ISSN 2498-9916
Direttori: Avv. Francesco Barchielli  e  Avv. Gherardo Lombardi
 

T.A.R. Campania, Napoli, Sez. VIII, 17 dicembre 2020

Argomenti trattati:
Procedimento amministrativo

Articolo inserito il 29-12-2020
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Sulla interpretazione dell’art. 21 nonies, comma 2 bis della Legge 241 del 1990 relativo all’annullamento oltre diciotto mesi dalla adozione del provvedimento conseguito dal privato sulla base di false rappresentazioni

SENTENZA N. 6203
La giurisprudenza ha interpretato la disposizione nel senso che “la falsa rappresentazione dei fatti da parte del privato (configurabile anche in presenza del solo silenzio su circostanze rilevanti) comporta l'inapplicabilità del termine di diciotto mesi per l'annullamento d'ufficio introdotto, nell'art. 21-nonies, l. n. 241 cit., dall'art. 6, l. 7 agosto 2015 n. 124, e perciò senza neppure richiedere alcun accertamento processuale penale” (Cons. Stato, sez. IV, 8 novembre 2018 n. 6308; sez. IV, 18 luglio 2018 n. 4374; sez. V, 27 giugno 2018 n. 3940).
FATTO e DIRITTO
Con il ricorso R.G. n. 49/2020 la ricorrente società, esercente attività agrituristica e proprietaria di un fondo e di un fabbricato rurale (sito in Teverola S.P. 341 di Terra del Lavoro ex S.S. 7 bis, km 9+380) ha impugnato l’ordinanza n. 17 dell’11 ottobre 2019 con la quale il Comune di Teverola le ha ingiunto di demolire le opere (di seguito descritte) realizzate in difformità dai titoli posseduti.
In particolare, l’amministrazione, a seguito dei sopralluoghi effettuati in date 6 e 11 settembre 2019 e in esito alla redazione del verbale n. 3 dell’11 settembre 2019, contestava che:
<<[1] al piano terra del corpo B il porticato sul confine est di mq. 34,50 mq circa in progetto previsto aperto è stato chiuso con tende avvolgibili in materiale plastica trasparente e adibito a reception, ciò comporta un utilizzo improprio dell’area destinata da progetto a porticato, inoltre comporta un aumento di volume residenziale dichiarato;
[2] sottostante la rampa della scala in c.a. per l’accesso al piano superiore è stato rilevato un wc di circa mq 4,00 che comporta un aumento del volume residenziale dichiarato;
[3] al piano terra dell’immobile B sono stati rilevati n. 10 vani ad uso residenziale, a doppio posto letto, con annesso WC aventi ciascuna una superficie di mq. 23,00, l’ultimo vano a piano terra sul confine ovest in progetto previsto destinato a deposito di circa mq. 41 circa, ed altezza mt. 3,00 circa con annesso WC è stato trasformato a vano residenziale, come peraltro indicato nella domanda presentata al SUAP, e pertanto comporta un aumento del volume residenziale dichiarato (al momento del sopralluogo non è stato possibile accertare all’interno in quanto occupato da ospiti come dichiarato dal dipendente della struttura);
[4] sul lato ovest a piano terra nell’area di cortile è stato realizzato un manufatto di mq. 12,70 circa ed altezza di mt. 3,00 circa, realizzato con strutture in legno e copertura in lamiere, destinato a locale tecnologico, con annesso containers di mt. 6,10x2,40 ed altezza di mt. 3,00 circa adibito a deposito. Tale struttura non è stata indicata e autorizzata con nessun titolo edilizio (pertanto risulta priva di autorizzazione urbanistica e strutturale);
[5] le falde laterali del sottotetto abitabile a piano primo sui lati est ed ovest in progetto previste di larghezza mt. 1,00 circa, sul posto sono state rilevate di dimensioni mt. 0,30 circa;
[6] la conformazione del balcone lato sud risulta rettangolare e completamente calpestabile mentre da progetto era previsto a tratti calpestabili e tratti non calpestabili in quanto coperti da manto di tegole, pertanto risulta aumentata la superficie non residenziale per mq. 24,00 circa;
[7] sui lati sud e nord non risulta realizzata la parte di balcone sporgente prevista coperta con tegole;
[8] il piano primo, trovasi composto da n. 11 vani destinati ad alloggio residenziale con annesso wc, come riportato sui grafici di progetto;
[9] a piano primo sul lato est, sul terrazzo adiacente la scala, su cui in progetto è prevista la realizzazione di un pergolato, lo stesso è stato invece in parte coperto con una tettoia a falde inclinate in legno lamellare e tegole di mq. 48,00 circa, e la copertura della scala di mq. 15,00 circa è stata realizzata a falde in legno lamellare e tegole, non conforme a quanto rilevato sui grafici allegati ai titoli edilizi abilitativi afferenti all’immobile di che trattasi;
[10] risulta non realizzato l’ascensore previsto da progetto così come indicato nella Segnalazione Certificata di inizio attività presentata il 21 agosto 2018 prot. 6139>>.
A sostegno del gravame la ricorrente ha articolato varie censure di violazione di legge ed eccesso di potere.
Si è costituito per resistere il Comune intimato, mentre non si è costituita la Regione Campania.
La domanda di tutela cautelare, al fine di lasciare la res adhuc integra, è stata accolta con l’ordinanza n. 163 del 29 gennaio 2020.
Con il ricorso introduttivo di cui al n. di R.G. 1044/2020 la ricorrente ha impugnato il provvedimento tacito di rigetto dell’istanza di accertamento di conformità urbanistica presentata in data 15 novembre 2019 per le opere di cui all’ingiunzione di demolizione.
Con ricorso per motivi aggiunti (sempre R.G. n. 1044/2020) la ricorrente ha gravato, deducendone l’illegittimità sotto vari profili, il sopravvenuto provvedimento (del 7 maggio 2020, prot. 3198) di rigetto della medesima istanza.
Si è costituito per resistere il Comune di Teverola mentre non si è costituita la Regione Campania.
Con ricorso n. di R.G. 1520/2020 la società ricorrente ha impugnato, deducendo varie censure di illegittimità, il provvedimento n. 670 del 27 gennaio 2020 con il quale il Comune di Teverola ha annullato in autotutela le seguenti SCIA presentate ai fini edilizi: n. 6139 del 21 agosto 2018, n. 6183 del 23 agosto 2018 e n. 3250 del 27 aprile 2018.
Si è costituito per resistere il Comune di Teverola mentre non si è costituita la Regione Campania.
La domanda di tutela cautelare, al fine di lasciare la res adhuc integra e per disporre la trattazione congiunta di tutti i ricorsi pendenti, è stata accolta con l’ordinanza n. 1169 dell’11 giugno 2020.
Con ricorso n. di R.G. 2817/2020 la società ricorrente ha impugnato il provvedimento n. 3487/2020 con il quale il Comune di Teverola ha dichiarato irricevibile la domanda di permesso di costruire relativa a due comodi rurali presentata in data 10 gennaio 2020.
A sostegno del gravame la ricorrente deduce varie censure di violazione di legge ed eccesso di potere.
Si è costituito per resistere il Comune di Teverola mentre non si è costituita la Regione Campania.
Con varie memorie depositate nei rispettivi ricorsi le parti hanno insistito nelle proprie posizioni.
In data 3 dicembre 2020 parte ricorrente ha depositato della documentazione.
Alla pubblica udienza del 4 dicembre 2020, all’esito della quale tutte le cause sono state trattenute in decisione, la difesa comunale si è opposta al deposito da ultimo effettuato dalla ricorrente.
Preliminarmente, per evidenti ragioni di connessione oggettiva e soggettiva, deve essere disposta la riunione di tutti i predetti ricorsi.
Ciò premesso, il ricorso R.G. n. 49/2020 è improcedibile, il ricorso R.G. n. 1044/2020 è improcedibile (quanto al ricorso introduttivo) e infondato (quanto ai motivi aggiunti), mentre i ricorsi R.G. n. 1520/2020 e n. 2817/2020 sono infondati.
Prima di entrare nel merito della vicenda contenziosa è necessario ripercorrere i più rilevanti fatti di causa come emergono dagli atti depositati.
In particolare, occorre muovere dai titoli edilizi rilasciati per le opere realizzate presso il fondo di proprietà della ricorrente situato in zona E, agricola, nonché dalle SCIA presentate per la realizzazione di interventi edilizi e per lo svolgimento dell’attività agrituristica:
- in data 4 giugno 2009 il Comune di Teverola rilasciava il permesso di costruire n. 115/2009 per la realizzazione di un fabbricato rurale con annesse pertinenze dei fondi agricoli composto da tre corpi di fabbrica (indicati in progetto come A, B e C) in zona E;
- in data 19 settembre 2014 veniva rilasciato un nuovo permesso di costruire n. 34/2014 in variante al n. 119/2009 per la realizzazione di un fabbricato rurale con annesse pertinenze dei fondi agricoli che prevedeva la realizzazione di tre corpi di fabbrica (A destinato alla manodopera stagionale, B destinato parte agli alloggi della manodopera, parte a residenza e parte alla lavorazione dei prodotti, C destinato al deposito di mezzi agricoli);
- in data 27 febbraio 2015, l’ente rilasciava all’odierna ricorrente un nuovo permesso di costruire n. 36/2015 in variante al permesso di costruire n. 34/2014 il quale prevedeva sempre la realizzazione dei 3 corpi di fabbrica;
- seguivano una serie di DIA e SCIA anche in variante ai titoli:
o DIA prot. 5538 del 10 agosto 2018 avente ad oggetto una diversa distribuzione interna del fabbricato rurale;
o SCIA prot. 2024 del 4 ottobre 2017 in variante al permesso di costruire n. 36/2015;
o SCIA prot. 3250 del 27 aprile 2018 in variante al permesso di costruire n. 36/2015, per l’utilizzo ai fini agrituristici degli esistenti locali rurali con integrazione dei servizi igienici sanitari ex l.r. n. 15/2008;
o SCIA prot. n. 6139 del 21 agosto 2018, avente ad oggetto “Rilievo di una struttura per l’utilizzo ai fini agrituristici L.R. 15/2008” Lavori eseguiti in variante al P.d.C. n. 36/2015 relativi al corpo “B”, conformemente all’art. 22, comma 2, del DPR 380/2001”;
o SCIA per l’agibilità prot. n. 6183 del 23 agosto 2018 dell’immobile di cui all’intervento edilizio (sempre corpo di fabbrica B);
o SCIA prot. 24365/2018 del 24 agosto 2018 (presentata al SUAP) per l’apertura dell’attività di agriturismo denominata “La Sosta”;
- in date 15 giugno e 7 settembre 2018 il Comune diffidava la ricorrente dal proseguire i lavori denunciati con la SCIA n. 6139/2018 e n. 3250/2018;
- ciò, nondimeno, detti provvedimenti inibitori venivano annullati dal TAR (sentenza n. 3259 del 14 giugno 2019) per sforamento del termine di 30 gg. assegnato al riguardo dalla legge;
- il Comune dopo aver ricevuto una segnalazione della presenza di abusi edilizi presso la struttura di cui è causa effettuava in date 6 settembre e 11 settembre 2019 due sopralluoghi all’esito dei quali veniva rilevata: 1) l’effettuazione di attività agrituristica in violazione dell’art. 7 della l.r. 15/2008 e art 2 del regolamento n. 18/2009 di attuazione; 2) la presenza di abusi e difformità delle opere rispetto ai titoli rilasciati;
- conseguentemente, venivano redatti 2 verbali: il primo (n. 4 dell’11 settembre 2019) recante la constatazione che l’attività ricettiva avviata dalla ricorrente veniva esercitata in assenza di rapporto di connessione con l’attività agricola in violazione delle norme sopra richiamate; il secondo (n. 3 dell’11 settembre 2019) recante l’elencazione delle difformità dei lavori realizzati rispetto ai titoli rilasciati;
- in esito al verbale n. 4/2019 veniva adottata l’ordinanza n. 16 del 9 ottobre 2019 con la quale il Comune disponeva la chiusura dell’attività agrituristica ai sensi dell’art. 7 della l.r. n. 15/2008 (detto provvedimento veniva impugnato con ricorso n. di R.G. 3670/2020 respinto con la sentenza n. 4073/2019 emessa dalla III Sezione di questo Tribunale; sentenza sospesa con l’ordinanza n. 6068 del 16 ottobre 2020 del Consiglio di Stato);
- in esito al verbale n. 3/2019 veniva adottata l’ordinanza di demolizione n. 17 dell’11 ottobre 2019 qui impugnata con ricorso n. di R.G. n. 49/2020;
- in data 15 novembre 2019 la ricorrente presentava per dette opere domanda di permesso di costruire in sanatoria ai sensi dell’art. 36 del D.P.R. n. 380/2001, artt. 30 e 30 bis, commi 5 e 8 delle NTA del Comune di Teverola, e lr n. 15/2008 art. 3, comma 3 e art. 2, 11 del RUEC;
- in data 27 gennaio 2020 il Comune emetteva il provvedimento n. 670 del 27 gennaio 2020 di annullamento in autotutela delle SCIA edilizie (prot. 3250 del 27 aprile 2018, prot. 6183 del 23 agosto 2018 e prot. 6139 del 21 agosto 2018); provvedimento, questo, impugnato con ricorso n. di R.G. 1520/2020;
- in data 7 maggio 2020 l’ente adottava il provvedimento di rigetto (espresso) della domanda di permesso in sanatoria (atto impugnato con ricorso per motivi aggiunti n. di RG 1044/2020);
- in data 15 luglio 2020 il Comune dichiarava inammissibile l’istanza di rilascio del permesso di costruire presentata dalla ricorrente in data 10 gennaio 2020 per la realizzazione dei corpi di fabbrica A e C (provvedimento impugnato con ricorso n. di R.G. 2817/2020).
Osserva il Collegio che tutti i provvedimenti impugnati in questa sede e quello impugnato avanti alla III Sezione di questo Tribunale traggono spunto dalla constatazione (verbali n. 3 e n. 4 dell’11 settembre 2020) che presso il fabbricato (in origine) rurale (corpo B) situato in zona agricola si svolge un’attività ricettiva che non si pone in rapporto di connessione con l’esercizio di un’attività agricola in violazione, quindi, delle norme edilizie ed urbanistiche e della legge regionale n. 15/2008.
Il Comune ha, quindi, da un lato, disposto con l’ordinanza n. 16 del 9 ottobre 2019 la chiusura dell’attività ricettiva, dall’altro lato, adottato una serie di provvedimenti in materia edilizia.
La III sezione di questo Tribunale si è già espressa sul provvedimento di chiusura dell’attività. Segnatamente, nel rigettare il ricorso (con sentenza n. 3670 del 27 agosto 2020 la cui efficacia è stata sospesa con l’ordinanza n. 6068/2020 del Consiglio di Stato) così ha statuito:
<< La disposta chiusura scaturisce dall’accertamento condotto dalla Polizia municipale, di cui ai verbali n. 3 e n. 4, all’esito dei sopralluoghi effettuati il 6 e l’11/9/2019.
Da essi risulta che la struttura ricettiva, nell’immobile realizzato sulla p.lla 5188, ha una capacità di n. 48 posti letto al piano terra e al primo piano, con al servizio un container adibito a deposito di biancheria e il contiguo locale tecnologico per gli impianti idrici ed elettrico.
Per quanto qui più direttamente interessa, dalla verifica è emerso che:
<<In entrambi i sopralluoghi non sono stati rinvenuti operai intenti all'attività agricola, alcun attrezzo agricolo, né locali /fabbricati destinati alla custodia di macchine agricole e alle funzioni strumentali necessarie per lo svolgimento dell'attività agricola, quale conservazione prodotti agricoli, scorte occorrenti all'attività, abitazione dell'imprenditore agricolo e/o familiari e/o abitazioni/spogliatoi dei dipendenti addetti alle attività agricole. ...I terreni limitrofi all'immobile in questione, all'atto dei sopralluoghi, si presentavano incolti ...>> (come indicato nel provvedimento).
In ragione di ciò, con riferimento a quanto previsto dall’art. 7 della L.R. n. 15/2008 circa il rapporto di connessione delle attività agrituristiche con l’attività agricola prevalente, è stata disposta la chiusura dell’attività ai sensi dell’art. 12 della stessa legge.
In ordine all’addotta assenza del presupposto per disporre la chiusura, è contestata la ricostruzione operata dalla P.M. e vengono confutati gli elementi negativi a cui ha avuto riguardo l’accertamento condotto, affermando che:
- il lavoro agricolo è flessibile, ha durata di poco più di 6 ore giornaliere con inizio dalle primissime ore del mattino, per cui la rinvenuta assenza di lavoratori non può costituire un dato rilevante, essendo stati effettuati i sopralluoghi in orari (17:30 e 12:30) in cui il personale addetto all’attività agricola aveva già lasciato i luoghi di lavoro o era in pausa pranzo;
- l’azienda ha documentato di avere alle proprie dipendenze due unità, regolarmente assunte e impegnate nella conduzione dei fondi;
- la mancanza di manufatti in grado di ospitare le macchine agricole o per le attività connesse deriva dai ritardi ascrivibili al Comune che, da oltre un anno, non si è pronunciato sulla richiesta di proroga dei termini per ultimare le opere funzionali alla migliore conduzione dell’attività agricola avviata (che, nondimeno, viene regolarmente svolta);
- nei verbali non si dà conto della dichiarazione con cui il titolare dell’impresa rappresentava che i mezzi agricoli erano custoditi in altro luogo, per evitarne il furto o il danneggiamento;
- non corrisponde al vero che tutte le camere fossero destinate agli ospiti, poiché il primo piano (con accesso precluso agli esterni) è adibito ad alloggio dell’agricoltore e dei dipendenti;
- i terreni che si presentavano incolti erano solo quelli limitrofi all’immobile agrituristico ed esclusivamente in quel periodo, mentre la Società ha la disponibilità di altri lotti prossimi all’azienda, in cui si effettua la coltivazione;
- è stato disatteso quanto rappresentato sull’effettivo svolgimento dell’attività agricola (riferendo all’atto del sopralluogo che era stata effettuata la raccolta delle cipolle) e non si sono valutati i documenti trasmessi (fatture e bolle di trasporto relative alla vendita del raccolto; contratto di compravendita degli ulteriori terreni; relazione integrativa alla s.c.i.a. con l’indicazione degli estremi e dell’ubicazione dei terreni).
4. - Si può quindi passare ad esaminare le censure avverso la rilevata assenza delle condizioni fissate per la ricettività agrituristica (rapporto di connessione con la prevalente attività agricola).
4.1. L’attività di agriturismo è definita dall’art. 2 della L.R. n. 15 del 2008: "Per attività agrituristiche si intendono le attività di ricezione e di ospitalità esercitate dagli imprenditori agricoli, singoli o associati, di cui all'articolo 2135 del codice civile ed all'articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 18 maggio 2001, n. 228, attraverso l'utilizzazione della propria azienda in rapporto di connessione rispetto all'attività di coltivazione del fondo, silvicoltura, allevamento di animali e attività connesse".
In detto rapporto di connessione va assicurata preminenza all’attività agricola, in base all’art. 10, co. 1 ("L'attività di agriturismo è esercitata in rapporto di connessione con l'attività agricola che rimane prevalente").
Lo stesso art. 10 fissa alcuni indicatori (maggior tempo-lavoro in attività agricole; limitato numero di ospiti; idoneità dell’azienda per caratteristiche dimensionali e strutturali e per tipologia, numero e impegno degli agricoltori); conformemente dispone il Regolamento approvato con D.P.G.R. 28 dicembre 2009, n. 18 (art. 2).
4.2. La normativa regionale è in linea con la legge statale del 20 febbraio 2006, n. 96 la quale, nel definire le attività agrituristiche all’art. 2 co. 1 ("attività di ricezione e ospitalità esercitate dagli imprenditori agricoli di cui all'articolo 2135 del codice civile, anche nella forma di società di capitali o di persone, oppure associati fra loro, attraverso l'utilizzazione della propria azienda in rapporto di connessione con le attività di coltivazione del fondo, di silvicoltura e di allevamento di animali"), demanda alle Regioni il compito di dettare "criteri, limiti e obblighi amministrativi per lo svolgimento dell'attività agrituristica" (art. 4, co. 1), disponendo che: "Affinché l'organizzazione dell'attività agrituristica non abbia dimensioni tali da perdere i requisiti di connessione rispetto all'attività agricola, le regioni e le province autonome definiscono criteri per la valutazione del rapporto di connessione delle attività agrituristiche rispetto alle attività agricole che devono rimanere prevalenti, con particolare riferimento al tempo di lavoro necessario all'esercizio delle stesse attività" (art. 4, co. 2).
4.3. Conclusivamente, la ricettività agrituristica è ammessa solo ed esclusivamente a condizione che vi sia un rapporto di stretta derivazione dall’attività agricola, che la prima sia alla seconda complementare, senza mai sovvertire a favore dell’ospitalità il rapporto di connessione tra l’una e l’altra attività (specialmente, ma non solo, quanto al tempo-lavoro impiegato).
Il cennato rapporto deve esistere al momento iniziale e permanere nello svolgimento dell’attività agrituristica, non bastando quanto denunciato nella relazione agronomica ma occorrendo mantenere costantemente la stessa condizione di prevalenza dell’attività agricola.
In analoga fattispecie (prevalenza dei redditi da attività di ristorazione), si è rimarcato in giurisprudenza, con riferimento alla previgente legge n. 730 del 1985 improntata agli stessi canoni, che l’attività agrituristica “" … non costituisce distrazione della destinazione agricola dei fondi e degli edifici interessati" e, perciò, ne permetteva l'attrazione alla sola condizione che l'utilizzazione dell'azienda a tali fini fosse caratterizzata da un rapporto di complementarità rispetto all'attività di coltivazione del fondo, silvicoltura e allevamento del bestiame, che doveva comunque rimanere principale (Cass. 12 maggio 2006 n. 11076; in senso conf. Cass. n. 8849/05, n. 10280/04 e n. 12142/02)”, per concludere che “"il riconoscimento della qualità agrituristica dell'attività di "ricezione ed ospitalità" richiede la contemporanea sussistenza della qualifica di imprenditore agricolo da parte del soggetto che la esercita, dell'esistenza di un "rapporto di connessione e complementarietà" con l'attività propriamente agricola e della permanenza della principalità di quest'ultima rispetto all'altra; con la conseguenza che non potrà essere considerata "agrituristica" un'attività di "ricezione" e di "ospitalità" svolta da un imprenditore che non possa qualificarsi "agricolo" ovvero che non sia o non sia più nel detto rapporto di "connessione e complementarietà" con l'attività agricola o, comunque, che releghi quest'ultima in posizione del tutto secondaria” (Cass., sez. lavoro, 11/8/2015 n. 16685).
4.4. È di intuitiva evidenza che il connotato dell’attività agricola prevalente esige che siano manifesti e rinvenibili tutti quegli aspetti che, con immediatezza, rilevino l’esistenza di una effettiva e concreta attività rivolta alla coltivazione, raccolta, trasformazione e conservazione di prodotti agricoli, non eccettuato l’allevamento di bestiame, per l’offerta di uova e carni di propria produzione.
Elementi rilevatori di tale realtà sono dati dall’impiego di risorse umane e strumentali, dalla riserva di scorte di prodotti per l’agricoltura (concimi, semi, ecc.), dal trattamento dei terreni (dissodati per l’impianto di colture o da esse occupati), dalla presenza di animali da cortile, dall’esistenza di attrezzi per il lavoro agricolo e da manufatti adibiti a deposito.
Nulla di tutto ciò è parso esistente, essendosi rinvenute l’assenza di lavoratori e la mancanza di attrezzi e depositi, oltre allo stato incolto dei terreni (a tacer della mancanza di animali).
Le obiezioni sollevate dalla ricorrente all’accertamento condotto si palesano inidonee a sovvertire il pertinente e univoco accertamento, fondato su una pluralità di concomitanti aspetti.
Esse palesano il tentativo di addurre a posteriori l’esistenza degli elementi risultati completamente assenti.
Non è adeguatamente provato che l’azienda si dedichi alle coltivazioni e impieghi fattivamente due lavoratori agricoli, non apparendo plausibile che, in entrambi i sopralluoghi e in orari diversi, gli stessi fossero assenti, né che gli attrezzi fossero conservati altrove per un improbabile rischio di furto o danneggiamento.
Nemmeno risulta convincentemente dimostrato l’impiego agricolo dei terreni, sulla base della documentazione prodotta e della documentazione fotografica esibita, essendo irrilevanti la dichiarazione sulla sola raccolta delle cipolle (cfr. pag. 18 del ricorso) e le fatture esibite su pochi prodotti (cipolle e broccoletti).
In tal senso sono del tutto insufficienti gli elementi di prova offerti (foto del trattore e di un attrezzo e visione dei suoli, in alcuni casi spogli), tanto da doversi escludere un proficuo uso agricolo dei terreni.
Né soccorre l’esibito verbale dei N.A.S. dell’8/2/2020, che constata una coltivazione dei fondi assai minimale ("presso i fondi di interesse della struttura in disamina, vi è in corso la coltura di orticoli (broccoli)", ma soprattutto evidenzia che: "Trattasi di struttura ricettiva (agriturismo) nella quale viene effettuata attività di solo alloggio".
Tutto quanto esposto esclude l’esigenza di disporre la richiesta verificazione, la quale non supplisce all’onere di prova incombente sulla prova ed è necessaria allorquando sia dubbia la realtà dei fatti o indispensabile l’acquisizione di particolari cognizioni tecniche.
Nella specie, quanto appurato dalla Polizia municipale mostra che si tratti di una struttura con caratteristiche alberghiere, come denotato – oltre che dall’assenza degli elementi propri dell’attività agrituristica (come detto) – dalla circostanza che al locale al piano terra vi era un dipendente qualificatosi addetto alla reception, nonché dalla sistemazione delle camere con uguale modulo e corrispondenza tra piano terra e primo piano (mostrandosi sotto questo aspetto non credibile che, nel piano superiore, vi sia l’abitazione dell’imprenditore agricolo e l’alloggio dei dipendenti, costituiti da una serie di camere matrimoniali suddivise e arredate come al piano terra).>>
Tornando al caso che occupa, come detto, il Comune in parte muovendo dalle stesse premesse (assenza dei requisiti per svolgere attività agrituristica) ha adottato vari provvedimenti incidenti sull’attività edilizia posta in essere dalla ricorrente.
Per comodità espositiva si partirà dall’esame dell’atto n. 670 del 27 gennaio 2020 (impugnato con il ricorso n. di R.G. 1520/2020) con il quale il Comune ha annullato in autotutela la SCIA n. 3250 del 27 aprile 2018, la SCIA n. 6139 del 21 agosto 2018 e la SCIA n. 6183 del 23 agosto 2018.
Con tali atti la ricorrente ha segnalato la sua volontà di utilizzare a fini agrituristici il fabbricato rurale esistente (corpo B) apportando delle modifiche quali la trasformazione degli alloggi destinati alla manodopera stagionale e degli alloggi residenziali in camere ad uso agrituristico mediante l’integrazione dei servizi igienico sanitari (più precisamente con la realizzazione in ogni ambiente di un bagno).
Il Comune ha annullato in autotutela le SCIA evidenziando in motivazione che dal sopralluogo effettuato in data 11 settembre 2019 è emerso quanto segue: <<rispetto ai titoli abilitativi rilasciati, che prevedevano la realizzazione di tre corpi strutturali con destinazioni diverse tra di loro…risulta realizzato solo il corpo B che con la Segnalazione certificata di inizio attività del 21 agosto 2018, prot. 6139 è stato destinato per intero (con eccezione di una porzione destinata a deposito ed a porticato e pergolato) all’attività agrituristica (si precisa che per la domanda per inizio attività presentata al SUAP in data 24 agosto 2018 col prot. 24365 nell’elaborato grafico venivano indicate come destinate all’attività agrituristica solo 6 stanze del piano terra tra cui quella a deposito e 6 del piano superiore, mentre le altre stanze dei due piani erano destinate all’alloggio del proprietario e dei lavoratori stagionali, le cui dimensioni sono inferiori ai minimi previsti dal RUEC per alloggi monostanza, per un totale di 24 posti letto inferiore al numero di posti letto 25 che comportava l’inoltro della SCIA ai vigili del fuoco). Risultano, pertanto, non realizzati i seguenti corpi strutturali: - corpo A: destinato parte alla produzione e parte alla manodopera stagionale, visto che al piano terra era destinato per una parte a deposito per prodotti agricoli, per una parte alla lavorazione dei prodotti agricoli e infine n. 2 spogliatoi. Il piano primo (sottotetto abitabile) destinato a n. 4 alloggi per manodopera stagionale e n. 2 spogliatoi; - corpo C: destinato a deposito di mezzi agricoli;
entrambi i corpi A e C risultano indispensabili per l’attività agricola dichiarata dal richiedente visto che sono destinati uno alla lavorazione e deposito dei prodotti agricoli (corpo A) e l’altro al deposito dei mezzi agricoli (corpo C). Pertanto, risultano non sussistere, almeno da quanto rilevabile in sede di sopralluogo, la connessione dell’attività dell’agriturismo con quella agricola e di conseguenza il non rispetto dell’art. 2 del regolamento di attuazione della legge regionale 6 novembre 2008 n.15 (disciplina per l’attività di agriturismo). Inoltre, appare chiaro che è stata richiesta una variante al permesso di costruire n. 36/2015 in variante di altri permessi precedentemente rilasciati, tutti da ritenersi difformi rispetto allo stato dei luoghi in sede di sopralluoghi, in quanto mancanti dei corpi A e C non realizzati a tutt’oggi… Dal sopralluogo è stato possibile constatare che una parte di cortile antistante l’immobile oggetto di sopralluogo è stata pavimentata da betonelle di cemento per consentire l’accesso alla struttura, con porzione destinate alla sosta dei veicoli, soste poste davanti a ciascun ingresso dei singoli alloggi. Tale area risulta divisa dal resto del fondo, privo di pavimentazione e di coltura (in fase di sopralluogo i terreni risultavano incolti e privi di qualsiasi trattamento che possa far ipotizzare il loro immediato utilizzo o il loro passato utilizzo), mediante una siepe arborea di altezza mt. 2,00 circa. All’atto dei sopralluoghi, la superficie totale rilevata, del corpo B di mq. 321,00 circa, risultava conforme ai grafici progettuali. All’atto del sopralluogo il corpo B risultava completato sia all’interno che all’estero. Dal sopralluogo è stato possibile rilevare>> delle difformità rispetto ai titoli edilizi rilasciati (di cui si dirà in prosieguo in occasione dell’esame dei ricorsi avverso l’ordinanza di demolizione che è stata adottata e il provvedimento di rigetto della domanda di accertamento di conformità urbanistica).
Il Comune ha, sulla base di quanto precede ritenuto sussistenti i presupposti di cui all’art. 21nonies della legge 241/1990 per annullare in autotutela le SCIA sopra indicate.
Con il primo motivo di ricorso parte ricorrente lamenta la violazione del termine di 18 mesi previsto dal citato art. 21 nonies e il difetto di motivazione dell’atto che sarebbe unicamente fondato sulla circostanza che alcuni volumi inizialmente previsti non sono stati (ancora) realizzati e non tenendo conto della volontà manifestata in sede di partecipazione al procedimento di volerli realizzare.
Il motivo non può essere accolto.
L’interessata ha segnalato l’intenzione, ferma la destinazione agricola del fondo, di voler trasformare i locali rurali esistenti (mediante l’integrazione dei servizi igienici) per adibirli all’attività agrituristica (cfr. SCIA n. 3520, 6139 e 6183 del 2018).
In quella sede ha dichiarato la sussistenza dei requisiti previsti dalla l.r. n. 15/2008 ovvero l’esistenza di un’attività agricola cui quella ricettiva è solo complementare.
L’amministrazione ha, tuttavia, verificato mediante i sopralluoghi del 6 e dell’11 settembre 2019 (cfr. verbali n. 3 e n. 4 dell’11 settembre 2019) l’inesistenza di tali presupposti ricavandola da una serie di elementi non efficacemente contrastati da parte ricorrente.
In particolare, risulta che l’unico corpo di fabbrica realizzato (il corpo B) è sostanzialmente adibito all’attività ricettiva mentre non risultano presenti gli altri corpi di fabbrica (i corpi A e C) funzionali allo svolgimento dell’attività agricola. Inoltre, non è stato rinvenuto sul posto nulla che denoti lo svolgimento dell’attività agricola (cfr. al riguardo i verbali nn. 3 e 4 del 2019 depositati in atti e i rilievi fotografici effettuati nel corso del sopralluogo dai quali emerge la mancanza dei connotati tipici del fondo agricolo e del fabbricato rurale che risulta invece avere i caratteri tipici della struttura tout court ricettiva).
La ricorrente non ha prodotto sufficienti elementi di segno contrario utili a smentire le conclusioni dell’amministrazione; per tali aspetti il Collegio fa proprie le considerazione della III Sezione di questo T.A.R. con la sentenza n. 3976/2020 e alle quali si rinvia (in questa sede, infatti, è stata depositata la medesima relazione agronomica redatta per confutare le conclusioni di cui al verbale n. 4/2019 che ha condotto all’ordinanza n. 16/2019 di chiusura dell’esercizio e del materiale fotografico non riferibile con certezza ai fondi gestiti dalla società).
Tornando alle censure dedotte l’atto è sufficientemente motivato in quanto desume da una serie di indici (non solo dalla mancata realizzazione dei due corpi di fabbrica) che le trasformazioni edilizie (id est realizzazione dei servizi igienici in ogni locale e utilizzo degli alloggi per la manodopera stagionale a camere per uso agrituristico) sono state realizzate in violazione della normativa urbanistica (il fondo è collocato in zona agricola) e della l.r. n. 15/2008.
Condivisibile giurisprudenza ha affermato che ai fini dell'annullamento d'ufficio di un titolo edilizio ex art. 21-nonies l. n. 241/1990 occorre riscontrare un interesse pubblico concreto ed attuale alla sua rimozione (diverso dal mero ripristino della legalità violata), tenuto conto anche delle posizioni giuridiche soggettive consolidate in capo ai destinatari. Tuttavia, deve escludersi che, in capo al privato che abbia scorrettamente prospettato le circostanze in fatto e in diritto poste a fondamento dell'atto illegittimo a lui favorevole, possa formarsi una posizione di affidamento legittimo, talché l'interesse al mantenimento in vita del titolo edilizio risulta recessivo di fronte all'interesse pubblico al ripristino della legalità violata (T.A.R. Basilicata, Potenza n. 725/2018).
Quanto al dedotto sforamento del termine dei 18 mesi il comma 2bis dell’art. 21 nonies della legge n. 241/1990 (citato nel corpo dell’atto impugnato) stabilisce che “I provvedimenti amministrativi conseguiti sulla base di false rappresentazioni dei fatti o di dichiarazioni sostitutive di certificazione e dell’atto di notorietà false o mendaci per effetto di condotte costituenti reato, accertate con sentenza passata in giudicato, possono essere annullati dall’amministrazione anche dopo la scadenza del termine di diciotto mesi di cui al comma 1 fatta salva l’applicazione delle sanzioni penali nonché delle sanzioni previste dal capo VI del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445”.
La giurisprudenza ha interpretato la disposizione nel senso che “la falsa rappresentazione dei fatti da parte del privato (configurabile anche in presenza del solo silenzio su circostanze rilevanti) comporta l'inapplicabilità del termine di diciotto mesi per l'annullamento d'ufficio introdotto, nell'art. 21-nonies, l. n. 241 cit., dall'art. 6, l. 7 agosto 2015 n. 124, e perciò senza neppure richiedere alcun accertamento processuale penale” (Cons. Stato, sez. IV, 8 novembre 2018 n. 6308; sez. IV, 18 luglio 2018 n. 4374; sez. V, 27 giugno 2018 n. 3940).
Nella fattispecie, come detto più volte, l’interessata ha dichiarato la perdurante destinazione agricola del fondo e la mera trasformazione di alcuni alloggi in camere ad uso agrituristiche nel rispetto della normativa della l.r. n. 15/2008 in assenza dei presupposti ivi previsti.
Sempre con riguardo al “fattore tempo” e al preteso consolidarsi di un legittimo affidamento in capo all’interessato alla conservazione del titolo vale rammentare (cfr. ricostruzione in fatto che precede) che l’amministrazione aveva diffidato (nota n. 4528 del 15 giugno 2018 e nota n. 6452 del 7 settembre 2018) la ricorrente dal proseguire le opere denunciate con SCIA; ciò, nondimeno, detti provvedimento sono stati impugnati e annullati dal T.A.R. (sentenza n. 3259/2019) per sforamento del termine di 30 giorni fissato dall’art. 19, comma 3 della legge n. 241/1990 (avendo, tuttavia, in quella sede il T.A.R. chiarito la permanenza del potere di autotutela in capo all’amministrazione).
In altri termini, la ricorrente era perfettamente consapevole delle criticità rilevate dall’amministrazione.
Con altro motivo parte ricorrente lamenta che l’amministrazione avrebbe dovuto, ai sensi del comma 3 dell’art. 19 cit., invitare il privato a regolarizzare la propria attività.
La citata disposizione stabilisce che l’amministrazione “qualora sia possibile” invita l’interessato a conformare l’attività intrapresa e i suoi effetti alla normativa vigente.
In disparte l’applicabilità di tale norma nella presente fase procedimentale (non più di adozione del provvedimento inibitorio ma di autotutela) non si vede come, a fronte della sostanziale trasformazione in residenziale di un intero corpo di fabbrica (sulla carta rurale e situato in zona agricola) e al dichiarato svolgimento di un’attività agricola (cui quella ricettiva avrebbe dovuto essere solo complementare) in realtà non presente, l’amministrazione avrebbe potuto invitare la parte a conformare la propria attività alla legge.
Ciò vale anche a respingere le censure con le quali la ricorrente lamenta la mancata disponibilità dell’amministrazione a fargli realizzare gli altri due corpi di fabbrica (uno adibito a deposito, l’altro, destinato alla lavorazione dei prodotti agricoli) funzionali all’attività agricola. E’, infatti, evidente che l’attività agricola doveva sussistere prima della presentazione della SCIA e non dopo.
Infine, va respinta la censura relativa alla pretesa mancanza di un accertamento circa la salubrità dei locali in riferimento all’annullamento della SCIA relativa all’agibilità dell’immobile (n. 6183/2018). L’annullamento è, infatti, la conseguenza logica della non utilizzabilità dei locali a fini agrituristici per effetto dell’annullamento della presupposta SCIA n. 3250 del 27 aprile 2018 la quale riguarda la realizzazione di opere non conformi alla normativa urbanistica per effetto della violazione della l.r. n. 15/2008.
Come più volte affermato dalla giurisprudenza anche di questo T.A.R. (Sezione III n. 3693/2018) la conformità dei manufatti alle norme urbanistiche ed edilizie costituisce il presupposto indispensabile per il legittimo rilascio del certificato di agibilità, come si evince dagli artt. 24 comma 3, d.P.R. n. 380 del 2001 e 35, comma 20, l. n. 47 1985, in quanto, ancor prima della logica giuridica, è la ragionevolezza ad escludere che possa essere utilizzato, per qualsiasi destinazione, un fabbricato non conforme alla normativa urbanistico - edilizia e, come tale, in potenziale contrasto con la tutela del fascio di interessi collettivi alla cui protezione quella disciplina è preordinata.
Vale, inoltre, osservare che nel provvedimento di annullamento della SCIA si fa anche riferimento alla intervenuta realizzazione di opere in difformità dai titoli edilizi rilasciati. Segnatamente, dal sopralluogo effettuato in data 11 settembre 2019 è stato constatato quanto segue:
<<[1] al piano terra del corpo B il porticato sul confine est di mq. 34,50 mq circa in progetto previsto aperto è stato chiuso con tende avvolgibili in materiale plastica trasparente e adibito a reception, ciò comporta un utilizzo improprio dell’area destinata da progetto a porticato, inoltre comporta un aumento di volume residenziale dichiarato;
[2] sottostante la rampa della scala in c.a. per l’accesso al piano superiore è stato rilevato un wc di circa mq 4,00 che comporta un aumento del volume residenziale dichiarato;
[3] al piano terra dell’immobile B sono stati rilevati n. 10 vani ad uso residenziale, a doppio posto letto, con annesso WC aventi ciascuna una superficie di mq. 23,00, l’ultimo vano a piano terra sul confine ovest in progetto previsto destinato a deposito di circa mq. 41 circa, ed altezza mt. 3,00 circa con annesso WC è stato trasformato a vano residenziale, come peraltro indicato nella domanda presentata al SUAP, e pertanto comporta un aumento del volume residenziale dichiarato (al momento del sopralluogo non è stato possibile accertare all’interno in quanto occupato da ospiti come dichiarato dal dipendente della struttura);
[4] sul lato ovest a piano terra nell’area di cortile è stato realizzato un manufatto di mq. 12,70 circa ed altezza di mt. 3,00 circa, realizzato con strutture in legno e copertura in lamiere, destinato a locale tecnologico, con annesso containers di mt. 6,10x2,40 ed altezza di mt. 3,00 circa adibito a deposito. Tale struttura non è stata indicata e autorizzata con nessun titolo edilizio (pertanto risulta priva di autorizzazione urbanistica e strutturale);
[5] le falde laterali del sottotetto abitabile a piano primo sui lati est ed ovest in progetto previste di larghezza mt. 1,00 circa, sul posto sono state rilevate di dimensioni mt. 0,30 circa;
[6] la conformazione del balcone lato sud risulta rettangolare e completamente calpestabile mentre da progetto era previsto a tratti calpestabili e tratti non calpestabili in quanto coperti da manto di tegole, pertanto risulta aumentata la superficie non residenziale per mq. 24,00 circa;
[7] sui lati sud e nord non risulta realizzata la parte di balcone sporgente prevista coperta con tegole;
[8] il piano primo, trovasi composto da n. 11 vani destinati ad alloggio residenziale con annesso wc, come riportato sui grafici di progetto;
[9] a piano primo sul lato est, sul terrazzo adiacente la scala, su cui in progetto è prevista la realizzazione di un pergolato, lo stesso è stato invece in parte coperto con una tettoia a falde inclinate in legno lamellare e tegole di mq. 48,00 circa, e la copertura della scala di mq. 15,00 circa è stata realizzata a falde in legno lamellare e tegole, non conforme a quanto rilevato sui grafici allegati ai titoli edilizi abilitativi afferenti all’immobile di che trattasi;
[10] risulta non realizzato l’ascensore previsto da progetto così come indicato nella Segnalazione Certificata di inizio attività presentata il 21 agosto 2018 prot. 6139>>.
L’amministrazione ha, quindi, adottato l’ordinanza di demolizione n. 17 dell’11 ottobre 2019 (provvedimento impugnato con ricorso n. di R.G. 49/2020) e, successivamente, in data 7 maggio 2020 (prot. 3198) rigettato la domanda di accertamento di conformità urbanistica ai sensi dell’art. 36 del D.P.R. n. 380/2001 presentata dalla ricorrente in data 15 novembre 2019 (provvedimento impugnato con ricorso n. di R.G. 1044/2020).
Per ragioni logiche si partirà dall’esame di quest’ultimo ricorso.
Innanzitutto, il ricorso introduttivo (R.G. n. 1044/2020) presentato avverso il silenzio rigetto dell’istanza de qua, va dichiarato improcedibile in quanto, successivamente, il Comune di Teverola ha adottato un provvedimento espresso di diniego impugnato con ricorso per motivi aggiunti.
Il provvedimento in questione, reca nelle premesse quanto è stato accertato in sede di sopralluogo ossia la mancata realizzazione dei corpi di fabbrica A e C indispensabili per lo svolgimento dell’attività agricola dichiarata e l’insussistenza di una connessione dell’attività di agriturismo con quella agricola.
Il rigetto della domanda di accertamento di conformità urbanistica è stato, quindi, motivato sulla scorta di due considerazioni:
- la violazione della normativa urbanistica e della l.r. n. 15/2008;
- il fatto che “agli atti del Comune non risulta presente alcuna autorizzazione sismica, che nel caso di specie deve avvenire prima del rilascio del titolo edilizio, in quanto il nulla osta della commissione sismica in costruzioni da realizzarsi in zone sismiche soprattutto in sanatoria, è presupposto di efficacia di quest’ultima anche perché risultano realizzate superfici coperte in eccedenza per la copertura. Infatti al piano primo sul lato est, sul terrazzo adiacente la scala, su cui in progetto è previsto la realizzazione di un pergolato, lo stesso è stato invece in parte coperto con una tettoia a falde inclinate in legno lamellare e tegole di mq. 48,00 circa e la copertura della scala di mq. 15,00 circa è stata realizzata a falde in legno lamellare e tegole, non conforme a quanto rilevato sui grafici allegati ai titoli edilizi abilitativi afferenti all’immobile di che trattasi per cui necessita una verifica sismica per verificarne l’idoneità statica”.
La ricorrente lamenta il difetto di motivazione dell’atto il quale non avrebbe indicato le ragioni della non sanabilità delle modeste opere realizzate e, per quanto riguarda la mancanza dell’autorizzazione sismica, la mancata preventiva richiesta da parte del Comune di integrazione della pratica. Inoltre, con il ricorso si riproducono le doglianze formulate avverso l’ordinanza di demolizione (in particolare, la realizzabilità di tutte le opere con SCIA) deducendo l’illegittimità derivata del provvedimento qui impugnato.
Nessuna delle predette censure merita di essere accolta.
Il permesso di costruire in sanatoria presuppone un accertamento di carattere vincolato circa la conformità delle opere alla normativa urbanistico – edilizia.
Nella fattispecie, dalla stessa prospettazione del richiedente la sanatoria degli abusi realizzati riguarderebbe un fabbricato rurale in parte destinato ad attività agrituristica.
Ciò, nondimeno, l’amministrazione nega in radice la sussistenza di tale presupposto in quanto è assente l’attività agricola cui l’attività ricettiva (dovrebbe essere ai sensi della l.r. n. 15/2008) solo complementare.
Se è vera questa premessa (e si è detto sopra che lo è in quanto la parte non è riuscita a dimostrare l’esistenza di un’attività agricola nel fondo) è evidente che l’amministrazione non avrebbe potuto fare altro che respingere la domanda di accertamento di conformità urbanistica così strutturata e motivata.
L’istanza, infatti, non dà minimamente conto dei limiti di edificabilità in zona agricola e delle porzioni dell’immobile già asservite (per effetto dell’adeguamento igienico sanitario comunicato con SCIA) a una destinazione residenziale.
Per completezza si esaminerà la domanda di accertamento di conformità per come formulata opera per opera.
In ordine alla chiusura del porticato (di circa 34,5 mq.) mediante tende avvolgibili in materiale plastico adibito a reception e al WC di 4 mq. situato nel sottoscala, nella domanda (e nel ricorso avverso l’ordinanza di demolizione) si sostiene che si tratterebbe di un ampliamento volumetrico consentito in quanto contenuto nel 20 per cento della cubatura esistente e indispensabile allo svolgimento dell’attività alloggiativa svolta dall’azienda agrituristica. Al riguardo, si cita l’art. 30 delle NTA del vigente PUC del Comune di Teverola a mente del quale “le esistenti costruzioni a destinazione agricola possono, in caso di necessità, essere ampliate fino ad un massimo di 20 per cento dell’esistente cubatura purché esse siano direttamente utilizzate per la conduzione del fondo (opportunamente documentata)”.
Tale strutturazione della domanda non tiene conto né degli altri abusi edilizi realizzati (comportanti, come si vedrà, un incremento della volumetria) né del fatto che non risulta documentato l’utilizzo diretto di tale nuova volumetria alla destinazione agricola (che non sarebbe proprio esistente).
In relazione alla contestazione di aver adibito il deposito (di 41 mq.) situato a piano terra ad alloggio residenziale l’istante invoca le previsioni <<di cui all’art. 3 l. n. 96/2006 “Possono essere utilizzati per attività agrituristiche gli edifici o parte di essi già esistenti nel fondo. Le Regioni disciplinano gli interventi per il recupero del patrimonio edilizio esistente dell’imprenditore agricolo ai fini dell’esercizio di attività agrituristiche, nel rispetto delle specifiche caratteristiche tipologiche e architettoniche, nonché delle caratteristiche paesaggistico-ambientali dei luoghi. I locali utilizzati ad uso agrituristico sono assibilabili ad ogni effetto alle abitazioni rurali”. La legge regionale campana n. 15 del 6 novembre 2008, recante disciplina dell’attività di agriturismo, all’art. 3 ribadisce che “I locali utilizzati ad uso agrituristico sono assimilabili ad ogni effetto alle abitazioni rurali; lo svolgimento di attività agrituristiche non costituisce distrazione della destinazione agricola del fondo e degli edifici interessati e non comporta cambio di destinazione d’uso degli edifici censiti come rurali e come beni strumentali…”>>.
E’ evidente, anche in questo caso, che la premessa da cui muove la domanda è insussistente.
In ricorso, inoltre, si lamenta che l’amministrazione non avrebbe tenuto conto che il mutamento di destinazione d’uso del deposito in residenziale era stato già oggetto della SCIA n. 24365 del 24 agosto 2018 non oggetto di annullamento in autotutela (in sostanza si vuole dire che il mutamento di destinazione sarebbe assistito da titolo idoneo).
Osserva il Collegio che tale SCIA è stata presentata al SUAP unicamente allo scopo di segnalare l’apertura dell’attività agrituristica e non aveva quindi ad oggetto la volontà di comunicare un intervento edilizio (irrilevante, dunque, che negli allegati a tale SCIA il deposito fosse designato come alloggio).
Dirimente, invece, che nel corpo della SCIA n. 24365/2018 come titoli edilizi cui fare riferimento si citano oltre ai permessi di costruire n. 115/2009, n. 34/2014, n. 36/2015 anche la SCIA n. 3250 del 27 aprile 2018 in variante del P.d.C. n. 36/2015 (per l’utilizzo ai fini agrituristici degli esistenti locali rurali con integrazione dei servizi igienico sanitari). Nei grafici allegati alla SCIA da ultimo citata il locale in questione viene espressamente indicato come deposito e non come alloggio; è, dunque, a questa SCIA presentata ai fini edilizi che occorre fare riferimento; per concludere la trasformazione del deposito in alloggio non è stata mai espressamente comunicata al Comune.
In relazione alla realizzazione di un “manufatto di mq. 12,70 circa ed altezza 3,00 m. circa, realizzato con struttura in legno e coperto in lamiere, destinato a locale tecnologico con annesso containers di mt. 6,10 x 2,40 ed altezza di mt. 3,00 circa adibito a deposito” nella domanda (e in ricorso) se ne deduce l’irrilevanza dal punto di vista volumetrico in quanto rappresentante volumi tecnici (realizzabili con SCIA).
Di contro deve ritenersi che come affermato dalla giurisprudenza (tra le tante T.A.R. Toscana, Firenze n. 1113/2019) rientrano nella nozione di volume tecnico solo le opere prive di qualsivoglia autonomia funzionale, anche solo potenziale, in quanto aventi una consistenza volumetrica del tutto contenuta e destinati unicamente a contenere impianti serventi di una costruzione principale per essenziali esigenze tecnico-funzionali della medesima, e che non possono essere in alcun modo ubicati al suo interno. Al di fuori di tale ambito sono da considerare volumi suscettibili di determinare un aumento del carico urbanistico richiedenti il permesso di costruire.
Nella fattispecie, come efficacemente rappresentato dalla difesa comunale, il manufatto è di notevoli dimensioni e all’interno dell’edifico era già previsto un locale deposito che avrebbe potuto in astratto ospitare gli impianti; ciò, nondimeno, il deposito è stato (abusivamente) trasformato in locale ad uso residenziale.
In subordine, si deduce (nella domanda e nel ricorso) che detti volumi tecnici sarebbero astrattamente sanabili in forza dell’art. 30bis delle NTA del vigente PUC del Comune (ed, in particolare, i commi 5 e 8 i quali stabiliscono che “5. In assenza di Psa la realizzazione di annessi agricoli, se non diversamente disposto dalle norme specifiche di ciascuna articolazione del territorio rurale aperto, avverrà nel rispetto delle seguenti superfici massime, detratte le superfici esistenti: - 20 mq/ha per i primi 3 ettari di superficie fondiaria mantenuta in produzione”; “8. Gli annessi relativi alle attività agrituristiche da parte di imprenditori agricoli professionali, se consentiti dalle norme specifiche di ciascuna articolazione del territorio rurale e aperto, saranno consentiti con riferimento al numero massimo di 20 posti letto per esercizio, nel rispetto di ogni altra norma vigente in materia”).
Ancora una volta, si richiamano norme relative al legittimo esercizio di un’attività agrituristica e ad una esistente attività agricola.
Relativamente alle opere di minore importanza (balcone reso interamente calpestabile laddove da progetto lo era solo in parte) vale osservare che si tratta comunque di un intervento che si iscrive in un complesso di opere non sanabili. Come più volte affermato in giurisprudenza, nel vagliare un intervento edilizio consistente in una pluralità di opere, come qui accaduto, deve effettuarsi una valutazione globale delle stesse, atteso che "la considerazione atomistica dei singoli interventi non consente di comprendere l'effettiva portata dell'operazione" (cfr. in tali sensi, T.A.R. Campania Napoli, sez. VI, 03 dicembre 2010 , n. 26787; Tar Campania, Napoli, sezione sesta, 16 aprile 2010, n. 1993; 25 febbraio 2010, n. 1155; 9 novembre 2009, n. 7053; Tar Lombardia, Milano, sezione seconda, 11 marzo 2010, n. 584).
Infine, con riguardo alle opere realizzate al primo piano (“sul lato est, sul terrazzo adiacente la scala, su cui in progetto è previsto la realizzazione di un pergolato, lo stesso è stato invece in parte coperto con una tettoia a falde inclinate in legno lamellare e tegole di mq. 48,00 circa e la copertura della scala di mq. 15,00 circa è stata realizzata a falde in legno lamellare e tegole, non conforme a quanto rilevato sui grafici allegati ai titoli edilizi abilitativi afferenti all’immobile di che trattasi”) nella domanda se ne afferma la sanabilità in quanto sulla base delle NTA del Comune di Teverola il loggiato non andrebbe computato nelle volumetrie.
Sul punto, oltre alle considerazioni che precedono circa la valutazione necessariamente globale dell’intervento edilizio realizzato, il Collegio rileva che nel provvedimento l’amministrazione ha affermato la necessità di una verifica sismica di tali opere per le quali la parte non risulta aver presentato alcuna richiesta di autorizzazione sismica.
In ricorso si lamenta che il Comune avrebbe dovuto chiedere alla ricorrente un’integrazione documentale non potendo tout court respingere la domanda.
La prospettazione non può essere condivisa.
L’art. 93 comma 1 del DPR 380/2001 prescrive che “nelle zone sismiche di cui all’art. 83, chiunque intenda procedere a costruzioni, riparazioni e sopraelevazioni, è tenuto a darne preavviso scritto allo sportello unico, che provvede a trasmetterne copia al competente ufficio tecnico della Regione”. L’art. 94 comma 1 D.P.R. 380/2001 prescrive che “… non si possono iniziare lavori senza preventiva autorizzazione scritta del competente ufficio tecnico delle Regione” (obblighi ribaditi dalla normativa regionale di settore – cfr. l.r. n. 9/1983).
L’autorizzazione sismica è, dunque, un presupposto indispensabile per ottenere il rilascio del titolo edilizio (anche quello in sanatoria) la cui acquisizione costituisce un preciso onere della parte che intenda (o abbia già realizzato) dei lavori suscettibili di avere un impatto sulla statica del fabbricato; d’altra parte, a tutt’oggi la ricorrente non ha dimostrato di aver denunciato i lavori eseguiti sul fabbricato situato in zona sismica.
In conclusione, il ricorso n. di R.G. 1044/2020 va dichiarato improcedibile, quanto al ricorso introduttivo, e va respinto, quanto ai motivi aggiunti.
Il ricorso n. di R.G. 49/2020 avente ad oggetto l’impugnazione dell’ordinanza di demolizione, deve essere dichiarato improcedibile.
Secondo la giurisprudenza della Sezione, infatti, (ex multis, 9 luglio 2020, n. 2949), la richiesta di accertamento di conformità rende inefficace l'ordine di demolizione originario con esigenza per l'amministrazione, in conseguenza del diniego di sanatoria, di emettere una nuova ordinanza di demolizione o comunque di assegnare un nuovo termine agli interessati.
L'interesse alla decisione si trasferisce, infatti, al ricorso avverso il diniego della domanda di accertamento di conformità urbanistica già esaminato.
Il ricorso n. di R.G. n. 2817/2020 va, viceversa, respinto.
Con tale ricorso la ricorrente ha impugnato il provvedimento con il quale il Comune di Teverola ha dichiarato inammissibile la domanda, presentata in data 10 gennaio 2020, di permesso di costruire i (restanti) due corpi di fabbricati A e C (da adibire, il primo, alla lavorazione di prodotti agricoli, a deposito prodotti agricoli e a spogliatoi con annessi servizi igienici, il secondo, a deposito di mezzi agricoli con annessi servizi igienici).
In particolare, l’amministrazione, nel corpo dell’atto, ha richiamato l’ordinanza di demolizione n. 17/2019 con la quale sono stati contestati una serie di abusi edilizi e il diniego di permesso di costruire in sanatoria n. 3198/2020.
La ricorrente, richiamato tutto il pregresso contenzioso e i provvedimenti adottati dal Comune, lamenta nella sostanza che l’amministrazione non le permetterebbe di realizzare i manufatti A e C per la presenza di modesti abusi edilizi sul corpo di fabbrica B e ciò si porrebbe anche in contraddizione con le precedenti determinazioni assunte dalla stessa amministrazione volte proprio a stigmatizzare l’assenza dei comodi rurali A e C.
L’assunto non è condivisibile.
E’ evidente che la ricorrente non può chiedere di realizzare nuovi volumi senza prima aver conformato a legge quanto già realizzato nel fondo mediante, da un lato, la demolizione delle opere abusive, dall’altro lato, la riconduzione del fabbricato esistente ad una reale destinazione agricola (cui quella ricettiva è solo complementare) ovvero, ancora, la riduzione dei volumi asserviti alla destinazione residenziale.
Ciò vale anche a respingere la censura di violazione dell’art. 10 bis della legge n. 241 del 1990 in quanto non si vede come la partecipazione al procedimento avrebbe potuto portare ad un esito diverso del provvedimento (cfr. art. 21 octies della medesima legge).
Quanto, infine, alla manifestata intenzione di rimuovere le opere abusive deve rilevarsi che nulla impedisce all’interessata, una volta ottemperato (e ricondotto l’immobile in una condizione di rispetto della normativa urbanistica) di presentare una nuova domanda di permesso di costruire che il Comune dovrà necessariamente esaminare.
A tale riguardo deve osservarsi che non è oggetto dei presenti giudizi la successiva richiesta di permesso di costruire presentata in data 3 agosto 2020 e l’atto unilaterale d’obbligo del 3 dicembre 2020 da ultimo depositati.
In conclusione, previa riunione di tutti ricorsi: il ricorso n. 49/2020 deve essere dichiarato improcedibile, il ricorso n. di R.G. 1044/2020 deve essere dichiarato improcedibile (quanto al ricorso introduttivo) e va respinto (quanto ai motivi aggiunti), i ricorsi n. di R.G. 1520/2020 e 2817/2020 devono essere respinti.
Le spese seguono la soccombenza e trovano liquidazione in dispositivo.
P.Q.M.
Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania (Sezione Ottava), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, così provvede:
a) dispone la riunione dei ricorsi nn. di R.G. 49/2020, 1044/2020, 1520/2020 e 2817/2020;
b) dichiara improcedibile il ricorso n. di R.G. 49/2020;
c) dichiara il ricorso introduttivo di cui al n. di R.G. 1044/2020 improcedibile e respinge il relativo ricorso per motivi aggiunti;
d) respinge i ricorsi nn. di R.G. 1520/2020 e 2817/2020;
e) condanna la parte ricorrente al pagamento in favore del Comune di Teverola delle spese del presente giudizio, che liquida in complessivi € 5.000,00 (cinquemila/00), oltre agli accessori di legge. Nulla per le spese con riguardo alla Regione Campania.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Napoli nella camera di consiglio del giorno 4 dicembre 2020 mediante collegamento da remoto ai sensi dell’art. 25 del d.l. n. 37/2020 e del D.P. n. 31/2020 sede con l'intervento dei magistrati:
Francesco Gaudieri, Presidente
Paola Palmarini, Consigliere, Estensore
Rosalba Giansante, Consigliere