ISSN 2498-9916
Direttori: Avv. Francesco Barchielli  e  Avv. Gherardo Lombardi
 

T.A.R. Toscana, Firenze,Sez. III, 22 dicembre 2020

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Volumetrie

Articolo inserito il 23-12-2020
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Sull’interpretazione dell’art. 3, comma 1 lett. e.6 del D.P.R. 380 del 2001 relativo alla soglia dl 20 % relativa agli interventi pertinenziali.

SENTENZA N. 1705
La soglia del 20% fissata, per le superfici pertinenziali, dall’art. 3 comma 6 D.P.R. 380/2001, è un limite assoluto, invalicabile, e che non va a rinnovarsi a ogni ulteriore intervento edilizio. Ciò significa che, complessivamente considerata, la superficie della pertinenza, sia essa realizzata in uno o in più interventi, deve al massimo equivalere al 20 % del bene principale.
FATTO e DIRITTO
1. Raffaello Raucci è proprietario di un’unità immobiliare ubicata al settimo piano di uno stabile sito in Firenze, Viale Redi n. 143, dotato di una pertinenza esterna all’ottavo piano, costituita da un vano a uso ripostiglio, e da un’adiacente porzione di lastrico solare.
Il Raucci realizzava abusivamente un nuovo manufatto, in ampliamento del locale pertinenziale, sul lastrico solare sopra descritto.
In data 10 dicembre 2004, costui presentava domanda di sanatoria edilizia per il suddetto manufatto, ai sensi della L.R. 53/2004. Nella domanda di sanatoria, l’abuso era descritto come segue: «Realizzazione di un corpo di fabbrica sul lastrico esclusivo di copertura fra il vano esistente ed il muro di confine con altra proprietà, nel quale sono ricavati un locale principale di sbratto, un lavatoio ed un WC. - Demolizione del muro compreso fra il vano esistente e l’ampliamento, allo scopo di rendere comunicanti i due locali di sbratto. - Realizzazione di un ripostiglio nel locale esistente a ridosso della porta di accesso dal corridoio condominiale, allo scopo di utilizzare come unico accesso alla pertinenza quello che in precedenza era a servizio del lastrico solare, ora accessibile solamente dallo sbratto di nuova realizzazione».
2. Il Comune di Firenze, con proprio provvedimento prot. 7977/09 del 17 febbraio 2009, negava la sanatoria in quanto gli edifici, come accertato dalla Polizia Municipale, non erano stati completati alla data del 31 marzo 2003, termine ultimo individuato per accedere al condono. Inoltre, il Comune precisava che i manufatti oggetto dell’istanza di condono avevano una superficie pari a 43,54 mq, di cui 24,76 abusivi, mentre la superficie dell’appartamento principale era pari a 129 mq. Per tale ragione, presentando i locali ubicati all’ottavo piano una superficie superiore al 20% di quella del bene principale, gli stessi non potevano ritenersi pertinenza ai sensi dell’art. 3 comma 1 lettera e.6 D.P.R. 380/2001. Conseguentemente, la relativa realizzazione, da considerarsi nuova costruzione, era assoggettata a permesso di costruire e, come tale, non ammissibile a sanatoria ai sensi dell’art. 2 comma 1 L.R. 53/2004 (che prevede il condono solo per gli immobili realizzati in assenza di DIA o in variazione essenziale o difformità rispetto al titolo, non quelli edificati in assenza di permesso di costruire).
In particolare, il Comune dava atto che: «verificato che l’intervento oggetto della domanda di condono edilizio […] non rientra tra quelli sottoposti a DIA, ai sensi della normativa vigente, in quanto, determinando lo stesso un complessivo volume pertinenziale superiore al 20% del volume dell’unità principale, non è assimilabile alla ristrutturazione edilizia , bensì è classificato come intervento di nuova costruzione; considerato, pertanto, che le opere abusivamente realizzate si configurano complessivamente in un intervento di nuova costruzione, per cui, ai sensi della suddetta normativa regionale vigente, rientrano tra le fattispecie edilizie soggette a concessione (oggi permesso di costruire); verificato, inoltre, che, essendo il medesimo intervento abusivo stato eseguito in assenza di titolo abilitativo, lo stesso rientra tra le esclusioni dettate dalla L.R. 53/2004; accertato, per quanto sopra detto, che le opere oggetto della domanda di condono edilizio A/2055 non rientrano tra quelle suscettibili di sanatoria, ai sensi dell’art. 2 della L.R. Toscana20.10.2004 n. 53 e che, peraltro, le stesse sono risultate completate nelle loro caratteristiche funzionali successivamente al 31.3.2003, determinando di fatto (anche se al di fuori di quanto richiesto con la domanda di condono) dei locali autonomamente utilizzabili destinati alla civile abitazione e per i quali l’addizione volumetrica oggetto di condono è parte imprescindibile, per cui, anche per questo, l’intervento abusivo non può essere ricondotto al concetto della ristrutturazione edilizia bensì alla nuova costruzione».
3. Con il ricorso introduttivo del presente giudizio, Raffaello Raucci impugnava il suddetto provvedimento di diniego, chiedendone l’annullamento per il seguente motivo:
I) «Violazione e falsa applicazione dei principi desumibili dagli artt. 3 e 97 Cost.; Violazione e falsa applicazione art. 2, comma 1 LRT n. 53/04; Violazione e falsa applicazione art. 3, comma 1, lett. e.6 DPR n. 380/01; Violazione dei principi di legalità e di tipicità e nominatività degli atti amministrativi. Eccesso di potere per difetto di istruttoria, illogicità manifesta, irragionevolezza», con cui si rilevava come l’intervento da sottoporre a condono era stato erroneamente qualificato come nuova costruzione necessitante di permesso di costruire. Invero, deduceva il ricorrente, tale qualificazione dipendeva dall’accertata sussistenza di una superficie della pertinenza superiore al 20% rispetto a quella dell’immobile originario; tuttavia, per addivenire a tale conclusione, il Comune prendeva in esame non solo il nuovo volume oggetto di istanza di condono, ma anche le preesistente pertinenza, del tutto legittima, che non avrebbe dovuto essere conteggiata.
Si costituiva in giudizio il Comune di Firenze, instando per la reiezione del ricorso.
All’udienza di smaltimento da remoto del 4 dicembre 2020 la causa veniva tratta in decisione.
4. Il ricorso non è fondato.
Invero, la soglia del 20% fissata, per le superfici pertinenziali, dall’art. 3 comma 6 D.P.R. 380/2001, è un limite assoluto, invalicabile, e che non va a rinnovarsi a ogni ulteriore intervento edilizio. Ciò significa che, complessivamente considerata, la superficie della pertinenza, sia essa realizzata in uno o in più interventi, deve al massimo equivalere al 20 % del bene principale.
L’opposta ricostruzione ermeneutica sostenuta dalla difesa di parte ricorrente non può essere seguita. Detta lettura si risolverebbe invero in una interpretatio abrogans dell’art. 3 comma 6 del Testo Unico, in quanto consentirebbe la possibilità di incrementare senza limiti la pertinenza, mediante una serie di interventi singolarmente minimali (ciascuno, in ipotesi, inferiore al limite dimensionale del 20% della superficie), ma nel complesso superiori a tale soglia e, per assurdo, anche capaci di oltrepassare, nel loro insieme, la totalità dell’estensione del bene principale. Ciò che non è coerente con una corretta interpretazione sistematica e teleologica del citato art. 3 comma 6 D.P.R. 380/2001. La norma de qua prevede infatti il regime edilizio agevolato per le pertinenze (sottratte alla necessità del previo conseguimento del permesso di costruire), ma solo nei limiti in cui esse si mantengano in un ambito dimensionale coerente con la loro ontologica destinazione al servizio del bene principale. Tale ambito dimensionale, complessivamente non oltrepassabile, è fissato ex lege nella quinta parte della superficie principale.
La pertinenza realizzata dal ricorrente, complessivamente considerata, va oltre tale limite. L’intervento abusivo posto in essere dal Raucci è dunque stato correttamente qualificato dal Comune come nuova costruzione; con tutto quanto ne consegue in termini di necessario preventivo conseguimento del permesso di costruire, e di non condonabilità della realizzazione.
5. Per le considerazioni che precedono, ritiene il Collegio che il ricorso, siccome infondato, debba essere rigettato.
6. Le spese del giudizio, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza e vengono pertanto poste a carico del ricorrente, che dovrà rifonderle al Comune di Firenze.
P.Q.M.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Toscana (Sezione Terza), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge, per le ragioni indicate in motivazione.
Condanna Raffaello Raucci alla refusione, in favore del Comune di Firenze, delle spese di lite del presente giudizio, che si liquidano nella complessiva somma di €. 1.500,00 (Millecinquentento/00), oltre accessori di legge.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Firenze nella camera di consiglio del giorno 4 dicembre 2020, tenutasi da remoto con l'intervento dei magistrati:
Manfredo Atzeni, Presidente
Raffaello Gisondi, Consigliere
Katiuscia Papi, Referendario, Estensore