a cura del Dott. Francesco Barchielli



T.A.R Sicilia Palermo, Sezione II, 9 ottobre 2013


In sede di ricorso giurisdizionale contro una decisione adottata a seguito di ricorso gerarchico, sono inammissibili i motivi che non siano stati proposti in sede gerarchica nei confronti dell’atto impugnato

SENTENZA N. 1780

In sede di ricorso giurisdizionale contro una decisione adottata a seguito di ricorso gerarchico, sono inammissibili i motivi che non siano stati proposti in sede gerarchica nei confronti dell’atto impugnato, e ciò al fine di evitare la possibile elusione dei termini perentori entro i quali proporre ricorso giurisdizionale” (C.S., IV^, 15.3.2012 n.1444).

FATTO

I. Con il ricorso in esame i ricorrenti impugnano i provvedimenti indicati in epigrafe, esponendo quanto segue.
Con contratto preliminare del 29.7.2004 (registrato il 26.7.2005), la madre dei ricorrenti si impegnava ad acquistare (dal Sig. Vincenzo Virzì) un piccolo appartamento sito in Palermo, in Salita Banditore n.7, al secondo piano (a destra) di un immobile condominiale, costituito da due piccoli vani, cucina e ritirata interna, con area libera sovrastante e comprensivo di un piccolo locale di mq 9 (3x3) non risultante in catasto, ma realizzato certamente prima del 1967.
Con contratto definitivo stipulato nel dicembre del 2004, la madre dei ricorrenti acquistava l’immobile in questione; e, successivamente, vi avviava - senza preventiva comunicazione all’Amministrazione comunale - lavori di manutenzione ordinaria.
Quindi, in data 11.2.2005 comunicava che i lavori eseguiti, esclusivamente interni, erano stati i seguenti: eliminazione di due controsoffitti; rifacimento parziale dell’intonaco interno; parziale consolidamento del solaio di copertura e di calpestio del secondo piano; parziale revisione della copertura del vano del terzo piano; pavimentazione del terrazzo di copertura; recupero di parte degli infissi e rifacimento degli impianti.
II. Senonchè, a seguito di ispezione, i Vigili Urbani:
- qualificavano come abusive, siccome realizzate in assenza di titolo autorizzativo, alcune opere interne strutturali (nella specie, quelle concretatesi nella diversa distribuzione interna previa demolizione e ricostruzione dei solai di calpestio e di copertura del terzo piano e nella realizzazione di scale);
- ed accertavano che “nel terrazzo soprastante era stato realizzato un vano di certa origine superfetativa non risultante da alcuna certificazione catastale e visibile esternamente dal prospetto di vecchia fattura”.
III. Sulla scorta del relativo verbale, il Comune adottava l’ordinanza impugnata, con cui ha ingiunto:
- la demolizione del vano abusivo realizzato sul terrazzo ed il ripristino dello stato dei luoghi;
- ed il pagamento della sanzione pecuniaria pari ad €.1000,00 per le altre opere abusive.
IV. Avverso tale ordinanza l’interessata proponeva ricorso gerarchico lamentando violazione e falsa applicazione degli artt. 6 e 9 della L.R. n.37 del 1985 ed eccesso di potere per contraddittorietà.
Deduceva, in particolare:
- di non aver realizzato opere strutturali e che per la realizzazione delle opere interne non era richiesta alcuna autorizzazione,
- e che la superfetazione del terzo piano era preesistente ai lavori.
V. Con provvedimento prot. 652223/CS dell’11.10.2007 il Comune di Palermo ha respinto il ricorso gerarchico.
A questo punto con il ricorso in esame i Sig.ri Lucentini, in qualità di eredi della Sig.ra Buscemi (nel frattempo deceduta), hanno impugnato innanzi a questo TAR l’ordinanza di demolizione, chiedendone l’annullamento per i motivi di seguito indicati.
Ritualmente costituitosi, il Comune ha eccepito l’inammissibilità e comunque l’infondatezza del ricorso chiedendone il rigetto con vittoria di spese.
Nel corso del giudizio le parti hanno insistito nelle rispettive domande ed eccezioni.
Infine, all’udienza fissata per la discussione conclusiva sul merito del ricorso, la causa è stata posta in decisione.

DIRITTO

1. Il ricorso è infondato.
1.1. Con il primo mezzo di gravame i ricorrenti lamentano violazione, per falsa applicazione, degli artt.5 e 9 della L. Reg. n.37 del 1985 e violazione, per erronea applicazione, delle disposizioni del P.P.E. (artt.20, 21, 22, 23, 24, 25, 26 e 27), nonché carenza assoluta di potere (e conseguente nullità del provvedimento impugnato), deducendo:
1) che l’immobile è stato costruito prima del 1967 e che pertanto non è abusivo in alcuna parte;
2) che l’immobile nel quale sono state realizzate le opere per cui è causa è censito come “catoio” e che per le costruzioni di tale categoria le disposizioni del Piano Particolareggiato Esecutivo del 1993 (P.P.E.) non prevedono la demolizione delle superfetazioni abusive.
L’articolata doglianza non merita accoglimento.
1.1.1. Quanto al primo profilo, è pacifico che il vano abusivo (edificato sul terrazzo del terzo piano) del quale è stata ordinata la demolizione, non risulta nella planimetria del 13.4.1959 (in atti), sicchè è evidente che esso è stato realizzato dopo tale data, in un periodo nel quale era comunque applicabile la L. 6.8.1967 n.765 che condizionava l’esecuzione di lavori edili nei centri abitati alla preventiva acquisizione di un titolo autorizzatorio (licenza).
Ne consegue che correttamente l’Amministrazione ha considerato abusiva l’opera in questione, in quanto realizzata nel centro storico in mancanza del prescritto titolo autorizzatorio.
Dal che deriva l’infondatezza della doglianza in esame.
1.1.2. Il secondo profilo di doglianza è, invece, inammissibile.
Secondo un principio giurisprudenziale costituente ormai jus receptum, “in sede di ricorso giurisdizionale contro una decisione adottata a seguito di ricorso gerarchico, sono inammissibili i motivi che non siano stati proposti in sede gerarchica nei confronti dell’atto impugnato, e ciò al fine di evitare la possibile elusione dei termini perentori entro i quali proporre ricorso giurisdizionale” (C.S., IV^, 15.3.2012 n.1444).
E poiché la doglianza in esame non era stata tempestivamente proposta in sede di ricorso gerarchico, la sua inammissibilità emerge incontrovertibilmente “per tabulas”.
1.2. Con il secondo mezzo di gravame i ricorrenti lamentano violazione degli artt.5, 6, 7 e 9 della L.Reg. n.37 del 1985 e dell’art.4 della L. reg. n.2 del 2002, nonché eccesso di potere per violazione del P.P.E., deducendo che le “opere interne” non sono soggette a concessione né ad autorizzazione, e che pertanto illegittimamente l’Amministrazione ha ingiunto il pagamento della sanzione pecuniaria in relazione alle stesse.
La doglianza non merita accoglimento.
Le opere in relazione alle quali l’Amministrazione ha comminato la sanzione pecuniaria, seppur “interne”, si sono concretizzate nell’abbattimento e nella sostituzione di travi su cui poggiavano piani di calpestio (solai) e nella realizzazione di scale, sicchè vanno qualificate come “opere di manutenzione straordinaria” per le quali è richiesta (ai sensi dell’art.5 della L. reg. n.37 del 1985 e del TU sull’edilizia) la preventiva acquisizione dell’”autorizzazione”.
Consistendo, inoltre, in vere e proprie “opere strutturali”, per esse occorreva anche la preventiva autorizzazione dell’Ufficio del Genio Civile.
Dal che deriva che correttamente l’Amministrazione ha irrogato la sanzione pecuniaria.
2. In considerazione delle superiori osservazioni il ricorso va respinto.
Alla soccombenza segue la condanna alle spese processuali, nella misura indicata nel dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia, Sez. II^, respinge il ricorso.
Condanna i ricorrenti al pagamento, in favore del Comune resistente, delle spese processuali in misura di €.1500,00.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'Autorità amministrativa.
Così deciso in Palermo nella camera di consiglio del giorno 5 luglio 2013 con l'intervento dei Signori Magistrati:
Filippo Giamportone, Presidente
Carlo Modica de Mohac, Consigliere, Estensore
Roberto Valenti, Consigliere



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