a cura del Dott. Francesco Barchielli



Sulla distanza di dieci metri tra pareti finestrate in presenza di via pubblica


Avv. Sergio Mancusi. Sulla necessitā o meno di rispettare la distanza di dieci metri tra pareti finistrate ai sensi dell''art. 9 del D.M. 1444 del 1968, in presenza di una viabilitā pubblica

1.     Premessa

La disciplina sulle distanze legali risultava, originariamente, relegata ai soli atti di regolamentazione secondaria. L’intensificarsi dei fenomeni di insediamento urbano, del resto, ha fatto emergere l’esigenza di conferire alla materia un apparato normativo organico, in grado di attribuire alla disciplina sulle distanze un livello di uniformità quanto più elevato possibile.

Come osservato da autorevole dottrina, proprio a causa dell’incremento dei fenomeni di urbanizzazione, da collocarsi storicamente tra il XVIII e il XIX secolo, l’esigenza di realizzare una codificazione organica in materia di distanze legali è stata avvertita dall’ordinamento come una vera e propria “necessità sociale di particolare rilievo”.[1]

Il risultato di questa graduale evoluzione è stato quello di rendere la materia della distanza legale tra edifici l’oggetto di una disciplina normativa complessa, caratterizzata dalla commistione di norme di diritto civile e di diritto amministrativo.

Questo dualismo rappresenta la proiezione, a livello normativo, della nozione costituzionale del diritto di proprietà che, in quanto diritto riconosciuto nei limiti della funzione sociale al medesimo attribuita, può essere sottoposto a limiti e limitazioni.

In particolare, per limitazioni si intendono quelle fattispecie giuridiche che limitano il diritto di proprietà e che presentano i caratteri dell’eventualità, della non essenzialità, della non reciprocità e della costituzione tendenzialmente convenzionale (come avviene, ad esempio, per le servitù coattive). Quando, invece, si considerano i limiti del diritto di proprietà si fa riferimento a quegli istituti che comunque “comportano una compressione del diritto di proprietà” ma che, a differenza delle limitazioni, “costituiscono degli elementi connaturali al diritto di proprietà” e possono essere posti nell’interesse pubblicistico o nell’interesse privatistico.[2]

La disciplina delle distanze legali, quindi, costituisce la sintesi di limiti connaturati nel diritto di proprietà e preposti alla tutela di interessi privati e pubblici.

Questa duplice funzione rappresenta la chiave di lettura che consente di collocare, a livello sistematico, le norme sulle distanze previste dal codice civile all’interno dei limiti a tutela degli interessi privati e, invece, le disposizioni di diritto pubblico tra quelle finalizzate alla salvaguardia di un interesse superindividuale.

Pertanto, la duplice rilevanza, privatistica e pubblicistica, della disciplina sulle distanze legali rende necessaria una lettura coordinata tra le norme del codice civile e le disposizioni extracodicistiche, che fungono da integrazione alla disciplina generale.

Ciò posto, con il presente contributo si intende analizzare la questione avente ad oggetto l’individuazione del regime giuridico sulla distanza di edifici con pareti finestrate, alla presenza di via pubblica interposta tra i fondi, che ha visto l’articolarsi di un dibattito giurisprudenziale rimasto, ancora oggi, irrisolto.

La rilevanza di tale dibattito può essere colta, oltre che sotto il profilo pratico, anche dal punto di vista sistematico. Infatti, l’approccio della giurisprudenza civile tende a svilire il sopramenzionato dualismo disciplinare, obliterando del tutto la finalità pubblicistica delle regole imposte dalle fonti di diritto amministrativo sulla distanza degli edifici, di cui, infatti, ne prospetta la derogabilità.

Per ragioni di esaustività e al fine di garantire una migliore comprensione della questione, l’analisi verrà di seguito strutturata in una preliminare ricostruzione del quadro normativo di riferimento, per poi procedere alla disamina delle pronunce più significative che compongono il menzionato contrasto giurisprudenziale. 

Il paragrafo finale, invece, sarà riservato alle considerazioni conclusive, volte a ricavare, dal contrasto giurisprudenziale, la soluzione che, a parere di chi scrive, sembra essere quella più ragionevole e coerente alla luce del dato normativo.

 

2.     Il quadro normativo: inquadramento, analisi e ratio

L’articolo 873 c.c. regola la disciplina della distanza tra gli edifici stabilendo che “le costruzioni su fondi finitimi, se non sono unite o aderenti, devono essere tenute a distanza non minore di tre metri. Nei regolamenti locali può essere stabilita una distanza maggiore”.

Come è evidente dalla lettera della norma, la disciplina sulle distanze contemplata dal codice civile è suscettibile di integrazione da parte di fonti regolamentari di enti locali.

Oltre ai regolamenti edilizi, la giurisprudenza ha attribuito identica funzione integrativa anche ai piani regolatori[3] e alle relative norme tecniche di attuazione.[4]

La disciplina sulle distanze, inoltre, si arricchisce della previsione contenuta all’interno del D.M. n. 1444/1968, emanato su delega dell’art. 41 quinquies della legge 17 agosto 1942 n. 1150 (c.d. legge urbanistica).

In particolare, l’articolo 9, comma 1, del menzionato decreto ministeriale prevede espressamente che le distanze minime tra i fabbricati devono essere stabilite secondo criteri distinti a seconda della zona territoriale omogenea considerata.[5]

Più specificamente, per quanto in questa sede interessa, la disposizione prevede che, nel caso di nuove costruzioni, le distanze tra edifici antistanti, aventi almeno una parete finestrata, deve corrispondere alla misura di 10 metri.

Inoltre, al comma 2, sono previsti appositi criteri di calcolo delle distanze minime tra fabbricati, nell’ipotesi in cui tra gli stessi siano interposte strade destinate al traffico dei veicoli (con esclusione della viabilità a fondo cieco al servizio di singoli edifici o di insediamenti) [6]. Il comma 3, infine, prevede che, con riferimento alle ipotesi previste dal comma 2, “qualora le distanze tra fabbricati (…) risultino inferiori all''altezza del fabbricato più alto, le distanze stesse sono maggiorate fino a raggiungere la misura corrispondente all''altezza stessa”, facendo salva, comunque, la possibilità di prevedere “distanze inferiori a quelle indicate nei precedenti commi, nel caso di gruppi di edifici che formino oggetto di piani particolareggiati o lottizzazioni convenzionate con previsioni planovolumetriche”.[7]

Il decreto ministeriale rientra a pieno titolo nella categoria delle disposizioni di diritto pubblico recanti la disciplina delle distanze legali. Per consolidato orientamento giurisprudenziale, esso assume la medesima valenza precettiva di legge dello Stato, essendo attuativo di una delega disposta per legge, e, pertanto, è chiamato ad integrare non solo le disposizioni del codice civile ma anchela disciplina privatistica delle distanze sia sulla potestà regolamentare e pianificatoria dei comuni” assumendo carattere cogente nei confronti dell’ “autonomia negoziale dei privati, in quanto tutela interessi pubblici che per la loro natura igienico-sanitaria non sono nella disponibilità delle parti”.[8]

L’evidente discrasia della disposizione rispetto alla norma di diritto civile, nella parte in cui prevede una distanza maggiore rispetto a quella prescritta dall’articolo 873 c.c., è dovuta, principalmente, alla scelta politica che ne costituisce il fondamento ideologico.

Come evidenziato da autorevole dottrina, la ratio della normativa pubblicistica sulle distanze legali può essere compresa solo se rapportata all’evoluzione del contesto sociale determinato, in particolare, dai “processi di insediamento urbano” oltre che dall’“evoluzione delle tecniche costruttive”. Proprio a causa di questi due fattori, secondo l’Autore, si sarebbe “manifestata l’esigenza crescente di creare spazi più grandi tra costruzioni, in modo da evitare pericoli per la sicurezza e la salubrità pubblica ma anche per porre un limite al sovraffollamento delle città”.[9]

Tale assunto è, altresì, confermato dalla giurisprudenza del Consiglio di Stato. I giudici amministrativi, infatti, hanno stabilito che la finalità del D.M. n. 1444 del 1968 è quella di “garantire sia l’interesse pubblico ad un ordinato sviluppo dell’edilizia, sia l’interesse pubblico alla salute dei cittadini, evitando il prodursi di intercapedini malsane e lesive della salute degli abitanti degli immobili”.[10]

Dalla lettura di questo specifico passaggio della sentenza se ne ricava che l’esigenza di garantire la sicurezza e la salubrità degli edifici non costituisce la finalità esclusiva perseguita dalle norme del decreto ministeriale. È evidente, infatti, che il decreto ministeriale assume rilevanza primaria anche in quanto, nel costituire parte integrante la disciplina legale sulle distanze, garantisce, contestualmente, uno sviluppo urbano armonico e sostenibile, sotto il profilo dello sfruttamento del suolo pubblico.

Finalità, quest’ultima, che non solo risponde alle esigenze del periodo storico in cui la disposizione si colloca ma che rappresenta il punto di congiunzione tra tutte le disposizioni di legge che regolano la materia urbanistica. Da ciò, dunque, ne discende come corollario che l’articolo 9 del D.M. n. 1444/1968 costituisce una norma di diritto pubblico riconducibile alla materia urbanistica.

Ciò posto, le regole summenzionate devono essere lette in combinato disposto con la particolare previsione contenuta all’interno dell’articolo 879, comma 2, del codice civile.

In particolare, la norma contempla una deroga generale alla disciplina delle distanze tra gli edifici nell’ipotesi in cui le costruzioni vengano realizzate al confine con piazze e vie pubbliche. La disposizione, infatti, prevede espressamente che “alle costruzioni che si fanno in confine con le piazze e le vie pubbliche non si applicano le norme relative alle distanze, ma devono osservarsi le leggi e i regolamenti che le riguardano”.

 

3.     La giurisprudenza

Alla luce del dato normativo, emerge che, nell’ipotesi di strade pubbliche interposte, le costruzioni dovrebbero essere realizzate in ossequio a quanto espressamente previsto dalle leggi e dai regolamenti posti a presidio della disciplina edilizia e urbanistica.

Tuttavia, nonostante l’apparente chiarezza delle norme sopramenzionate, in giurisprudenza è sorto un contrasto tra Corte di Cassazione e Consiglio di Stato, al cui orientamento hanno aderito numerose pronunce di merito.

La giurisprudenza, in particolare, si è soffermata sull’interpretazione del secondo comma dell’articolo 879 c.c. che, nel disporre la deroga alla disciplina sulle distanze, fa comunque salva l’applicazione delle “leggi e dei regolamenti che le riguardano”. Proprio sul significato di tale inciso si è articolato il dibattito giurisprudenziale.

Più specificamente, la questione, che assume centralità nel presente contributo, ruota intorno alla relazione tra la deroga prevista all’articolo 879, comma 2, c.c. e la disciplina sulle distanze contemplata dall’articolo 9 del D.M. n. 1444/1968, oltre che dalle disposizioni pianificatorie e regolamentari in materia urbanistica e edilizia riferibili ai singoli enti locali.

Nei successivi paragrafi saranno, quindi, analizzati i due orientamenti giurisprudenziali contrapposti, evidenziandone i tratti essenziali funzionalmente collegati alle considerazioni conclusive cui al paragrafo finale.

 

3.1.  L’orientamento della Corte di Cassazione

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione, che sembra ribadire un orientamento consolidato nella giurisprudenza civile, ha stabilito che “alle costruzioni che si fanno in confine con le piazze e le vie pubbliche non si applica la norma relativa alle distanze prevista dall''art. 9 d.m. n. 1444/1968, che prevede il distacco minimo di dieci metri tra pareti finestrate degli edifici frontistanti”.

In particolare, è stato rilevato che “le disposizioni di legge e regolamenti cui rinvia l’art. 879 comma 2 c.c. (…) non sono dirette alla regolamentazione dei rapporti di vicinato ed alla tutela della proprietà, ma alla protezione di interessi pubblici, con particolare riferimento alla sicurezza della circolazione stradale[11].

La deroga alla disciplina sulle distanze, secondo gli ermellini, varrebbe “ancorché la norma edilizia locale applicabile (integrativa di quelle del codice civile) prescriva che la distanza minima prevista debba essere osservata anche nel caso che tra i fabbricati siano interposte aree pubbliche[12].

Dunque, secondo questa prima impostazione, in applicazione dell’articolo 879, comma 2, c.c., deve escludersi l’applicazione del regime delle distanze prevista dal D.M. n. 1444/1968, anche nell’ipotesi in cui la disposizione in oggetto sia richiamata dai regolamenti edilizi o dalle norme pianificatorie dell’Ente locale.

L’espressa deroga prevista dall’articolo 879 comma 2 c.c., quindi, sarebbe rivolta non solo alla disciplina prevista dal codice civile, che regola, come anzidetto, il rapporto tra privati, ma anche quella prescritta dagli strumenti urbanistici e dalle disposizioni regolamentari dei singoli enti locali. Per la Corte di Cassazione, quindi, non assumerebbe alcun rilievo la natura pubblicistica delle disposizioni e la finalità dalle medesime perseguite.

Sarà fatta salva, del resto, la sola applicazione delle norme di interesse pubblico che regolano “la sicurezza della circolazione stradale”, con specifico riferimento, quindi, alle prescrizioni del Codice della Strada e il relativo regolamento di esecuzione e attuazione cui, secondo questo orientamento, sarebbe indirizzato il rinvio dell’articolo 879, comma 2, c.c.

 

3.2.  La giurisprudenza amministrativa

L’orientamento sviluppatosi nella giurisprudenza amministrativa, invece, abbraccia un’impostazione nettamente opposta rispetto a quella dei giudici della Corte di Cassazione.

Infatti, il Consiglio di Stato ha stabilito che l’art. 879, comma 2 c.c. in tema di distanze tra edifici obbliga al rispetto delle leggi e dei regolamenti vigenti, per cui (…) occorre far riferimento al disposto del D.M. 2 aprile 1968 (…) nonché alle prescrizioni [previste dagli strumenti urbanistici e dai regolamenti locali (n.d.r.)]”. Nella medesima pronuncia, inoltre, è stato espressamente stabilito che “quando, poi, si interpone una via pubblica, anche a fondo cieco, non uti singuli e si sia in presenza di pareti finestrate (art. 9 comma 2) sussiste senza eccezioni l''obbligo di rispettare la distanza minima di 10 metri”.[13]

I Giudici di Palazzo Spada hanno chiarito, in una più risalente pronuncia, che la deroga prevista dall’articolo 879, comma 2, c.c. “discende dalla considerazione che in presenza di una strada pubblica, non emerge tanto l''esigenza di tutelare un diritto soggettivo privato, quanto quella di perseguire il preminente interesse pubblico ad un ordinato sviluppo urbanistico, che trova la sua disciplina esclusivamente nelle leggi e nei regolamenti urbanistico-edilizi (T.A.R. Torino,- Piemonte -, sez. I, 13/06/2014 n. 1034)”.[14]

Ed è evidente, secondo i giudici amministrativi, che all’interno di questo complesso assetto di leggi e regolamenti urbanistico-edilizi, cui fa rinvio l’articolo 879, comma 2, c.c., rientri anche l’art. 9 del D.M. 1444/1968, oltre alle fonti regolamentari dell’Ente locale che espressamente richiamano tale disposizione.

Questo orientamento, inoltre, trova conferma anche nella giurisprudenza amministrativa di merito. Più di recente, infatti, il Tar Liguria ha precisato che l’articolo 9 del D.M. 1444/1968 rientra tra le c.d.  norme di azione, in quanto volte a disciplinare il potere pianificatorio dei comuni in vista del perseguimento di un superiore interesse pubblico.

Pertanto, “la disposizione di cui all''art. 879 c.c., nel disporre che «alle costruzioni che si fanno in confine con le piazze e le vie pubbliche non si applicano le norme relative alle distanze, ma devono osservarsi le leggi e i regolamenti che le riguardano», intende a sua volta significare che, in presenza di una strada pubblica, non si fa tanto questione di un diritto soggettivo privato (tutelato dalla normativa codicistica sulle distanze, rinunciabile e negoziabile), ma di perseguire il preminente interesse pubblico ad un ordinato sviluppo urbanistico intorno alle strade ed alle piazze, ordinato sviluppo che trova la sua disciplina esclusivamente nelle leggi e regolamenti urbanistico-edilizi, tra i quali - per l''appunto - il D.M. n. 1444 del 1968 e le N.T.A. del piano regolatore”.

Da ciò, dunque, inevitabilmente “ne consegue che il disposto di cui all''art. 879 c.c. vale ad escludere (unicamente) le disposizioni contenute negli articoli del codice civile che precedono la disposizione di cui al predetto art. 879, ma non le disposizioni sulle distanze di cui alle norme tecniche di attuazione dello strumento urbanistico aventi chiara natura regolamentare (…) né, tantomeno, quelle di cui all''art. 9 del D.M. n. 1444 del 1968”.[15]

Significativa, inoltre è una sentenza del Tar Toscana del 2017, ove i giudici amministrativi hanno espressamente stabilito che “in presenza di pareti finestrate poste a confine con la via pubblica, non è mai possibile la deroga prevista dall’articolo 879, comma 2, c.c., per le distanze tra edifici. L’art. 9 del D.M. n. 1444 del 1968 prevede che le pareti finestrate debbano godere di una fascia libera di rispetto di almeno dieci metri senza in alcun modo delimitare la natura dei locali ai quali garantiscono luce ed aria”.[16]

Alla luce del suesposto orientamento, dunque, la disciplina sulle distanze, prescritta dall’articolo 9 del D.M. 1444/1968, non può considerarsi derogabile nell’ipotesi di strada pubblica interposta tra fondi. La disposizione in oggetto, quindi, sopravvie alla deroga espressa sancita dall’articolo 879 comma 2 del codice civile dato che la regola dei 10 mt., rispondendo a una finalità di interesse pubblico, consistente nella garanzia della salubrità e dell’ordinato sviluppo urbano, costituisce una disposizione inderogabile, posta a presidio di un interesse collettivo.

 

4.     Conclusioni

Analizzate le disposizioni di legge e gli orientamenti giurisprudenziali che maggiormente rilevano nel caso concreto, nonostante il contrasto giurisprudenziale emerso nella giurisprudenza civile e amministrativa, sembra comunque potersi ritenere preferibile l’orientamento elaborato dalla giurisprudenza amministrativa.

L’impostazione ermeneutica della Corte di Cassazione non convince sotto molteplici aspetti.

In primo luogo, questo orientamento costituisce un’evidente forzatura al dato letterale dell’articolo 879, comma 2, c.c. che, nello stabilire che “alle costruzioni che si fanno in confine con le piazze e le vie pubbliche non si applicano le norme relative alle distanze” prevede, comunque, la necessaria osservanza delle “leggi e i regolamenti che le riguardano”. Dunque, se vale il principio secondo cui “in claris non fit interpretatio”, non si comprende il motivo per cui il rinvio operato dalla disposizione debba essere limitato alle sole regole contenute nel Codice della strada e all’interno del relativo regolamento di esecuzione e attuazione.

Tale impostazione, inoltre, non si concilia con quanto stabilito dell’articolo 9 del D.M. 1444/1968, nella parte in cui la disposizione prevede appositi criteri di calcolo delle distanze minime tra fabbricati qualora tra gli stessi siano interposte strade destinate al traffico dei veicoli.

L’estensione indiscriminata della deroga priverebbe di significato la disposizione contenuta all’interno del decreto ministeriale che, di fatto, sarebbe privata di qualsiasi utilità.

Questa impostazione, inoltre, sarebbe contraria alla ratio legis che ha determinato il legislatore nel prevedere regole sulle distanze maggiori rispetto a quelle stabilite dal codice civile. Come anzidetto, la disciplina pubblicistica sulle distanze, contemplata, oltre che dal decreto ministeriale, anche dai regolamenti e gli atti pianificatori delle singole realtà locali, perseguono finalità di interesse generale che non sono suscettibili di deroga da parte di disposizioni che risultano essenzialmente volte a regolare il rapporto tra privati.

Inoltre, come più volte ribadito dalla giurisprudenza del Consiglio di Stato, proprio a fronte dell’interesse pubblico di cui le norme del D.M. 1444/1968 si fanno portatrici, l’ordinamento attribuisce alle stesse un’efficacia precettiva rinforzata, essendo vincolanti non solo per i privati ma anche per i Comuni in fase di “formazione, e revisione, degli strumenti urbanistici, con la conseguenza che ogni previsione regolamentare in contrasto con tale limite è illegittima e va annullata ove oggetto di impugnazione o, comunque, disapplicata, stante la sua automatica sostituzione con la clausola legale dettata dalla fonte sovraordinata”.[17]

In definitiva, la tesi adottata dalla giurisprudenza amministrativa, che, si rammenta, esclude che la sussistenza di una strada pubblica interposta possa determinare una deroga alla disciplina pubblicistica sulle distanze tra gli edifici, sembra essere quella più condivisibile.

Essa non solo rimane fedele all’impostazione letterale delle norme summenzionate ma risulta, altresì, coerente con la finalità di tutela dell’interesse sopraindividuale propria delle norme di diritto pubblico. Non si comprende, infatti, come la sussistenza di una strada pubblica interposta possa far venir meno l’interesse pubblico sotteso alle disposizioni che disciplinano la materia urbanistica e edilizia.

L’orientamento, inoltre, convince anche in considerazione della collocazione sistematica dell’articolo 879, comma 2, c.c. Il campo di applicazione della deroga ivi contemplata, infatti, sarebbe delimitato alle sole disposizioni del codice civile.

Infine, sostenere la disapplicazione del regime pubblicistico sulle distanze tra gli edifici significherebbe, in pratica, lasciare priva di disciplina l’attività edificatoria da realizzarsi in prossimità di pubbliche vie o piazze, “e cioè proprio laddove è maggiormente sentito e rilevante che si persegua un ordinato assetto del territorio”.[18]

Per questo motivo, a parere di chi scrive, la disciplina pubblicistica in materia di distanze tra edifici, compresa, in modo specifico, la prescrizione che impone la distanza di 10 mt. tra edifici con pareti finestrate, non può considerarsi in nessun caso derogabile nell’ipotesi in cui tra i fondi sia interposta una via pubblica.

 

Avv. Sergio Mancusi  



[1] Anceschi A., «Le distanze legali tra costruzioni», in «Il diritto privato oggi – serie a cura di Paolo Cendon» - Introduzione - p. XV, Giuffrè 2005.

[2] Santise M., «I diritti reali», «Limitazioni e limiti al diritto di proprietà: le infinite applicazioni dell’articolo 844 c.c.», in «Coordinate ermeneutiche di diritto civile», terza edizione, p.358 e ss., G. Giappichelli Editore 2017.

[3] Corte di Cassazione, sez. II, del 30.10.2018, n. 27638.

[4] La Corte di Cassazione ha infatti stabilito che “le norme sulle distanze legali contenute vuoi nel piano regolatore generale, vuoi nelle relative norme tecniche di attuazione, hanno natura integrativa dei precetti di cui all’art. 873 c.c. e la loro violazione legittima colui che assume di essere stato danneggiato dalle costruzioni eseguite in violazione di esse a domandare la riduzione in pristino ex art. 872 c.c.” (Cass. civ., sez. II, 23.7.2009, n. 17338).

[5] Ai sensi dell’articolo 9, comma I, del D.M. 1444/1968, le distanze minime tra fabbricati per le diverse zone territoriali omogenee sono stabilite come segue: “1) Zone A): per le operazioni di risanamento conservativo e per le eventuali ristrutturazioni, le distanze tra gli edifici non possono essere inferiori a quelle intercorrenti tra i volumi edificati preesistenti, computati senza tener conto di costruzioni aggiuntive di epoca recente e prive di valore storico, artistico o ambientale;  2) Nuovi edifici ricadenti in altre zone: è prescritta in tutti i casi la distanza minima assoluta di m. 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti;  3) Zone C): è altresì prescritta, tra pareti finestrate di edifici antistanti, la distanza minima pari all''altezza del fabbricato più alto; la norma si applica anche quando una sola parete sia finestrata, qualora gli edifici si fronteggino per uno sviluppo superiore a ml. 12”.

[6] In particolare, la disposizione prevede che, in questa ipotesi, le distanze tra edifici “debbono corrispondere alla larghezza della sede stradale maggiorata di: - ml. 5,00 per lato, per strade di larghezza inferiore a ml. 7; - ml. 7,50 per lato, per strade di larghezza compresa tra ml. 7 e ml. 15; - ml. 10,000 per lato, per strade di larghezza superiore a ml. 15.”

[7] In merito, occorre comunque dar conto delle modifiche intervenute a seguito dell’entrata in vigore del D.L. 18 aprile 2019, n. 32, conv. con modificazioni dalla L. 14 giugno 2019, n. 55 (c.d. Sblocca cantieri). In particolare, l’articolo 5, comma 1 lett. b-bis) del decreto in oggetto, quale norma di interpretazione autentica dei commi 2 e 3 dell’articolo 9 D.M. 1444/68, ha previsto che “le disposizioni di cui all’articolo 9, commi secondo e terzo, del decreto del Ministro dei lavori pubblici 2 aprile 1968, n. 1444,si interpretano nel senso che i limiti di distanza tra i fabbricati ivi previsti si considerano riferiti esclusivamente alle zone di cui al I comma, numero 3), dello stesso articolo 9”, ovvero alle Zone C).

[8] T.A.R. Brescia, sez. I, 3.7.2008, n. 788; Id. T.A.R. Puglia Bari, sez. III, 22.6.12, n. 1235.

[9] Anceschi A., op. cit., p. 11 e ss.

[10] Consiglio di Stato, sez. IV, 29.02.2016 n. 856. Principio di diritto ribadito anche da una più risalente pronuncia del medesimo organo di giustizia amministrativa, in cui si ricava che, in merito alla ratio  della disposizione in oggetto, “la distanza prevista dall’art. 9, D.M. 2 aprile 1968, n. 1444 è volta non alla tutela della riservatezza, ma alla salvaguardia di imprescindibili esigenze igienico sanitarie e, a differenza delle distanze dal confine, è tassativa ed inderogabile per via di private pattuizioni; di conseguenza essa è operante nel caso sia in cui una sola delle due pareti frontistanti sia finestrata, sia quando la nuova opera sia di altezza inferiore rispetto alle preesistenti vedute o parzialmente nascosta dal muretto e dalla recinzione di confine” (Consiglio di Stato, sez. IV, 20.7.2011, n. 4374). Più in particolare, secondo la giurisprudenza amministrativa, la norma sarebbe, quindi, “volta ad impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario” (Consiglio di Stato, sez. IV, 2.11.2010, n. 7731; Id. Cons. St., sez. V, 19.10.99, n. 1565).

[11] Cassazione civile, sez. II, 29.10.2018, n. 27364.

[13] Consiglio di Stato, sez. IV, 1.06.2018, n. 3329; Id. Cons. Stato, sez. IV, 22 maggio 2014, n. 2650.

[14] Consiglio di Stato, sez. V, 14.12.2016, n. 5264.

[15] Tar Liguria, Genova, sez. II, 5.07.2020, n. 354; Id. T.A.R. Molise, Campobasso, sez. I, 11.09.2015, n. 332.

[16] Tar Toscana Firenze, sez. III, 12.04.2017, n. 558.

[17] Cons. Stato Sez. IV, 30.10.2017, n. 4992.

[18] Consiglio di Stato, s. n. 5264/2016 cit.



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