indicati nell’art. 51 c.p.c.), deve ritenersi sottoposta a precisi limiti temporali (idonei anche a scongiurare espedienti dilatori che mal si conciliano con le esigenze di addivenire ad una definizione del giudizio in tempi ragionevoli), da individuare, in ragione della eadem ratio, in mancanza di una previsione espressa, in quelli indicati dall’art. 67 c.p.a. per le analoghe istanze relative al consulente tecnico d’ufficio, con la specificazione che il termine ultimo entro il quale l’istanza di ricusazione deve essere presentata è da individuare, non essendo previsto il giuramento, entro e non oltre il primo atto del verificatore (comunque prima dell’inizio delle operazioni di verificazione, secondo un criterio desumibile anche dalla previsione di cui all’art. 52, comma 2, cp.c.).
Nella fattispecie in esame, è da ritenere che la parte ricorrente abbia avuto conoscenza della nomina del funzionario verificatore nella persona dell'architetto Felicia Sembrano già nel settembre del 2012, come si può desumere dal fatto che, in data 27 settembre 2012, il suddetto architetto ha depositato in giudizio un’istanza (indirizzata tra l’altro anche al difensore della ricorrente) di proroga dei termini per la verificazione.
In ogni caso, la sicura piena conoscenza di tale circostanza è da individuare nella data del 24 ottobre 2012, in cui il funzionario verificatore ha svolto un sopralluogo in cantiere alla presenza dei legali della ricorrente e della controinteressata (i quali hanno provveduto in tale sede alla nomina dei rispettivi consulenti di parte), cui è poi seguito l’effettivo inizio delle operazioni peritali con la riunione congiunta del 14 dicembre 2012, nella sede dell'Ufficio Urbanistica di Napoli (v. pag. 2 relazione di verificazione, nonché allegati n. 4 e n. 6).
È pertanto evidente che la ricorrente, laddove avesse ritenuto sussistenti motivi di ricusazione nei riguardi della persona del verificatore (di cui ha appreso l’effettiva identità, al più tardi, il 24 ottobre 2012), avrebbe dovuto ritualmente sottoporli alla cognizione di questa Sezione entro e non oltre la suddetta data del 14 dicembre 2012 (di effettivo inizio delle operazioni peritali, in contraddittorio con le parti ed i rispettivi consulenti).
L’istanza, depositata il 26 gennaio 2013, è quindi tardiva.
Laddove dovesse invece ipotizzarsi che l’istanza di ricusazione sia rivolta nei confronti della persona dell'architetto Maurizio Biondi, dovrebbe in tal caso ritenersene l’inammissibilità.
Infatti la parte ricorrente, attraverso i propri legali, nella camera di consiglio del 10 gennaio 2013 (all’uopo fissata per la decisione della formale richiesta del funzionario verificatore di avvalersi dell'ausilio di tale architetto), non aveva proposto alcuna opposizione, prestandovi quindi adesione (come rilevato con l’ordinanza n. 360/2013 da questa Sezione che, su tale specifico presupposto, esplicitamente ne ha poi autorizzato la nomina).
Per completezza di analisi, il Collegio deve rilevare che il motivo addotto a fondamento dell'istanza di ricusazione non rientra in alcuna delle ipotesi espressamente previste dall’art. 51 c.p.c., per cui la richiesta non avrebbe comunque potuto trovare accoglimento.
2. Si possono ora esaminare le eccezioni preliminari di tardività e di inammissibilità del ricorso, sollevate dalle parti resistenti.
2.1. La società controinteressata fonda l'eccezione di tardività del ricorso (notificato il 6/12 aprile 2012) su un duplice, alternativo, rilievo: in primo luogo, poiché le censure dedotte dalla ricorrente postulerebbero l'inedificabilità assoluta di una parte dell'area oggetto dell'impugnato permesso di costruire (cioè del “vecchio giardino”), dovrebbe trovare applicazione il principio giurisprudenziale secondo cui, in tal caso, il termine di impugnazione giurisdizionale decorrerebbe dalla data di inizio delle opere (che, nella specie, sarebbe da individuare nel “21 marzo 2011 o in quella data immediatamente prossima a questa, allorquando si realizzavano le operazioni di scavo che hanno interessato l'intero lotto, ossia la parte occupata dal fabbricato ed il relativo giardino”); in secondo luogo, il ricorso sarebbe comunque tardivo anche in relazione alla diversa data di ultimazione delle opere, che si sarebbe indubbiamente verificata nel periodo antecedente al 12 febbraio 2012 (come evidenziato dalla perizia giurata e dalla relativa documentazione fotografica).
2.2. Secondo la difesa del Comune, il ricorso sarebbe tardivo in relazione alla data di ultimazione delle opere, da individuare “con il mese di dicembre 2011, quando veniva terminata la pilastratura esterna” (come sarebbe dimostrato dalla stessa richiesta di accesso agli atti inoltrata dalla ricorrente nei primi giorni di gennaio 2012, che confermerebbe la circostanza che l'interessata avrebbe avuto “percezione delle maggiori dimensioni dell’erigendo fabbricato già dal finire dell'anno precedente, epoca con la quale va individuato il dies a quo per la decorrenza del termine di impugnazione”).
2.3. Le argomentazioni poste a fondamento dell'eccepita tardività del ricorso da entrambe le parti resistenti non possono tuttavia essere condivise.
In relazione al primo rilievo svolto dalla controinteressata, è sufficiente notare che la ricorrente non ha dedotto l'inedificabilità assoluta dell'area in questione (nel qual caso, secondo il pacifico orientamento della giurisprudenza formatasi sul punto, il termine di impugnazione decorrerebbe dalla data di inizio dei lavori), ma si è limitata ad affermare, in tutte le censure formulate, che il Comune avrebbe assentito alla società Ipodema s.r.l. qualcosa di più di quello che avrebbe potuto e dovuto in base alla normativa applicabile, in relazione all'effettiva volumetria preesistente.
In particolare, con la prima censura (che è quella sulla quale la controinteressata fa leva per inferire la tardività del ricorso sotto il profilo in esame), la ricorrente ha dedotto che, per effetto dello “stralcio” dell'area in questione, “deriva la conseguenza della inesistenza di previsioni urbanistiche e la sostanziale coincidenza del regime edificatorio con quello previsto per le “zone bianche”, con applicazione dei limiti fissati dalla normativa richiamata nei Comuni sprovvisti di piani urbanistici”, con l'ulteriore conseguenza che sarebbero a suo parere ammissibili gli “interventi di ristrutturazione edilizia, disciplinati dall'articolo 3, lett. d), D.P.R. n. 380/2001, che ricomprende anche quelli consistenti nella demolizione e ricostruzione, con la stessa volumetria e sagoma di quello preesistente, …” e che, pertanto, l'assentito incremento volumetrico (derivante “dalla sostituzione del vecchio giardino con la realizzazione di un immobile che occupa più dell'80% della superficie dell'area”) non sarebbe legittimo.
Come è evidente, l’assunto della ricorrente presuppone l’edificabilità dell'area (anche se nei limiti volumetrici e di sagoma indicati), per cui non può farsi riferimento, ai dedotti fini, alla data di inizio dei lavori.
Né il riferimento al “vecchio giardino” appare rilevante, sia perché l’area deve essere considerata unitariamente, sia perché nella prospettazione della ricorrente l’edificazione di tale parte dell’area dimostrerebbe proprio l’incremento volumetrico che è l’oggetto della sua specifica censura.
In relazione al secondo rilievo svolto dalla controinteressata (che coincide con l'analoga eccezione formulata dal Comune), occorre ribadire, conformemente all'autorevole insegnamento del Consiglio di Stato, che “ai fini della tempestività dell'impugnazione del titolo edilizio da parte del terzo a ciò legittimato, la piena conoscenza dalla quale decorre il termine decadenziale per la proposizione dell'impugnazione medesima va riferita al momento dell'ultimazione dei lavori, ovvero al momento nel quale la costruzione realizzata riveli in modo inequivoco le caratteristiche essenziali dell'opera agli effetti della sua eventuale difformità rispetto alla disciplina urbanistico-edilizia vigente, fermo restando che la prova della tardività dell'impugnazione deve essere fornita rigorosamente e incombe, secondo le regole generali, alla parte che la deduce” (in termini, C.d.S., sez. IV, 7 novembre 2012, n. 5657; cfr., altresì, C.d.S., sez. IV, 16 marzo 2012, n. 1488; Cd.S., Ad. Plen., 29 luglio 2011, n. 15; C.d.S., sez. VI, 10 dicembre 2010, n. 8705; C.d.S., sez. IV, 13 giugno 2011, n. 3583; C.d.S., sez. IV, 27 maggio 2010, n. 3378; C.d.S., sez. IV, 29 maggio 2009, n. 3358; C.d.S., sez. VI, 10 dicembre 2010, n. 8705).
Nella fattispecie in esame, non è stata fornita, dalle parti su cui incombeva il relativo onere, la prova di una data di ultimazione dei lavori precedente al 6 febbraio 2012 (vale a dire, precedente ai 60 giorni dalla prima notifica del ricorso introduttivo, avvenuta il 6 aprile 2012).
Nella perizia giurata prodotta dalla società controinteressata (redatta il 3 maggio 2012) si legge semplicemente che “in data 22/9/2011, a seguito del rilascio dell'autorizzazione sismica …, si dava inizio ai lavori strutturali, che allo stato attuale risultano ultimati”.
È tuttavia evidente che tale dichiarazione non è idonea a fornire la prova richiesta, dal momento che la data è riferita “allo stato attuale”, che non può essere identificato se non con quello di redazione della perizia (relativo al 3 maggio 2012).
In mancanza di prova circa la data di ultimazione dei lavori, l'unico dato obiettivo al quale poter fare riferimento è quello di piena conoscenza dell'impugnato titolo edilizio, che si è avuta - come dichiarato dalla parte ricorrente e non contestato dalle controparti resistenti - in data 12 marzo 2012, all'esito dell'istanza di accesso agli atti all’uopo formulata dall'interessata.
In relazione a tale data, il ricorso in esame è chiaramente tempestivo.
L’eccezione di tardività deve quindi essere disattesa.
3.1. Il Comune e la controinteressata hanno altresì dedotto l’inammissibilità del ricorso, essenzialmente in considerazione della ritenuta carenza di legittimazione e di interesse della parte ricorrente, in quanto quest'ultima non riceverebbe alcun pregiudizio concreto dalla realizzazione dell'assentito fabbricato (che, secondo le parti resistenti, avrebbe una minore altezza di quello preesistente ed un maggiore arretramento rispetto ai confini, tale da consentire addirittura un maggior soleggiamento del terrazzo di proprietà della ricorrente in tutti gli orari della giornata).
3.2. Ritiene il Collegio, tuttavia, che nessun dubbio può sussistere sull’ammissibilità del ricorso in esame, sia sotto il profilo della legittimazione, che sotto quello dell’interesse.
Come infatti già affermato da questa Sezione, “la qualità di proprietaria di un'area confinante con quella oggetto dei lavori assentiti è di per sé idonea a dimostrare la sussistenza di una situazione soggettiva ed oggettiva di stabile collegamento con la zona coinvolta dai lavori (c.d. vicinitas) ed a radicare la legittimazione e l'interesse all'impugnazione del titolo edilizio relativo all'immobile limitrofo, senza bisogno di procedere ad ulteriori indagini, in quanto l'eventuale illegittimità dell'atto di assenso è idonea, di per sé, ad arrecare pregiudizio ai valori urbanistici tutelati dalle previsioni vigenti nella zona” (T.A.R. Campania, Napoli, sez. II, 20 gennaio 2012, n. 302; cfr., altresì, T.A.R. Campania, Napoli, sez. II, 23 aprile 2007, n. 4217).
Il riferito orientamento è unanimemente condiviso dalla giurisprudenza formatasi sul punto e non consente diverse interpretazioni (cfr., ex plurimis, C.d.S., sez. IV, 7 maggio 2012, n. 2620, secondo cui “la possibilità di ricorrere avverso il rilascio di un titolo edilizio va riconosciuto ai proprietari (persone fisiche o giuridiche) di immobili o abitazioni ubicati su un terreno non solo confinante, ma anche fronteggiante o comunque ubicato in prossimità dell'area nella quale avviene l'attività edilizia”).
Anche la prospettata questione di inammissibilità deve quindi essere disattesa.
4. A questo punto si può passare all'esame del merito del ricorso, che risulta fondato nei soli limiti di cui appresso.
5. La prima e la quarta censura, che presuppongono la medesima questione (l'inapplicabilità della normativa regionale relativa al cosiddetto Piano Casa, per effetto dello “stralcio” della zona in questione in sede di approvazione del P.R.G. del Comune di Marigliano), possono essere esaminate congiuntamente.
Entrambe tali censure sono peraltro infondate.
5.1. La L.R. Campania n. 19 del 28 dicembre 2009, c.d. “Piano Casa”, nella dichiarata finalità di contrastare la crisi grave economica in atto e di tutelare i livelli occupazionali attraverso il rilancio delle attività edilizie, ha disciplinato interventi di incremento volumetrico e di superfici da attuare sui singoli edifici, in deroga agli strumenti urbanistici vigenti, in relazione ad un arco di tempo limitato, con casi di esclusione ben determinati.
La L.R. in questione (successivamente modificata ed integrata dalle leggi regionali 5 gennaio 2011 n. 1, 15 marzo 2011 n. 4 e 6 luglio 2012 n. 17) ha quindi introdotto una normativa eccezionale e derogatoria, come tale prevalente rispetto al regime urbanistico ordinario.
A tal fine, è sufficiente richiamare, esemplificativamente, i seguenti articoli: l'articolo 4 (che prevede, “in deroga agli strumenti urbanistici vigenti”, per uso abitativo, l'ampliamento fino al 20% della volumetria esistente per determinati edifici ivi espressamente indicati); l'articolo 5 (che prevede, “in deroga agli strumenti urbanistici vigenti”, l'aumento, entro il limite del 35%, della volumetria esistente degli edifici residenziali per interventi di demolizione e ricostruzione, da realizzare all'interno dell'area nella quale l'edificio esistente è ubicato); l'articolo 6/bis (che consente nelle zone agricole i mutamenti di destinazione d'uso di immobili o di loro parti, regolarmente assentiti, per uso residenziale del nucleo familiare del proprietario del fondo agricolo, nonché, “in deroga agli strumenti urbanistici vigenti”, la realizzazione di nuove costruzioni ad uso produttivo); l'articolo 7 (che prevede: la cessione di aree private da destinare a edilizia residenziale sociale, con provvedimento da adottare “in deroga agli strumenti urbanistici vigenti”; la facoltà delle amministrazioni comunali, laddove non siano disponibili aree con tale destinazione, di individuare, “anche in variante agli strumenti urbanistici vigenti”, aree da utilizzare per edilizia residenziale sociale; interventi di sostituzione edilizia per immobili dismessi, “in deroga agli strumenti urbanistici generali e ai parametri edilizi”; il mutamento di destinazione d'uso a fini abitativi, “in deroga agli strumenti urbanistici vigenti”, per edifici non superiori a 10.000 m³ destinati prevalentemente ad uffici; il recupero edilizio, “in deroga agli strumenti urbanistici vigenti”, di edifici diruti e ruderi, consentito “soltanto agli aventi titolo alla data di entrata in vigore della presente legge”); l'articolo 8 (che prevede la facoltà per i Comuni di elevare, “anche in deroga ai propri strumenti urbanistici vigenti”, il rapporto di copertura per la realizzazione dei piani di insediamenti produttivi); l'articolo 12 (come successivamente modificato dall’art. 1 L.R. n. 1/2001 e dall’art. 2 L.R. n. 17/2012, che stabilisce che “le istanze finalizzate ad ottenere i titoli abilitativi per la realizzazione degli interventi di cui agli articoli 4, 5, 6/bis, 7 e 8 devono essere presentate entro il termine perentorio” ivi indicato); l’art. 12/bis (che prevede che la legge in esame “si applica soltanto ai fabbricati regolarmente autorizzati al momento della richiesta di permesso a costruire, ricadenti sull'intero territorio regionale” ed inoltre che “le norme della presente legge prevalgono su ogni altra normativa regionale, anche speciale, vigente in materia …”).
La rilevata finalità legislativa e la lettera delle singole disposizioni richiamate consentono quindi agevolmente di affermare che la L.R. n. 19 del 28 dicembre 2009 si caratterizza per l’introduzione di norme eccezionali, derogatorie e temporanee (come tali, destinate a prevalere sulle norme urbanistiche ordinarie e ad operare per un periodo di tempo limitato), che si applicano sull'intero territorio regionale, prescindendo dall’esistenza o meno di previsioni urbanistiche vigenti (nonché dalla classificazione in zone omogenee eventualmente operata in sede di pianificazione urbanistica dai singoli Comuni), ma avendo di mira esclusivamente, in attuazione della dichiarata finalità legislativa, il recupero del patrimonio edilizio esistente.
Gli unici casi di esclusione sono quelli previsti, direttamente o indirettamente, dalla medesima legge regionale: o si tratta di quelli espressamente previsti dall'articolo 3 (che inibisce gli interventi edilizi di cui agli articoli 4, 5, 6/bis e 7 in relazione alle ipotesi ivi tassativamente delineate), ovvero si tratta, in virtù del rinvio operato dalla legge regionale alla potestà pianificatoria dei Comuni (di cui all’art. 4, comma 6, all’art. 5, comma 7 ed all’art. 7, comma 7), di quelli previsti dai Comuni “nelle aree individuate … con provvedimento di consiglio comunale motivato da esigenze di carattere urbanistico ed edilizio, nel termine perentorio di 60 giorni decorrenti dalla data di entrata in vigore della presente legge”.
Alla luce di quanto precede, si deve ritenere che lo “stralcio” della zona B (in cui si trova l'immobile in questione) dal P.R.G. del Comune di Marigliano sia del tutto irrilevante ai fini in esame, dal momento che l'assentito intervento edilizio (concernente un'ipotesi di demolizione e ricostruzione con aumento entro il limite del 35% della volumetria esistente, ai sensi dell'articolo 5 della L.R. n. 19/2009) non rientra in alcuno dei casi di esclusione contemplati, direttamente o indirettamente, dalla medesima normativa regionale.
Non solo, ma occorre inoltre rilevare che l'amministrazione comunale di Marigliano, nell'esercizio del suindicato, specifico, potere pianificatorio in materia urbanistica, ha espressamente deciso (con la deliberazione di Giunta Comunale n. 13 del 23 febbraio 2010, integralmente confermata dal Consiglio Comunale con deliberazione n. 3 del 26 febbraio 2010), “al fine di favorire l'uniforme applicazione nell'ambito del territorio comunale” della L.R. n. 19/2009, che gli interventi di cui all'articolo 5 di tale legge nelle aree residenziali “stralciate“ (A, B, C), “sono consentiti nel rispetto delle distanze ed altezze stabiliti dalle Norme Tecniche di Attuazione”.
In conclusione, nessun dubbio può sussistere sull'ammissibilità dell'intervento edilizio in questione, in quanto conforme alla normativa regionale di riferimento (pienamente applicabile nella specie) ed altresì espressamente consentito dalle citate deliberazioni comunali (emanate nell'esercizio dello specifico potere conferito ai Comuni di individuare eventuali aree del territorio comunale da sottrarre all'applicazione della L.R. n. 19/2009).
5.2. Quanto al rilievo di incostituzionalità dedotto in via subordinata dalla parte ricorrente in ragione dell'asserito contrasto della medesima fonte regionale con l'articolo 117 della Costituzione disciplinante l'esercizio della potestà legislativa concorrente (evidentemente nella parte in cui sarebbero stati previsti interventi di demolizione e ricostruzione con incrementi percentuali non consentiti dalla normativa statale di riferimento, di cui all'articolo 3, comma 1, lett. d), D.P.R. n. 380/2001), occorre in contrario rilevare che la citata L.R. n. 19/2009 si inserisce nel duplice solco delineato dalla normativa statale in materia di edilizia residenziale sociale (correlata all’esigenza di reperire alloggi in favore dei soggetti economicamente svantaggiati) e di rilancio dell’economia attraverso l’attività edilizia (nella diversa ed ulteriore finalità di approntare misure idonee a contrastare la crisi economica).
In relazione al primo aspetto, la normativa statale di riferimento è costituita dal D.L. 25 giugno 2008, n. 112 (conv. L. 6 agosto 2008, n. 133), il cui art. 11 (rubricato “Piano Casa”) ha previsto, nell’ottica di “garantire su tutto il territorio nazionale i livelli minimi essenziali di fabbisogno abitativo per il pieno sviluppo della persona umana”, l’approvazione con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, previa delibera del C.I.P.E e d’intesa con la Conferenza Unificata, di un Piano nazionale di edilizia abitativa, “rivolto all’incremento del patrimonio immobiliare ad uso abitativo attraverso l’offerta di abitazioni di edilizia residenziale” (Piano poi approvato, a seguito dell’Intesa in Conferenza Unificata del 12 marzo 2009, con il D.P.C.M. 16 luglio 2009).
In attuazione di tali disposizioni, la citata L.R. n. 19/2009 ha previsto, all’art. 7, la realizzazione di interventi diretti alla risoluzione delle problematiche abitative, attraverso la cessione o l’individuazione, in variante agli strumenti urbanistici, di aree o di immobili da destinare a edilizia residenziale sociale, in favore di giovani coppie e nuclei familiari con disagio abitativo (commi 2 e 4).
In relazione al secondo aspetto (direttamente rilevante nel caso di specie), la normativa di riferimento è costituita dall’Intesa sancita tra Stato, Regioni ed autonomie locali in sede di Conferenza Unificata in data 1 aprile 2009 (pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 98 del 29 aprile 2009).
Tale atto normativo, ancorché non avente natura legislativa, trova il proprio fondamento direttamente nella legge (nell’art. 8, comma 6, della legge 5 giugno 2003, n. 131, recante disposizioni per l’adeguamento dell’ordinamento della Repubblica alla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3) e comunque, secondo la giurisprudenza della Corte Costituzionale, è espressione di un principio desumibile direttamente dal nuovo testo degli artt. 117 e 118 della Costituzione, posto a tutela delle attribuzioni regionali in materia di legislazione concorrente (cfr. Corte Cost. n. 303/2003).
Nella specie, l'Intesa in questione è stata promossa dal Governo, ai sensi della richiamata disposizione di cui all’art. 8, comma 6, della legge 5 giugno 2003, n. 131, alle dichiarate finalità di “favorire l'armonizzazione delle legislazioni statali e regionali, … di individuare misure per contrastare la crisi economica in materia di legislazione concorrente con le regioni, quale quella relativa al governo del territorio, … di fronteggiare la crisi mediante un riavvio dell'attività edilizia favorendo altresì i lavori di modifica del patrimonio edilizio esistente …”.
L’Intesa ha quindi stabilito che:
“Le regioni si impegnano ad approvare entro e non oltre 90 giorni proprie leggi ispirate preferibilmente ai seguenti obiettivi:
a) regolamentare interventi - che possono realizzarsi attraverso piani/programmi definiti tra regioni e comuni - al fine di migliorare anche la qualità architettonica e/o energetica degli edifici entro il limite del 20% della volumetria esistente di edifici residenziali uni-bi familiari o comunque di volumetria non superiore ai 1000 metri cubi, per un incremento complessivo massimo di 200 metri cubi, fatte salve diverse determinazioni regionali che possono promuovere ulteriori forme di incentivazione volumetrica;
b) disciplinare interventi straordinari di demolizione e ricostruzione con ampliamento per edifici a destinazione residenziale entro il limite del 35% della volumetria esistente, con finalità di miglioramento della qualità architettonica, dell'efficienza energetica ed utilizzo di fonti energetiche rinnovabili e secondo criteri di sostenibilità ambientale, ferma restando l'autonomia legislativa regionale in riferimento ad altre tipologie di intervento;
c) introdurre forme semplificate e celeri per l'attuazione degli interventi edilizi di cui alla lettera a) e b) in coerenza con i principi della legislazione urbanistica ed edilizia e della pianificazione comunale.
Tali interventi edilizi non possono riferirsi ad edifici abusivi o nei centri storici o in aree di inedificabilità assoluta.
Le leggi regionali possono individuare gli ambiti nei quali gli interventi di cui alle lettera a) e b) sono esclusi o limitati, con particolare riferimento ai beni culturali e alle aree di pregio ambientale e paesaggistico, nonchè gli ambiti nei quali i medesimi interventi sono favoriti con opportune incentivazioni e premialità finalizzate alla riqualificazione di aree urbane degradate.
La disciplina introdotta dalle suddette leggi regionali avrà validità temporalmente definita, comunque non superiore a 18 mesi dalla loro entrata in vigore, salvo diverse determinazioni delle singole regioni.
In caso di mancata approvazione delle leggi regionali nel termine stabilito, il Governo e il presidente della Giunta regionale interessata, congiuntamente, determinano le modalità procedurali idonee ad attuare compiutamente l'accordo, anche ai sensi dell'art. 8, comma 1, della legge n. 131/2003….”.
Come appare evidente da quanto precede, gli incrementi volumetrici stabiliti dalla citata L.R. Campania n. 19/2009 (tra cui anche quelli oggetto del presente ricorso) trovano la propria fonte direttamente nell'Intesa del 1° aprile 2009, rispetto alle cui previsioni sono pienamente conformi.
Non solo, ma si tratta di interventi che sono considerati con particolare favore dallo Stato, come si desume dalla riserva di esercizio del potere sostitutivo statale (ex art. 120, comma 2, della Costituzione), espressa con il richiamo all'art. 8, comma 1, della legge n. 131/2003 .
La dedotta questione è quindi manifestamente infondata.
Tra l'altro, la lettura del testo dell'Intesa consente di ribadire, ad ulteriore confutazione della tesi esposta nelle due censure in esame, che gli interventi straordinari di ampliamento e di demolizione e ricostruzione ivi previsti si riferiscono direttamente agli edifici (prescindendo quindi sia dalla sussistenza o meno degli strumenti urbanistici, sia dalla eventuale suddivisione del territorio in zone omogenee), coerentemente alla dichiarata finalità normativa di rilancio dell'attività edilizia mediante lavori di modifica del “patrimonio edilizio esistente” (con l'unico limite, non rinvenibile nella specie, che “tali interventi edilizi non possono riferirsi ad edifici abusivi o nei centri storici o in aree di inedificabilità assoluta”).
5.3. Quanto all'ultima deduzione contenuta nella quarta censura (relativa alla mancata previsione, nel provvedimento impugnato, di una percentuale destinata ad “housing sociale”), se ne deve parimenti rilevare l'infondatezza alla luce del chiaro dettato normativo di cui all'articolo 5 della L.R. n. 19/2009, che non prevede, in relazione agli interventi straordinari di demolizione e ricostruzione, alcuna riserva in tal senso (invece prevista dalla diversa fattispecie di cui all'articolo 7 della stessa legge, la cui finalità, come più sopra evidenziato, concerne la risoluzione delle problematiche abitative e la riqualificazione del patrimonio edilizio esistente, da attuare mediante interventi di edilizia residenziale sociale).
6. La seconda e la terza censura possono parimenti essere esaminate congiuntamente, essendo entrambe dirette a contestare la legittimità dell'impugnato permesso di costruire sotto il profilo della erronea rappresentazione e considerazione dello stato di fatto preesistente (rispettivamente, in termini di volumetria e di altezza).
Orbene, alla luce della verificazione eseguita in corso di causa, risulta fondata la seconda censura nei limiti che seguono.
6.1. Occorre premettere che le operazioni di verificazione sono state svolte nel contraddittorio delle parti interessate e che le conclusioni cui sono giunti i verificatori (pienamente condivise dal Collegio) hanno tenuto conto delle osservazioni formulate dai consulenti della ricorrente e della controinteressata nel corso delle operazioni peritali.
In risposta ai quesiti formulati dal Collegio con l’ordinanza n. 671/2012, diretti essenzialmente a chiarire - in relazione al contenuto delle censure dedotte - l'esatta consistenza plano-volumetrica (superficie, altezza, volume e sagoma) del manufatto preesistente (comprensivo sia del corpo “A”, che del corpo “B”), la verificazione ha accertato le seguenti circostanze:
- il corpo di fabbrica individuato con la lettera “A” è quello di minore entità, mentre quello individuato con la lettera “B” è il corpo di fabbrica relativo al cosiddetto fabbricato “Villa Attena”;
- la volumetria preesistente del corpo “A” (costituito da tre ambienti) era pari a mc. 329,68 (ambiente n. 1, escluso il forno: mq. 25,68, H m. 6,00, mc. 154,08; ambiente n. 2, considerato “vano non abitabile”: mq. 26,62, H m. 3,20, mc. 85,20; ambiente n. 3, considerato “vano non abitabile”: mq. 28,25, H m. 3,20, mc. 90,40);
- la volumetria preesistente del corpo “A” indicata dal progettista in sede di richiesta di permesso di costruire è pari a mc. 847,00 (con indicazione quindi di un maggiore volume, rispetto a quello preesistente, pari a mc. 517,32);
- per quanto riguarda in particolare l’altezza del corpo “A”, i verificatori hanno dato atto del contrasto sussistente tra le parti (m. 7,00 per il tecnico della società Ipodema s.r.l., m. 3,00 per il tecnico della ricorrente) ed hanno quindi accertato che tale manufatto “non aveva un'altezza costante e ciò lo si rileva dalle foto prodotte da entrambe le parti, confermate dalle poche misurazioni che si sono potute effettuare nel corso del sopralluogo tecnico del 24/10/12 e dal raffronto delle documentazioni fotografiche avute”; essi hanno quindi concluso, dopo l'esame comparato dello stato dei luoghi e delle fotografie prodotte, che “risulta solo parzialmente condivisibile quanto riferito dalle parti in ordine alle altezze della preesistente muratura”, per cui “si è potuto verificare che le altezze del muro, lungo la via Nicotera, sono sicuramente differenti e cioè: un tratto aveva altezza media esterna di circa metri 6,30, l'altro tratto aveva un'altezza media esterna di circa metri 3,20 evidenziandosi così il rapporto di 1 a 2 tra i due tratti di muro, cioè uno è il doppio dell'altro. Inoltre si è verificato che, pur trovandosi il giardino interno ad una quota inferiore rispetto alla via Nicotera, non è dato sapere il preciso livello del pavimento interno e, pertanto, ci si è basati sulla estrapolazione delle differenze di quote (interne ed esterne) mediante i suddetti schemi grafici (n. 3 e n. 4) a base di verifica delle altezze esterne. Pertanto, in fase di verifica, dalla combinazione dei tre elementi summenzionati e suffragati dalle foto e cioè: che le altezze non sono costanti, che il muro esterno ha un andamento dell'altezza di 1 a 2, che la superficie interna del lotto era ribassata rispetto alla quota esterna, sia pure di poco, rispetto alla via Nicotera, ai fini della determinazione delle volumetrie assentibili del corpo “A”, si possono determinare le due altezze di riferimento: metri 6,00 e metri 3,20 al lordo dello spessore dei solari da considerare quali altezze medie ponderali valutate, cautelativamente e per difetto”;
- per quanto riguarda la volumetria del preesistente corpo “B” (costituito da piano seminterrato, piano terra, piano primo e piano secondo), i verificatori hanno accertato le cubature dei singoli piani del fabbricato (rispettivamente, mc. 1.080,00, mc. 1.980,00, mc. 1.980,00, mc. 1.136,00), per cui hanno calcolato una volumetria preesistente pari a mc. 6.176,00 (mentre quella indicata dal progettista è pari a mc. 5.896,00, con indicazione quindi di una minore volumetria per mc. 208,00, che si riferisce al piano seminterrato);
- che le contestazioni tra le parti riguardavano le misurazioni concernenti parte del piano seminterrato e parte dell'ultimo piano; a tale riguardo, i verificatori hanno chiarito che “il primo livello dell'originario edificio risultava essere parzialmente interrato o per meglio dire seminterrato su tre lati e fuori terra per il quarto lato, quello con affaccio sulla corte interna del lotto. In tal modo si è determinata l'altezza media rispetto ad un piano teorico di riferimento posto al di sotto del primo solaio fuori terra: quello del piano rialzato. Sulla scorta del regolamento edilizio vigente, per la determinazione della parte di piano interrato posto fuori terra, si è ricorso alla individuazione dell'altezza media rispetto al vertice più basso (ART. 22 r.e.) …. Si perviene, in tal modo, alla determinazione dell'altezza media riportata nel permesso di costruire pari a 1,60 metri che si riferisce al piano teorico posto alla quota del solaio del piano rialzato”;
- per quanto riguarda i due livelli non oggetto di contestazione (piano terra e piano primo), è stato accertato (e confermato) che: il piano terra aveva una superficie di mq. 435,00, un'altezza di metri 4,55 ed un volume di mc. 1.980,00; il piano primo aveva una superficie di mq. 435,00, un'altezza di metri 4,55 ed un volume di mc. 1.980,00;
- per quanto riguarda il piano secondo (oggetto di contestazione parziale), si è accertato che lo stesso aveva una superficie di mq. 320,00, un'altezza di metri 3,55 ed un volume di mc. 1.136,00; in relazione a tale livello, i verificatori hanno chiarito che “si è verificato se poteva essere inserita o meno la cubatura del loggiato (o portico) posto in copertura, che si presentava, così come risulta dai grafici e dalle documentazioni fotografiche, coperto da solaio in cemento armato poggiante su pilastri anch'essi in cemento armato aperto su tre lati, secondo quanto stabilito dalle definizioni di volumetria lorda e secondo quanto disposto dallo stesso Regolamento Edilizio del Comune di Marigliano. Si è verificato che, dal vigente Regolamento Edilizio del Comune, …, si evince che “il calcolo dei volumi (cfr. art. 22 - Indici e parametri) si farà vuoto per pieno con l'esclusione delle terrazze coperte, purché non eccedenti il 30% della superficie coperta dell'edificio”. Poiché, nella fattispecie, il porticato (o loggiato) dell'ultimo piano, costituito, come detto, da pilastri e solaio in cemento armato, copre una superficie maggiore del 30% della superficie coperta dell'edificio, …, questo risulta assentibile, per intero, quale cubatura, come del resto già computato ed approvato dai tecnici comunali, in sede di approvazione del progetto in parola, …”;
- complessivamente, la volumetria preesistente (costituita sia dal corpo “A”, che dal corpo “B”) era pari a mc. 6.505,68 (mentre quella indicata dal progettista è pari a mc. 6.743,00), con una differenza in meno di mc. 237,32 rispetto alla cubatura di progetto computata dalla società ed assentita dal Comune;
- la volumetria complessiva effettivamente preesistente (pari a mc. 6.505,68) avrebbe comportato, con l'incremento del 35% di cui all’art. 5 L.R. n. 19/2009, una volumetria massima autorizzabile pari a mc. 8.782,66 (mentre, nella specie, la volumetria autorizzata è stata pari a mc. 8.995,24), con la conseguenza che risulta autorizzata una maggiore volumetria pari a mc. 212,58;
- l'altezza complessiva del preesistente corpo “B” non ha formato oggetto di alcuna contestazione da parte del tecnico della ricorrente: tale altezza è comunque superiore rispetto a quella del fabbricato di progetto assentito; come infatti risulta dai grafici allegati all'istanza di permesso di costruire, l'altezza massima del fabbricato preesistente è pari a metri 15,35 rispetto alla quota più bassa, mentre quella del fabbricato assentito è pari a metri 14,35; tali misurazioni convergono peraltro, con quelle prese dai verificatori, i quali hanno accertato le altezze “interne” dei vari piani del fabbricato preesistente (m. 1,60 per il piano seminterrato, m. 4,55 per il piano terra, m. 4,55 per il piano primo, m. 3,55 per il piano secondo), per un'altezza complessiva pari a metri 14,25 (cui ovviamente sono da aggiungere gli spessori dei solai), che risulta superiore a quella del fabbricato assentito, i cui vari livelli hanno un'altezza complessiva, al netto dei solai, pari a metri 13,17 (m. 0,87 per il piano seminterrato, m. 3,70 per il piano terra, m. 2,90 per il piano primo, m. 2,90 per il piano secondo, m. 2,90 per il piano terzo).
6.2. Alla luce dei condivisibili accertamenti dei verificatori, si rivela quindi fondata la seconda censura nei soli limiti in cui è stata accertata una erronea rappresentazione della volumetria complessiva preesistente (per una differenza di mc. 237,32), che ha condotto, in sede di incremento volumetrico ex articolo 5 L.R. n. 19/2009, alla illegittima autorizzazione di un maggior volume pari a mc. 212,58.
6.3. Le deduzioni svolte nella terza censura sono invece del tutto infondate, non essendo riscontrabili le difformità lamentate, né in relazione all'altezza del nuovo fabbricato (che, come si è visto, non eccede quello preesistente), né in relazione all'asserita mancanza di spazi destinati a parcheggi e a verde (che invece risultano regolarmente previsti nei grafici approvati).
7. In conclusione, il ricorso è fondato e deve essere accolto nei soli limiti più sopra indicati sub 6.2) ed entro tali limiti deve quindi essere annullato l'impugnato provvedimento.
8. Dato l’esito complessivo della lite, sussistono giusti motivi per compensare integralmente tra le parti le spese e le competenze di giudizio.
9. Gli onorari spettanti ai verificatori per l’opera svolta sono liquidati come da dispositivo e sono posti, in pari misura, a carico delle tre parti in causa.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania (Sezione Seconda), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie nei limiti e nei sensi di cui in motivazione ed entro tali limiti annulla l'impugnato provvedimento.
Compensa integralmente tra le parti le spese e le competenze di giudizio.
Liquida in favore degli architetti Felicia Sembrano e Maurizio Biondi, a titolo di onorario e spese per l’opera da essi svolta come verificatori, rispettivamente, la somma complessiva di euro 3.000,00 (tremila) e la somma complessiva di euro 2.000,00 (duemila), oltre IVA e oneri previdenziali, ponendo il tutto a carico della ricorrente, del Comune di Marigliano e della società Ipodema s.r.l., in pari quota tra loro.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Napoli nella camera di consiglio del giorno 7 marzo 2013 con l'intervento dei magistrati:
Carlo D'Alessandro, Presidente
Leonardo Pasanisi, Consigliere, Estensore
Brunella Bruno, Referendario




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