ISSN 2498-9916
Direttori: Avv. Francesco Barchielli  e  Avv. Gherardo Lombardi
 

T.A.R. Sicilia, Palermo, Sez. II, 4 gennaio 2021

Argomenti trattati:
Sanzioni edilizie per abusi
Sequestro penale

Articolo inserito il 08-01-2021
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Sull’impossibilità di eseguire l’ordine di ripristino impartito a causa del sequestro penale.

SENTENZA N. 10 
Quanto alla presenza di sigilli sulle aree interessate, è sufficiente osservare che il sequestro penale, da un lato non determina per il privato, a rigore, un’insuperabile impossibilità di eseguire l’ordinanza di demolizione, dall’altro non integra, come ritenuto dalla ricorrente, in ogni caso una causa di illegittimità di detta ordinanza giacché la pendenza del sequestro incide semmai sulla decorrenza del termine alla quale resta subordinato il successivo atto di acquisizione al patrimonio comunale (cfr. C.G.A. del 20/12/2019 n. 1074).
FATTO e DIRITTO
1. - Con ricorso notificato il 7 aprile e 2016 e depositato il 29 aprile successivo la ricorrente ha impugnato i provvedimenti in epigrafe indicati formulando i seguenti motivi di diritto che possono essere così sintetizzati:
1) a seguito della sentenza di questo Tribunale n. 1083/2015 - che accoglieva analogo ricorso proposto da alcuni dei proprietari dei vari immobili siti in Carini c.da Ciachea nei limiti del difetto di motivazione essendo il provvedimento di diniego motivato su una carenza documentale, attribuita indistintamente a 20 pratiche di condono - il Comune di Carini, lungi dal convocare la ricorrente avrebbe illegittimamente predisposto un nuovo provvedimento di contenuto già censurato in sede giudiziaria: con il provvedimento di diniego di condono si sarebbe formato un rifiuto di accesso agli atti con conseguente lesione delle prerogative procedimentali della ricorrente;
2) nel provvedimento di diniego il Comune adduce delle asserite variazioni catastali attinenti il manufatto che avrebbero modificato la consistenza dell’immobile: non vi sarebbe stata alcuna variazione dell’opera ma solo, da parte del competente Ufficio del Catasto, attività di aggiornamento e conformazione dei dati dell’epoca alle nuove previsioni normative/regolamentari imponenti una diversa modalità di accatastamento;
3) con il provvedimento di diniego il Comune avrebbe erroneamente riscontrato il permanere di carenza documentale nel fascicolo inerente la domanda di condono in esame, riferendosi in particolare, alla ritenuta mancanza dei nulla-osta degli Enti preposti alla tutela di vincoli a suo dire esistenti in zona;
4) non sarebbe ostativa al rilascio del condono la sentenza definitiva per uno dei reati previsti dall’art. 39 della L. n. 794/94 nei confronti del padre della ricorrente (Pipitone Angelo Antonino) soggetto del tutto estraneo alla domanda di condono, riconducibile sotto il profilo giuridico, sostanziale e formale, alla ricorrente.
5) non sussisterebbe la riscontrata presenza di altre opere poste in essere successivamente alla richiesta di condono ed in particolare asseriti ampliamenti e variazioni che avrebbero determinato la trasformazione di sagoma;
6) con il provvedimento di diniego il Comune avrebbe erroneamente contestato la realizzazione da parte della ricorrente di opere riguardanti la viabilità e la condotta fognaria;
7) con riferimento all’impugnata ordinanza di demolizione, non potrebbe realizzarsi l’effetto acquisitivo al patrimonio comunale ex art. 31, comma 3, del DPR 380/2001 in considerazione, oltre che del decorso del tempo (che avrebbe richiesto una motivazione rafforzata), anche dell’impegno della ricorrente, dell’impossibilità di eseguire l’ordine di ripristino impartito per la presenza di sigilli sulle aree interessate, della complessità del facere imposto e dei pericoli per la sorte della cittadinanza derivanti dall’esecuzione dell’ordine impartito.
2. - Per resistere al ricorso e sostenere la legittimità dei provvedimenti impugnati si è costituito il Comune di Carini.
3. - Con ordinanza del 16/05/2016 n. 613 la domanda cautelare di parte ricorrente è stata accolta.
4. - A seguito degli impedimenti dichiarati dai verificatori chiamati ad espletare il relativo incarico, con ordinanza del 20/06/2019 n. 1649, è stata disposta CTU al fine di stabilire:
- in cosa consistano le “variazioni nella consistenza dell’edificio (con la realizzazione di nuove unità immobiliari) che hanno comportato un aumento del carico urbanistico della zona rispetto a quello indicato nell’istanza di sanatoria, in assenza dei titoli abilitativi necessari”;
- se la realizzazione “in un unico corpo di fabbrica di altre unità” sia effettiva ovvero se le variazioni di cui trattasi siano - come evidenziato da parte ricorrente - soltanto cartolari, ossia limitate alle risultanze catastali.
5. - Le parti hanno depositato memorie in vista dell’udienza di discussione del ricorso all’esito della quale il ricorso medesimo è stato posto in decisione.
6. - Il ricorso è infondato alla stregua di quanto appresso specificato.
Risulta infondato il primo motivo con il quale si deduce la lesione delle prerogative procedimentali della ricorrente.
In disparte quanto dedotto dalla difesa del Comune in ordine al fatto che gli atti richiesti fossero stati acquisiti dal giudice penale con provvedimento di sequestro, il diniego di accesso ad atti endoprocedimentali non implica, in via automatica, l’illegittimità del provvedimento conclusivo del procedimento, ma “produce il solo effetto di consentire al destinatario di quest’ultimo di attivare i rimedi amministrativi o giurisdizionali preordinati ad ottenere la conoscenza degli atti istruttori e, se ottenuta dopo la formalizzazione dell’atto finale, di utilizzare le argomentazioni e le informazioni ricavate dall’accesso quali ragioni del ricorso giurisdizionale, o, addirittura, se ottenuta dopo la proposizione del gravame, ai fini della proposizione di motivi aggiunti” (Cons. Stato Sez. VI, 07-02-2017, n. 542). Peraltro la ricorrente ha avuto modo di interloquire con l’Amministrazione comunale, come si evince dal tenore del provvedimento di diniego in cui si dà atto delle memorie depositate nel corso del procedimento volte a contestare le argomentazioni contenute nel preavviso di rigetto.
Passando all’esame delle restanti censure, giova premettere che, con riferimento al diniego di condono, viene in considerazione un provvedimento “plurimotivato”, vale a dire fondato su una pluralità di giustificazioni tra loro autonome, ciascuna delle quali idonea da sola a sorreggere l’atto lesivo; ne consegue che, in base al principio della c.d. “ragione sufficiente”, il rigetto della doglianza volta a contestare una delle ragioni giustificatrici comporta la carenza di interesse della parte ricorrente all’esame delle censure ulteriori dirette a contestare le altre ragioni giustificatrici poste a base del provvedimento lesivo, atteso che, seppure tali ulteriori censure si rivelassero fondate, il loro accoglimento non sarebbe comunque tale da soddisfare l’interesse del ricorrente a ottenere l’annullamento del provvedimento impugnato, il quale rimarrebbe supportato dall’autonomo motivo riconosciuto sussistente e valido (cfr. Cons. Stato Sez. VI, 11-09-2018, n. 5323).
Ciò premesso, le ragioni ad avviso del Comune ostative all’ottenimento della sanatoria consistono:
1) nello stravolgimento delle opere oggetto della domanda con trasformazione della loro consistenza mediante variazioni catastali che individuano un immobile diverso nella sua intera consistenza;
2) nella carenza documentale confermata dal certificato dichiarativo dell’esistenza di vincoli rilasciato dalla Ripartizione Urbanistica e Pianificazione del Territorio con nota prot. 350 del 4/11/2013, mancando agli atti i pareri della Soprintendenza dei Beni Culturali e Ambientali, dell’ANAS e Genio Civile in quanto questi ultimi due pareri sono stati rilasciati per altri immobili limitrofi;
3) la sentenza del 15.07.2010 della Corte d’Appello di Palermo emessa nei confronti del padre della ricorrente (Pipitone Angelo Antonino) per uno dei reati previsti dall’art. 39 della L. n. 794/94;
4) nella realizzazione di ampliamenti in assenza di titoli abilitativi e dei relativi nulla osta degli enti preposti alla tutela dei vincoli comportanti una radicale trasformazione della configurazione del manufatto originario;
5) nella realizzazione, senza alcuna richiesta di autorizzazione e quindi abusivamente, di opere di sottofondo quali la condotta fognaria e la strada, la quale come si legge nel provvedimento di diniego, pur essendo stata individuata quale area destinata alla pubblica circolazione, di fatto costituisce un’opera abusiva di urbanizzazione primaria non prevista nello strumento urbanistico.
Ciò posto, il Collegio rileva che già l’omessa tempestiva produzione dei documenti richiesti dal Comune di Cinisi costituisce legittimo motivo di reiezione dell’istanza di sanatoria.
Ed invero costituisce jus receptum il principio secondo cui il termine assegnato per l’integrazione documentale di una pratica di condono riveste carattere tassativo (salvi i casi di impossibilità non imputabile), sicché l’inottemperanza a tale richiesta determina la chiusura della pratica e costituisce legittimo motivo di diniego del titolo edilizio in sanatoria.
Pertanto legittimamente il Comune può denegare il condono nel caso di documentazione incompleta, in considerazione del fatto che è onere e interesse del soggetto richiedente la sanatoria produrre tutti gli atti necessari, così come ritenuti dal Legislatore, per l’esame della domanda, onde consentire all’Amministrazione di conoscere della stessa sotto ogni profilo rilevante. Se pertanto è doveroso per l’amministrazione rilevare eventuali carenze e sollecitare il richiedente a colmarle provvedendo, entro il termine assegnato, all’integrazione della documentazione mancante, è altresì onere del richiedente provvedere tempestivamente, subendo le conseguenze della sua colpevole inerzia, derivanti proprio dalla declaratoria, obbligatoria per legge, di improcedibilità della domanda.
Nel caso di specie tra i documenti richiesti figuravano altresì i pareri della Soprintendenza dei beni Culturali ed Ambientali, dell’ANAS e del Genio Civile con riferimento ai quali la produzione documentale di parte ricorrente non può dirsi completa né può ritenersi il Comune responsabile di tale carenza. In particolare come in maniera condivisibile dedotto dalla difesa del Comune, il presunto parere della Soprintendenza appare riferibile ad altra proprietà, non ragionevolmente estensibile alle opere abusive realizzate dalla ricorrente. Detto parere, infatti, si riferisce, come in esso è dato leggere, a “opere abusive realizzato tra il 1968 e il 1975, in data anteriore all’apposizione del vincolo”. Quanto al parere dell’ANAS è la stessa ricorrente che ne riconosce la mancata produzione, la cui responsabilità sarebbe, però, da attribuire al Comune che si sarebbe sottratto al contraddittorio.
L’art. 32 della L. n. 47/1985, richiamato dall’art. art. 39, comma 4, l. 724/1994, stabilisce che “fatte salve le fattispecie previste dall’articolo 33, il rilascio del titolo abilitativo edilizio in sanatoria per opere eseguite su immobili sottoposti a vincolo è subordinato al parere favorevole delle amministrazioni preposte alla tutela del vincolo stesso. Qualora tale parere non venga formulato dalle suddette amministrazioni entro centottanta giorni dalla data di ricevimento della richiesta di parere, il richiedente può impugnare il silenzio-rifiuto”.
Dalla prevista facoltà del “richiedente” di impugnare il silenzio rifiuto dell’autorità preposta al vincolo, si ricava che è lo stesso richiedente a dover proporre istanza del rilascio del relativo nulla osta. La norma, lungi dall’onerare l’Amministrazione comunale di attivarsi per la richiesta, introduce anzi l’onere per l’interessato di acquisire in via preventiva l’autorizzazione dell’autorità competente alla protezione del relativo vincolo, la quale a sua volta costituisce condicio juris per il rilascio del titolo edilizio in sanatoria (cfr., da ultimo, T.A.R. Napoli, Sez. III, 2.3.2020, n. 945).
Né su tale su tale disciplina incide l’art. 17 bis della L. 241/1990 (novellato dalla L. n. 124/2015) che stabilisce che quando per l’adozione di un determinato provvedimento sia prevista l’acquisizione di atti di assenso di altre amministrazioni, l’autorità procedente deve inoltrare alle amministrazioni competenti lo schema di procedimento, sul quale s’intende acquisito per silentium l’assenso delle altre amministrazioni in caso di mancata risposta entro trenta giorni. Detto istituto - classificabile come “silenzio assenso orizzontale”, in quanto concerne i rapporti tra più amministrazioni e non involge il rapporto “verticale” con il destinatario del provvedimento - presuppone infatti che sia onere dell’amministrazione procedente l’acquisizione dell’atto di assenso. La norma introduce una forma di silenzio assenso endoprocedimentale (o interno), che si pone in antitesi rispetto al silenzio rifiuto previsto dall’art. 32 della L. 47/1985, sia per l’opposto effetto giuridico derivante dal silenzio, di assenso da un lato e di rifiuto dall’altro, sia per la valenza del silenzio stesso, che nel caso di cui all’art. 17 bis della L. 241/1990 genera unicamente effetti propulsivi del procedimento, mentre nel caso del citato 32 assume valenza provvedimentale, come tale impugnabile dal privato.
Risulta infondata anche la censura con la quale si deduce che non sarebbe ostativa al rilascio del condono la sentenza definitiva per uno dei reati previsti dall’art. 39 della L. n. 794/94 nei confronti del padre della ricorrente (Pipitone Angelo Antonino) soggetto del tutto estraneo alla domanda di condono, riconducibile sotto il profilo giuridico, sostanziale e formale, alla ricorrente.
L’art. 39, comma 1, della legge 23 dicembre 1994 n.724, prevede espressamente che il “procedimento di sanatoria degli abusi edilizi posti in essere dalla persona imputata dei delitti di cui agli art. 416 bis, 648 bis e 648 ter del codice penale, o da terzi per suo conto, è sospeso fino alla sentenza definitiva di non luogo a procedere o di proscioglimento o di assoluzione. Non può essere conseguita la concessione in sanatoria degli abusi edilizi se interviene sentenza definitiva di condanna per i delitti sopra indicati”.
Secondo la ricorrente tale disposizione sarebbe inapplicabile al caso di specie poiché il padre, intestatario dell’immobile non avrebbe avuto né potrebbe avere alcuna percezione, tanto dell’opera che del condono richiesto, in quanto dichiarato interdetto; inoltre la ricorrente si sarebbe comportata in relazione al bene uti dominus, acquisendone di fatto la proprietà per usucapione, a seguito di un possesso indisturbato ultraventennale.
Sul punto rileva il Collegio che innanzitutto la ricorrente si limita a dichiarare la avvenuta usucapione senza che questa sia stata accertata con la relativa sentenza dichiarativa.
Ma a parte tale rilevo, dalla documentazione in atti emerge in maniera inequivocabile che gli abusi in parola sono riferibili ad un immobile di proprietà del Sig. Pipitone Angelo Antonino nel cui interesse risultano compiuti una serie di atti tra cui quelli riguardanti la sanatoria di detto immobile. Ne consegue che legittimamente il Comune ha richiamato nel provvedimento di diniego il citato art. 39 che ritiene ostativo il rilascio del condono per i condannati per il reato di cui all’art. 416-bis c.p. anche nel caso di abusi edilizi commessi da “terzi per suo conto”.
Anche sotto tale profilo si giustifica dunque l’adozione dell’impugnato provvedimento di diniego.
La reiezione della relativa censura (con cui la ricorrente contesta la riscontrata presenza di altre opere poste in essere successivamente alla richiesta di condono) esime il Collegio dall’esame degli ulteriori motivi proposti avverso le altre ragioni del diniego impugnato, in ossequio al costante e condiviso l’indirizzo giurisprudenziale che reputa ininfluente l’esame delle argomentazioni difensive inidonee a determinare l’annullamento del provvedimento plurimotivato, qualora lo stesso resti intangibile perché sorretto da una o più delle ragioni giustificatrici.
Passando all’esame della censura riguardante l’impugnata ordinanza di demolizione, se ne rileva l’infondatezza avuto riguardo alla pacifica giurisprudenza secondo la quale non è configurabile alcun affidamento tutelabile in capo al privato, non potendo il pregresso rilascio della concessione edilizia ed il mero decorso del tempo legittimare il commesso abuso (cfr. Cons. Stato Sez. VI, 05/03/2018, n. 1392; Cons. Stato Ad. Plen. n. 9 del 17.10.2017).
Prive di consistenza giuridica, oltre che generiche, risultano inoltre le considerazioni contenute in ricorso sull’impossibilità di eseguire l’ordine di ripristino impartito riguardanti la complessità del facere imposto e i pericoli per la cittadinanza derivanti dall’esecuzione di tale ordine.
Quanto alla presenza di sigilli sulle aree interessate, è sufficiente osservare che il sequestro penale, da un lato non determina per il privato, a rigore, un’insuperabile impossibilità di eseguire l’ordinanza di demolizione, dall’altro non integra, come ritenuto dalla ricorrente, in ogni caso una causa di illegittimità di detta ordinanza giacché la pendenza del sequestro incide semmai sulla decorrenza del termine alla quale resta subordinato il successivo atto di acquisizione al patrimonio comunale (cfr. C.G.A. del 20/12/2019 n. 1074)
7. - Alla stregua delle considerazioni che precedono, il ricorso va dunque respinto.
8. - Le spese di lite seguono la soccombenza, come liquidate in dispositivo, così come le spese della CTU che saranno invece liquidate con separato decreto.
P.Q.M.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia (Sezione Seconda), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto lo rigetta.
Condanna la parte ricorrente al pagamento:
- delle spese di CTU che saranno liquidate con separato provvedimento;
- delle rimanenti spese di lite, in favore del Comune di Cinisi, per una somma pari a € 1.000,00 oltre oneri e accessori di legge.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Palermo nella camera di consiglio del giorno 24 giugno 2020, svoltasi in modalità telematiche, da remoto, secondo quanto previsto dall’art. 84 del D.L. n. 18 del 17 marzo 2020, convertito in legge n. 27/2020, dell’art. 4 del D.L. 30 aprile 2020 n. 28, e dalle successive disposizioni di attuazione, con l’intervento dei magistrati:
Cosimo Di Paola, Presidente
Nicola Maisano, Consigliere
Francesco Mulieri, Primo Referendario, Estensore