ISSN 2498-9916
Direttori: Avv. Francesco Barchielli  e  Avv. Gherardo Lombardi
 

T.A.R. Campania, Napoli, Sez. III, 22 dicembre 2020

Argomenti trattati:
Sanzioni edilizie per abusi

Articolo inserito il 29-12-2020
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[A] Nel caso in cui sia stata ordinata la demolizione a distanza di un consistente lasso di tempo dalla realizzazione dell’abuso è necessaria una motivazione rafforzata del provvedimento? [B] La posizione della giurisprudenza sull’obbligo di motivazione rafforzata.

SENTENZA N. 6360
[A] Non sussiste alcuna necessità di motivare in modo particolare un provvedimento col quale sia stata ordinata la demolizione di un manufatto, quando sia trascorso un lungo periodo di tempo tra l'epoca della commissione dell'abuso e la data dell'adozione dell'ingiunzione di demolizione, poiché l'ordinamento tutela l'affidamento solo qualora esso sia incolpevole, mentre la realizzazione di un'opera abusiva si concretizza in una volontaria attività del costruttore contra legem >> (Cons. Stato, IV, 28 febbraio 2017 n. 908).
[B] Il principio di motivazione rafforzata è stato affermato dalla Adunanza plenaria del Consiglio di Stato con riferimento alla ben diversa ipotesi di opere eseguite in base ad un titolo edilizio poi annullato.
FATTO e DIRITTO
Con ricorso, notificato il 13.06.2016 e depositato il 13.07.2016, Pellegrino Ernesto e Vitiello Gelsomina hanno impugnato, innanzi a questo Tribunale, l’ordinanza n. 3682016 del 14 aprile 2016 in epigrafe, con cui il Dirigente dell’VIII Settore Urbanistica del Comune di Torre del Greco, vista la Relazione Tecnica prot. n. 0003843/2016 del 21.01.2016, redatta dai tecnici del Servizio Antiabusivismo Edilizio, a seguito di sopralluogo effettuato in sito in Via Nazionale 118, con cui si è accertato che Pellegrino Ernesto e Vitiello Gelsomina, proprietari, hanno realizzato le opere edilizie abusive ivi descritte, attesa la necessità di imporre il ripristino delle vigenti norme in materia urbanistica, ingiungeva ai ricorrenti in epigrafe di procedere, ai sensi del 2* comma dell’art. 31 del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 e .m.i., a propria cura e spese, entro il termine di 90 dalla notifica dell’ordinanza, alla demolizione delle opere abusive sopra descritte ed al ripristino dello stato dei luoghi.
Il Comune di Torre del Greco, benché ritualmente intimato, non si è costituito in giudizio ed all’udienza del 24 novembre 2020 il ricorso è stato assegnato in decisione ai sensi dell’art. 25 DL 137/2020.
Il ricorso è infondato.
Con la prima censura è dedotta la violazione di legge (D.lgs. n.42/04; artt.- 3, 10, 22 e 37 D.P.R.06/06/2001, n. 380; L. n. 47/1985), oltre all’eccesso di potere (per difetto di motivazione, illogicità, sviamento), al riguardo rilevandosi che:
- le opere descritte nel provvedimento non comportano alcuna modificazione o alterazione urbanistico edilizia del territorio, non necessitavano di alcun permesso ed erano soggette soltanto a D.I.A., inoltre i manufatti erano stati oggetto di richiesta di condono ex L. 326/03;
- gli interventi sopra descritti, possono rientrare agevolmente nella nozione di risanamento edilizio di cui all'art. 3, "c" del D.P.R. 06/06/2001 n. 380, nonché dell'art. 2 L.R. 28/11/2001 n. 19, in quanto non c'è stato alcun aumento di planovolumetria, ma si è proceduto alla ristrutturazione del manufatto e di tutte le pertinenze nell'assoluto rispetto degli elementi tipologici, formali e strutturali dell'esistente organismo; +per modo che, in relazione al combinato disposto di cui agli artt. 10 e 22 del d.p.r. 06/06/2001 n. 380, tali interventi edilizi non sono sottoposti al regime del permesso di costruire, ma alla più semplificata disciplina della D.I.A. e non richiedono, ai sensi dell' art. 82 d.p.r. 616/77, l'autorizzazione paesaggistico ambientale già prevista ex art. 1497/39; per non dire di quanto disposto dalla L.R. n. 19/2001, la quale, dirimendo ogni residua questione ha addirittura assoggettato alla sola denunzia di inizio attività le ristrutturazioni edilizie;
- pertanto le sanzioni applicabili sono quelle previste dall'art. 37 dal d.p.r. 06/06/2001 n. 380, secondo cui l'esecuzione di interventi edilizi di cui all'art.22, in assenza o in difformità della denunzia di inizio attività comporta la sanzione pecuniaria pari al doppio del valore venale dell'immobile conseguente alla realizzazione degli interventi stessi e comunque in misura non inferiore ad euro 516,00, con conseguente esclusione delle gravissime sanzioni della demolizione o della acquisizione al patrimonio indisponibile del Comune, come purtroppo erroneamente avvenuto nella specie.
La prospettazione di parte ricorrente non merita condivisione.
Si premette che le opere sanzionate con l’impugnata risultano essere della seguente consistenza:
“Sui lastrici solari di un fabbricato per civili abitazioni, è stata realizzata su di un massetto in cls di circa mq.20.00 ed altezza circa m.0.10 una tettoia avente struttura verticale ed orizzontale in legno, altezza esterna variabile da circa m.2.60 a m.3.00. Essa è completa di grondaia e gocciolatoi, la copertura è completa di manto impermeabilizzante. Per tre lati è chiusa con vetrate in alluminio anodizzato e vetri, sul lato Torre Annunziata la parete in alluminio poggia sul parapetto in muratura del lastrico solare, mentre per la parete posta sul lato Vesuvio viene utilizzata la muratura della cassa scale del fabbricato e piccola vetrata di compensazione. Internamente è completa di tutte le rifiniture compresi gli impianti tecnologici ed è adibita a soggiorno — cucina, è provvista anche di un piccolo wc.
Orbene appare evidente che le opere, per come sopra descritte, implicano la creazione di nuovi volumi e superfici, apportando un maggiore carico urbanistico (peraltro in zona soggetta ai molteplici vincoli puntualmente elencati nel provvedimento impugnato) e non potrebbero rientrare nella nozione di risanamento edilizio di cui all'art. 3, "c" del D.P.R. 06/06/2001 n. 380, implicante la conservazione ed il recupero dell’esistente, anche nella estensione massima della ristrutturazione, ma devono piuttosto ricondursi alla categoria dell’“intervento di nuova costruzione” di cui all’art. 2, co. 1, lett. e) del.P.R. 380/2001, per il quale il successivo articolo 10 prevede, quale titolo abilitativo, il permesso di costruire, in mancanza del quale la sanzione da correttamente applicare è quella unicamente quella demolitoria di cui al successivo articolo 31.
D’altronde una “tettoia avente struttura verticale ed orizzontale in legno, altezza esterna variabile da circa m.2.60 a m.3.00” posta a copertura di un ambiente indubbiamente tale da rendere agevole la presenza umana, in quanto elemento immancabile di eompletamento, si configura quale elemento essenziale della struttura.
Resta escluso, quindi, che l’intervento in discussione possa essere ricompreso fra quelli per i quali il rubricato art. 22 richiede (purché in conformità degli strumenti urbanistici, dei regolamenti edilizia e della disciplina urbanistico-edilizia vigente) la segnalazione certificata di attività (a) interventi di manutenzione straordinaria di cui all'articolo 3, comma 1, lettera b), qualora riguardino le parti strutturali dell'edificio; b) gli interventi di restauro e di risanamento conservativo di cui all'articolo 3, comma 1, lettera c), qualora riguardino le parti strutturali dell'edificio), in assenza della quale la sanzione sarebbe soltanto pecuniaria .
Riguardo alla pretesa applicabilità della sanzione pecuniaria va rilevato che non si tratta di opere di minore impatto, soggette alla fiscalizzazione dell’abuso, atteso che per quanto sopra indicato, costituiscono un opus volumetricamente rilevante in zona vincolata.
Inoltre parte ricorrente asserisce, senza fornire alcuna prova né inizio di prova, che i manufatti erano stati oggetto di richiesta di condono ex lege 326/2003, mancando in atti ogni riscontro di tale asserzione.
Con la seconda censura è dedotta la violazione dell’art. 7 L. n. 47 del 28/02/1985, per difetto di presupposto e ed assoluta indeterminatezza nella descrizione dell’opera, mancando ogni riferimento alla partita catastale, particella descrizione e confini ; nel corpo degli atti non è dato sapere né la consistenza né la volumetria delle opere; l'ingiunzione appare dunque generica
La censura non coglie nel segno.
Invero la descrizione delle opere abusive si presenta sufficientemente dettagliata e tale da dare adeguatamente conto della natura, consistenza ed estensione delle opere eseguite senza titolo.
Nel caso di specie, non mancano le indicazioni per una precisa individuazione dell’illecito a sua volta funzionale alla tutela degli interessi del destinatario del provvedimento repressivo.
Così, nell’ordine di demolizione impugnato, in una con la precisa e univoca localizzazione dell’area di realizzazione delle opere contestate (via Nazionale, n. 518) contenuta nella Relazione Tecnica prot. n. 0003843/2016 del 21.01.2016, redatta da tecnici del Servizio Antiabusivismo Edilizio, si ravvisano tutte le informazioni (realizzazione su di un massetto in cls di circa mq.20.00 ed altezza circa m.0.10 una tettoia avente struttura verticale ed orizzontale in legno, altezza esterna variabile da circa m.2.60 a m.3.00) per la determinazione dell’abuso sanzionato, sono fornite tutte le indicazioni sulle caratteristiche costruttive e sui materiali utilizzati, necessarie e sufficienti per la tutela degli interessati.
Infondata è anche la censura di difetto di motivazione.
Va rilevato (cfr. TAR Campania, Napoli, sez. III, 22/8/2016, n. 4088) che, ai fini dell’adozione dell’ordine di demolizione, è sufficiente la mera enunciazione dei presupposti di fatto e di diritto che consentono l’individuazione della fattispecie di illecito e dell’applicazione della corrispondente misura sanzionatoria prevista dalla legge, per il resto i provvedimenti di repressione degli abusi edilizi risultando atti dovuti con carattere essenzialmente vincolato e privi di margini discrezionali esulando dagli stessi ogni ulteriore obbligo motivazionale, come il riferimento ad eventuali ragioni di interesse pubblico, dovendo, anzi, quest’ultimo ritenersi sussistente “in re ipsa”.
In proposito, secondo condivisa giurisprudenza, l'esercizio del potere repressivo delle opere edilizie realizzate in assenza del titolo edilizio mediante l'applicazione della misura ripristinatoria può ritenersi sufficientemente motivato (oltre che con l’indicazione del referente normativo a fondamento del potere esercitato), per effetto della stessa descrizione dell'abuso (Cfr. T.A.R. Napoli, (Campania), sez. VI, 03/08/2016, n. 4017), accertato con atti facenti fede fino a querela di falso, esplicitante in dettaglio la natura e consistenza delle opere abusive riscontrate, presupposto giustificativo necessario e sufficiente a fondare la spedizione della misura sanzionatoria (Cfr. T.A.R. Napoli, (Campania), sez. VI, 03/08/2016, n. 4017 e C. di S., sez. V, 11 giugno 2013, n. 3235
Con la terza censura, in via gradata, si deduce la violazione dell’art. 13 della L. 47/85, oltre all’eccesso di potere (per omessa istruttoria e inesistenza dei presupposti di fatto e di diritto), per essere il provvedimento impugnato stato adottato senza valutare se ricorrevano o meno le condizioni per sanare la costruzione ai sensi degli strumenti urbanistici generali e di attuazione vigenti e, da un esame accurato della normativa urbanistica ed al regolamento edilizio, sarebbe possibile sanare l'immobile, previa concessione edilizia in sanatoria, ai sensi dell'art.13 della 1. 47/85. Inoltre mancherebbe la individuazione di un concreto ed attuale interesse urbanistico né in astratto né in concreto .
Osserva, al riguardo, il Collegio che, prima di ingiungere la demolizione di un’opera ritenuta abusiva l’Autorità urbanistica non ha alcun obbligo di verificare l’astratta conformità urbanistico-edilizia della stessa, essendo, al fine di irrogare la suddetta sanzione, sufficiente la realizzazione dell’opera senza il previo rilascio del prescritto titolo abilitativo (c.d. abuso formale), mentre l’onere di provare la c.d. doppia conformità urbanistica delle opere, sia al momento della loro realizzazione che all’attualità, resta un onere a carico di colui che chiede la sanatoria (con l’ovvio corollario di provare anche l’epoca di realizzazione dell’abuso in modo da individuare la normativa cui riferire la doppia conformità in parola); nel caso di specie, parte ricorrente si limita apoditticamente a asserire la sanabilità dell’opera, e ad asserire di avere presentato anche istanza di condono ex L. 326/2003. Di cui però non v’è traccia, non assolvendo pertanto all’onere (su di lui gravante) di fornire la prova della c.d. doppia conformità urbanistica sostanziale.
In tema, per costante giurisprudenza, l'abusività di un'opera edilizia costituisce già di per sé presupposto per l'applicazione della prescritta sanzione demolitoria, che è un atto vincolato, e non è necessaria alcuna puntuale valutazione delle ragioni di interesse pubblico, né alcuna verifica sull'astratta non sanabilità (T.A.R. Campania Napoli Sez. VII, 27 maggio 2013, n. 2755; T.A.R. Campania, sez. III, 27 settembre 2006, i. 8331).
Con la quarta censura è dedotta la violazione dell’art 7 L. 47/85 sotto altro profilo, il vizio del procedimento, il difetto di motivazione, in proposito , richiamando parti ricorrenti l'art. 7, 3 comma della L. 47/85, rilevano che, in occasione dell'ingiunzione di demolizione, l'Amministrazione deve concretamente precisare quale sia l'area necessaria alla realizzazione di opere analoghe a quelle abusive, anche perché l'indicazione precisa della sanzione, deve avere chiara l'entità della medesima, mentre, nella pecie, il Capo Settore U.T.C. non ha fornito alcuna indicazione dell'area concretamente necessaria alla realizzazione di un opera analoga a quella abusiva.
La censura non è fondata.
Premesso che il rubricato articolo 7 ella L. 47/85, al comma 3, stabilisce che, se il responsabile dell'abuso non proceda alla demolizione, viene acquisito al patrimonio del Comune il bene realizzato, l'area di sedime e "quella necessaria secondo le vigenti prescrizioni urbanistiche, alla realizzazione di opere analoghe a quelle abusive" deve rilevarsi che la mancata esatta indicazione di alcuna specifica consistenza catastale dei beni (con l’esatta indicazione dell’area) che saranno acquisiti al patrimonio comunale in caso di inottemperanza all’ordine di demolizione, non rappresenta elemento essenziale dell’ordinanza di demolizione e non ne inficia la legittimità (al più potendo influire soltanto sul più limitato aspetto della sua inefficacia in relazione alla immissione nel possesso ed alla trascrizione), potendo la suddetta determinazione intervenire successivamente e con atto separato.
In argomento, già la giurisprudenza formatasi nella vigenza del citato art. 7, L. n. 47/1985 ha affermato più volte (ex plurimis C. di S., sez. V, n. 3438 del 2014, sez. IV, n. 4659 del 2008 e sez. VI, n. 1998 del 2004) che la funzione dell’ingiunzione a demolire è quella di provocare il tempestivo abbattimento del manufatto abusivo ad opera del responsabile, rendendogli noto che il mancato adeguamento spontaneo determina sanzioni più onerose della semplice demolizione. A tale scopo è quindi sufficiente che l’atto indichi il tipo di sanzione che la legge collega all’abuso senza puntualizzare le aree eventualmente destinate a passare nel patrimonio comunale. L’interessato, infatti, può così compiere le proprie valutazioni le quali non possono essere influenzate dalla semplice non conoscenza delle aree di cui disporrà concretamente l’acquisizione.
Con l’entrata in vigore del d.P.R. n. 380/2001 quanto alla eventuale ulteriore area eventualmente da acquisire al patrimonio del Comune, si è ribadito che l’omessa o imprecisa indicazione di un’area che verrà acquisita di diritto al patrimonio pubblico non costituisce motivo di illegittimità dell’ordinanza di demolizione, atteso che, con il contenuto dispositivo di quest’ultima si commina, appunto, la sanzione della demolizione del manufatto abusivo, mentre l’indicazione dell’area rappresenta piuttosto un presupposto accertativo ai fini della distinta misura sanzionatoria dell’acquisizione (cfr. Cons. St., sez. VI, 5.1.2015, n. 13).
Con la quinta censura è dedotto l’eccesso di potere per disparità di trattamento, atteso che, risultando le opere in questione di lieve entità, e realizzate in una zona dove opere identiche non sono mai state sanzionate, l’impugnata ingiunzione appare viziata da eccesso di potere per disparità di trattamento rispetto a consimili interventi effettuati nelle vicinanze del corpo esistente dell'istante, (sentenza del TAR Napoli, Sez. IV, 23 maggio 2007 / 06 luglio 2007, n. 6531).
La prospettazione i parti ricorrenti non è condivisibile , sol che si rifletti, come, risultando l’attività di repressione degli abusi edilizi rigidamente vincolata a norme dell’ordinamento, ciò che conta è in ogni caso, la conformità della predetta attività a tali norme e non una ipotetica disparità di trattamento rispetto a casi analoghi o presunti tali.
Con la sesta censura è dedotta la violazione della legge 7.8.1990, n 241 e successive modificazioni, oltre all’eccesso di potere per difetto di istruttoria. Secondo i ricorrenti i rilievi fin qui esposti valgono anche a dimostrare la violazione delle disposizioni poste a tutela della posizione del privato nei confronti della P.A., dalla rubricata legge, non essendo stato comunicato I' avvio del procedimento come prescrive 1'art. 7 e non indicando il provvedimento conclusivo del procedimento, come prescrive l'art. 3, le ragioni che hanno determinato il dirigente ad emanare il provvedimento impugnato, in relazione alle risultanze della istruttoria.
La censura, sotto entrambi i profili, non è fondata.
Quanto alla mancata comunicazione di avvio del procedimento, per giurisprudenza, assolutamente prevalente e condivisa dal Collegio: << Gli atti sanzionatori in materia edilizia, dato il loro contenuto vincolato sia nell’an che nel quid, non devono essere preceduti dalla comunicazione di avvio del relativo procedimento ai sensi dell’art. 7 l n. 241 del 1990 e non richiedono apporti partecipativi del soggetto destinatario >> (T.A.R. Campania, Sez. III 2.12.2014, n. 6302); ed, ancora: << L’esercizio del potere repressivo degli abusi edilizi costituisce manifestazione di attività amministrativa doverosa, con la conseguenza che i relativi provvedimenti, quali l’ordinanza di demolizione, costituiscono atti vincolati per la cui adozione non è necessario dare notizia dell’avvio del procedimento, non essendovi spazio per momenti partecipativi del destinatario dell’atto >> (T.A.R. Campania Sez. VII, 5.12.2014, n. 6383; T.A.R. Campania, Napoli, sez. II, 15.1.2015, n. 233);
Orbene, tenuto conto anche della riferita giurisprudenza, non essendo prescritta, nella materia in esame, la comunicazione di avvio dei procedimento, nel caso di specie, la sua omissione non può avere alcun effetto invalidante sui successivi atti procedimentali e sul provvedimento definitivo, atteso che ai sensi dell’art. 21 octies della L. 7.8.1990, n. 241 il provvedimento impugnato non avrebbe potuto avere un contenuto dispositivo diverso da quello in concreto adottato; infine non può sottacersi che il privato non può limitarsi a dolersi della mancata comunicazione di avvio, ma deve anche quantomeno indicare quali sono gli elementi conoscitivi che avrebbe introdotto nel procedimento ove avesse ricevuto la comunicazione (cfr. C. di S., sez. V, 29.4.2009, n. 2737).
Inoltre, in materia di abusi edilizi l’ordine di demolizione è atto vincolato il quale non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico, né una comparazione di quest’ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, né tantomeno una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale alla demolizione, non essendo configurabile alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di illecito permanente che il tempo non può legittimare in via di fatto (Cfr. ex multis, T.A.R. Napoli Campania, sez. IV, n. 03614/2016; T.A.R. Campania, Salerno, sez. II, 13 dicembre 2013, n. 2480; T.A.R. Basilicata, sez. I, 6 dicembre 2013, n. 770).
Con la settima censura è dedotta la violazione della legge 7.8.2990, n. 241 e successive modificazioni, oltre all’eccesso di potere (per difetto di istruttoria e mancata repressione dell’abuso edilizio), atteso che a distanza di un tempo ragguardevole, si richiederebbe una puntuale motivazione sull'interesse pubblico al ripristino dei luoghi allo status quo ante, a tutela di una posizione d'affidamento nel privato .
L’ordine di idee di parti ricorrenti non è condivisibile.
In argomento, l’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato ha rilevato che il decorso del tempo dalla commissione dell’abuso non priva la P.A. del potere di adottare l’ordinanza di demolizione, in quanto: << L'art. 31, comma 4-bis, d.p.r. n. 380 del 2001 (introdotto dal comma 1, lettera q-bis) dell'art. 17 d.l. 12 settembre 2014 n. 133, e secondo cui “la mancata o tardiva emanazione del provvedimento sanzionatorio, fatte salve le responsabilità penali, costituisce elemento di valutazione della performance individuale, nonché di responsabilità disciplinare e amministrativo-contabile del dirigente e del funzionario inadempiente”), chiarisce che il decorso del tempo dal momento del commesso abuso non priva giammai l'Amministrazione del potere di adottare l'ordine di demolizione, configurando piuttosto specifiche - e diverse - conseguenze in termini di responsabilità in capo al dirigente o al funzionario responsabili dell'omissione o del ritardo nell'adozione di un atto che è e resta doveroso nonostante il decorso del tempo. >> (Consiglio di Stato ad. plen., 17/10/2017, n.9).
Invero, la giurisprudenza riferita ai ricorrenti per la quale, in presenza di un abuso di data risalente sarebbe necessario ostentare una motivazione rafforzata sull’interesse pubblico attuale e concreto alla irrogazione della sanzione appare superata (anche e ogni tanto continua a far capolino) a seguito dell’indirizzo espresso dalla Plenaria, ribadendosi che: << La repressione degli abusi edilizi è espressione di attività strettamente vincolata e non soggetta a termini di decadenza o di prescrizione, potendo la misura repressiva intervenire in ogni tempo, anche a notevole distanza dall'epoca della commissione dell'abuso. Invero, l'illecito edilizio ha carattere permanente, che si protrae e che conserva nel tempo la sua natura, e l'interesse pubblico alla repressione dell'abuso è in re ipsa. L'interesse del privato al mantenimento dell'opera abusiva è necessariamente recessivo rispetto all'interesse pubblico all'osservanza della normativa urbanistico-edilizia e al corretto governo del territorio. Non sussiste alcuna necessità di motivare in modo particolare un provvedimento col quale sia stata ordinata la demolizione di un manufatto, quando sia trascorso un lungo periodo di tempo tra l'epoca della commissione dell'abuso e la data dell'adozione dell'ingiunzione di demolizione, poiché l'ordinamento tutela l'affidamento solo qualora esso sia incolpevole, mentre la realizzazione di un'opera abusiva si concretizza in una volontaria attività del costruttore contra legem >> (Cons. Stato, IV, 28 febbraio 2017 n. 908).
Il principio di motivazione rafforzata è stato affermato dalla Adunanza plenaria del Consiglio di Stato con riferimento alla ben diversa ipotesi di opere eseguite in base ad un titolo edilizio poi annullato.
Con l’ultima censura si lamenta che la sanzione pecuniaria da irrogare, sarebbe ingiustificata nonché priva di fondamento.
La censura è anzitutto inammissibile per carenza di interesse, atteso che la (ulteriore) sanzione pecuniaria, allo stato, è stata soltanto preannunciata ma non anche concretamente irrogata per modo che ai ricorrenti fa difetto l‘interesse alla impugnativa della stessa.
Tuttavia, preso atto, alla stregua di quanto si è andato esponendo, della legittimità dell’ordine di demolizione la censura è anche infondata.
In definitiva il ricorso si appalesa infondato e va, quindi, respinto.
In ragione della omessa costituzione in giudizio del Comune di Torre del Greco, alcuna pronuncia va resa sulle spese di lite.
P.Q.M.
Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania (Sezione Terza), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.
Spese irripetibili.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Napoli nella camera di consiglio del giorno 24 novembre 2020, mediante collegamento da remoto in videoconferenza con il sistema Microsoft Teams, secondo quanto previsto dall'art. 25, co. 2, del decreto-legge n. 137 del 28.10.2020 e già disposto dal decreto del Presidente del Consiglio di Stato n. 1454 del 19.03.2020 e dal decreto del Presidente del Tar/Sede n. 14 del 31.03.2020, con l'intervento dei magistrati:
Anna Pappalardo, Presidente
Vincenzo Cernese, Consigliere, Estensore
Giuseppe Esposito, Consigliere