ISSN 2498-9916
Direttori: Avv. Francesco Barchielli  e  Avv. Gherardo Lombardi
 

T.A.R. Campania, Napoli, Sez. IV, 7 gennaio 2021

Argomenti trattati:
Permesso di costruire

Articolo inserito il 12-01-2021
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È corretto affermare che la trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio comprende solo le attività di edificazione?

SENTENZA N. 93
Come ripetutamente evidenziato in giurisprudenza, “rientra nella qualifica di nuova costruzione qualsiasi opera che comporti una stabile e permanente trasformazione del territorio, preordinata a soddisfare esigenze non precarie sotto il profilo funzionale e della destinazione dell'immobile; specularmente la precarietà di un manufatto deve essere valutata con riferimento non al tipo di materiali utilizzati per la sua realizzazione, ma all'uso cui lo stesso è destinato, nel senso che, se le opere sono dirette al soddisfacimento di esigenze stabili e permanenti, la natura precaria dell'opera va comunque esclusa, a prescindere dai materiali utilizzati e dalla tecnica costruttiva applicata.” (cfr. T.A.R. Toscana Firenze, sez. III, 15.1.2019, n. 93).
È infatti ovvio che la trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio comprenda non le sole attività di edificazione, ma anche quelle consistenti nella modificazione rilevante e duratura dello stato del territorio e nell'alterazione della conformazione del suolo che, per ciò solo, rappresenti un “intervento di nuova costruzione”, assoggettato al previo rilascio del permesso di costruire (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 28.6.2016, n. 2915).
FATTO e DIRITTO
Con ricorso notificato il 13.1.2017 e depositato in Segreteria il 22.1.2017, Giuseppina Improta, Cira Improta e Giovanni Improta adivano il Tribunale Amministrativo Regionale per la Campania, Sede di Napoli, al fine di ottenere le pronunce meglio indicate in oggetto.
In particolare, i ricorrenti chiedevano l'annullamento, previa sospensiva, del provvedimento dirigenziale n. 055/A dell'8.6.2016, con il quale si disponeva la demolizione di talune opere edificate senza titolo ed eseguite in Napoli, Via Prospero Guidone n. 75, oltre al ripristino dello stato dei luoghi.
Esponeva parte ricorrente che, avverso il citato provvedimento, veniva, in data 10.11.2016, spiegato ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, che, nel suo integrale contenuto, era pedissequamente trasposto nell’atto introduttivo del presente giudizio.
A seguito di atto di opposizione e richiesta di trasposizione in sede giurisdizionale, presentato dal Comune di Napoli in data 21.11.2016, l’atto introduttivo del presente giudizio veniva processualmente incardinato dinanzi al T.A.R. in epigrafe.
Nel merito delle censure svolte, i ricorrenti evidenziavano che il provvedimento in questione era stato adottato trascurando il pregresso deposito di una istanza di condono edilizio da parte della comune dante causa, Assunta Improta, attualmente deceduta; ci si doleva, inoltre, della superficialità dell’istruttoria e dell’errata rappresentazione della realtà dei fatti, in quanto i manufatti realizzati senza titolo avevano funzione meramente pertinenziale, essendo stati realizzati, peraltro, nel lontano 2003; si lamentava anche la mancata notifica a tutti i successibili della comunicazione di avvio del procedimento teso all’emanazione dell’ordine di demolizione de quo; si rilevava la natura densamente urbanizzata dell’area in questione, peraltro collocata nella zona periferica della città, e si invocava un maturato affidamento nel lungo tempo trascorso dalla edificazione delle dette pertinenze al provvedimento di demolizione e riduzione in pristino impugnato.
Con atto di costituzione del 24.1.2017 si costituiva in giudizio il Comune di Napoli, in persona del legale rappresentante pro tempore, eccependo l’inammissibilità del ricorso in esame, in quanto non conforme alle previsioni del regolamento approvato con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 16 febbraio 2016 n. 40 relativo alla obbligatoria redazione in formato di documento informatico, sottoscritto con firma digitale, degli atti del processo amministrativo.
Nel merito, le censure svolte venivano tutte contestate, evidenziandone l’infondatezza in fatto ed in diritto.
All’udienza camerale dell'8.2.2017, fissata per la discussione dell’istanza cautelare, veniva disposta la cancellazione della causa dal ruolo.
All’udienza pubblica telematica del 18 novembre 2020 la causa era definitivamente trattenuta in decisione.
Tutto ciò premesso, il ricorso è inammissibile.
Come è noto, con l’art. 9 del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 16 febbraio 2016 n. 40 si è stabilito che “1. Salvo diversa espressa previsione, il ricorso introduttivo, le memorie, il ricorso incidentale, i motivi aggiunti e qualsiasi atto del processo, anche proveniente dagli ausiliari del giudice, sono redatti in formato di documento informatico sottoscritto con firma digitale conforme ai requisiti di cui all'art. 24 del CAD”.
Nel caso di specie, l’atto introduttivo del giudizio risulta notificato in data 13.1.2017 come documento cartaceo in diretto contrasto con la disposizione del Processo Amministrativo
Telematico che, all'indomani del 2.1.2017, ha imposto, quale unico atto ammissibile al deposito, un documento nativo digitale, laddove l’atto in concreto depositato da parte ricorrente è copia per immagine di un documento analogico.
Pertanto, ai fini della disciplina in esame esso risulta inesistente e, conseguentemente, deve qualificarsi come inammissibile già sul piano della forma processuale.
L’atto introduttivo del giudizio è altresì inammissibile - come autonoma, ulteriore ed indipendente causa di inammissibilità - in relazione alla struttura dei suoi contenuti.
Detto atto è invero formulato - come evidente dal suo tenore testuale complessivo - in modo generico, violando palesemente i principi di specificità, chiarezza e sinteticità espositiva.
In particolare, esso risulta inidoneo a chiarire, precisare e specificare il petitum della causa, ovvero la reale volontà processuale di parte ricorrente.
Sul punto, occorre evidenziare, in linea di diritto, che l’art. 40 del c.p.a., al comma 1, prescrive che i motivi specifici, su cui il ricorso si fonda, devono essere formulati “distintamente” nell’ambito del ricorso; al comma 2, sanziona la proposizione dei motivi in violazione del comma 1 con l’inammissibilità.
Pertanto, l’inammissibilità del ricorso non consegue, dunque, solo al difetto di specificità, ma anche alla mancata indicazione, in apposita e distinta parte, dei motivi che del ricorso costituiscono il nucleo essenziale e centrale.
Come ha chiarito sul punto il Consiglio di Stato, “lo scopo della disposizione è di incentivare la redazione di ricorsi dal contenuto chiaro e di porre argine ad una prassi in cui i ricorsi, non di rado, oltre ad essere poco sintetici, non contengono una esatta suddivisione tra ‘fatto’ e ‘motivi’, con il conseguente rischio che trovino ingresso i c.d. ‘motivi intrusi’, ossia i motivi inseriti nelle parti del ricorso dedicate al fatto, che, a loro volta, ingenerano il rischio della pronuncia di sentenze che non esaminino tutti i motivi per la difficoltà di individuarli in modo chiaro e univoco e, di conseguenza, incorrano in un vizio revocatorio” (cfr. Cons. Stato, sez. VI, 4 gennaio 2016, n. 8).
Nel caso di specie, l’atto introduttivo del giudizio non effettua alcuna distinzione precisa fra fatto e diritto relativa alla vicenda sottoposta a scrutinio ed enuclea una serie molto confusa e ripetitiva di motivi di ricorso, non distintamente individuati e separati, rendendo assai difficoltosa la comprensione effettiva dell’oggetto preciso della domanda.
Per massima completezza di trattazione e per quanto è possibile comprendere, il ricorso è altresì infondato nel merito e, pertanto, non può essere accolto.
In particolare, come si evince dalla documentazione in atti, si tratta nel caso di specie della realizzazione di un cambio di destinazione d’uso di un suolo agricolo, totalmente pavimentato con asfalto bituminoso, con realizzazione di un manufatto in muratura e lamiere coibentate con la divisione dello spazio al coperto così edificato in quattordici box auto, corredati da serranda di ferro.
Quanto realizzato doveva pacificamente essere assentito in via preventiva, al contrario essendo stato edificato del tutto sine titulo.
Come ripetutamente evidenziato in giurisprudenza, “rientra nella qualifica di nuova costruzione qualsiasi opera che comporti una stabile e permanente trasformazione del territorio, preordinata a soddisfare esigenze non precarie sotto il profilo funzionale e della destinazione dell'immobile; specularmente la precarietà di un manufatto deve essere valutata con riferimento non al tipo di materiali utilizzati per la sua realizzazione, ma all'uso cui lo stesso è destinato, nel senso che, se le opere sono dirette al soddisfacimento di esigenze stabili e permanenti, la natura precaria dell'opera va comunque esclusa, a prescindere dai materiali utilizzati e dalla tecnica costruttiva applicata.” (cfr. T.A.R. Toscana Firenze, sez. III, 15.1.2019, n. 93).
È infatti ovvio che la trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio comprenda non le sole attività di edificazione, ma anche quelle consistenti nella modificazione rilevante e duratura dello stato del territorio e nell'alterazione della conformazione del suolo che, per ciò solo, rappresenti un “intervento di nuova costruzione”, assoggettato al previo rilascio del permesso di costruire (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 28.6.2016, n. 2915).
Quanto poi alla doglianza relativa alla asserita “trascuratezza” dell’Amministrazione che non avrebbe tenuto conto del pregresso deposito di una istanza di condono edilizio da parte della comune dante causa dei ricorrenti, Assunta Improta, attualmente deceduta, può agevolmente rilevarsi, in proposito, che nella nota del Servizio Antiabusivismo e Condono Edilizio del Comune di Napoli del 5.12.2016, in atti, il Responsabile del Settore evidenziava che, effettivamente, una domanda di condono era stata presentata dalla menzionata dante causa, venendo rubricata al n. 8074/95, ma l’oggetto della stessa non coincideva con quello di cui al provvedimento di demolizione e ripristino dello stato dei luoghi fatto oggetto di impugnativa.
In assenza di detta corrispondenza, l’istanza di condono appare essere stata superata sul piano oggettivo dalla successiva attività trasformativa posta in essere dai proprietari dell’area, finendo per diventare amministrativamente improcedibile e, comunque, priva di effetti.
Quanto, poi, alla asserita superficialità dell’istruttoria e all’errata rappresentazione della realtà dei fatti per come evidenziata nel provvedimento impugnato, in quanto, in tesi, i manufatti realizzati senza titolo avrebbero avuto funzione meramente pertinenziale, occorre osservare che le censure svolte in proposito, oltre che del tutto generiche, sono manifestamente infondate.
Esse, invero, non intaccano il problema di fondo della palese carenza di un titolo abilitativo all’edificazione, versandosi magari anche nella realizzazione di fabbricati definibili in astratto di tipo pertinenziale, ma concretizzatisi comunque, all’atto pratico, in abusi edilizi così macroscopici (sono stati realizzati, lo si ribadisce, quattordici posti auto coperti) da meritare appieno il provvedimento di demolizione e ripristino fatto oggetto di impugnativa.
Secondo la giurisprudenza della Sezione in epigrafe, peraltro, devono ritenersi sufficientemente motivati i provvedimenti di demolizione contenenti il mero riferimento agli abusi commessi, alla normativa violata e alle risultanze; nello specifico, l'incontestata realizzazione di nuovi volumi, insieme alla descrizione dell'abuso e all'indicazione dell'assenza di idoneo titolo edilizio, rendono la motivazione del provvedimento demolitorio comprensibile all'interessato e adeguatamente motivata (cfr. T.A.R. Campania Napoli, Sez. IV, 13.6.2018, n. 39) e ciò anche nel caso di immobili adibiti a mere funzioni pertinenziali, non essendo i medesimi destinatari di alcun trattamento differenziale a fini di antiabusivismo edilizio.
Peraltro, “il tempo trascorso fra la realizzazione dell'abuso e l'adozione dell'ordine di demolizione non determina, in capo al privato, l'insorgenza di uno stato di legittimo affidamento e né innesta in capo all'amministrazione uno specifico onere di motivazione, ciò in quanto il decorso del tempo rafforza il carattere abusivo dell'intervento edilizio” (cfr. T.A.R. Campania Napoli, Sez. II, 9.5.2019, n. 2500), trattandosi peraltro, di per sé, di un illecito avente carattere permanente.
Quanto infine alla mancata notifica a tutti i successibili della comunicazione di avvio del procedimento teso all’emanazione dell’ordine di demolizione de quo, essa è del tutto irrilevante in quanto “gli ordini di demolizione di costruzioni abusive hanno carattere reale, prescindono dalla responsabilità del proprietario o dell'occupante l'immobile e si applicano anche a carico di chi non abbia commesso la violazione, ma, al momento dell'irrogazione, si trovi in un rapporto con la res tale da assicurare la restaurazione dell'ordine giuridico violato” (cfr. T.A.R. Lazio Roma, sez. II, 4.9.2019, n. 10720).
Di modo che, quando e se verrà definitivamente chiarita l’esatta posizione successoria della de cuius Assunta Improta, i tre ricorrenti potranno ripartire pro quota con gli altri eventuali coeredi gli oneri scaturenti dalla abusiva attività edilizia gestita dalla comune dante causa, ferma restando la piena efficacia del provvedimento impugnato nei loro confronti e a nulla rilevando che la comunicazione di avvio del relativo procedimento non sia stata notificata a tutti i successori.
Da quanto sin qui evidenziato consegue, dunque, l’integrale reiezione del ricorso in epigrafe, in quanto manifestamente infondato anche nel merito.
Le questioni appena vagliate esauriscono la vicenda sottoposta alla Sezione, essendo stati toccati tutti gli aspetti rilevanti a norma dell’art. 112 c.p.c., in aderenza al principio sostanziale di corrispondenza tra il chiesto e pronunciato (come chiarito dalla giurisprudenza costante, tra le tante, per le affermazioni più risalenti, Cassazione civile, sez. II, 22 marzo 1995 n. 3260 e, per quelle più recenti, Cassazione civile, sez. V, 16 maggio 2012 n. 7663; sez. I, 27 dicembre 2013 n. 28663).
Gli argomenti di doglianza non espressamente esaminati sono stati dal Collegio ritenuti non rilevanti ai fini della decisione e comunque inidonei a supportare una conclusione di tipo diverso.
Da ultimo, le spese di lite seguono la soccombenza e sono liquidate in dispositivo.
P.Q.M.
il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania, Sede di Napoli, Sezione IV, definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo dichiara inammissibile.
Condanna Giuseppina Improta, Cira Improta e Giovanni Improta, in solido fra loro, a rifondere al Comune di Napoli le spese di giudizio, che liquida nella misura di € 1.500,00 (euro millecinquecento/00), oltre accessori come per legge.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Napoli nella camera di consiglio del giorno 18 novembre 2020 con l'intervento dei magistrati:
Angelo Scafuri, Presidente
Guglielmo Passarelli Di Napoli, Consigliere
Alfredo Giuseppe Allegretta, Primo Referendario, Estensore