ISSN 2498-9916
Direttori: Avv. Francesco Barchielli  e  Avv. Gherardo Lombardi
 

T.A.R. Campania, Napoli, Sez. VIII, 26 novembre 2020

Argomenti trattati:
Mutamento di destinazione d'uso

Articolo inserito il 04-12-2020
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[A] Il concetto di conformità della costruzione al progetto assentito riguarda solo i profili strutturali? [B] La destinazione d’uso di un immobile da cosa si ricava?

SENTENZA N. 5564
[A] Il concetto di conformità della costruzione effettivamente realizzata al progetto assentito ricomprende, con ogni evidenza, non solo i profili strutturali estrinseci (sagoma, volumetria), ma anche la destinazione d'uso dell'immobile e ciò anche in relazione alla necessità che quanto realizzato sia coerente e conforme con la destinazione assegnata all'area dallo strumento di pianificazione urbanistica comunale (T.A.R. Toscana, Firenze, Sez. II, 4 dicembre 2017, n. 1498).
[B] Quanto alla destinazione d’uso di un immobile, la giurisprudenza anche della Sezione ha chiarito che è quella impressa dal titolo abilitativo, assumendo una connotazione oggettiva che vale ad individuare in modo inconfutabile ed evidente un determinato bene (T.A.R. Campania, Napoli, Sez. VIII, 21 luglio 2017, n. 3896, Consiglio di Stato, Sez. V, 9 febbraio 2001, n. 583); le categorie catastali rilevano ai fini dell’individuazione delle destinazioni delle unità immobiliari ivi censite solo in difetto di indicazione nei titoli abilitativi (Cons. Stato, Sez. IV, 26 marzo 2013, n. 1712).
FATTO e DIRITTO
Con il presente ricorso, ritualmente notificato il 13 aprile 2016 e depositato il 18 aprile 2016, la PM immobiliare s.r.l. ha chiesto l’annullamento del provvedimento prot. n. 6628 del 5 aprile 2016 del Comune di San Nicola la Strada di diniego della sua richiesta di certificato di agibilità prot. n. 5321 del 14 marzo 2016, relativamente alle unità immobiliari di sua proprietà ubicate nel fabbricato di Viale Carlo III n. 126, destinato nel titolo edilizio del 1981 a casa albergo, nonchè della nota prot. n. 5631 del 17 marzo 2016 di avvio del procedimento di diniego di agibilità.
Parte ricorrente espone in fatto di aver acquistato dalla Salim s.r.l., con atto di compravendita del 3 dicembre 2014, 15 unità abitative con destinazione catastale A - residenziale, ricomprese nel suddetto fabbricato. Riferisce che con scrittura privata del 14 gennaio 2016, unitamente alla Cogen s.r.l., proprietaria di altri immobili contigui a quelli di sua proprietà, aveva concesso in locazione alla Gamma s.r.l. le n. 25 unità abitative di loro proprietà, complessivamente calcolate, al fine della partecipazione alle gare d’appalto, indette dalla Prefettura di Caserta, per l’affidamento, nel territorio della Provincia di Caserta, dei servizi di accoglienza e di assistenza ai cittadini richiedenti protezione internazionale fino alla data del 31 dicembre 2016.
Presupposto per la partecipazione alle gare era il possesso del certificato di agibilità.
In esecuzione dell’impegno preso con il citato contratto di locazione di eseguire interventi di ampliamento delle suddette unità abitative, in data 8 marzo 2016, con istanze prot. n. 4986 e 5064, essa società ricorrente e la Cogen s.r.l. comunicavano l’inizio dei lavori in forma asseverata al fine della fusione delle complessive n. 25 unità abitative in n. 15 unità ubicate nel medesimo fabbricato assentito nel 1981 quale casa albergo.
L’ultimazione dei lavori ed il collaudo venivano comunicati il 14 marzo 2016 con le note prot. nn. 5318 e 5320 e, considerato che contestualmente la Prefettura di Caserta richiedeva alla Gamma s.r.l. l’integrazione della documentazione prodotta, fra cui il certificato di agibilità relativo agli immobili, in pari data del 14 marzo 2016, con nota prot. n. 5321, essa società ricorrente e la Cogen s.r.l. richiedevano il certificato di agibilità, sulla base della categoria catastale A residenziale, che era rimasta immutata.
Con nota prot. n. 5631 del 17 marzo 2016, il Comune di San Nicola la Strada comunicava i motivi ostativi al rilascio del certificato di agibilità; in riscontro, con nota prot. n. 5748 del 18 marzo 2016, la PM immobiliare e la Cogen trasmettevano le proprie deduzioni e il Comune adottava nei suoi confronti il provvedimento di diniego prot. n. 6628 del 5 aprile 2016 “per le seguenti motivazioni: “la variazione catastale riguarderebbe la categoria “A” e, pertanto, incongruente con la destinazione d'uso assentita (casa-albergo)”.”.
Parte ricorrente ha, quindi, proposto il presente ricorso avverso il suddetto provvedimento di diniego.
A sostegno del gravame ha dedotto vizi di violazione di legge ed eccesso di potere sotto vari profili.
Si è costituito a resistere in giudizio il Comune di San Nicola la Strada, con atto di stile; ha poi prodotto una memoria con la quale ha dedotto l’infondatezza del ricorso e ne ha chiesto, pertanto, il rigetto.
Con ordinanza n. 700 del 5 maggio 2016 questa Sezione,
“CONSIDERATO che la conformità di manufatti alle norme urbanistiche ed edilizie è presupposto indispensabile per il legittimo rilascio del certificato di agibilità;
CONSIDERATO che è incontestato, e comunque risulta documentalmente, che a mezzo dei titoli edilizi originari, la consistenza immobiliare in questione è stata assentita con destinazione alberghiera (casa-albergo) e non residenziale e che ricade in zona D3 del PRG del Comune di San Nicola La Strada;
CONSIDERATO che, ai fini del conseguimento della certificazione di agibilità, non possono valere una successiva destinazione d’uso attribuita di fatto o un inquadramento catastale non conformi alla destinazione assentita e stabilita nei titoli edilizi (visto che le risultanze catastali hanno effetti a fini meramente fiscali, e, al più, possono assumere valore meramente indiziario a fini diversi);”,
ha respinto la domanda incidentale di sospensione.
Parte resistente ha prodotto una memoria per l’udienza nella quale ha insistito per il rigetto del ricorso.
Con D.P. n. 31/2020 la causa, fissata per l’udienza del 4 novembre, è stata rinviata d’ufficio all’udienza dell’11 novembre 2020 e in tale data è stata assunta in decisione.
Il ricorso è infondato e va, pertanto, respinto.
A sostegno del gravame parte ricorrente ha dedotto le seguenti censure:
I Violazione e falsa applicazione dell'art. 24 del TU 380/2001, violazione degli artt. 2 e 3 della L n. 241/1990, illogicità e contraddittorietà dell'azione amministrativa, eccesso di potere per presupposti erronei.
II e III Ulteriore violazione e falsa applicazione della normativa richiamata nel motivo di ricorso che precede.
Parte ricorrente lamenta che il provvedimento impugnato si fonderebbe su un presupposto erroneo. In particolare l’intervento di fusione delle unità abitative da ultimo richiesto non avrebbe inciso sulla destinazione catastale attribuita all’immobile oltre trent’anni addietro e che era rimasta quella A residenziale. Inoltre parte resistente non avrebbe tenuto conto del fatto che l’intervento da ultimo richiesto (che si è tradotto nell’accorpamento di singole unità immobiliari senza modifica della destinazione d’uso e di quella catastale) sarebbe ricompreso tra gli interventi di manutenzione straordinaria e soggetto a CILA, e, quindi, non sarebbe stato idoneo a determinare la modifica catastale, né la destinazione d’uso delle unità immobiliari. Inoltre, premesso che a seguito di intervento di manutenzione straordinaria era già stato richiesto il certificato di agibilità nell’anno 2011, si sarebbe formato il silenzio assenso ai sensi dell’art. 25, comma 4, del d.P.R. n. 380/2001 e pertanto l’agibilità delle singole unità abitative con ctg residenziale - A sarebbe stata già assentita e non avrebbe potuto essere negata con il provvedimento impugnato. Lo stesso sarebbe avvenuto per gli immobili di proprietà della Cogen s.r.l., a seguito di interventi manutentivi con la richiesta di agibilità nell’anno 2015.
Parte ricorrente deduce la contraddittorietà dell’ente locale e la disparità di trattamento nei suoi confronti in quanto tutte le unità residue del fabbricato sarebbero destinate a civili abitazioni da trent’anni e l’ente locale da un lato consentirebbe il loro utilizzo con destinazione residenziale, tollerando la pretesa incongruenza con la destinazione d’uso assentita con la concessione edilizia n. 45/1981, casa albergo produttiva, con la destinazione catastale residenziale ed il corrispondente uso abitativo effettivo che ne viene fatto, e dall’altro lato richiederebbe per tutte le singole unità abitative del fabbricato i tributi locali – ICI/IMU e TARSU parametrandoli alla destinazione residenziale non alberghiera.
IV Violazione e falsa applicazione dell'art. 25 del TU 380/2001, violazione del R.D.L. 18 gennaio 1937, n. 975, violazione dell'art. 22 della L.R. 15 marzo 1984, n. 15.
Parte ricorrente sostiene che la nozione di casa albergo sarebbe da ricomprendere nel novero delle attività turistiche ricettive. Inoltre il fabbricato assentito con la concessione edilizia n. 45/1981 non presenterebbe alcun elemento che ne consenta l’utilizzo quale albergo o casa albergo. Infatti presenta al piano ammezzato uffici separati gli uni dagli altri ed agli altri piani esclusivamente appartamenti; non vi è una portineria, un salone, spazi e servizi comuni, una lavanderia, una sala ristorante che consenta di differenziare il fabbricato da quelli destinati a comuni alloggi per civili abitazioni e, pertanto, il fabbricato non potrebbe ritenersi assentito quale struttura alberghiera. All’epoca sarebbe stato, pertanto, autorizzata la costruzione di un fabbricato per civili abitazioni e il relativo titolo edilizio non sarebbe stato mai annullato.
V Violazione e falsa applicazione dell'art. 10 della L. n. 10/1977, carenza di interesse pubblico al ripristino dello stato dei luoghi.
Fermo restando che la CE del 1981 non prevederebbe strutture alberghiere propriamente dette, che tale c.e. non risulterebbe mai annullata, che l’accatastamento in ctg A - residenziale sarebbe avvenuto ab origine e risale ad oltre 30 anni addietro, in ogni caso, pur volendo ipotizzare un mutamento di destinazione d'uso intervenuto illo tempore, il che è contestato da parte ricorrente, ad oggi non sarebbe consentito il ripristino della situazione originaria e ciò anche sotto il profilo catastale. Ciò in quanto nel caso di specie l’immobile risulta edificato in base a un titolo rilasciato negli anni 79-81, accatastato ante ‘85 e ricade in zona del PRG nella quale non si consentivano all’epoca destinazioni residenziali; ne conseguirebbe l’impossibilità di un ripristino della destinazione impressa con il titolo edilizio che non rispetterebbe né lo stato dei luoghi, nè l’eventuale mutamento di destinazione d’uso perpetrato da oltre trent’anni.
VI Ulteriore violazione e falsa applicazione dell'art. 10 della L. n. 77/1910, violazione degli artt. 24 e 25 del TU 380/2001, carenza di interesse pubblico al ripristino della destinazione originaria.
Parte ricorrente sostiene che, anche a voler ipotizzare che la concessione edilizia n. 45/1981 abbia assentito un albergo, circostanza che parte ricorrente contesta, e vi sia stato al momento dell’ultimazione dei lavori un mutamento della destinazione d’uso illegittimo, si tratterebbe di un abuso risalente ad oltre trent’anni fa rispetto al quale parte ricorrente evidenzia i comportamenti dell’ente che avrebbe consentito l’utilizzo dell’immobile a civili abitazioni non ad albergo. Né sussisterebbe un interesse pubblico ed attuale al ripristino di una destinazione urbanistica catastale alberghiera atteso il lasso di tempo trascorso.
VII Violazione e falsa applicazione del R.D.L. 18 gennaio 1937, n. 975, violazione dell'art. 22 della L.R. 15 marzo 1984, n. 15.
Ad avviso di parte ricorrente il preteso ripristino della destinazione originaria dell'immobile non potrebbe giammai avvenire, perché da un lato risultano rilasciati numerosi condoni edilizi nel fabbricato, che ne avrebbero stravolto, comunque, la configurazione alberghiera, dall'altro perché il fabbricato non possiederebbe ab origine i requisiti minimi tecnici strutturali per l'esercizio di qualsivoglia attività alberghiera, anche alla luce della sopra richiamata normativa regionale.
Il Collegio, confermando quanto già sostenuto da questa Sezione nell’ordinanza n. 700 del 5 maggio 2016, con la quale è stata respinta la domanda incidentale di sospensione cautelare proposta da parte ricorrente, ritiene che la conformità di manufatti alle norme urbanistiche ed edilizie sia presupposto indispensabile per il legittimo rilascio del certificato di agibilità.
In forza di quanto stabilito dagli art. 24 e 25 del d.P.R. 6 giugno 2001 n. 380, applicabili ratione temporis - prima dell’abrogazione dell’art. 25 da parte del D.Lgs. 25 novembre 2016, n. 222 - il certificato di agibilità delle costruzioni costituisce un'attestazione da parte dei competenti uffici tecnici comunali in ordine alla sussistenza delle condizioni di sicurezza, igiene, salubrità e risparmio energetico degli edifici e degli impianti tecnologici in essi installati, alla stregua della normativa vigente; secondo l’art. 25, comma 1, lett. b), la certificazione viene rilasciata previa “dichiarazione sottoscritta dallo stesso richiedente il certificato di agibilità di conformità dell'opera rispetto al progetto approvato….”. Tale ultima previsione è stata poi inserita nell’art. 24 che all’attualità non prevede più il rilascio del certificato di agibilità ma dispone che la sussistenza delle suddette condizioni di sicurezza, igiene, salubrità, risparmio energetico degli edifici e degli impianti negli stessi installati, valutate secondo quanto dispone la normativa vigente, unitamente alla conformità dell'opera al progetto presentato e la sua agibilità, sono attestati mediante segnalazione certificata.
Al riguardo il Collegio ritiene di confermare la giurisprudenza, già fatta propria anche da questo Tribunale e dalla quale non si ha motivo di discostarsi, alla luce della quale la conformità dei manufatti alle norme urbanistico-edilizie costituisce il presupposto indispensabile per il legittimo rilascio del certificato di agibilità, come si evince dagli art. 24, comma 3, del d.P.R. n. 380/2001, e 35, comma 20, della L. n. 47/1985, in quanto, ancor prima della logica giuridica, è la ragionevolezza ad escludere che possa essere utilizzato, per qualsiasi destinazione, un fabbricato non conforme alla normativa urbanistico-edilizia, e, come tale, in potenziale contrasto con la tutela del fascio di interessi collettivi alla cui protezione quella disciplina è preordinata (T.A.R. Campania, Napoli, Sez. VIII, 7 aprile 2016, n. 1767 e Sez. III, 4 settembre 2019, n. 4453, T.A.R. Campania Salerno Sez. II, 3 dicembre 2019, n. 2138, Cons. Stato Sez. VI, 8 giugno 2020, n. 3631, Cons. Stato, Sez. III, 26 novembre 2018, n. 6661).
Inoltre, alla luce della condivisibile giurisprudenza, il certificato di agibilità costituisce un atto di accertamento che si limita ad attestare una situazione oggettiva e, in particolare, la corrispondenza dell'opera realizzata al progetto assentito, dal punto di vista dimensionale, della destinazione d'uso e delle eventuali prescrizioni contenute nel titolo, nonché attesta la sussistenza delle condizioni di sicurezza, igiene, salubrità degli edifici, di risparmio energetico e di sicurezza degli impianti negli stessi installati, alla stregua della normativa vigente (T.A.R. Umbria, 18 novembre 2010, n. 512).
L'indagine che l'Amministrazione è chiamata a svolgere per il rilascio dell'autorizzazione in parola è, pertanto, finalizzata da un lato all'accertamento della conformità della costruzione al progetto approvato e dall'altro alla mancanza di cause di insalubrità limitate alla costruzione edilizia in sé considerata (TAR Lazio, sez. II, 4 febbraio 2011, n. 1074).
Ne segue, con riferimento al primo dei profili sopra evidenziati, che il concetto di conformità della costruzione effettivamente realizzata al progetto assentito ricomprende, con ogni evidenza, non solo i profili strutturali estrinseci (sagoma, volumetria), ma anche la destinazione d'uso dell'immobile e ciò anche in relazione alla necessità che quanto realizzato sia coerente e conforme con la destinazione assegnata all'area dallo strumento di pianificazione urbanistica comunale (T.A.R. Toscana, Firenze, Sez. II, 4 dicembre 2017, n. 1498).
Quanto alla destinazione d’uso di un immobile, la giurisprudenza anche della Sezione ha chiarito che è quella impressa dal titolo abilitativo, assumendo una connotazione oggettiva che vale ad individuare in modo inconfutabile ed evidente un determinato bene (T.A.R. Campania, Napoli, Sez. VIII, 21 luglio 2017, n. 3896, Consiglio di Stato, Sez. V, 9 febbraio 2001, n. 583); le categorie catastali rilevano ai fini dell’individuazione delle destinazioni delle unità immobiliari ivi censite solo in difetto di indicazione nei titoli abilitativi (Cons. Stato, Sez. IV, 26 marzo 2013, n. 1712).
Al riguardo la condivisibile giurisprudenza ha precisato che se, fin dalla legge istitutiva del 1º marzo 1886 n. 3682, le iscrizioni catastali non hanno valore di piena prova ai fini del riconoscimento della proprietà dei beni immobili, tuttavia ciò non toglie che a partire dalla riforma dal 1939 la funzione primaria del Catasto è proprio quella di consentire di individuare la destinazione (anche -- ma non solo -- ai fini fiscali della fissazione della rendita degli immobili) e le singole categorie catastali vengono attribuite ad ogni fabbricato proprio in base alla destinazione urbanistica del permesso edilizio.
In linea di principio quindi non corrisponde al vero che l’accatastamento di un immobile abbia valore ai fini fiscali in quanto, al contrario, le iscrizioni catastali rilevano, ad esempio, anche nelle procedure ablative o similari al fine dell’individuazione del proprietario (ex art. 11, d.P.R. 8 giugno 2001, n. 327); o per l’individuazione dei coefficienti di computo del canone con riferimento alle categorie catastali (ex art. 16 della abrogata L. 27/07/1978, n. 392); ed anche sul piano civilistico, i dati catastali degli immobili ben possono identificare l'immobile trasferito, in caso di alienazione di immobili, e quindi possono valere ad individuare con esattezza il bene oggetto della cessione (cfr. Cassazione civile, sez. II, 17 febbraio 2012, n. 2369).
L’accatastamento consiste, quindi, in una classificazione di ordine tributario, che fa stato a quegli specifici fini e non solo, senza assurgere a strumento idoneo – al di là di un mero valore indiziario – per evidenziare la reale destinazione d’uso di singole porzioni immobiliari e della relativa regolarità urbanistico-edilizia (cfr. in tal senso, fra le tante, Cons. Stato, VI, 4 febbraio 2013, n. 666; V, 29 marzo 2004, n. 1631; Cass. civ., II, 2 novembre 2010, n. 22298 e 3 marzo 2009, n. 5131; Cass pen., III, 6 ottobre 2008, n. 38044) e, comunque, come detto, solo in difetto di indicazione nei titoli abilitativi.
Inoltre devesi del tutto escludere il rilievo di un uso di fatto che in concreto si assume sia stato praticato sull'immobile, risultante da circostanza di mero fatto. Tale uso, quantunque si sia protratto nel tempo, è comunque inidoneo a determinare un consolidamento di situazioni ed a modificare ex se la qualificazione giuridica dell’immobile (T.A.R. Campania, Napoli, Sez. VIII, 21 luglio 2017, n. 3896 cit).
Alla luce della sopra richiamata giurisprudenza deve pertanto concludersi che, come già statuito da questa Sezione nella suddetta ordinanza cautelare n. 700 del 5 maggio 2016, ai fini del conseguimento della certificazione di agibilità, non possano valere una successiva destinazione d’uso attribuita di fatto o un inquadramento catastale non conformi alla destinazione assentita e stabilita nei titoli edilizi (visto che le risultanze catastali hanno effetti a fini meramente fiscali, e, al più, possono assumere valore meramente indiziario a fini diversi).
Le suddette conclusioni sono state ora positivizzate dalla recente previsione legislativa di cui al comma 1-bis dell’art. 9-bis - Documentazione amministrativa e stato legittimo degli immobili – aggiunto dall'art. 10, comma 1, lett. d), n. 1), del D.L. 16 luglio 2020, n. 76 (Misure urgenti per la semplificazione e l'innovazione digitale), convertito, con modificazioni, dalla L. 11 settembre 2020, n. 120 che dispone: “1-bis. Lo stato legittimo dell'immobile o dell'unità immobiliare è quello stabilito dal titolo abilitativo che ne ha previsto la costruzione o che ne ha legittimato la stessa e da quello che ha disciplinato l'ultimo intervento edilizio che ha interessato l'intero immobile o unità immobiliare, integrati con gli eventuali titoli successivi che hanno abilitato interventi parziali. Per gli immobili realizzati in un'epoca nella quale non era obbligatorio acquisire il titolo abilitativo edilizio, lo stato legittimo è quello desumibile dalle informazioni catastali di primo impianto, o da altri documenti probanti, quali le riprese fotografiche, gli estratti cartografici, i documenti d'archivio, o altro atto, pubblico o privato, di cui sia dimostrata la provenienza, e dal titolo abilitativo che ha disciplinato l'ultimo intervento edilizio che ha interessato l'intero immobile o unità immobiliare, integrati con gli eventuali titoli successivi che hanno abilitato interventi parziali. Le disposizioni di cui al secondo periodo si applicano altresì nei casi in cui sussista un principio di prova del titolo abilitativo del quale, tuttavia, non sia disponibile copia.”.
Inoltre è incontestato, e comunque risulta documentalmente, che a mezzo dei titoli edilizi originari, la consistenza immobiliare in questione è stata assentita con destinazione alberghiera (casa-albergo) e non residenziale e che ricade in zona D3 del PRG del Comune di San Nicola La Strada.
Ed invero, come rappresentato dalla stessa parte ricorrente nel ricorso (pagine 4 e 5) l’immobile è stato inizialmente assentito con concessione edilizia n. 308 del 13 luglio 1974, oggetto di variante per effetto della concessione edilizia n. 195 del 26 gennaio 1979 e poi della successiva concessione edilizia in variante n. 45 del 9 ottobre 1981.
Come risulta dai suddetti titoli edilizi depositati in giudizio dalla stessa ricorrente in data 30 aprile 2016, l’autorizzazione sindacale n. 308 del 13 luglio 1974 risulta rilasciata per costruire “una casa albergo”, la concessione edilizia n. 195 del 26 gennaio 1979 a sua volta è stata rilasciata in “variante alla licenza edilizia n. 308/1974 per la costruzione di un fabbricato da adibire a Casa-Albergo” ed infine la concessione edilizia in variante n. 45 del 9 ottobre 1981 risulta rilasciata quale “Variante alla concessione edilizia n° 195 del 26.10.79 inerente al fabbricato in costruzione da adibire a casa albergo”.
Pertanto, come condivisibilmente sostenuto da parte resistente, in nessuno dei titoli edilizi si prevedeva il mutamento della destinazione d’uso originaria; inoltre nella relazione tecnica generale allegata alla segnalazione certificata di inizio di attività del novembre 2014, pure prodotto in atti dalla stessa parte ricorrente, nella premessa è espressamente rappresentato che “L’edificio è stato realizzato in virtù della concessione edilizia n. 195 del 26. 10. 1979 e successiva variante n. 45 del 09. 10. 1981 su un’area ricadente in zona D3 del vigente PRG comunale...” e nella parte relativa alla descrizione dell’intervento è espressamente rappresentato che le opere sarebbero state effettuate “conservando la destinazione originariamente assentita”. Né rileva la tipologia delle opere dell’ultimo intervento richiesto nel 2016, come pure dedotto da parte ricorrente nel secondo motivo di ricorso, proprio perché, come ammesso dalla stessa società ricorrente, non ha comunque determinato una modifica della destinazione d’uso.
Ne consegue che nella fattispecie oggetto di gravame legittimamente il Comune resistente ha negato il rilascio della certificazione di agibilità essendo presupposto indefettibile per detto rilascio la conformità dei manufatti alle norme urbanistico - edilizie vigenti e, quindi, anche a quelle che disciplinano la destinazione d'uso dell’immobile (Cons. Stato, sez. V, 30 aprile 2009, n. 2760; T.A.R. Lombardia, Milano, sez. II, 4 novembre 2011, n. 2648).
E d’altro canto, a voler seguire la tesi di parte si finirebbero col rendere agevolmente aggirabili tutte le previsioni di pianificazione urbanistica consentendo la realizzazione abusiva di fabbricati che, pur essendo del tutto difformi dalla destinazione d’uso impressa al territorio e dal titolo edilizio rilasciato, potrebbero comunque essere “sanati” attraverso il rilascio del certificato di agibilità, purché sussistano le condizioni di sicurezza, igiene e salubrità previste dalla legge (T.A.R. Toscana, Firenze, Sez. II, 9 gennaio 2012, n. 903).
Né in mancanza di tale autorizzazione può ritenersi, come pure prospettato da parte ricorrente, che si sia formato il silenzio assenso in virtù dell’istanza di agibilità precedentemente richiesta nell’anno 2011 a seguito di intervento di manutenzione straordinaria, ai sensi dell’art. 25, comma 4, del d.P.R. n. 380/2001 e pertanto l’agibilità delle singole unità abitative con ctg residenziale - A sarebbe stata già assentita e non avrebbe potuto essere negata con il provvedimento impugnato.
Ed invero il meccanismo del silenzio assenso non può essere invocato allorché manchi il presupposto stesso per il rilascio del certificato di agibilità, costituito dal carattere non abusivo del fabbricato in relazione al quale sia stata presentata l'istanza tesa ad ottenere il certificato menzionato; se in linea generale il tacito accoglimento di una domanda si differenzia dalla decisione esplicita solo per l'aspetto formale, è necessario tuttavia che sussistano tutti gli elementi soggettivi e oggettivi che rappresentano gli elementi costitutivi della fattispecie di cui si invoca il perfezionamento (T.A.R. Campania, Napoli, Sez. VIII, 9 novembre 2020, n. 5066 e 7 aprile 2016, n. 1767, TAR Napoli, Sez. III, 17 aprile 2014, n. 2191, Sez. II, 21 febbraio 2013, n.969, TAR Salerno, Sez. , 13 giugno 2013, n.1325).
Neppure può ritenersi fondata la censura con la quale parte ricorrente lamenta la disparità di trattamento e la contraddittorietà dell’azione amministrativa, poste in essere dall’amministrazione e consistenti nell’aver consentito la destinazione residenziale alle residue unità immobiliari ubicate nel medesimo complesso, ma di proprietà di altri soggetti, percependo per essi i relativi tributi comunali (IMU/TARSU).
Al riguardo occorre evidenziare che è lo stesso ricorrente a rappresentare che il Comune aveva rilasciato numerosi condoni edilizi nel fabbricato e, quindi, le suddette unità immobiliari, come rappresentato da parte resistente, hanno ottenuto il mutamento di destinazione d’uso dei propri immobili all’esito di una regolare procedura di condono; inoltre parte ricorrente ammette sostanzialmente di un aver mai richiesto il condono per il cambio di destinazione residenziale dell’immobile, condono che avrebbe dovuto e potuto chiedere al fine di ottenere anch’essa il mutamento di destinazione d’uso.
Alla luce di quanto sopra esposto devono, quindi, ritenersi infondati il primo, secondo e terzo motivo di ricorso.
Deve altresì ritenersi infondato il quarto motivo di ricorso per la risolutiva circostanza che deve ritenersi insuperabile la circostanza della impossibilità di modificare la destinazione d’uso dell’immobile in residenziale, ostandovi la destinazione di zona D3. Anche a voler ritenere che il progetto di cui ai titoli edilizi assentiti non si sostanzierebbe in una casa albergo ma in unità residenziali, tale circostanza può al più rilevare su altri profili, e su altre determinazioni dell’amministrazione, ricorrendone naturalmente i relativi presupposti, ma non è idonea a fondare l’illegittimità del diniego del certificato di agibilità e a nulla rileva, pertanto, che i titoli edilizi non siano stati previamente annullati, come pure lamentato da parte ricorrente. Né, come detto, potrebbe ritenersi rilevante un mutamento di destinazione d’uso di fatto.
Devono infine ritenersi infondate anche le censure dedotte con il quinto, sesto e settimo motivo di ricorso, che si ritiene di poter affrontare unitariamente.
I motivi sono infondati per la risolutiva circostanza che nel provvedimento impugnato l’amministrazione comunale resistente si è limitata denegare la richiesta di rilascio del certificato di agibilità ma non ha assunto ulteriori provvedimenti sanzionatori ed in particolare non ha ordinato il ripristino dello stato dei luoghi, né ha annullato alcun titolo edilizio. Ed invero, come sostenuto da parte resistente, le argomentazioni di parte ricorrente partono dall’assunto errato che l’amministrazione abbia esercitato un potere repressivo che, invece, non ha mai esercitato e, pertanto, quanto sopra è sufficiente a determinare l’infondatezza delle censure dedotte.
Conclusivamente, per i su esposti motivi, il ricorso deve essere respinto.
Le questioni appena vagliate esauriscono la vicenda sottoposta al Collegio, essendo stati toccati tutti gli aspetti rilevanti a norma dell’art. 112 c.p.c., in aderenza al principio sostanziale di corrispondenza tra il chiesto e pronunciato (come chiarito dalla giurisprudenza costante, ex plurimis, per le affermazioni più risalenti, Cassazione civile, sez. II, 22 marzo 1995 n. 3260 e, per quelle più recenti, Cassazione civile, sez. V, 16 maggio 2012 n. 7663 e per il Consiglio di Stato, Sez. VI, 13 maggio 2019, n. 3110). Gli argomenti di doglianza non espressamente esaminati sono stati dal Collegio ritenuti non rilevanti ai fini della decisione e comunque inidonei a supportare una conclusione di tipo diverso.
Le spese, secondo la regola della soccombenza, vanno poste a carico di parte ricorrente, in favore di parte resistente, da distrarsi in favore del difensore, dichiaratosi antistatario, nell’importo liquidato in dispositivo, tenuto conto della condanna già liquidata nella fase cautelare a carico di parte ricorrente.
P.Q.M.
Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania (Sezione Ottava), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.
Condanna parte ricorrente al pagamento di complessivi € 1.500,00 (euro millecinquecento/00) in favore di parte resistente, da distrarsi in favore del difensore dichiaratosi antistatario, a titolo di spese, diritti e onorari di causa, oltre accessori di legge.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Napoli nella camera di consiglio del giorno 11 novembre 2020, tenutasi con collegamento da remoto in videoconferenza tramite Microsoft Teams, ai sensi dell’art. 25 del D.L. 28 n. 137/2020, con l'intervento dei magistrati:
Francesco Gaudieri, Presidente
Paola Palmarini, Consigliere
Rosalba Giansante, Consigliere, Estensore