ISSN 2498-9916
Direttori: Avv. Francesco Barchielli  e  Avv. Gherardo Lombardi
 

T.A.R. Lazio, Roma, Sez. II bis, 7 gennaio 2021

Argomenti trattati:
Vincolo paesaggistico

Articolo inserito il 12-01-2021
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In quali casi è possibile l’accertamento postumo della compatibilità paesaggistica?

SENTENZA N. 212
In particolare, come chiarito anche dal Giudice d’Appello, ai sensi dell'art. 167, comma 4, lett. a), del D.Lgs. n. 42/2004 l'accertamento postumo della compatibilità paesaggistica, è consentito esclusivamente in relazione a quei lavori che non abbiano determinato creazione di superfici utili o volumi ovvero aumento di quelli legittimamente realizzati; in presenza di incrementi di superficie o cubatura, anche di modesta entità, la norma impedisce tassativamente il rilascio della sanatoria paesaggistica, per cui la reiezione della relativa istanza assume carattere vincolato (cfr., ex multis, Cons. St., sez. VI, 19/10/2020, n. 6300).
FATTO e DIRITTO
Con il ricorso introduttivo del presente giudizio la sig.ra Gaudio Amelia, comproprietaria-insieme a Gaudio Rosanna e Gaudio Marco- del fabbricato sito in Roma, via del Casale di Acquaviva s.n.c. e dell’attiguo terreno, loro pervenuto a seguito di donazione disposta dalla madre, Sig.ra Angela Cosima Delli Ponti, catastalmente censito al Foglio n. 100, particella n. 459, insistenti nella zona di P.R.G. “Sistema Ambientale – Agro Romano – Aree Agricole” – agisce per l’annullamento del provvedimento in epigrafe indicato, con il quale l’amministrazione comunale ha ingiunto la demolizione delle opere abusive realizzate nella sopra indicata area in proprietà, descritte nei seguenti termini: « 1. manufatto in blocchetti di tufo completo di colonne e cordoli in c.a. delle dimensioni complessive di mt.14,60x11,90xh variabile da mt. 2,70a mt. 3,85 composto di un piano rialzato di circa 1,00 mt. rispetto al piano di campagna con copertura a doppia falda in legno completa di tegole e grondaie prive di discendenti. Internamente suddiviso con tramezzature in pannelli di cemento prefabbricato. Il manufatto si presenta al grezzo e privo di impianti, quanto realizzato veniva posto sotto sequestro giudiziario dagli operanti, con apposizione di cartello monitore, congiuntamente ad un ponteggio posizionato lungo il perimetro esterno del fabbricato per una superficie di circa 25 mq.; 2. nelle immediate vicinanze del manufatto suindicato oggetto di sequestro, struttura vetusta e fatiscente in tubi innocenti a copertura in lamiera di mt. 14,00x circa mt. 12,00 al cui interno vi è depositato diverso materiale anche riconducibile ad una attività agricola».
Lo stesso provvedimento veniva impugnato anche dagli altri due comproprietari con separato ricorso (nr. 7894/2020).
Previa esposizione delle vicende riferite alla edificazione dell’immobile, parte ricorrente ha rappresentato che in data 1 aprile 2004 è stata presentata dal padre, Sig. Osvaldo Gaudio, una domanda di condono, avente ad oggetto il fabbricato abusivo avente destinazione residenziale sito in via del Casale di Acquaviva s.n.c., della consistenza di mq. 100, con un volume di mc 300, in relazione alla quale sono stati corrisposti tanto l’oblazione quanto gli oneri concessori.
Avverso il provvedimento impugnato, la ricorrente ha dedotto vizi di violazione di legge ed eccesso di potere, censurando l’operato dell’amministrazione in specie in quanto la definizione del procedimento avviato con la presentazione della domanda di condono avrebbe necessariamente dovuto precedere l’adozione di qualsivoglia determinazione sanzionatoria; l’amministrazione non si sarebbe avveduta della formazione del silenzio assenso in relazione a detta istanza; sussisterebbe, comunque, la carenza di istruttoria e di motivazione, anche tenuto conto della piena l’ammissibilità della c.d. autorizzazione paesaggistica postuma e del carattere precario dell’altro manufatto sanzionato.
Roma Capitale si è costituita in giudizio per resistere al gravame, concludendo per il rigetto del ricorso in quanto infondato.
Con ordinanza n. 6749/2020 sul parallelo ricorso nr. 7894/2020 e con ordinanza nr. 11810 del 13 novembre 2020 pronunciata nel presente giudizio, questa Sezione ha disposto incombenti istruttori, ordinando l’acquisizione da parte di Roma Capitale di una dettagliata relazione in ordine alla sussistenza di una coincidenza delle opere sanzionate con quelle oggetto della domanda di condono quanto alla relativa localizzazione e consistenza, tenuto conto delle allegazioni di parte ricorrente riferite alle nuove numerazioni delle particelle catastali conseguenti al frazionamento ed agli ulteriori elementi prodotti), che l’Amministrazione ha prodotto il 13 dicembre 2020.
La parte ricorrente ha depositato memorie a sostegno delle proprie deduzioni.
Nella camera di consiglio del 14 dicembre 2020, fissata per la trattazione della domanda cautelare, il Collegio ha valutato la sussistenza dei presupposti per la definizione della presente controversia con sentenza in forma semplificata, in conformità alla disciplina recata dall’art. 25 del decreto legge 28 ottobre 2020, n. 137.
Il ricorso merita solo parziale e limitato accoglimento.
Come sopra esposto con il provvedimento gravato sono stati sanzionati due manufatti, in relazione ad uno soltanto dei quali sussistono evidenze riferite alla presentazione di una domanda di sanatoria straordinaria, sia pure con i profili di criticità che saranno di seguito esaminati.
Con riferimento, infatti, alla struttura (sub 2 del provvedimento) in “tubi innocenti a copertura in lamiera”, la difesa della parte ricorrente non ha fornito la benché minima evidenza circa la presentazione di una domanda di condono, né ha comprovato la relativa legittimazione, essendosi limitata ad asserire una precarietà ed agevole amovibilità smentita dalle produzioni dell’amministrazione, le quali sono rimaste insuperate.
L’opera sopra indicata, invero, presenta caratteristiche costruttive, dimensionali e funzionali (deposito di materiale anche riconducibile ad una attività agricola) che palesano una irreversibile trasformazione del territorio, la precarietà delle quali, solamente asserita dalla parte ricorrente in assenza di qualsivoglia obiettiva evidenza a comprova, è contraddetta dalla risalenza della struttura, con riguardo alla quale, comunque, parte ricorrente non ha provato, come da onere su essa gravate, la data precisa di realizzazione.
Ai fini dell'individuazione della natura precaria di un'opera, invero, si deve seguire un criterio primariamente funzionale; pertanto, un'opera, se realizzata per soddisfare esigenze che non sono temporanee, non può beneficiare del regime proprio delle opere precarie anche quando le stesse sono state realizzate con materiali facilmente amovibili, connotazione, quest’ultima, comunque insussistente nella fattispecie.
Da quanto esposto consegue che non possono essere considerati precari manufatti destinati ad una utilizzazione perdurante nel tempo, sicché l'alterazione del territorio non può ritenersi né temporanea né irrilevante.
Come riconosciuto dalla stessa difesa di parte ricorrente, inoltre, sussiste sull’area interessata dall’intervento il vincolo paesaggistico ambientale, in relazione al quale va esclusa, con riguardo alla sopra indicata opera, l’ammissibilità di una sanatoria paesaggistica postuma, trattandosi di un manufatto di dimensioni apprezzabili sotto il profilo dimensionale (mt. 14,00x circa mt. 12,00) che ha comportato la creazione di nuova volumetria e superficie e non potendosi così ravvisare l’ascrivibilità della fattispecie in nessuna delle ipotesi tassativamente indicate nell’art. 167 del d.lgs. n. 42 del 2004 per l’ammissibilità della sanatoria.
In particolare, come chiarito anche dal Giudice d’Appello, ai sensi dell'art. 167, comma 4, lett. a), del D.Lgs. n. 42/2004 l'accertamento postumo della compatibilità paesaggistica, è consentito esclusivamente in relazione a quei lavori che non abbiano determinato creazione di superfici utili o volumi ovvero aumento di quelli legittimamente realizzati; in presenza di incrementi di superficie o cubatura, anche di modesta entità, la norma impedisce tassativamente il rilascio della sanatoria paesaggistica, per cui la reiezione della relativa istanza assume carattere vincolato (cfr., ex multis, Cons. St., sez. VI, 19/10/2020, n. 6300)
Nessuna carenza sussiste con riferimento all’opera in questione né sotto il profilo istruttorio né sul piano motivazionale, avendo legittimamente e doverosamente l’amministrazione sanzionato un’opera non legittimata da alcun titolo edilizio, necessitante tanto del permesso di costruire quanto della previa autorizzazione paesaggistica
A diverse conclusioni, invece, il Collegio ritiene di addivenire con riferimento all’altra opera sanzionata, costituita da un immobile al grezzo e privo di impianti, per il quale, neanche a seguito dell’istruttoria disposta da questa Sezione con ordinanza n. 6749 del 2020, l’amministrazione ha fornito elementi idonei ad escludere una incidenza della domanda di condono presentata in data 1 aprile 2004 dal Sig. Osvaldo Gaudio, padre degli odierni ricorrenti, non ancora definita dall’ente.
Si osserva, infatti, che, come esposto e documentato da parte ricorrente, la sopra indicata istanza ha avuto ad oggetto il fabbricato abusivo avente destinazione residenziale sito in via del Casale di Acquaviva s.n.c., della consistenza di mq. 100, con un volume di mc 300, in relazione alla quale sono stati corrisposti tanto l’oblazione quanto gli oneri concessori.
A seguito della disposta istruttoria, l’amministrazione comunale non ha escluso con certezza la identificabilità, sia pure parziale, del manufatto sanzionato con quello oggetto della predetta domanda di condono e, anzi, l’ente si è espresso con formule dubitative.
Rileva, al riguardo, la relazione dell’Ufficio di scopo condono edilizio prodotta dall’amministrazione, nella quale si chiarisce che la particella 991 deriva per frazionamento dalla particella 460, sicché in relazione a detta particella “sembra essere pendente una istanza di condono”, con l’affermazione, tuttavia, che “non può con sicurezza dirsi riferibile all’oggetto del ricorso, … per incompletezza documentale, diversità dei numeri civici, incompletezza della domanda di condono originaria”.
Del pari, la nota prot. n. 109700 del 20 novembre 2020, pure prodotta in atti dalla difesa dell’ente, lungi dall’escludere una sia pure parziale identificabilità delle opere sanzionate con quelle oggetto della domanda di sanatoria, si appunta sulla maggiore consistenza dimensionale accertata, rilevando che “è presumibile che il manufatto oggetto di condono (non ancora definito in quanto carente) sia stato oggetto di ulteriori interventi di ampliamento”.
L’assenza di adeguata documentazione a corredo della domanda di sanatoria straordinaria non esimeva certo l’amministrazione dal definire il relativo procedimento, eventualmente anche con una determinazione di inammissibilità, restando precluso l’esercizio dei poteri sanzionatori in assenza della conclusione del procedimento avviato con la presentazione della domanda di condono.
Solo in esito alla definizione del procedimento di condono, infatti, l’amministrazione avrebbe potuto individuare le opere effettivamente sanzionabili, tra le quali quelle successive, di modifica ed ampliamento rispetto alle volumetrie indicate nella domanda di sanatoria.
Ciò consente di evidenziare, dunque, la fondatezza delle deduzioni con le quali parte ricorrente ha censurato la carenza di istruttoria e di motivazione, essendo stata omessa dall’ente ogni considerazione, adeguata e doverosamente rigorosa, in ordine alla sussistenza della domanda di condono, la cui presentazione ha determinato l’avvio di un procedimento che era obbligo dell’ente concludere precedentemente all’irrogazione della sanzione demolitoria.
Se, dunque, deve escludersi che sulla domanda di condono si sia formato il provvedimento tacito di accoglimento e ciò sia alla luce delle carenze documentali sia, soprattutto, del vincolo gravante sull’area che non consente di prescindere dall’autorizzazione dell’autorità preposta alla relativa tutela, non può revocarsi in dubbio la lacunosità dell’istruttoria svolta dall’ente e l’illegittimità della irrogazione della sanzione demolitoria in assenza della definizione del procedimento di condono.
In conclusione, per le ragioni sopra esposte, il ricorso merita solo parziale e limitato accoglimento, restando, comunque, salve, con riferimento al manufatto interessato dalla presentazione della domanda di condono, le ulteriori determinazioni dell’ente, in primis riferite alla conclusione di detto procedimento, propedeutico e preliminare rispetto alla nuova irrogazione di sanzioni.
L’esito complessivo del giudizio giustifica, nondimeno, l’integrale compensazione delle spese di lite tra le parti.
P.Q.M.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Seconda Bis), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie parzialmente, nei limiti e nei termini di cui in motivazione, salve le successive determinazioni che l’amministrazione intenderà adottare.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 14 dicembre 2020, tenutasi in modalità di collegamento da remoto ai sensi dell’art. 25 del DL 28 ottobre 2020, n. 137 ed art. 4, comma 1, del Dl 30 aprile 2020, n. 28, conv. in l. 25 giugno 2020, n. 70, con l'intervento dei magistrati:
Elena Stanizzi, Presidente
Salvatore Gatto Costantino, Consigliere, Estensore
Brunella Bruno, Consigliere