a cura del Dott. Francesco Barchielli



T.A.R. Puglia Lecce, Sezione III, 10 ottobre 2013


La dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà non è di regola utilizzabile nel processo amministrativo, trattandosi in sostanza di un mezzo surrettizio per introdurre in quest''ultimo un''atipica prova testimoniale

SENTENZA N. 2116

Quanto alle dichiarazione sottoscritte da terzi e depositate in giudizio, relative all’asserita sussistenza dell’immobile in epoca risalente, si osserva che la dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà non è di regola utilizzabile nel processo amministrativo, trattandosi in sostanza di un mezzo surrettizio per introdurre in quest'ultimo un'atipica prova testimoniale; tali dichiarazioni non posseggono dunque alcun valore probatorio e possono costituire solo un mero indizio che, in mancanza di altri elementi gravi, precisi e concordanti, non è idoneo a scalfire l'attività istruttoria dell'Amministrazione (cfr. da ultimo, in merito al principio consolidato, Cons. Stato 4527/2012).

FATTO E DIRITTO

Nel 1973 il sig. Giovanni Tanzarella ha ottenuto una licenza edilizia per la realizzazione di una villa su due livelli per una superficie complessiva di 480 mq nel Comune di Ostuni.
La licenza è stata poi volturata alla società Azienda Commerciale Meridionale.
Nell’aprile del 2000 la Polizia Municipale ha accertato che sul fondo interessato era stato realizzato un manufatto su quattro livelli totalmente difforme rispetto a quanto assentito dalla licenza edilizia.
La società ha dunque presentato istanza di condono edilizio ex L. 326/2003 volta a sanare l’illecito edilizio.
Nel corso del 2011 i Vigili Urbani hanno accertato ulteriori difformità che hanno dato luogo ad aggiuntivi volumi abusivi.
Con atto prot. n. 15690 del 23.5.2012 la domanda di condono edilizio è stata respinta in considerazione del fatto che le opere ricadono in zona sottoposta a vincolo paesaggistico e idrogeologico e del fatto che le stesse, non essendo state completate alla data dell’1.8.1985 non sono condonabili ai sensi della lett. d) dell’art. 32, comma 27 L. 326/2003 nonché dell’art. 2 LR Puglia 28/2003.
Rientrando infatti l’abuso nella tipologia di cui al n. 1-3 dell’allegato 1 alla L. 326/2003 e ricadendo lo stesso in un’area sottoposta a vincolo paesaggistico e idrogeologico, lo stesso non risulta condonabile ai sensi delle norme ora richiamate che escludono la sanabilità di opere realizzate in epoca successiva all’apposizione del vincolo.
Con il ricorso 1245/2012 la società Azienda Commerciale Meridionale impugna il diniego di sanatoria articolando i seguenti motivi:
- violazione art. 32, comma 26 e 27 L. 326/2003 nonché art. 2 LR 28/2003, eccesso di potere per erroneità nei presupposti, carenza di istruttoria e di motivazione, violazione del giusto procedimento;
- violazione art. 32, comma 26 e 27 L. 326/2003 nonché art. 2 LR 28/2003 sotto ulteriore profilo, carenza di motivazione.
In seguito al diniego di condono dell’immobile il Comune di Ostuni con determina prot. 134/D del 5.7.2012 ha ingiunto la demolizione delle opere abusivamente realizzate agli attuali proprietari del complesso edilizio in esame, identificati nella sig.ra De Pasquale, nella PL Invest spa, nei sigg.ri Pietro e Antonio Pacifico che ne hanno acquistato nel 2008 delle porzioni separate.
Avverso l’ingiunzione di demolizione i proprietari propongono il ricorso 1674/2012 deducendo i seguenti motivi di illegittimità:
- illegittimità derivata;
- eccesso di potere per carenza di motivazione e di istruttoria, violazione dell’art. 31 DPR 380/2001, violazioni di principi generali in materia di ingiunzioni di demolizione;
- violazione dell’art. 31 DPR 380/2001, eccesso di potere per erroneità dei presupposti e carenza istruttoria.
In entrambi i giudizi si è costituita l’Amministrazione comunale chiedendo la reiezione dei ricorsi.
All’udienza del 26 giugno 2013 i ricorsi sono stati trattenuti per la decisione.
Deve essere preliminarmente confermata la riunione dei ricorsi, già disposta in sede cautelare, che per la loro connessione soggettiva e oggettiva vanno decisi con un’unica sentenza.
I ricorsi sono infondati.
Con il primo motivo del ricorso 1245/2012 l’Azienda commerciale lamenta che non vi sarebbe prova che l’immobile sia stato realizzato in epoca successiva al 1.8.1985, data di apposizione del vincolo paesaggistico; di conseguenza ai sensi della normativa sul condono edilizio l’opera sarebbe condonabile.
La censura è infondata.
Occorre premettere in linea generale che per giurisprudenza assolutamente pacifica nelle controversie in materia edilizia ricade sul privato autore dell'abuso, e non sull'Amministrazione, l' onere della prova in ordine all'ultimazione delle opere abusive in data utile per fruire del condono (cfr. da ultimo Cons. Stato 3834/2013) .
L’assunto su cui si fonda il provvedimento di diniego poggia peraltro su elementi circostanziati, emersi nel corso del giudizio, che fanno escludere l’attendibilità della doglianza e che inducono a presumere che l’ultimazione delle opere sia riconducibile ad epoca relativamente recente.
In primo luogo nell’agosto 1988 la società ricorrente ha chiesto - una volta accertata la situazione orografica del suolo (con pendenze di oltre il 65%) - una modifica al progetto approvato con la licenza del 1973, considerata l’impossibilità della realizzazione del programma edilizio originario.
La stessa istanza sottintende che lo stato dell’edificazione è rimasto a livello progettuale, non dandosi in alcun modo conto di un completamento effettivo dell’edificazione né tantomeno di aver già realizzato l’ambita variante d’opera. Se ne deve dedurre che all’epoca dell’istanza, ovvero nel 1988, l’immobile non era ancora stato ancora edificato, almeno nell’attuale consistenza.
Nel 2000 i Vigili urbani hanno poi accertato presso il fondo in oggetto la realizzazione di un manufatto in totale difformità dalla licenza rilasciata. Gli stessi agenti hanno accertato il completamento a rustico del manufatto e che i lavori interni risultavano “di recente esecuzione”.
Se ne deve dedurre verosimilmente, data la presenza di un cantiere aperto, o comunque chiuso di recente, che il fabbricato era stato recentemente ultimato allo stato grezzo; risulta peraltro inverosimile - sulla base di una massima generale di esperienza - che lo stesso immobile possa essere stato mantenuto allo stato rustico per oltre quindici anni, ovvero a partire da un’epoca precedente all’agosto 1985.
D’altra parte gli elementi offerti dall’Azienda commerciale srl non sono idonei a provare quanto sostenuto nel ricorso; in particolare le fatture e i bilancio depositati dalla società ricorrente risultano scarsamente significativi ai fini del giudizio in quanto dagli stessi, quali documenti contabili, non è possibili ricavare il reale stato di consistenza dell’immobile da condonare.
Quanto alle dichiarazione sottoscritte da terzi e depositate in giudizio, relative all’asserita sussistenza dell’immobile in epoca risalente, si osserva che la dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà non è di regola utilizzabile nel processo amministrativo, trattandosi in sostanza di un mezzo surrettizio per introdurre in quest'ultimo un'atipica prova testimoniale; tali dichiarazioni non posseggono dunque alcun valore probatorio e possono costituire solo un mero indizio che, in mancanza di altri elementi gravi, precisi e concordanti, non è idoneo a scalfire l'attività istruttoria dell'Amministrazione (cfr. da ultimo, in merito al principio consolidato, Cons. Stato 4527/2012).
In conclusione non vi è la prova che l’immobile sia stato costruito e ultimato in epoca anteriore all’agosto 1985.
Con il secondo motivo si deduce che la norma di cui all’art. 32, comma 26 lett. d) sarebbe invocata erroneamente trattandosi di immobile costruito anteriormente all’apposizione del vincolo paesaggistico nel 1985 e comunque interessato da vincolo di natura relativa.
Il motivo è infondato per le ragioni appena descritte, trattandosi di costruzione che non risulta ultimata in epoca anteriore alla costituzione del vincolo.
Si precisa altresì che per giurisprudenza costante di questo Tribunale, da cui non vi è motivo di discostarsi, il combinato disposto dell'art. 32, l. 28 febbraio 1985 n. 47, e dell'art. 32 comma 27 lett. d), d.l. 30 settembre 2003 n. 269, comporta che un abuso di tipologia 1 commesso su un bene sottoposto a vincolo di inedificabilità, sia esso di natura relativa o assoluta, non può essere condonato quando ricorrono, contemporaneamente come nel caso di specie: a) l'imposizione del vincolo di inedificabilità relativa prima della esecuzione delle opere; b) la realizzazione delle stesse in assenza o difformità dal titolo edilizio; c) la non conformità alle norme urbanistiche e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici.
Il ricorso 1674/2012 è ugualmente infondato.
Le censure dedotte in via derivata dalla dedotta illegittimità del diniego di condono, identiche a quelle contenute nel ricorso 1245/2012, vanno respinte per le ragioni già esposte in motivazione.
Con le censure dedotte in via autonoma si lamenta poi che l’ordinanza sia affetta da un vizio proprio e non derivato in quanto contiene una descrizione delle opere abusive assolutamente generica.
Il motivo non ha pregio.
Una piana lettura dell’ordinanza di demolizione evidenzia come le opere siano descritte in maniera sufficientemente dettagliata.
Difatti la determina impugnata richiama per esteso l’accertamento delle opere abusive effettuato dalla Polizia municipale nell’aprile 2000, evidenziando altresì che risultano, in base ad un accertamento successivo del 28.12.2011, ulteriori opere di ampliamento volumetrico innestate o incorporate nelle opere abusive già realizzate. Tale descrizione appare sufficientemente dettagliata da permettere ai destinatari dell’ordine di demolizione di comprendere l’oggetto dell’ordinanza e determinare le modalità e i termini dell’ottemperanza al comando demolitorio.
Infine con l’ultimo motivo di ricorso si deduce che l’ordinanza di demolizione non avrebbe effettuato un calcolo preciso della superficie e dei volumi abusivi.
Il motivo è infondato.
Costituisce indirizzo consolidato, a cui il Collegio ritiene di dover aderire, quello secondo cui è sufficiente che nell’ingiunzione vi sia una precisa individuazione degli interventi abusivi e una compiuta descrizione degli stessi in modo da consentire al destinatario della sanzione di rimuoverli spontaneamente; al contrario non è necessaria una puntuale identificazione della superficie o del volume occupata dagli stessi, trattandosi di elemento non necessario ai fini dell’esecuzione dell’ingiunzione ripristinatoria.
In conclusione, vista l’infondatezza dei motivi di impugnazione, il Tribunale, riuniti i ricorsi in epigrafe, li respinge.
Sussistono giusti motivi per compensare le spese di giudizio tra le parti.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia Lecce - Sezione Terza definitivamente pronunciando riunisce i ricorsi n. 1245/2012 e 1674/2012, come in epigrafe proposti, e li respinge.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Lecce nella camera di consiglio del giorno 26 giugno 2013 con l'intervento dei magistrati:
Luigi Costantini, Presidente
Gabriella Caprini, Primo Referendario
Luca De Gennaro, Primo Referendario, Estensore


Urbanisticaitaliana.it - Rivista di Urbanistica:  http://www.urbanisticaitaliana.it